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"Mi piacerebbe molto continuare la nostra conversazione sulle tue eroiche gesta, quelle che ci hanno permesso di salvare il mondo e la serata, ma devo passare al distretto a occuparmi di alcuni documenti", lo apostrofò Kate con un sorriso in cui lesse chiaramente il suo cortese ma fermo proposito di porre fine al loro incontro.
Era appena tornata da lui dopo che erano stati inopportunamente interrotti da un agente di polizia nell'istante esatto in cui lei avrebbe dovuto rispondere all'interrogativo che gli premeva più di tutti, riguardo ai loro rapporti passati. Avevano bisogno di una sua dichiarazione, Capitano, le spiaceva...? Dal modo in cui Kate si era dichiarata disposta a fornire tutto l'aiuto necessario si sarebbe detto che avesse accolto con sollievo l'opportunità di evitare di dare la sua versione dei fatti.
Fu deluso dalle sue parole e da quello che sottintendevano. Era normale che, vista la sua posizione di rilievo ed essendosi casualmente trovata in quella che solo per caso – o per il loro intervento congiunto - non si era trasformata in una scena del crimine, non potesse trattenersi a chiacchierare con lui. Ne era consapevole e non si sarebbe lamentato. Non ad alta voce. E pazienza se non fosse riuscito a farle confessare il motivo per cui anni prima avesse posto fine in modo categorico alle sue malriposte speranze. Poteva farsene una ragione.
Era però stato convinto che la serata non si sarebbe conclusa tanto bruscamente, ma che avrebbero invece lungamente rievocato quelle che lei aveva definito, prendendolo in giro unicamente come atto diversivo, gesta eroiche – ma che per lui erano invece il trionfo della loro innegabile compatibilità, su questo non avrebbe mai cambiato idea – in un ambiente più consono, lontano dalla confusione e senza il rischio di essere disturbati da poliziotti deferenti che quasi si inchinavano al suo cospetto. Ok, non si inchinavano, ma davano l'impressione che lo avrebbero fatto senza pensarci due volte.
Scoprire che invece sarebbe finito tutto in maniera fulminea e definitiva lo scoraggiò. Peggio, fu per lui come una doccia fredda. Non era pronto ad andarsene. Non era pronto ad arrendersi, di nuovo. Senza tenere conto del fatto che, preso in contropiede o frastornato da quanto successo, non aveva ancora avuto la presenza di spirito di progettare dei modi che favorissero future occasioni di frequentazione, che a quel punto erano l'unica cosa che gli stava a cuore.
Gli sembrò che gli stesse sfuggendo di mano senza che lui potesse opporsi, una sensazione che aveva già sperimentato in passato e che non era diventata più gradevole nel frattempo.
"Credevo che delle scartoffie si occupasse la tua squadra di detective". La sua squadra. Gli piaceva dirlo ad alta voce e ripeterselo nella mente con fierezza.
"Non so che idee tu ti sia fatto, ma la vita da capitano è perlopiù costituita proprio da scartoffie", rispose Kate facendo un piccolo sospiro. "Senza considerare che in questo caso la faccenda è più complessa, essendo stato coinvolto un personaggio di spicco della comunità. Ci saranno conferenze stampa, dichiarazioni ufficiali da preparare insieme al consiglio direttivo e ovvie ingerenze dai piani alti. È meglio che me ne occupi io e il prima possibile".
"Vengo con te", le propose senza pensarci.
Lo scrutò con una punta di inquietudine. Corresse il tiro, per evitare di apparirle come uno squilibrato disposto a seguirla ovunque, ne avevano già avuti abbastanza per quella sera. "Avrai bisogno della mia deposizione, dato il mio ruolo nella vicenda", chiarì.
"Come se fosse possibile dimenticarmene". Poteva giurare di aver visto un sorriso aleggiarle sulle labbra, nonostante il tono sarcastico. "Ti ringrazio per l'offerta, ma non è necessario. Sono sicura che il sindaco avrà bisogno del tuo supporto e in ogni caso ci sarà tempo per le deposizioni. Ti farò convocare da qualcuno al distretto quando lo riterremo opportuno".
Trovava stuzzicante sentirla esprimersi in modo così formale, ma non aveva nessuna intenzione di darle retta.
"Perché perdere tempo, con tutto quello che avrai da fare? Sono pronto a offrire il mio contributo e ho la macchina parcheggiata proprio qui sotto. Ci metteremo cinque minuti".
"Intendi la tua Ferrari?" domandò dubbiosa.
"Hai problemi con le auto di lusso?"
Curioso come ricordasse certi dettagli della sua vita. In realtà era convinto che allora non ci fosse stato il tempo di far menzione dei suoi gusti in fatto di automobili. Come faceva quindi a saperlo?
Era evidentemente combattuta di fronte alla sua proposta, giudicò osservandola. Da un lato era felice di aver azzeccato il punto debole su cui far leva per ammorbidire le sue resistenze, ma dall'altro era sconfortato all'idea che queste resistenze fossero ancora tanto solide e fossero state prontamente riattivate.
"D'accordo", accettò infine con riluttanza. "Ma solo perché in questo modo ci sbrigheremo in fretta e non ci sarà bisogno di farti tornare nei prossimi giorni. Ti avviso però che sarà una procedura lunga e molto noiosa".
"Sarò felice di essere d'aiuto al sindaco e alla mia città dedicandomi ad attività noiose in tua compagnia", rispose compito.
Era certo che volesse impugnare di nuovo l'arma e freddarlo sul pianerottolo, ma il buonsenso ebbe la meglio. Forse non aveva voglia di attardarsi a riempire ulteriori documenti per giustificare un tentato omicidio spacciato per legittima difesa.
Attese paziente a ridosso dell'uscita, mentre Kate finiva di dare disposizioni ai poliziotti intervenuti.
Era profondamente colpito dall'aura di autorevolezza che emanava in modo tanto naturale. Era una delle prime cose che aveva notato in lei, ma con il tempo e l'importante ruolo istituzionale che ora ricopriva quel tratto si era trasformato in qualcosa di più tangibile. Nessuno avrebbe mai contraddetto i suoi ordini, nonostante, o proprio grazie alla pacatezza con cui li esprimeva, senza dubbio alcuno che sarebbero stati rispettati. La promozione le calzava a pennello e aveva messo in luce, valorizzandole, alcune delle sue caratteristiche innate.
"Ho finito, possiamo andare", annunciò Kate dopo pochi minuti. La aiutò a infilarsi la giacca. Era un semplice gesto di buona educazione. Non dovevano comportarsi in modo barbaro solo perché erano finiti in una situazione di emergenza. "Ma ti chiedo di muoverti con discrezione, se la tua natura lo contempla", lo ammonì.
Era davvero preoccupata, notò con una punta di allegria.
"Ti vergogni a farti vedere con me?"
"Tra le mie attività preferite non c'è quella di comparire davanti ai giornalisti che staranno assediando il quartiere insieme a uno degli scapoli più ambiti della città e finire sulla pagina dei pettegolezzi".
Si era informata su di lui in quegli anni? Come faceva a conoscere la sua situazione sentimentale con tanta precisione? Era quasi lusingato da tanto interesse.
"Abbiamo un ottimo motivo per uscire insieme da qui. Siamo gli eroi della serata", le ricordò.
"E immagino che tu non veda l'ora di farlo sapere a chiunque, ma io vorrei mantenere un profilo più basso, se non ti spiace".
"In questo caso sarai felice di sapere che il palazzo è provvisto di un'uscita secondaria".
Kate inarcò un sopracciglio. "Perché non mi stupisco che tu ne sia al corrente?"
Era una sua impressione o lei aveva un tono lievemente risentito?
"Anche se mi piacerebbe, devo informarti che il motivo non è quello che credi. Conosco l'edificio perché vengo spesso a giocare a poker con gli amici. Tutti uomini. Non sono stato costretto a fuggire di nascosto da nessuna amante segreta", le spiegò divertito.
"La tua vita sentimentale non mi riguarda, ovviamente", replicò impettita.
"Ovviamente", la assecondò nascondendo un sorriso compiaciuto. "Preferisci quindi uscire dall'ingresso principale? Io non ho problemi".
Si avvicinò alle scale di servizio e aprì la porta, aspettando che prendesse una decisione. Kate gli passò davanti, ostentando un'aria risentita.
Il luogo su cui si affacciarono era scarsamente illuminato e non particolarmente pulito, una differenza notevole rispetto all'atmosfera che si erano lasciati alle spalle. Scesero in fretta le diverse rampe di scale, con i tacchi vertiginosi di lei che riecheggiavano sul pavimento – si chiese come potesse non inciampare mantenendo invece la sua solita grazia nel muoversi -, fino a che non giunsero a piano terra e sbucarono su un vicolo deserto, nei pressi della sua auto. Che non era una Ferrari, come lei aveva erroneamente predetto, ma un'anonima berlina scura. Si godette la sua espressione stupefatta, che però Kate si affrettò a dissimulare per non dargli nessuna soddisfazione.
Il viaggio verso distretto fu di breve durata e stranamente quieto. Non appena spense il motore, Kate scese subito dall'auto, senza dargli il tempo di offrirsi di aprirle la portiera. A quanto pareva non aveva troppa voglia di prolungare l'intimità che l'abitacolo aveva loro offerto.
Salirono insieme in ascensore rimanendo in silenzio. Gli sembrò un po' meno amichevole di quanto non gli fosse apparsa durante il resto della serata – era così? Era stata amichevole o era solo stato suo desiderio che lo fosse?
Quando le porte si aprirono cigolando, gli parve che l'ambiente fosse diverso da come se lo ricordava, ma non capì se fosse un effetto dello scorrere del tempo che aveva levigato i suoi ricordi o se avessero effettivamente apportato migliorie nel corso degli anni. Lo trovò più moderno, anche se non aveva perso quell'inconfondibile aria un po' retro che gli era sempre piaciuta.
Si diresse con fare deciso verso quella che un tempo era stata la scrivania di lei – quella che lo aveva ospitato temporaneamente e che lui aveva considerato una sorta di loro spazio condiviso e personale. Lo fece senza pensarci, ma si fermò di colpo quando si rese conto che lei non l'aveva seguito.
Si guardò attorno nel luogo deserto e immerso nella semi oscurità per capire dove fosse finita e, non senza stupore, la vide aspettarlo pazientemente sulla soglia dell'ufficio che un tempo – il suo tempo – era stato occupato da un altro capitano. Montgomery.
Capì il suo errore e se ne imbarazzò. Tornò velocemente sui suoi passi, fino a raggiungerla. Borbottò una scusa – era molto tardi, si era mosso d'istinto, non voleva affatto sminuire la sua nuova carica.
Kate fece un gesto vago con la mano e sorrise magnanima, facendolo entrare e accomodare nel suo nuovo ufficio. Fece come gli era stato detto, senza fiatare. Con un moto di orgoglio, notò subito la targhetta con inciso il suo nome. "Katherine Beckett, Capitano".
Era irreale ritrovarsi inaspettatamente catapultato indietro nel tempo in compagnia di lei, tra le stesse mura e nel medesimo rapporto che allora era appena abbozzato ma che non aveva mai avuto l'occasione di crescere e sbocciare. Era tutto così simile a come era stato durante quell'evento ormai sbiadito da fargli girare la testa.
Nel corso degli anni aveva sperato - apertamente all'inizio e poi sempre meno consapevolmente-, di incontrarla di nuovo, ma non aveva mai immaginato che potesse riaccadere in un contesto quasi identico. Tranne per il fatto che in mezzo erano scorsi oceani e che lei era diventata, se possibile, ancora più intrigante, forse per via della nuova posizione di potere. Questa volta non si trattava di un caso di omicidio in cui era richiesta la sua consulenza, ma qualcosa di leggermente diverso. In ogni caso non poteva non notare l'incredibile ironia della sorte, che gli andava incontro benevola assecondando i suoi desideri, quando credeva di averli ormai messi a tacere.
Mentre era perso nelle sue fantasticherie che avevano lei per tema principale, Kate iniziò a darsi da fare, scomparendo dietro al suo computer che si mise a fissare con espressione molto concentrata, ignorandolo.
Non gli spiacque essere messo da parte. Non era difficile ipotizzare che gli eventi a cui avevano preso parte loro malgrado avrebbero generato conseguenze di natura politica in cui lei sarebbe stata coinvolta per la sua posizione e il contributo prestato – aveva di fatto salvato il sindaco di New York, particolare di non minore importanza. Non la invidiò affatto, anche se era sicuro che se la sarebbe cavata brillantemente.
Apprezzava anzi la possibilità che quella incredibile circostanza gli offriva di passare qualche minuto in più con lei e per questo motivo non la disturbò. Era inoltre vagamente preoccupato per le condizioni dell'amico, vittima di un'aggressione, anche se aveva preferito lasciarlo in compagnia della sua famiglia, dopo essersi accertato che stesse bene, almeno dopo un esame superficiale. Si sarebbe fatto vivo con lui più tardi o l'indomani, ma avrebbe tenuto acceso il cellulare e l'avrebbe controllato di tanto in tanto, nel caso in cui le sue condizioni fossero peggiorate.
A un certo punto - non avrebbe saputo quantificare quanto tempo fosse passato-, Kate alzò su di lui uno sguardo molto grave, accingendosi a rivolgergli la parola. Si sentì uno scolaro colto in fallo mentre si distraeva tra cose di nessuna importanza. Il suo solito effetto.
"Tutto quello che verrà detto stasera in questa sede non potrà uscire da quella porta", lo apostrofò con tono grave, la voce ridotta di un'ottava.
Gli indicò la porta in questione con un cenno della testa. Sorrise tra sé. Era divertito soprattutto dal fatto che ritenesse di doversi rivolgere a lui con spiegazioni semplificate, quasi non avesse fiducia nelle sue capacità di comprensione. O forse il problema non era quello, ma la granitica certezza che lui non avrebbe rispettato le regole, se pure chiaramente esposte. Non poteva darle torto, anche se avrebbe voluto ricordarle che durante tutto lo svolgimento del dramma di cui erano stati protagonisti si era attenuto ai suoi ordini, senza prendere nessuna iniziativa personale.
"Capisco che cosa vuoi dire e ti assicuro che intendo rispettare le tue precise disposizioni". Fece una pausa. "Detta così però potrebbe far sorgere qualche dubbio sulle tue reali intenzioni. Siamo qui da soli, al buio e già mi inviti a mantenere segreti, non mi metti in una posizione semplice..."
Lo fissò con aria truce per qualche lungo secondo.
"Sai che posso ammanettarti e farti trascorrere la notte nella cella che teniamo approntata qualche piano più sotto proprio per gente come te, vero?"
"Con che motivazione mi arresteresti? Lo chiedo perché potrebbe sempre essere utile per le mie ricerche".
"Intralcio alle indagini".
Annuì assorto. "Giusto. Posso prendere appunti? Porto sempre un taccuino con me per ogni evenienza". Lo estrasse candidamente dal taschino.
"Castle, mi faresti un favore se prendessi le cose con meno leggerezza. Mi rendo conto che per te sia solo una serata diversa in una vita solitamente..."
"Monotona", la interruppe vivacemente, concludendo la frase per lei. "Una vita solitamente monotona, proprio come la terribile festa di questa sera, prima di incontrarti. Se non ci fossi stata tu sarebbe stato il solito strazio senza fine". Era vero, perché negarlo?
Kate abbassò gli occhi a fissare i documenti che aveva di fronte a sé, senza commentare la sua uscita. Capì di essersi spinto troppo oltre.
"Scusa, forse sono stato troppo diretto. Magari è il tipo di attività mondana a cui ami dedicarti nel tempo libero, soprattutto adesso che sei capitano e hai una certa reputazione".
Gli sembrava strano perfino postulare un'ipotesi del genere per come l'aveva conosciuta, non esattamente predisposta a bagni di folla circondata da sconosciuti. Ma si era trattato di un periodo troppo breve perché potesse aver compreso al meglio la sua personalità, nonostante le sue ottime capacità introspettive.
Kate sospirò. "Direi di no", ammise con franchezza. "Sono costretta a frequentare questo tipo di riunioni mondane, come le chiami tu, solo perché è il mio ruolo a prevederlo. Io ne farei volentieri a meno".
Si abbandonò contro lo schienale della poltrona.
"Scartoffie e noiose feste obbligate, immagino non siano la parte più avvincente dell'essere capitano", commentò lui in tono leggero.
"È proprio così", ammise lei quasi senza rendersene conto. "Non fraintendermi", si corresse subito dopo, riprendendo vigore. "Ho lavorato sodo per ricoprire questo ruolo e amo il mio lavoro", proseguì pensierosa. "È solo che qualche volta mi manca l'azione sul campo".
"Ero convinto che i capitani potessero fare tutto quello che vogliono, compreso scegliere i casi che preferiscono e indagare per conto proprio". Gli piaceva che si stesse aprendo con lui, anche se era sicuro che presto avrebbe messo fine alle confidenze.
"Qualcuno ti direbbe che mi intrometto nei casi di omicidio anche troppo per i suoi gusti".
"Credo di poter indovinare chi si è lamentato". Le sorrise e lei ricambiò. Trovò incantevole il modo in cui le labbra le si incurvarono e gli occhi si addolcirono.
"Ma ho comunque sempre poco tempo per farlo, tra l'infinita burocrazia e la necessità di esercitare l'arte diplomatica, non esattamente il mio punto forte". Risero entrambi.
Rivide in lei qualche frammento della giovane donna piena di energia che aveva incontrato anni prima, decisa a compiere il suo dovere nel migliore dei modi, grazie a un'intelligenza straordinaria e una dedizione che non aveva eguali.
...
"Bene, Castle, una firma qui e abbiamo finito".
Non avevano più parlato, mentre lei era stata presa a ultimare tutta una serie di documenti a cui si era rifiutato di prestare attenzione. Aveva preferito osservarla nel suo nuovo ambiente, che sembrava appartenerle naturalmente, anche se lui l'aveva visto abitato da un altro capitano prima di lei. Nell'ufficio erano disseminati tocchi personali, una tazza con la sua iniziale, una foto di una giovane Kate Beckett insieme a quella che, suppose, fosse la madre, un fermacarte di cristallo dalla forma curiosa. Oggetti di cui avrebbe voluto conoscere la storia – lui ne stava già abbozzando qualcuna – per aumentare ciò che sapeva della sua poliedrica personalità. Si era goduto la sua compagnia in perfetto silenzio. C'era una strana pace al distretto a quell'ora della notte, senza nessuno intorno. E lei emanava tranquillità e sicurezza di sé, senza nemmeno rendersene conto.
Tornò a posare lo sguardo su di lei. Era affaticata anche se tentava di nasconderlo, glielo leggeva negli occhi e nella fronte corrugata. Ma il fascino di cui riusciva a circondarsi in modo spontaneo, superiore alla sua capacità di individuarne la natura, era sempre presente.
"Così presto? Ero convinto che la mia vitale testimonianza meritasse di essere registrata in modo più approfondito", protestò, firmando il documento che lei gli aveva porto senza leggerlo e ripassandoglielo. Si fidava di lei.
"Sono sicura che ci saranno moltissime altre occasioni per sviscerare pienamente la storia dello scrittore famoso che salva la vita del sindaco, ma per quanto riguarda la parte burocratica abbiamo finito". Fece una pausa che durò qualche secondo di troppo. "E a proposito di scrittori..."
Si sporse verso di lei, incuriosito. Un aggancio del genere per proseguire con le loro chiacchierate era una benedizione inaspettata.
"Nessun romanzo all'orizzonte? È passato parecchio dall'ultimo libro pubblicato, sbaglio?", domandò Kate accalorandosi in modo che trovò delizioso.
Era sempre una sua fan, quindi. E non di quelle più tiepide, se si lamentava per l'assenza sul mercato delle sue opere – assenza oggettivamente non così prolungata come doveva esserle apparsa. Solo un paio di mesi di ritardo rispetto ai suoi soliti ritmi. Si sentì baciato dalla sorte in modo perfino troppo prodigo e certamente immeritevole.
"Mi piacerebbe tentarti con la promessa di qualche anticipazione sul mio prossimo romanzo, ma solo se verrai a bere qualcosa con me, così potremo riprenderci da quello che è successo stasera".
Kate accolse la sua maldestra proposta con una raggelante assenza di qualsivoglia reazione. Senza incrociare il suo sguardo, spinse indietro la poltrona, si alzò e si diresse verso la porta, oltrepassandolo.
"Si è fatto molto tardi. Grazie per il tuo aiuto", annunciò con un tono distante di cui non riuscì a capire la causa.
Era stato congedato tanto repentinamente che quasi non si rese conto di quello che era appena accaduto, a parte il fatto che era chiaro che ci si aspettasse da lui che levasse le tende il prima possibile. E senza chiedere nessuna sospensione della sua condanna.
Si alzò a fatica. In parte perché l'adrenalina era ormai calata e il motore del suo corpo stava girando al minimo, ma soprattutto perché tramortito da quella svolta incomprensibile.
"Deduco che la tua risposta sia no. Sei sempre stata efficace nei tuoi rifiuti, lo ricordo bene". Incespicò sulle parole, sforzandosi di sorriderle coraggiosamente nonostante la batosta ricevuta, nel tentativo di fare dello spirito e di non farsi cacciare. Si sarebbe aggrappato a tutto.
Kate abbassò lo sguardo fissandosi la punta delle scarpe.
"Hai ragione, scusa, sono stata troppo brusca. Quello che volevo dire è che mi piacerebbe molto avere dei particolari in anteprima, che peraltro sono stata io a chiederti, ma è la verità è che è troppo tardi per me", diede un'occhiata all'orologio, prima di tornare a incontrare i suoi occhi, un po' imbarazzata. "Devo tornare a casa il prima possibile, perché sto tenendo sequestrata la mia babysitter da ore. L'orario sul quale ci eravamo accordate è passato da un bel pezzo. È molto disponibile, ma non voglio approfittarne", confessò di botto, quasi si stesse costringendo a farlo, pur non volendo.
Babysitter? Non aveva nemmeno contemplato una possibilità del genere, realizzò provando orrore e biasimo nei confronti di se stesso. Aveva dato per scontato che la sua vita fosse rimasta identica a quella di allora – alla propria, in sostanza - ma nel mondo reale era più che naturale che le persone andassero avanti, costruendosi una vita, una famiglia. Rimpianse tutti i complimenti che le aveva fatto e le spiritosaggini gratuite di cui si era sentito tanto orgoglioso. Compreso l'insistere per accompagnarla al distretto e probabilmente farle perdere del tempo che non aveva. Avrebbe voluto sprofondare.
"Sono io a chiederti scusa per essere stato importuno. Non sapevo... non avevo idea che fossi sposata e che avessi una famiglia".
Non aveva un anello al dito, era un dettaglio che si era premurato di controllare subito, ma da cui evidentemente aveva tratto delle conclusioni sbagliate.
Kate scosse la testa.
"Non sono sposata. Ho un figlio di quattro anni, ma io e suo padre non stiamo insieme. Apprezzo il tuo invito, ma non mi è facile coniugare il mio essere una madre single con... il resto", aggiunse mantenendosi vaga.
Quelle che aveva condiviso con lui erano informazioni personali che avrebbero meritato delle riflessioni più ponderate da parte sua, se non fosse stato tramortito dalla svolta degli eventi. Era una madre. Ed era single. Ma era una madre, prima di tutto. Prima di ogni altra considerazione. Questo cambiava le cose e di parecchio.
Avrebbe voluto continuare a scusarsi, ma sarebbe stato inutile.
"Magari la prossima volta?"
La voce di lei interruppe una serie di congetture che non lo stavano portando da nessuna parte, cambiando di nuovo le carte in tavola e facendolo tornare a un presente molto più roseo di quello che si era immaginato. Voleva rivederlo? Davvero? Nonostante tutto?
"Certo. Naturalmente. Quando vuoi", si affrettò a rispondere, ansioso di aggrapparsi a ogni brandello di speranza, così generosamente offerto, quando era stato convinto che tra loro fosse finita per sempre.
Perché voleva rivederlo, giusto? Non l'aveva detto tanto per dire, per mitigare un rifiuto che era suonato troppo definitivo? Se così, era molto di più di quello che si sarebbe aspettato a quel punto o uscendo di casa con umore tetro solo qualche ora prima.
..
Questo è il vero punto di partenza della storia, senza più girarci intorno: Kate è già madre di un pargolo non Caskett. So che è un ostacolo per molti lettori di fanfiction a tema Castle e sono quindi preparata al fatto che qualcuno preferirà non proseguire. Se avete voglia di continuare a farlo, io sono qui. Grazie a tutti!
