CAPITOLO 16 CRACOVIA (prima parte)
Kurt Huber arrivò di prima mattina a Cracovia, il viaggio era stato lungo, i treni venivano fermati di continuo e perquisiti dalla milizia speciale tedesca; era appena stato sventato un attentato alla vita del Capo di Stato, come poteva essere altrimenti!
Alla stazione aveva notato un convoglio merci pronto per la partenza. I vagoni di legno dovevano essere stracarichi e qualche grasso signore vestito di tutto punto stava osservando sorridente la partenza del mezzo assieme ad alcuni ufficiali militari. Ma che diavolo avevano da parlottare con quei sorrisi disgustosamente sbiechi?
"Cosa contengono quei container?" provò a chiedere al soldato che era venuto a prelevarlo. Gli occhi blu profondo vibravano di terrore in risonanza con la voce dal tono deciso e cavernoso.
"Animali! E' pieno di bestie pronte per il macello!" aveva risposto con una smorfia sarcastica un alto militare nazista che aveva udito la domanda, mentre rideva visibilmente compiaciuto e suscitava l'ilarità del gruppetto che lo accompagnava e riveriva.
"Sei nuovo da queste parti suppongo", aveva aggiunto.
"Kurt Huber signore, arrivo or ora da Berlino", rispose il britannico battendo i tacchi e rimanendo sull'attenti, aveva notato il grado sulla giacca del suo interlocutore.
"Molto bene! Hai davanti a te l'untersturmführer Amon Göht; io amministro la zona e rispondo direttamente al Führer, tu lavorerai per me!" concluse prima di allontanarsi.
L'inglese sotto copertura sentì il cuore esplodere in mille pezzi! No! I lamenti e le grida che udiva pervenire dalle rotaie erano umani di sicuro. Doveva per forza aver capito malamente, non poteva essere! Si avvicinò incredulo a una di quelle enormi scatole di legno, vi allungò sopra una mano e si appoggiò a spiare tra le fessure: quelle casse erano stipate di uomini, donne e bambini che stavano letteralmente morendo di caldo e sete, destinazione Auschwitz.
Sentì la vergogna impadronirsi del suo essere, eppure lui non era tedesco, almeno non di nascita. Non aveva concorso in alcun modo a tutto quello scempio, ma ora poteva capire meglio le parole del Maggior-Generale Henning von Tresckow; nemmeno lui avrebbe sopportato di sopravvivere passando alla storia con quel peso sullo stomaco.
Dall'auto che lo accompagnava alla sua nuova sede di lavoro aveva potuto osservare le strade e gli edifici semidistrutti, erano passati vicino al quartiere di Podgórze, il ghetto ebraico. Era circondato da mura che lo isolavano completamente dalla zona circostante; tutte le finestre e le porte che erano rivolte verso il lato "ariano" della città erano state murate, esclusi quattro passaggi custoditi che permettevano il flusso del traffico degli autorizzati. Come oscuro presagio del futuro imminente, i muri di cinta erano stati costruiti con le lapidi demolite dal cimitero ebraico che sorgeva alla periferia del centro abitato. In quest'area erano stati stipati 15.000 ebrei; era stato assegnato un appartamento ogni quattro famiglie, e molti sfortunati erano costretti a vivere per strada.
Giunto a destinazione Kurt capì quale era il servizio cui era stato assegnato.
Una montagna di fascicoli ricopriva quella che sarebbe stata la sua scrivania, su di essi informazioni circa i residenti nel ghetto; suo dovere esaminarli uno ad uno e discriminare su chi avesse potuto lavorare presso la cava di pietra e le varie industrie del territorio circostante e chi dovesse invece essere immediatamente deportato verso i vari campi di sterminio.
Un altro plico conteneva note supplementari sull'affluenza ai vari campi di concentramento, sulle strutture in essi ospitate, sui convogli utili per il loro raggiungimento.
In piedi accanto al suo scrittoio stava, impalato sull'attenti, il contabile ebreo Itzhak Stern, lo avrebbe aiutato a fare le scelte che doveva accompagnandolo quotidianamente nelle sue visite presso le famiglie ebree; tra i suoi compiti vi era anche quello di rendersi conto delle reali condizioni di salute della gente che avrebbe mandato a lavorare per la "sua" Germania.
Il signor Stern era un uomo magro di mezza età con le spalle leggermente ricurve, portava occhiali rotondi e vestiva in modo elegante anche se vecchio stile. Doveva aver occupato un posto dignitoso in città prima dell'invasione da parte del nemico ed evidentemente aveva saputo utilizzare bene le sue conoscenze visto il lavoro che faceva, praticamente si era venduto al nemico per salvare la pelle. Kurt gli lanciò un'occhiata schifata che non passò inosservata all'uomo.
"Itzhak Stern, al vostro servizio signore!" si presentò, chinando la testa in segno di rispetto.
Quando furono rimasti soli…
"Sei ebreo dunque?" cominciò il britannico nel suo solito perfetto linguaggio teutonico.
"Sì Signore, ma da tempo ormai servo fedelmente il governo tedesco".
"E dimmi! Riesci a guardarti allo specchio quando torni a casa la sera?", non era davvero riuscito a trattenere la rabbia che aveva accumulato da quando era giunto in stazione solo poche ore prima.
"Cerco di sopravvivere signore! E' così terribile secondo voi? Io da solo non potrei comunque fare nulla!"
"A parte lasciare il vostro onore in eredità ai vostri figli! Certo!"
Stern incassò il colpo… era abituato a venire schernito, una volta in più non cambiava certo la sua condizione o la qualità della sua vita, ma quel soldato l'aveva punto sul vivo. Gli altri si erano sempre limitati a ricordargli che era e sarebbe rimasto comunque solo un rifiuto, un essere di livello inferiore per via delle sue origini; questa volta invece, l'unica in cui nessuno l'aveva denigrato per non appartenere alla razza eletta, si era veramente sentito un miserabile come mai prima. Perché? Chi era quel soldato claudicante dagli occhi del color dell'oceano così diverso da quelli con cui aveva lavorato sino ad allora? Aveva letto il suo fascicolo, 35 anni di media cultura… eppure… eppure parlava un tedesco forbito, come solo chi aveva avuto facoltà di frequentare certe scuole avrebbe potuto…
"Scusa lo sfogo, a volte so essere un vero maleducato. In fondo non sono nessuno per giudicare! Dimmi, spiegami nel dettaglio in cosa consiste il mio nuovo lavoro", continuò Huber.
L'uomo di mezza età gli consegnò un via per passare le mura maledette che aveva potuto notare durante il suo breve viaggio dalla stazione e cominciò a spiegare che si doveva occupare di far visita alle varie famiglie ebraiche e indicare quali componenti potevano rimanere alloggiati nel ghetto e continuare a lavorare e quali invece dovevano venire deportati sin da subito. Gli elencò nel dettaglio quali erano le produzioni delle fabbriche dei dintorni e quali caratteristiche dovevano avere i lavoratori. Lo informò inoltre che per la settimana successiva era stato fissato un incontro con il signor Oskar Schindler, un imprenditore tedesco che aveva saputo trarre vantaggio nei primi anni di guerra della situazione della Polonia per svilupparvi una attività commerciale. Aveva sino ad allora sfruttato la mano d'opera ebraica a basso prezzo concessagli dal governo per produrre stoviglie per l'esercito, e ora stava pian piano venendo privato dei suoi dipendenti destinati ad altri settori.
La mattina successiva Kurt cominciò quelle strazianti visite al ghetto; ogni volta veniva trafitto dagli occhi di quelle madri disperate che avrebbero fatto di tutto per salvare i loro figli, Stern sembrava immune a tutto ciò. Dopo aver compilato la sua prima lista di deportati dovette andare in bagno a vomitare… doveva fare qualcosa per aiutare almeno la sua coscienza, non sarebbe mai riuscito a sopravvivere in quel modo. Passò una notte infernale; quando chiudeva gli occhi gli si accavallavano nella mente come un incubo tutti i nomi che aveva segnato su quel maledetto foglio, le lettere diventavano sempre più grandi e rosse e grondavano di sangue, in sottofondo le grida e i lamenti cha aveva udito dal convoglio in partenza per Auschwitz il giorno in cui aveva messo piede in città.
L'incontro con Schindler fu illuminante oltre misura. Il britannico aveva passato i giorni precedenti a studiare con attenzione i cicli produttivi delle industrie della zona, si era accorto che nell'ultimo periodo il governo aveva accelerato la chiusura delle confezioni civili, anche quelle indirettamente a servizio dell'esercito; non aveva invece toccato quelle militari, anche se molte ispezioni erano state fatte per verificare l'efficienza reale delle stesse. Lui per primo aveva visitato quelle strutture e dovuto relazionare i suoi superiori sull'organizzazione dei turni di lavoro e sulla qualità e quantità del prodotto finito.
Di fronte alle lamentele dell'imprenditore, Kurt Huber gli suggerì di modificare la produzione della sua fabbrica trasformandola da civile a militare e di cominciare a realizzare munizioni e granate. Gli fece notare inoltre che sarebbe stato proficuo per lui rivedere le caratteristiche dei lavoratori idonei visto che donne e bambini, che avevano dita più minute e sottili, avrebbero potuto benissimo occuparsi delle operazioni di sabbiatura e lucidatura degli interstizi più piccoli di quegli ordigni; a parer suo l'untersturmführer Amon Göht avrebbe sicuramente dato il benestare all'avvio della nuova attività che non avrebbe prodotto deficit sulla manodopera delle altre industrie belliche della zona, soprattutto se fosse risultata altamente produttiva.
Schindler osservò con gli occhi sgranati l'ufficiale che aveva davanti. Voleva davvero impiegare anche donne e bambini nella produzione di armi o aveva in mente qualcosa di più sottile?
Aveva una strana luce negli occhi e aveva messo troppa passione nello spiegargli quali erano i vantaggi che poteva ricavare da quell'operazione. Lui aveva finto di rimanere indignato dalla proposta, ma quelle iridi blu avevano probabilmente il suo stesso fine e con ogni probabilità la sua stessa luce. I momenti di silenzio che seguirono lo sguardo complice dei due uomini furono eloquenti più di mille discorsi, entrambi avevano capito che stavano giocando dalla stessa parte. Qui si trattava di tener pulita una gocci d'acqua in quell'oceano di vergogna ma "chi salva una vita salva il mondo intero" e soprattutto non vende la sua anima. La stretta di mano successiva sigillò una nuova alleanza, anche se i due uomini non parlarono mai apertamente dello scopo ultimo di quello su cui si erano appena accordati.
Itzhak Stern, aveva osservato la scena compiaciuto…
"Ma senti l'angioletto che predica bene e razzola male! E poi sarei io a dovermi vergognare per il solo fatto di cercare di salvar la pelle!" aveva pensato.
Kurt non si fidava di lui, aveva visto il suo sguardo e gli aveva rimandato un sorriso beffardo. Era un bene che quell'uomo, che non godeva nel modo più assoluto della sua fiducia, pensasse quelle oscenità sulla sua persona. Lui era appena arrivato e, nonostante le referenze del Maggior Generale Tresckow, aveva capito che lo stavano mettendo alla prova; dopo l'attentato del 20 luglio c'era mandato di non fidarsi completamente di nessuno e attraverso quell'ufficio viaggiavano indirettamente informazioni molto importanti, soprattutto per un tipo sveglio come lui. Ora capiva pure perché per la sua posizione era stato richiesto un uomo di media cultura come Kurt Huber; Tresckov invece aveva giocato bene le sue carte e lui non poteva fare passi falsi.
"Stern! Ti occuperai di seguire il signor Schindler in questa fase di avvio della nuova fabbrica, in modo che la nuova produzione sia complementare e non concorrenziale a quella delle altre industrie della zona" se lo era tolto dai piedi, almeno per ora.
Due giorni dopo Kurt Huber e Oskar Schindler furono invitati a prendere parte ad una festa presso l'abitazione dell'untersturmführer Amon Göht, che aveva visionato ed approvato la proposta sottoscritta dai due uomini circa la nuova attività.
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Here I am… again
Kurt Huber, alias Terence Granchester is in Cracovia and nothing is easy for him…
