CAPITOLO 17 CRACOVIA (seconda parte)
La villa dell'untersturmführer Amon Göht sorgeva nel quartiere di Płaszów, adiacente a quello Podgórze.
Nell'autunno del 1942 a Płaszów, sull'area di due cimiteri ebraici in precedenza vandalizzati, gli occupanti tedeschi avevano creato un campo di lavoro forzato per gli ebrei. I prigionieri venivano impiegati nella cava adiacente al campo e nelle campagne e fabbriche al di fuori dello stesso. A metà del 1943 il centro di lavoro era stato trasformato in un campo di concentramento.
Le aspettative di vita dei prigionieri non superavano i 30 giorni. Chiunque si trovasse sotto il mirino di Göht veniva fucilato anche senza motivi validi; bastava che lui trovasse un qualsiasi difetto in un internato per farlo ammazzare o togliergli la vita egli stesso.
Dalla terrazza dell'abitazione dell'alto ufficiale nazista si godeva di una devastante panoramica sulla struttura dispensatrice di morte; era la prima volta che Kurt si avvicinava davvero a quel luogo; aveva un'idea abbastanza precisa su come fosse organizzata perché relativi fascicoli gli erano passati spesso per le mani, ma aveva sempre evitato un confronto diretto con quella realtà che solo qualche mese prima avrebbe giurato non potesse esistere davvero.
Molteplici giri di filo spinato circondavano la zona e il perimetro del campo era sorvegliato da ronde di guardie armate. Gli internati vivevano in baracche di legno dotate di letti a castello a tre piani; le condizioni di sovraffollamento delle stesse, spesso utilizzate al doppio della capienza massima, costringevano i prigionieri a dividere un pagliericcio in due o più favorendo la trasmissione di parassiti e germi, che aumentavano le già elevate possibilità di infezioni e malattie.
C'erano anche strutture in muratura, una in particolare era caratterizzata da un'agghiacciante alta ciminiera. Un po' isolati e ormai abbandonati trovavano ancora posto alcuni vecchi furgoni artigianalmente collegati tra di loro e provenienti dal precedente campo smantellato; arrugginiti e fortemente corrosi sembravano inutili scheletri abbandonati in mezzo al deserto, ma erano lasciati in bella mostra quasi come un monumento da ostentare con orgoglio.
L'artefice di tutto questo era lì, sulla terrazza, quando Huber e Schindler arrivarono; furono ricevuti proprio sul balcone e ascoltati dopo aver visto il sorriso compiaciuto di Göht che si stava divertendo a mirare ai prigionieri e colpirli come fossero stati selvaggina. Kurt sentì una goccia gelata di sudore staccarsi dalla propria tempia, era incapace di aprire bocca; fortunatamente il suo accompagnatore non era nuovo a quel tipo di spettacolo e lo aiutò a superare la devastante sensazione di rabbia e impotenza del momento.
"Vuoi provare a divertirti anche tu Huber?" gli aveva chiesto l'alto ufficiale allungandogli il fucile che stava imbracciando e guardandolo come lo invitasse a giocare.
Schindler lo aveva salvato scoppiando a ridere…
"Signore la prego, non lo metta in imbarazzo! Lo conosco bene ed è un tiratore pessimo, non colpirebbe l'acqua dal ponte di una nave!"
"Ahahahahah!" aveva riso di gusto Göht, "Ricordatevi sempre che con me non si scherza!" li aveva ammoniti prima di lasciarli andare nel salone a godere di vino, bevande e donne; Kurt non riuscì a toccare nulla di tutto ciò…
Si era reso conto solo quella sera che tipo di uomo fosse l'untersturmführer della zona, aveva abbattuto un paio di uomini col pigiama a righe, come lo chiamava lui, a sangue freddo solo per il gusto di ostentare il suo potere e ammonire i presenti.
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Nei giorni successivi il britannico sotto copertura conobbe Tadeusz Pankiewicz, il farmacista polacco del ghetto di Cracovia, l'unico non-ebreo che, con l'autorizzazione delle autorità tedesche, aveva continuato a vivere nel ghetto e che, a dispetto di quanto dava a vedere e dei profitti della sua attività, si prodigava quanto possibile per la salute degli abitanti della città indipendentemente dalle loro origini.
Kurt strinse facilmente amicizia con Tadeusz, qualche sguardo d'intesa e due mezze parole avevano svelato l'un l'altro i loro intenti. Il farmacista aveva cominciato a seguire l'ufficiale nelle sue visite alle famiglie ebree; con la scusa di doversi rendere conto della effettiva integrità fisica di coloro che avrebbe spedito nelle fabbriche o nei campi di sterminio, il falso tedesco aveva ottenuto di sostituire il subdolo Stern con il "mezzo dottore", come lo chiamavano. Il farmacista distribuiva di nascosto medicamenti a chi ne aveva bisogno e l'ufficiale occultava sapientemente, con l'aiuto del polacco, piccoli deficit fisici che avrebbero significato la fine di molti ragazzini, giovani e padri di famiglia; contestualmente convinceva donne e bambini a prendere servizio nella nuova fabbrica della morte di Schindler.
Cercava di non pensare per non impazzire… cosa stava facendo? Stava cercando di salvare qualche anima innocente ma quanti altri avevano già pagato con la vita e lo stavano ancora facendo? Non riusciva a sentirsi in pace con stesso e si odiava per non essere sufficientemente scaltro e lucido da avere qualche altra buona idea. Ma poi quanto avrebbero potuto durare le sue buone idee? Se quella maledetta guerra non fosse finita al più presto tutto il castello suo e di Oskar sarebbe miseramente crollato.
Era stato severamente interrogato sul perché da quando era arrivato lui i treni per Auschwitz partivano mezzi vuoti e aveva dovuto scrivere relazioni dettagliate sulla riduzione dell'afflusso ai campi di sterminio. La sua copertura stava forse cominciando a vacillare, ma questa era la cosa che meno lo preoccupava. Il suo cuore era straziato… convogli mezzi vuoti? Mezzi vuoti equivale matematicamente a mezzi pieni, dipende da quale prospettiva si guardano le cose. Era anche riuscito a falsificare alcuni dei documenti che confermavano le origini ebraiche dei residenti nel ghetto, ma si trattava sempre di una goccia in mezzo all'oceano.
Anche gli ebrei avevano imparato a leggergli negli occhi, era una comunicazione fatta di sguardi fugaci e gesti delle mani ridotti ai minimi termini, non ci si poteva davvero fidare di nessuno.
"Mi inserisca pure nella prossima lista dei deportati, se questo può servire a salvare i miei figli" gli aveva sussurrato un uomo di mezza età che, notando la sua mano sempre più tremante e la grafia incerta aveva poi aggiunto "Coraggio Huber… scriva, scriva il mio nome! Se lei dovesse venir sostituito perché non svolge il suo lavoro come si aspettano morirebbe con lei anche la nostra ultima speranza".
Fu la sera in cui il britannico sotto copertura chiese a Tadeusz di farsi consegnare delle caramelle insieme a ciò che gli serviva per preparare i suoi intrugli medicali che i due amici cominciarono a parlare più apertamente.
"Kurt! Caramelle? Sono per i bambini vero?"
"Tad! Te le pagherò, non credere! E non fraintendere! Quei ragazzini cascano dal sonno; con un po' di zucchero fai dimenticare loro ciò che sono costretti a fare, lavorano di buona lena per Schindler e strappi un sorriso pure alle loro madri… così magari sono più condiscendenti anche quando qualche soldato si avvicina loro per qualche servizio extra".
"Non dire idiozie! Non ho cinquanta anni suonati per nulla. Tu fai il gioco che faccio io, fai quello che puoi per dare una mano e non riesci a sopportare che il destino sia così crudele con quegli innocenti che dovrebbero solo pensare a giocare e studiare alla loro età. Che Dio mi fulmini all'istante se non dico il vero!" esclamò il polacco compiaciuto.
"Io… io non ci riesco. Finirò male, lo so! Ma ho già toccato il fondo, ho le mani sporche di sangue e ormai non ho più niente da perdere!" ammise Kurt.
"Mi pare che tu abbia una moglie che ti aspetta e un figlio di pochi mesi, sbaglio?" chiese il farmacista sorpreso dall'ultima uscita dell'amico che aveva cominciato sinceramente ad apprezzare.
Di fronte a quella esternazione gli occhi blu di Kurt si riempirono di lacrime. Aveva bisogno di dire qualcosa a qualcuno, si sentiva soffocare e non ce la faceva davvero più. Non aveva più nemmeno pronunciato il nome di sua moglie a voce alta e ne aveva bisogno come l'aria; temeva che avrebbe presto perso la ragione, tale era il suo stato di impotenza e sgomento. In quei momenti di profonda angoscia era solito sfilarsi la fede nuziale, leggere l'iscrizione all'interno e portarla alle labbra… "Vi amo tutti amore mio… vi amo" ripeteva nella sua mente ripassando dettaglio per dettaglio il viso della sua Candy; gli occhi brillanti e luminosi, le lentiggini dorate, i capelli color del grano, le labbra di fragola, era arrivato a temere di dimenticare tutto se fosse impazzito.
Prese il coraggio a due mani e ammise di essere nientemeno che Terence Graham Granchester, cittadino britannico di anni 47, sopravvissuto per miracolo ad un raid aereo tedesco nelle fredde acque dell'oceano al largo della Normandia più di un anno prima. Gli raccontò di come Fritz lo avesse aiutato a nascondersi tra le truppe tedesche regalandogli l'identità del povero Kurt Huber, morto quello stesso giorno, per sdebitarsi del fatto di avergli salvato la vita, di come avesse preso parte al colpo di stato in luglio ai danni di Hitler ed infine in quale modo fosse arrivato a Cracovia, piuttosto che essere spedito a casa in congedo per via della sua gamba.
"Scusami… sarò anche un mezzo dottore ma ho studiato medicina qualche anno e la tua gamba claudicante non mi ha mai tratto in inganno sino in fondo; inoltre il tuo tedesco è degno dei più grandi scrittori teutonici e non ho mai capito perché non parlassi mai del tuo bambino, mentre hai così tanto a cuore la vita dei figli degli ebrei della città", continuò Tad.
"Tu… tu mi credi?" chiese Terence, era Terence finalmente…
"Puoi scommetterci amico, come sul fatto che porterò nella tomba la tua storia se è questo ciò che vuoi ".
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Author Corner
Hello my friends and thank you for your reviews.
We still are in Cracovia. I know that it's hard, be patient and strong!
