Quando in un quartiere periferico di Cracovia viene creato d'autorità il ghetto ebraico, il 3 marzo 1941, Tadeusz Pankiewicz ne diventa suo malgrado un abitante. Pur senza essere ebreo, infatti, gestisce l'unica farmacia del quartiere: contro ogni previsione e contro ogni logica di sopravvivenza, decide di rimanere e di tenere aperta la sua bottega, resistendo ai diversi tentativi di sgombero, agli ordini perentori di chiusura e trasferimento.
Tadeusz Pankiewicz è quindi personaggio esistito nella realtà; ci ha lasciato il suo libro, "Il farmacista del ghetto di Cracovia", in ricordo delle vicende che ha vissuto in prima persona.

Ho cercato, come vedrete, di incastrare questa shot in una cornice adatta alla mia storia, che volutamente racconta senza strafare… perché non c'è proprio bisogno di farlo e perché non ne sono di certo all'altezza sia tecnicamente che emotivamente.

Ho voluto cogliere il suggerimento di una brava scrittrice e approfondire il racconto di una scena particolare in questo scritto che è l'epilogo de IL SOLE NEGLI OCCHI

Il titolo è una frase dalla potenza disarmante che mi è servita nella fan fiction originale e riprende le parole della fede ebraica.

(*) "Se questo è un uomo" Primo Levi

Chi salva una vita, salva il mondo intero…

Stratford Upon Avon, Giugno 1948

"Torta di mele, torta di mele… non mi farò sconfiggere da una torta di mele!"
Candy aveva raccolto i capelli con un candido fazzoletto ed era entrata in cucina con un cestino di more. L'alberello di gelso nero, come ogni anno, aveva regalato i suoi dolcissimi frutti e lei ricordava che miss Pony, quando ne aveva, utilizzava quelle piccole gemme scure per aggiungere un tocco sbarazzino e fresco alla sua morbidissima apple pie.
Chiuse gli occhi e si riempì le narici e il petto del profumo della cucina della sua vecchia mamma… quanto le mancava! Se ne era andata in primavera, con il sorriso sulle labbra e tutti i suoi figli al capezzale. Aveva ringraziato Dio per essere riuscita ad arrivare in tempo per salutarla un'ultima volta e lei l'aveva guardata con l'infinita tenerezza che solo lo sguardo di una vera madre può avere.

Suor Maria aveva regalato a Candy il ricettario di dolci della vecchia amica, scritto di suo pugno.
"Bambina mia, il tuo piccolo Richard è un golosone ed è l'unico dei tuoi figli che lei non ha potuto viziare e coccolare tanto quanto avrebbe desiderato. Tienilo tu…" Si erano abbracciate piangendo calde lacrime.

In giugno Terence aveva insistito per una vacanza al vecchio cottage di Stratford, quello che avevano abitato appena sposati al loro ritorno in Gran Bretagna. Solo il piccolo Richard viveva con loro ormai, gli altri uccellini avevano ormai spiccato il volo.

Rose era in Africa da qualche parte con Albert e Anthony. Le mandava sempre lettere lunghissime che parlavano di terre aride ma calde, tramonti infuocati, paesaggi tremolanti e polverosi con orizzonti lontani macchiati da branchi di gazzelle e tenebrosi ruggiti.
Sembrava che vergasse quei fogli con la passione, tanto vividi erano i colori e le immagini che pennellava sapientemente con le parole.

"Mia figlia deve fare la scrittrice", sussurrava Terence orgoglioso, chiudendo gli occhi pieni dei ritratti di quella terra magica che solo Rose riusciva a far vivere nel suo immaginario.
"Oh… c'è un bigliettino separato solo per te, Lentiggini, immagino che si tratti del capitolo
-Rosellino parte due, la vendetta di un giardiniere-, con me non vuol parlare di questo".

"Terence! Ti prego! Anthony, questo Anthony, non è per niente un appassionato di rose, è un biologo ricordi? Possibile che dopo tutti questi anni tu debba essere ancora così insopportabile?"

"Non coltiva rose come il tuo fidanzatino di un tempo, ma ha messo gli occhi sulla MIA Rose!" Ripeteva scuotendo l'indice in maniera minacciosa davanti all'adorabile naso lentigginoso della moglie, mentre appiccava l'incendio nei suoi smeraldi che parevano foreste tropicali in fiamme.

"Terry, tua figlia è una giovane donna ormai, non puoi essere geloso di lei!"

"Geloso, io?

Oh! guardati, mio signore, dalla gelosia: è il mostro dagli occhi verdi che schernisce la carne di cui si nutre!
Mi è andata male con le donne di famiglia! Charlotte mi ha fatto diventare consuocero del damerino, Rose mi vuol far entrare nella famiglia del giardiniere! Ma è mai possibile? Moglie lentigginosa, tu e le tue figlie siete la mia rovina! Per fortuna posso contare su Thomas e Richard".

Thomas e Faith si erano sposati e stabiliti a Washington, il giovane Granchester aveva impressionato la Casa Bianca durante il periodo bellico e non volevano lasciarlo andare. Faith era in dolce attesa e si era già accaparrata la certezza della presenza di Candy al momento del parto. La sua dolce mamma non c'era più, ma sarebbe stata felice di ammettere che si era sbagliata, che non tutti i nobili sono uguali e si prendono gioco delle ragazze ingenue di classe sociale inferiore.

Charlotte, mamma e moglie felice, aveva ripeso il suo lavoro di medico. Nessuno l'avrebbe tenuta tra le mura domestiche, tanto meno il giovane Alistair che praticamente baciava il terreno su cui la moglie camminava.

Stear e Patty si erano ritirati in Europa, nel paesino ai confini tra Francia e Germania in cui Stear aveva vissuto senza un passato per moltissimi anni. Conosceva molta gente laggiù e, dopo la guerra, c'era tanto di quel lavoro da fare… non se l'era sentita di crogiolarsi negli agi, che il clan degli Andrew gli offriva, e dimenticare tutto il resto. Patty non ci aveva pensato un attimo a seguirlo e aveva aperto una scuola per i ragazzini orfani di guerra.

Candy prese con cura il ricettario di miss Pony. Era un vecchio libro sgualcito, dai fogli ingialliti. In alcuni di essi era rimasta impressa qualche macchia di confettura o di burro che non era venuta via. Oh! Avrebbe potuto raccontare una storia fatta di risa e scorpacciate per ognuna di quelle tracce. Lo aprì alla pagina dedicata alla torta di mele, le sembrò di sentire la voce morbida della sua mamma leggerle gli ingredienti ed esortarla a fare attenzione alle dosi.

"Accidenti però… e le more? Non c'è scritto nulla sulle more? Come faccio?"

La finestra della piccola cucina era spalancata e sentiva in lontananza le risate di Richard e le grida di Terence che pretendeva di insegnargli a rimanere in modo elegante su un cavallo. Il bambino era un vero scavezzacollo, sapeva condurre benissimo un cavallo e lanciare il lazo in corsa, ma a Terence tremavano le gambe ogni volta che lo guardava. Quel modo di cavalcare era pericoloso e lui voleva insegnargli un po' di disciplina ed eleganza.
Si era distratta mentre li guardava da lontano e con il gomito aveva fatto cadere il libro.
Quando si chinò per raccoglierlo, era aperto qualche pagina più avanti.

C'era un disegno… l'opera dallo stile un po' impacciato di una bambina che ritraeva un'anatra con una fila di anatroccoli legati ad essa per la zampa… Ricordava quel disegno; non avrebbe mai immaginato che miss Pony lo avesse conservato tra mille altri suoi e di tutti gli orfani che aveva accolto tra le braccia in tutta la sua vita. Sul disegno c'era una nota relativa alla ricetta della torta di mele, una nota con dedica…
Per la mia bambina più dolce e golosa

Miss Pony sapeva che quel ricettario prezioso sarebbe andato a lei, e le aveva fatto trovare scritto il segreto per aggiungere le more al dolce. Richard e Terence si sarebbero leccati le dita e riempiti la pancia a volontà. Non riuscì a trattenere le lacrime.

"Miss Paulina, le voglio un bene dell'anima, non avrei potuto avere mamma migliore di lei" sussurrò, prima di asciugare le lacrime con il grembiule da cucina che la stessa buona donna aveva realizzato all'uncinetto, con la poca vista che le era rimasta negli ultimi anni di vita.
Si mise all'opera; questa volta avrebbe sorpreso tutti con il suo dessert.
Fece attenzione a seguire alla lettera le indicazioni di miss Pony; la tortiera era pronta, aggiunse qualche fiocchetto di burro sulla copertura e mise in dolce in forno, proprio nel momento in cui arrivò il postino.

Un pacco da Londra…
Era una spedizione dalla Polonia che il segretario del Duca di Grancheter aveva avuto cura di far avere, con la massima celerità, al suo padrone in vacanza a Stratford.

"Tadeusz…" sospirò, "spero stia andando tutto bene…"

Di ritorno da Norimberga, dopo il matrimonio di Stear e Patty, la vita aveva ricominciato a fluire placida e serena. Sapeva che le ferite del cuore di Terence avrebbero continuato a far male ad intermittenza; era impossibile e ingiusto dimenticare, ma almeno ora lui riusciva a guardare le cose con un po' più di benevolenza verso se stesso. La presenza di Stear, che aveva vissuto i suoi stessi drammi, lo aveva aiutato enormemente… poi c'era il piccolo Richard che non ammetteva possibilità che gli anni passassero per i suoi genitori, e naturalmente la sacralità del loro amore profondo che riempiva ogni piccolo interstizio avesse osato rimanere vuoto nella loro vita.

All'ora di pranzo, padre e figlio erano rientrati sudati fradici e sporchi di erba e fango fin nelle orecchie.
"Non crederete di entrare in casa in quelle condizioni, spero!" Li aveva pietrificati entrambi all'ingresso.

"Mamma! Ma io sto morendo di fame!" Brontolò il piccolo.

"Toglietevi gli scarponi e filate in bagno. Il pranzo è servito…. con una bella sorpresa…" Sorrise mentre spazzolava con la mano i riccioli color cioccolato del bambino e alzava il viso verso Terry per ricevere da lui un dolce bacio sulle labbra.

"Torta di mele, Lentiggini? È commestibile?"

Gli diede una simil sculacciata con il cucchiaio di legno.
"Non osare!"

Ripulirono il piatto tutti e due come se non ci fosse un domani e la torta li sorprese con la sua morbidezza e squisitezza.
"È una meraviglia, amore…" le baciò la tempia, sapeva perfettamente che la moglie aveva pianto sulla ricetta di miss Pony.

Dopo pranzo il piccolo crollò per la stanchezza e Candy si accoccolò sul divano accanto al marito, intento a controllare la posta.

"Tad, giusto? Tutto a posto?" Chiese.

Lui le allungò un libro, la cui traduzione dalla lingua originale era stata pubblicata di fresco.

Il farmacista del ghetto di Cracovia
di Tadeusz Pankiewicz

"C'è riuscito, ha pubblicato il suo libro" sussurrò.
Candy aprì la prima pagina, c'era una dedica…

Per non dimenticare…
gli spazi spogli su cui regna il silenzio…
il peso spaventoso del vuoto che l'oblio non ha il diritto di colmare…
un amico straniero, un fratello di coscienza, un eroe senza macchia venuto da lontano ad accendere la speranza…

"Sei tu, amore mio…" Sussurrò Candy… "l'eroe di cui parla…"

"Shhhhh…" rispose lui; il silenzio era sempre la più umile e sincera delle preghiere per quella parte di lui in cui sarebbe rimasto vivo per sempre Kurt Huber.

"C'è una lettera, stanno bene e mi salutano tutti; la figlia di Tad si è sposata, hanno fatto una grande festa in piazza. Il libro è per te".

"Per me?" Chiese stupita Candy.

"So perfettamente che non lo leggerai… almeno per adesso, ma vorrei che la tua signora sapesse ciò che suo marito è stato in grado di fare e, siccome potrei scommettere sul fatto che tu non lo racconterai come dovresti, lo farò io. Promettimi che le consegnerai il mio scritto." Terence rilesse ad alta voce le parole dell'amico.

Candy portò al petto quel libro, sapeva a cosa andava incontro immergendosi in quelle righe, ma se Tadeusz era riuscito a trovare il seme della speranza in mezzo a quell'orrore…

"Se mi baci, ti offro un'altra fetta della mia torta di mele e more", gli sorrise maliziosa.

Le catturò le labbra senza tante cerimonie, lasciandola senza fiato, mentre il rumore del fiume Avon nascondeva il segreto dei loro sospiri.
"Richard è esausto e per un paio d'ore almeno sarà fuori gioco e io voglio il mio dessert preferito… che non è le torta di mele e more, per quanto squisita fosse".
Le sorrise alzando il sopracciglio, mentre il corpo di Candy soccombeva sotto la forza del suo, sul divano del soggiorno che era stato spesso discreto testimone del loro atto d'amore in passato.

Il farmacista del ghetto di Cracovia - capitolo XX
Cracovia, 19 gennaio 1945

"Tad, amico mio! Il 31 dicembre di trentadue anni fa ho conosciuto mia moglie Candy e mi sono perdutamente innamorato di lei. Abbiamo quattro figli meravigliosi, l'ultimo ha tre anni e non lo vedo da più di uno, è talmente piccolo che avrà dimenticato il mio viso.
Mi avranno dato per morto a quest'ora! Non sopporto l'idea che abbiano sofferto per me, non riesco a pensare ai suoi meravigliosi occhi verdi pieni di lacrime. Ti assicuro che non abbiamo avuto una vita semplice e lei è sempre stata la mia forza.
Non ci sono già più per loro…

L'Armata Rossa sovietica è ormai alle porte.
Hanno smantellato il campo di Plaszow, nonché riesumato ed incenerito i resti dei cadaveri scomposti degli ebrei ivi assassinati e seppelliti in fosse comuni, in modo da occultare le prove di quello che verrà definito dal mondo intero uno sterminio di massa. Sono spariti anche molti documenti in ufficio, ma io ho memoria buona e ricordo perfettamente il contenuto di molti. Comunque sia verranno a liberarvi, vi libereranno presto tutti!"

"Sarai libero anche tu!" Esclamai stringendogli le spalle. Era felice per noi, ma c'era un macigno che gravava costantemente sul suo petto e che gli toglieva l'aria.

"No! Io per loro sono un ufficiale tedesco, membro del partito nazional socialista, verrò incarcerato e processato, se non ucciso prima ancora di potermi difendere in qualche modo. Per questo ho bisogno che tu faccia una cosa per me", continuò mettendomi tra le mani ciò che restava dei suoi documenti inglesi.

"Voglio che tu conservi questi, quando arriveranno i russi e mi faranno prigioniero ho paura non mi sarà concesso di parlare, rischio vadano perduti e sono l'unica prova che ho sulla mia vera identità. Preferisco li tenga tu, sei la mia unica speranza. Tu mi devi promettere che li spedirai a mia moglie e le scriverai che adoro i miei ragazzi e che l'ho amata sino all'ultimo alito di vita… e... e che mi dispiace tanto... di tutto, ma che sono un pover'uomo e non sono riuscito a fare meglio di così, ma che ci ho provato… Dio solo sa quanto…"
Singhiozzi violenti scuotevano le sue spalle… non riusciva davvero a concedersi un minimo di perdono.
Si tolse la vera e, dopo averla baciata, me la pose sul palmo chiudendomi la mano a pugno.
"Tieni anche questa, mandala a lei; puoi fare ciò che ti ho chiesto per me?
Purtroppo, so cosa vuol dire piangere su una tomba vuota, non voglio questo per loro; desidero che sappiano che hanno occupato i miei pensieri fino all'ultimo".

Glie lo promisi tra le lacrime… avrei fatto tutto quanto in mio potere per aiutarlo.
Avrei voluto fargli vedere quante vite aveva salvato, quante fiammelle di speranza aveva acceso, quanti sorrisi aveva regalato ai bambini del ghetto... ma i suoi occhi erano come ciechi e mi impedivano di farlo. Mi sentii talmente impotente, più di quanto mi fossi mai sentito nei confronti di qualsiasi arma o nemico fisico. Cosa potevo fare per aiutarlo?

La mattina del 19 gennaio l'Armata Rossa Sovietica liberava la città. Non avevo più visto Kurt dalla notte di Capodanno, avevo un brutto presentimento. Lui non parlava russo, sarebbe riuscito a farsi ascoltare? O ancor peggio… avrebbe provato a farlo?
Ero terrorizzato.
Il mio amico non riusciva a perdonarsi per le liste che aveva stilato di suo pugno… avevamo visto tutti la sua mano tremare l'ultima volta, quando Grzegorz Kowalski lo aveva pregato di segnare il proprio nome sul quaderno della morte. Gli aveva spiegato che avrebbe tranquillamente occupato un posto su quel treno maledetto se questo fosse servito a liberarne uno per i suoi figli.

"Huber, se lei dovesse venir sostituito, perché non svolge il suo lavoro come si aspettano, morirebbe con lei anche la nostra ultima speranza!" Aveva esclamato.

E così lo aveva destinato alle vesti di colui…

che lavora nel fango,
che non conosce pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì o per un no… (*)

Non c'era nulla da fare, quei convogli mezzi pieni erano il tormento della sua anima. Come avrebbe potuto vivere portando un tale peso sulla coscienza? Me lo ero chiesto molte volte e temevo che avrebbe lasciato che quella parte di lui, che si riteneva colpevole dei crimini più efferati, si sarebbe lasciata giustiziare senza pietà. La moglie e i figli lo avevano già pianto come morto oramai… cosa avrebbe potuto offrire loro se si fosse salvato?
Non so come non fosse già impazzito! Avevo temuto più volte per la sua sanità mentale, lo strazio era profondo in lui, che purtroppo era una spada nelle mani del nemico.
Mi sono interrogato molte volte sull'incredibile resilienza degli esseri umani: come mai ci sono così pochi pazzi in giro dopo tutto quello che la gente ha dovuto sopportare? Possono le cellule grigie del nostro cervello reggere così tanto dolore?
La cosa mi dava un po' di conforto… ma lui non era come gli altri, non poteva semplicemente stare a guardare, era costretto ad agire contro coscienza; ironia del destino, l'avrebbero ucciso come un cane randagio se solo si fossero accorti di quello che aveva fatto e continuava a fare o a non fare. Lui era colpevole per tutti, da tutte le angolazioni si potesse guardarlo, soprattutto per gli occhi della sua anima, che erano il suo giudice più severo.

La prima pattuglia russa giunse in vista del ghetto verso mezzogiorno. Li scorsi subito dalla porta del mio negozio.
Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il vecchio campo dismesso. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sulle baracche sconquassate e sui rottami dei vecchi autobus che erano serviti da prototipo per i forni crematori.

Erano uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo; ma era davvero così? Erano messaggeri di pace?
Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo.

Il pensiero di Kurt mi toglieva il respiro. Indossai la giacca e corsi subito verso la sua abitazione, dovevo verificare che fosse tutto a posto.
Mentre cercavo di rimanere in equilibrio sulla strada ghiacciata, sentii delle grida da lontano. Scorsi la sagoma di alcuni ufficiali a cavallo. Mi parvero mirabilmente corporei e reali, sospesi su quei enormi quadrupedi, fra il grigio della neve e il cielo cinereo, imperterriti sotto le folate di vento gelido, che sembravano non colpire i loro volti. Mi venivano incontro portandosi dietro, mani legate dietro la schiena, alcuni militari tedeschi. La marcia dei cavalli, per quanto lenta, era insostenibile per gli uomini a piedi, che pattinavano goffamente per non cadere sul suolo freddo come la morte e finire trascinati come sacchi di immondizia.

Mi sistemai al lato della strada… ero senza fiato per la paura.
Kurt… Kurt era finito a terra e puliva la strada con il viso, mentre in sottofondo si sentiva qualche ghigno. Mi avvicinai a lui, mentre facevo cenno a coloro che guidavano il corteo di fermarsi un attimo. Lo aiutai ad alzarsi; il viso sanguinava.

"Vattene via, Tad! Stai rischiando grosso! Non ti rendi conto che potresti essere accusato di favoreggiamento? Vuoi finire fucilato pure tu?"

"Fucilato? Che intendi dire? Dove state andando?"

Un paio di corpulenti militari russi mi trattennero con forza e mi chiesero di mostrare loro i miei documenti. Cercai di imbastire un piccolo discorso in russo, non conosco molto di quella lingua ma ero intenzionato a far valere le mie ragioni. Mi accorsi che dubitavano della mia buona fede, ma fortunatamente si era formato un gruppetto di una ventina di civili polacchi, uomini e donne, che con pochissimo entusiasmo si erano avvicinati per capire cosa stesse accadendo.

Eravamo tutti stufi di morte e violenza, il fatto che l'armata russa volesse "fare giustizia" e punire gli oppressori non era comunque un bello spettacolo per noi, né un sollievo.
"Kurt! Hanno preso Kurt!" Gridai, "Lui è innocente!".
Lo sconcerto dei civili fu sufficiente per far comprendere che io ero pulito, ma non potevamo lasciare che giustiziassero Huber assieme a quel demonio di Amon Göht, che gli camminava a fianco.

Arrivati in piazza, ci accorgemmo che un piccolo plotone d'esecuzione era già schierato e altri civili, tra cui ragazze e bambini, si accingevano ad assistere all'ennesima scena di violenza.

Alcuni ufficiali tedeschi erano già posizionati in fila dinanzi a quel drappello che si arrogava il diritto di punire.
Non potevo permettere che il mio amico Kurt se ne andasse in quel modo, come un criminale, anche se sapevo perfettamente che una parte di lui si riteneva degno di quel trattamento.
Cosa avrei raccontato a sua moglie? Che avevo lasciato morire un eroe di guerra?
Lui diceva che lo avevano già pianto morto, ma quante lacrime avrebbe versato ancora quella povera donna lontana?

Erano già pronti, i fucili puntati, lui aspettava con coraggio il momento definitivo… era pronto a morire. Incrociai i suoi nobili occhi di mare, mi fece ripassare in silenzio la promessa che gli avevo fatto un paio di settimane prima. Quando abbassò le palpebre, completamente arreso, sentii il grido straziato e lontano di una donna che lo chiamava… "Terence!"

Senza rendermi conto di aver mosso le gambe, mi ritrovai davanti al suo corpo; con le braccia spalancate offrivo il mio petto a chi era venuto a liberarmi e a privarmi del mio amico più caro. Ero io quello che non avrebbe potuto continuare a vivere se avessi lasciato che una tale barbarie avesse luogo.
Gli occhi dei russi erano pieni di incredulità e rabbia; dissi addio al mondo, avrebbero fucilato anche me seduta stante… ma ciò non avvenne.
Nel giro di pochi istanti, tutti gli astanti erano accanto a me, con le braccia aperte, pronti a difendere Kurt. Anche i pochi bambini si erano coraggiosamente schierati come piccoli scudi; erano bambini solo cronologicamente, purtroppo; nessuno avrebbe più potuto restituire loro la curiosità e la vivacità della loro infanzia perduta.

Di fianco a me i due figli Kowalski...
Kurt incrociò gli occhi celesti di uno di loro...
"Non posso permettere che il sacrificio di mio padre sia stato vano, lei non può morire Huber, non così; sarebbe la beffa dell'orrore che già ha divorato vite, anime, idee e speranze!"

Vidi due lacrime rotolare dagli occhi di mare di Kurt! Quelle lacrime dense si fecero strada tra le sue gote scavate e ferite... una di esse andò a morire sul labbro gonfio e viola che si era procurato cadendo durante la sua marcia verso la morte.
Il comandante russo sparò un colpo di fucile al cielo, sperando di soffocare con una fuga quel piccolo atto di ribellione, i bambini portarono le mani alle orecchie e chiusero strettamente gli occhi mentre si stringevano maggiormente a noi adulti… nessuno però si mosse.

Un raggio di sole, il più dorato che avessi mai visto da molto tempo, riuscì a farsi strada lacerando la coltre perlacea di nubi che nascondeva l'azzurro del cielo, illuminando la scena e scaldando finalmente i nostri cuori.
Il plotone fu costretto a deporre le armi, non poteva uccidere tutti i civili, donne e bambini, che facevano da scudo a quell'uomo.
I soldati ruppero le fila, fummo spintonati e strattonati, ma ottenemmo che Huber fosse mandato a Berlino per un processo...
Là avrebbe avuto modo di parlare e io avrei potuto fare qualche cosa con i suoi documenti.

Il vento mi portò il sussurro di un grazie lontano, era così dolce che non avrei saputo dire se si trattasse della voce soave di una donna o di quella di un bambino... o piuttosto di un angelo…
Kurt doveva tornare dalla sua famiglia.

Candy dormiva con il capo appoggiato al petto di Terence.
Lui rilesse l'ultima parte della lettera di Tadeusz…

Che Dio benedica te e la tua famiglia, amico mio.
Tad

P.S.
Non ti ho detto che Kowalski è diventato nonno, il bambino si chiama... Terence. Lo so, non è comune da queste parti, ma è il nome dell'ultimo lume di speranza a cui la gente di qui si è abbarbicata...
Non dimenticare: chi salva una vita, salva il mondo intero…

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