Hopefull romantics
Philadelphia. 1948.
Un paio di mary jane firmate penzolavano dieci centimetri sopra il pavimento, dita bianche e sottili come grissini tamburellavano sul bancone senza fare troppo rumore, proprio accanto alla tazza di caffè ormai freddo che di tanto in tanto catturava lo sguardo critico ma non troppo insistente della cameriera.
Era così ogni giorno di pioggia, da ormai due anni. Da quando aveva trovato quella locanda fatiscente che vedeva nelle sue visioni, ogni volta che l'umore degli umani si incupiva per il brutto tempo, quello di Alice si accendeva di speranza, e dal suo sgabello ordinava tazze di caffè che non beveva mai, ma dal momento che le pagava sempre il doppio, nessuno osava mai lamentarsi.
Ma quel giorno non era come tutti gli altri. Questa volta, quando portò il vecchio schizzo della tavola calda delle sue visioni davanti agli occhi e lo confrontò con il presente, notò che la cameriera Maggie portava lo stesso taglio di capelli, nella vetrina per dolci erano rimaste le stesse fette di torta ai lamponi poco invitante anche per un essere umano, e in fondo al locale, nell'angolo più lontano, c'era lo stesso gruppo di uomini mezzi ubriachi che aveva disegnato.
Questa volta era, senza alcun dubbio, una questione di minuti.
Alice non sapeva come ci si sentisse a essere umani, ma era sicura che dal suo risveglio in quella foresta del Mississipi, e forse anche prima, non era mai stata tanto simile a loro. C'era un leggero tremolio nel suo petto, la cosa più vicina ad un battito cardiaco che avesse mai sentito, e una gocciolina di sudore immaginario rotolava giù dalla sua guancia, sotto la pelle, dove nessuno poteva vederla. Non era davvero nervosa o spaventata, era una bomba di felicità ed impazienza pronta a esplodere.
Arrivò prima nella sua testa che nel locale, e lo sentì prima di vederlo.
Sentì i suoi passi nervosi che battevano sul pergolato, in cerca di un posto asciutto e non troppo affollato dove ripararsi dalla pioggia, per evitare occhiate indiscrete di uomini e donne che al contrario di lui, pur di non bagnarsi avrebbero volentieri scavato una buca nell'asfalto per potercisi nascondere.
Da lontano vide una baracca talmente squallida che nemmeno in mezzo al più violento dei temporali avrebbe potuto attirare più di due o tre esseri umani impazienti di affogare i loro problemi nell'alcol, che fosse gin, vino invecchiato di trent'anni o cera per pavimenti.
A Jasper piaceva stare in mezzo a quel tipo di uomini. Il loro sangue era troppo contaminato per stuzzicare davvero il suo appetito, e avevano sempre stati d'animo confusi, rilassati, divertiti, era la cosa più vicina all'ubriachezza che avrebbe mai potuto sperimentare. Lui i suoi problemi li affogava dentro se stesso e nelle emozioni di chi aveva una vita poco meno miserabile della sua ma che almeno poteva ancora bere e cercare di dimenticarsela.
La porta scricchiolò quando la chiuse alle sue spalle, si tolse il berretto e scosse i capelli per liberarli dalla pioggia, e solo in quel momento si rese conto di quanto fossero insoliti gli stati d'animo che percepiva. Erano densi, c'erano più emozioni in quel ristorante di quanti non ne avesse mai sentiti, ed erano incredibilmente positivi. Eppure non sembrava esserci niente di così speciale in quel posto per poter suscitare una tale raffica di felicità, amore, entusiasmo ed impazienza.
Guardò il gruppo di uomini in fondo al bar, accasciati sulle loro sedie con gli occhi grigi e vacui che fissavano il vuoto, la nebbia di emozioni stordenti che li avvolgeva si faceva sopraffare, avvolgere e stritolare dallo tsunami di entusiasmo della donna vestita di giallo appollaiata sullo sgabello.
Si irrigidii immediatamente quando la vide, drizzando la schiena, in posizione di attacco o, in alternativa, di fuga. Sapeva benissimo che cos'era. Pelle bianca come la neve, bellezza sovrumana, cuore silenzioso, e occhi... dorati? Eppure, quando il suo sguardo incrociò il suo, l'onda anomala di emozioni aumentò di cento volte, diventando così forte che barcollò all'indietro, e per un secondo gli si appannò la vista.
Gli ci volle un po' per mettere di nuovo a fuoco il vampiro.
Era bellissima, minuscola, e sembrava troppo fragile perché potesse avere qualcosa da temere, ma una delle tante raccapriccianti cose che aveva imparato stando nell'esercito di Maria era che non bisognava mai, per nessun motivo, sottovalutare il proprio avversario.
Eppure era davvero bellissima. E felice, incredibilmente, incondizionatamente, travolgentemente felice, con il sorriso più grande e sincero che avesse mai visto. Non riusciva ad immaginarsi a combattere contro di lei, soprattutto non mentre lo guardava così.
Alice si morse la lingua e strinse i pugni per non mettersi a strillare. C'erano almeno una dozzina di futuri disastrosi che quel comportamento avrebbe potuto provocare, perciò avrebbe dovuto mantenere la calma, almeno apparentemente.
Fissò i rubini incastonati nel viso granitico e sfregiato dell'uomo della sua vita mentre prendeva un respiro profondo, senza curarsi del fuoco che divampava nella sua gola a quel gesto pericoloso. C'erano cose che andavano molto più a fuoco della sua gola dentro di lei.
Saltò giù dal suo sgabello e si avvicinò a Jasper, felice di vedere che l'avrebbe ascoltata, prima di prendere in considerazione la fuga, e che se le cose avessero dovuto prendere quella piega improbabile, non sarebbe stato un futuro a lungo termine.
-Mi hai fatto aspettare parecchio!- lo rimproverò con un sorriso. Il più grande sorriso della storia, ne era sicura.
Lui la guardò accigliato, confuso, e vagamente intimidito, ma chinò comunque rispettosamente la testa, proprio come gli aveva insegnato sua madre quasi un secolo prima. -Mi dispiace signorina- bofonchiò.
Quando la bizzarra creatura gli tese la mano, l'unica cosa a cui pensò prima di prenderla fu che niente sembrava avere un senso, niente sembrava coincidere con ciò che aveva imparato nella sua lunga vita da immortale, e perciò non ci sarebbe stato niente di male nel fare qualcosa di altrettanto insensato, come afferrare la mano di una vampiro sconosciuto in mezzo ad una vecchia baracca ad un passo dal fallimento.
Per una volta, avrebbe assecondato l'insensatezza del destino senza fare domande.
Le prese la mano, e in quel momento provò per la prima volta da molto tempo, un sentimento buono, tutto suo, nato al centro della sua anima. Jasper si sentì invaso dalla speranza.
Il Penny's restaurant era un posto squallido tanto dentro quanto fuori, tutto era scricchiolante e il cibo quasi stantio, ma in quel momento e per il resto della sua vita, divenne il suo posto preferito in tutto il mondo, quello dove Dio, o il destino, o chiunque altro fosse responsabile di quella benedizione, aveva piazzato la sua possibilità di rinascere, in quella ragazzina in giallo, con gli occhi dorati, che gli stringeva la mano e che profumava di casa. Il suo futuro aveva lo stesso profumo familiare e nostalgico del suo passato felice, della famiglia quasi del tutto dimenticata.
Entrambi sapevano, chi con più certezza e chi con meno, che non sarebbero stati mai più soli.
