13

L'allegro chiacchiericcio che aveva fatto da sfondo ai loro passatempi serali cessò di colpo quando Tommy si trasformò in una versione più triste e derelitta di se stesso. Era successo tutto nel giro di qualche istante.

Nonostante Castle si fosse impegnato a intrattenerlo con numerosi giochi e attività sempre più coinvolgenti, con lo scopo non troppo velato di distrarlo dalla disorientante piega degli eventi che aveva investito entrambi, aveva da subito avuto la certezza che quel momento sarebbe infine arrivato, quello cioè in cui Tommy avrebbe realizzato di essere finito in una casa sconosciuta senza la presenza confortante della madre.
Kate era ormai assente da diverse ore e non aveva dato molte notizie di sé. Era stato lui a tenerla aggiornata su come se la stessero cavando, inviandole dei messaggi a cadenza regolare. Non era sua intenzione disturbarla, né si era aspettato alcuna risposta ma, come genitore, sapeva che era importante per lei sapere che suo figlio fosse sereno e al sicuro.
Si erano sentiti un'unica volta, quando lei lo aveva chiamato per riferirgli con voce accorata che le cose in ospedale sarebbero andate per le lunghe, sarebbe stato tanto gentile da...
Naturalmente, l'aveva interrotta. Ci avrebbe pensato lui. Se la stavano spassando un mondo, vero, Tommy? Aveva aggiunto con enfasi, sorridendo a Tommy che lo ascoltava ansioso, in attesa che gli passasse il cellulare per salutare sua madre e offrirle una concitata descrizione di come avessero trascorso il tempo, in un miscuglio di concetti e idee che avrebbe faticato lui per primo a districare.

Le aveva chiesto velocemente come stesse, ma Kate si era limitata a rispondergli che il caffè delle macchinette era imbevibile, a differenza di quello che le preparava lui. A quel punto era stato animato dalla folle idea di farle recapitare in ospedale un cesto di viveri comprensivo di un thermos di caffè bollente. L'immagine di lei pigiata su sedie di plastica, sotto gelide luci al neon e alle prese con generi di conforto scadenti era in qualche modo crudele e insopportabile. Si era fermato prima di mettere in atto il suo proposito, non volendo risultare inopportuno. Dopo aver atteso che finisse di parlare con Tommy, aveva ripreso il telefono e l'aveva pregata di farsi viva per qualsiasi necessità. Lei non aveva fatto nessun commento.

Non aveva mentito solo per rassicurarla. La serata in compagnia di Tommy era trascorsa in un clima armonioso ed era stata priva di intoppi fino a quel momento. Dopo averla salutata ed essere rimasti da soli, si erano concessi una lunga passeggiata, in cui Tommy aveva saltellato e chiacchierato senza sosta. Era stata la scelta giusta, farlo stare all'aperto avrebbe diminuito il rischio di improvvise malinconie difficili da gestire. Dopo qualche ora avevano preso la strada del loft carichi dei giocattoli che avevano scelto insieme e che ora giacevano sul pavimento occupando quasi tutta la superficie disponibile. Non avevano badato a spese.
Come gli aveva promesso, si erano dedicati alla preparazione della sua famosa pizza casalinga, che avevano mangiato con gusto. Aveva lasciato che pasticciasse con la farina e gli altri ingredienti, intervenendo solo in vista di possibili disastri. Si era goduto il suo entusiasmo e le risate argentine che avevano riempito il loft proprio come quando Alexis era piccola. Aveva scoperto che gli erano mancati l'incanto e l'allegria che un bambino portava sempre con sé. E anche il massiccio disordine.

"C'è qualcosa che non va, piccolo?"
Appoggiò il dinosauro di plastica che teneva in mano, protagonista indiscusso della serata, e gli scostò i capelli dalla fronte.
Tommy scosse la testa con decisione, con il mento rivolto verso il petto e le labbra incurvate, come se stesse cercando di mostrarsi coraggioso. Ma lo sforzo dovette essere superiore alle sue forze. Alla fine annuì lentamente, alzando su di lui uno sguardo sconsolato che lo addolorò.
Doveva sentirsi solo e sperduto, nonostante Castle avesse cercato in ogni modo di farlo sentire a proprio agio. Sua madre non era facilmente sostituibile, per quanto impegno potesse averci messo per non fargliene percepire la mancanza. In più si aggiungeva lo scombussolamento di una giornata piena zeppa di novità, lontana dalla sua solita, rassicurante routine. Doveva aver raggiunto il limite.

Le spalle iniziarono a sussultare e delle lacrime silenziose scesero a rigargli il volto. Qualcosa di viscerale si risvegliò dentro di lui. Trovò quasi disumano assistere alla muta e inconsolabile sofferenza di un bambino affidato alle sue cure. Gli si fece più vicino, mentre decideva quale fosse l'approccio migliore.
"Quando torna la mamma?", chiese Tommy con un filo di voce, distogliendo lo sguardo, quasi trovasse irrispettoso nei suoi confronti fargli capire che ne aveva abbastanza di lui e delle sue buone intenzioni che non avrebbero mai compensato un'assenza incolmabile. Si sentì sperduto tanto quanto lui.
Non poteva rispondergli che non ne aveva idea, lo avrebbe gettato nella disperazione. E non voleva ingannarlo con un semplice "Vedrai che torna presto". Temeva che non fosse la verità. La situazione precipitò, Tommy iniziò a singhiozzare convulsamente.

Castle ebbe, per la prima volta, un moto di sconforto. Forse aveva sbagliato a proporsi per un compito evidentemente superiore alle sue capacità e al grado di confidenza raggiunto. Forse Kate aveva avuto ragione a tentennare e la babysitter – una persona che Tommy conosceva da più tempo - sarebbe stata la soluzione migliore. Ma non aveva senso perdersi nell'autocommiserazione.
"Ti va se ci mettiamo sul divano a guardare la tv, mentre aspettiamo la mamma? Puoi scegliere il programma che vuoi". Tra poche varianti che avrebbe personalmente selezionato.
Dopo qualche indugio, Tommy accettò. Allungò istintivamente le braccia verso di lui per farsi sollevare, un gesto che gli fece rimescolare il cuore e lo convinse che non tutto era perduto.

Quando si sciolse dalla sua presa e provò a farlo sedere sul divano accanto a sé, Tommy insistette per tornare ad arrampicarsi su di lui. Stupito, ma grato di quella dimostrazione di fiducia spontanea, si appoggiò contro lo schienale, tenendolo stretto. Doveva essere esausto, essendo passata da un bel pezzo l'ora in cui solitamente andava a dormire – dettaglio su cui avrebbe sorvolato quando lo avrebbe riferito a sua madre.
Percepì il corpo abbandonato contro di lui farsi sempre più pesante. Nel giro di poco Tommy si addormentò, con la guancia appoggiata contro il suo petto.

Un'improvvisa dolcezza scese su di lui. Un'imprevista concatenazione di eventi gli aveva regalato l'insperata occasione di rafforzare il rapporto che aveva instaurato con il bambino. Quando aveva promesso a Kate che si sarebbe impegnato a rispettare tutti i limiti che lei gli avrebbe imposto, non aveva calcolato che si sarebbe affezionato molto in fretta a quel bambino adorabile, per molti versi identico a sua madre, rendendo difficile mantenere la parola data.
Avrebbe voluto poter vivere in modo più libero il legame che c'era tra loro, ma si era trattenuto per non creare problemi.
Visto che fattori esterni alla sua volontà avevano congiurato per far trascorrere loro del tempo insieme, aveva ogni intenzione di godersi quella fortuna inattesa nel silenzio profondo che abbracciava il loft, soddisfatto per essere riuscito a farlo sentire protetto in sua compagnia.

...

Andò ad aprire la porta portando Tommy con sé, ancora confuso e insonnolito. Ci volle tutta la sua concentrazione per portare a termine il compito inanellando la giusta sequenza di azioni, avendo cura di non disturbare il bambino addormentato.
Non aveva di idea di quanto tempo fosse passato da quando si erano accomodati sul divano, ma a un certo punto i suoi ricordi si facevano frammentati. Si era svegliato di soprassalto solo quando il telefono aveva vibrato annunciando l'arrivo di Kate di lì a poco.

"Ciao", sussurrò quando se la trovò davanti, pallida e provata, ma pronta a sciogliersi in un sorriso radioso quando vide Tommy tra le sue braccia.
Si offrì di passarglielo, ma Kate si ritrasse, scuotendo la testa. "Non voglio svegliarlo", mormorò accarezzando delicatamente suo figlio su una guancia.
Fu assalito dal bisogno feroce di tenerli al sicuro entrambi, ma preferì non assalirla con le sue solite attenzioni eccessive proprio sulla soglia di casa.

La invitò a sedersi, aveva un'aria talmente esausta da rendere reale il timore che si afflosciasse sul pavimento se solo l'avesse costretta a stare in piedi un istante di più. Kate accolse la sua proposta e fece come le aveva suggerito, senza protestare. Bastò quello a convincerlo che la situazione fosse seria. Lasciò andare un sospiro stanco, appoggiando la testa dietro di sé e chiudendo gli occhi.
"Vuoi che ti scaldi la pizza che è avanzata?"
Kate sollevò le palpebre con qualche sforzo. Si rimproverò per non averla lasciata in pace, quando tutto quello di cui aveva bisogno, non era difficile intuirlo, erano riposo e silenzio. Non convenevoli di nessuna importanza.
"La pizza riscaldata è il meglio che sai fare? Ti ricordavo più generoso in quanto a ospitalità".
Era un buon segno che avesse voglia di scherzare.
"Sai meglio di me che potrei imbandire un pasto di cinque portate in pochi minuti, ma ti ricordo che hai sempre respinto le mie premure culinarie".
Gli sorrise. "Credo che per stasera potrei fare un'eccezione".
"È andata così male? Come sta tuo padre?"
Avrebbe preferito che fosse lei ad affrontare l'argomento e metterlo al corrente della situazione, ma non se la sentì più di aspettare.

Kate raddrizzò la schiena con una smorfia di sofferenza. Prese fiato, come se stesse per ripetere un discorso già fatto molte volte, fino a renderlo privo di ogni emozione. Avrebbe voluto massaggiarle i muscoli tesi del collo, scorrere le dita sulla mandibola contratta e prometterle che sarebbe andato tutto bene. Non fece niente. Si limitò ad ascoltarla.
"Ha avuto un incidente mentre si recava a un appuntamento di lavoro. Lo hanno soccorso e, una volta arrivato in ospedale, è stato sottoposto a un intervento chirurgico. È andato tutto bene e pare che sia fuori pericolo".
Le buone notizie sciolsero il groppo in gola che aveva dal pomeriggio, facendolo respirare più liberamente.
"Sono rimasta con lui finché non mi hanno cacciato sostenendo che la mia presenza per la notte non fosse necessaria. Avrà bisogno di una lunga riabilitazione", continuò a spiegare senza curarsi di saltare da un argomento all'altro.
Si strofinò gli occhi con le mani, proprio come faceva suo figlio quando non voleva cedere alla sonnolenza. Guardò di sfuggita l'orologio che aveva al polso, un gesto che la fece apparire più fragile del solito e che gli fece intuire il suo reale stato d'animo.
Era stata lei a confidargli quello che l'oggetto rappresentava e il motivo per cui era lei a indossarlo, insieme a tutte le implicazioni dolorose che racchiudeva.

"Ho accettato di lasciarlo solo, ma domani mattina voglio passare da lui prima di andare al distretto". All'alba, in pratica.
"Stanotte rimarrete qui".
La sua non era un proposta, non aveva nessuna intenzione di mandarla in giro per la città in quelle condizioni, quando lui poteva offrirle tutto quello di cui aveva bisogno. E non era il caso di agitare Tommy ancora di più, svegliandolo e costringendolo a farsi un viaggio in macchina.
"Non ho la forza di rifiutare", cedette lei. "Credo mi giri un po' la testa".
Era il momento di intervenire, anche se lo avrebbe accusato di essere iperprotettivo. Certo che lo era. Riconosceva quando qualcuno era sull'orlo dello sfinimento e non avrebbe lasciato che la cosa degenerasse proprio sotto il suo tetto.
"Togliti le scarpe e stenditi. Io intanto ti preparerò qualcosa da mangiare. Vuoi tenere Tommy qui con te o preferisci che lo metta nel suo letto?"
Ops. Nella foga di prendersi cura di lei aveva dimenticato ogni prudenza.

"Quale letto?", domandò lei prevedibilmente, aggrottando la fronte quando si rese conto di tutti i giocattoli sparpagliati sul pavimento, che fino a quel punto non avevano attratto la sua attenzione.
"Uno dei tanti che questa casa spaziosa può offrire", provò a confonderla. Non era un crimine avere delle stanze per gli ospiti provviste di giacigli pronti all'uso, no?
"Castle, hai detto il suo letto, il che significa uno preciso", puntualizzò pignola come solo lei sapeva essere. Lo fissò a lungo con aria che percepì come lievemente minacciosa. "Che cosa mi stai nascondendo?"
"Niente", negò fiaccamente. Poi cambiò idea, preferendo ammettere qualcosa che assomigliasse alla verità. "Ok, potrebbe esserci un letto di sua proprietà, qui da qualche parte. Ma non è come pensi".
"Che cosa dovrei pensare?", insistette sempre più diffidente. Come faceva la gente a non spiattellarle tutte le proprie colpe, quando assumeva quell'atteggiamento inflessibile? Era una cosa che si imparava o era innata? Teneva dei corsi per caso?

Ritenne saggio a quel punto fare scena muta. Quello che avrebbe confessato sarebbe stato usato contro di lui, ne era perfettamente a conoscenza, non serviva che gli ricapitolasse i suoi diritti prima di ammanettarlo.
Kate non mollò la presa. "Oltre ad accaparrarvi qualsiasi articolo per l'infanzia esistente a New York nel timore che smettessero di produrne, avete anche svaligiato dei negozi di mobili?"
Lo disse come se lo stesse accusando di rifornirsi di armi di contrabbando.
"No". Era la verità, per quello che poteva servire. "Il letto e... altre cosette erano già qui, non le abbiamo comprate oggi", ammise infine, senza capire perché d'un tratto la cosa avesse assunto connotazioni tanto riprovevoli.
"Hai arredato una cameretta nel loft per lui senza dirmelo?" Era sbigottita. "E poi che cos'altro hai fatto? Gli hai aperto un fondo fiduciario?"
Poteva farlo? Era un'idea interessante. Un'assicurazione sul suo futuro, non si poteva mai sapere.

"No, non è andata così. Non ho arredato nessuna cameretta per tuo figlio a tua insaputa". Perché non aveva ancora scelto quale destinargli. "Mi sono solo procurato degli oggetti che ritenevo potessero essere utili nel caso in cui... proprio come stasera..." La sbirciò, ma la linea dura delle labbra non si era ammorbidita. "Dicevo, come stasera, ma tra molti, molti anni, foste rimasti entrambi a dormire qui".
Teneva stretto il bambino come se fosse l'unico antidoto in grado di disinnescare l'ira di sua madre. Le era parsa molto spossata, ma la scoperta delle sue malefatte doveva averle restituito la sua inesauribile vitalità.

"Non è meglio che abbia il suo spazio?", provò a insistere. "Non preferisci che stia comodo e al sicuro, senza doverti preoccupare per la sua incolumità, disteso in un letto inadatto, solo perché non siamo stati previdenti?"
Non meritava almeno un encomio per aver mostrato spirito di iniziativa?
"Non è questo il punto".
Riconoscendo i segni della tempesta incipiente nel tono ostinato, prese tempo e appoggiò Tommy sul divano – che almeno non era un letto - , gli accostò qualche cuscino, afferrò una coperta e gliela aggiustò sulle spalle.
"Qual è il punto, Kate? Non di certo qualche mobile in più in una casa che ne può accogliere quanti ne vogliamo".
"Lo sai perfettamente, anche se fingi il contrario. Non fai che prenderti delle libertà con mio figlio senza prima interpellarmi", lo accusò profondamente offesa.
"Ho solo fatto qualche acquisto, non l'ho convinto a unirsi a un clan mafioso alle tue spalle".

Cercò i suoi occhi, per ricreare un contatto che avevano perso nel momento esatto in cui si era arroccata nelle sue posizioni, con una repentinità che lo aveva disorientato. Sapeva che quando si trattava di suo figlio i suoi istinti protettivi tendevano a innescarsi in modo automatico e assoluto – era stato così anche per lui con Alexis – ma trovarsi di colpo nella lista dei sospettati senza potersi difendere era un'esperienza raggelante.
"Non è il momento di fare dell'umorismo".
Capì che continuare a battibeccare non sarebbe servito a niente, se non a far degenerare la situazione.
"Sappiamo entrambi che non è il letto il problema, Kate. Ma hai avuto una giornata pesante e tra poche ore dovrai alzarti per cominciarne un'altra altrettanto faticosa, non è meglio se rimandiamo la discussione a un momento di calma?"
Era senza alcun dubbio la cosa più sbagliata da dire a qualcuno già sul piede di guerra e pronto a trovare ogni pretesto per litigare, ma non era semplice nemmeno per lui mantenere la lucidità.
"Sono perfettamente in grado di decidere quando voglio discutere qualcosa di importante che riguarda la vita di mio figlio, non c'è bisogno che me lo dica tu con quel tono paternalistico". Prevedibilmente, aveva ottenuto il risultato di farla irrigidire ancora di più nelle sue posizioni. "Sentiamo, quale sarebbe invece il problema, visto che sembri tanto sicuro di saperlo?"

Fu ferito dal suo tono sarcastico, come se avesse fatto qualcosa di oltraggioso di cui, per giunta, nemmeno si rendeva conto. Aveva solo cercato di rendersi utile.
Coraggiosamente, continuò a sostenere il proprio punto di vista, pur desiderando solo affondare la testa tra i suoi capelli finché non si fossero addormentati entrambi.
"Il problema è che non ti sta bene che io e Tommy facciamo dei passi avanti nel nostro rapporto. Se ci fai caso, va sempre a finire così. Ti alteri e te la prendi con me, come se di colpo mi trasformassi in uno dei tuoi sospettati. È successo quando ho insistito per conoscerlo ufficialmente, mentre se fosse stato per te avresti continuato a tenergli nascosta la mia esistenza per sempre. E oggi pomeriggio, nonostante l'emergenza in corso, l'avresti affidato a chiunque altro tranne che a me, nonostante fosse la soluzione più pratica. E adesso ti sei infuriata perché mi sono permesso di comprare un letto per lui. Non un palazzo imperiale con rubinetti in oro massiccio con inciso il suo nome sopra, un dannato letto".
Nonostante avesse tentato di rimanere calmo, si era innervosito sempre di più mentre elencava tutte le circostanze in cui lei, di fatto, aveva ostacolato il suo rapporto con Tommy, come se non si fidasse di lui. Forse era il suo turno di offendersi.

"Non ti ho ingannato, Castle. Erano questi i patti e tu li hai accettati, salvo poi fingere di dimenticartene, continuando a farmi pressione per accelerare i tempi o agendo a mia insaputa. Non può funzionare così".
"Hai ragione, all'inizio ho accettato la tua richiesta di tenere i due mondi separati, per il bene di Tommy. Ero d'accordo con te, meglio essere cauti, visto che c'era di mezzo un bambino. Ma adesso le cose sono cambiate, non possiamo continuare a rispettare delle regole ormai superate. Voglio bene a tuo figlio, ci divertiamo da pazzi insieme, non possiamo frenarci per rispettare delle tempistiche astratte che vorresti imporci. I rapporti hanno la tendenza a evolvere secondo un andamento spontaneo spesso imprevedibile. Non stiamo forse bene insieme?"
"E non possiamo continuare così? Dobbiamo per forza... evolvere?"
A giudicare dal tono, anche evolvere doveva avere qualche legame con il mondo delle armi di contrabbando.

"Anche io e te ci siamo evoluti e non mi sembra che sia stata una catastrofe, no?"
Il silenzio con cui Kate accolse quella che per lui non era niente di più che una domanda retorica sul loro rapporto – che per lui andava a gonfie vele - lo mise in allarme. Di nuovo. Quella donna prima o poi lo avrebbe fatto impazzire. "Pensavo avessimo superato la fase in cui volevi solo divertirti con me". La buttò sull'umorismo, perché era il suo modo di gestire l'ansia che già lo aveva pervaso.
L'occhiata seccata che gli lanciò bastò a malapena a rincuorarlo.
"Devi smettere di credere che la mia cautela quando si tratta di Tommy corrisponda a una mancanza di coinvolgimento o fiducia nella nostra relazione. Sono due cose diverse, ma tu ti ostini a non capirlo".
"Non lo sono, Kate, anche se tu credi di sì".
Sapeva che avevano visioni opposte da sempre su quel preciso argomento e che insistere l'avrebbe fatta allontanare da lui, forse fino al punto di prendere suo figlio e andarsene, ma era necessario essere onesto fino in fondo. Lo doveva a se stesso.

"Non possiamo continuare a frequentarci senza coinvolgere Tommy nella nostra vita. Sarebbe innaturale. Voglio stare con lui, occuparmene regolarmente, fargli conoscere la mia famiglia, essere qualcosa di più di una semplice figura che appare di tanto in tanto a farlo ridere. Voglio esserci, Kate".
"Stai facendo progetti a lungo termine senza chiedere la mia opinione. Esattamente come fai sempre e come hai fatto comprandogli un letto senza parlarne prima con me. Lo capisci adesso? È una questione di principio".
Avrebbe accatastato della legna e avrebbe dato fuoco a quel maledetto letto proprio lì, in centro al salotto.

"Non sto facendo...". Un momento. Che cosa c'era di sbagliato? Si voltò a guardarla. "Certo che voglio fare progetti a lungo termine. Ti amo. È così che funziona. O pensavi che stessimo solo uscendo insieme?"
Kate non reagì. Si sentì frustrato. Perché diamine si erano impegolati in un discorso del genere che avrebbe avuto bisogno di ben altre condizioni di spirito, una preparazione meno raffazzonata e soprattutto, un tempismo meno catastrofico? Non le aveva mai detto che l'amava. Proprio perché aveva previsto che si sarebbe ritratta, che l'avrebbe accusato di essere precipitoso e di non tenere conto di tutto il resto. Lo aveva fatto, invece. Lo faceva ogni giorno da che stavano insieme. Ma a un certo punto, bisognava pur andare da qualche parte.

Kate lanciò un'occhiata a Tommy, che dormiva sereno senza dar segno di essere disturbato dalle loro voci concitate. Si torse le mani. Avrebbe voluto prenderle tra le sue e scaldargliele e implorarla di dimenticare tutto quello che si erano detti.
"Non sono ancora pronta a... questo", ammise guardandosi in giro senza specificare a che cosa si riferisse, anche se lui lo comprese perfettamente. "Voi due lo siete più di me. Io non faccio altro che preoccuparmi che qualcosa possa andare storto. Mi dispiace, non riesco a farne a meno".
L'atteggiamento battagliero si era sgonfiato, rivelando una parte di sé vulnerabile che raramente si concedeva di mostrare ad altri. Era stata per ore al capezzale dal padre, affrontando da sola un'emergenza che doveva averla sconvolta e prosciugata. Sarebbe stato troppo per chiunque.

"Se qualcosa andasse storto staremmo tutti male, Kate, io per primo. Ma possiamo impegnarci perché le cose funzionino. E poi perché dovremmo pensare al peggio, quando ci deliziamo a comprare letti del disonore, svaligiare negozi di giocattoli e mangiare pizze fredde? Che cosa vuoi che succeda di male con queste premesse?"
Le sorrise incoraggiante e si sporse per prenderla tra le braccia. Non aveva resistito. Non aveva nessun senso starle fisicamente lontano in una notte del genere. Avevano bisogno entrambi del conforto che sapevano reciprocamente donarsi.
"Non trovi che sembriamo sempre più... una famiglia?", sussurrò lei con uno sforzo.
Il suo cuore perse un battito. Era quello il problema? La strinse più forte.
"Non saprei, non ho mai avuto una famiglia in senso classico. Ma, nel caso, direi che ce la stiamo cavando benissimo. Abbiamo perfino più letti del necessario, se dovesse arrivare l'Apocalisse insieme a tutti i cavalieri".
La sentì ridacchiare. Si rilassò. La bufera imprevista che aveva minacciato di dividerli si era spenta velocemente come era apparsa.

Ragionando a mente fredda poteva iniziare a capire il suo punto di vista. Stava imparando a intuire i suoi veri stati d'animo sotto la scorza combattiva con la quale era solita affrontare il mondo e di cui lui era spesso una vittima collaterale. Per lei, abituata a fare affidamento unicamente su se stessa, aprirsi per accoglierlo nella sua vita in modo duraturo e consistente era un passo enorme. Lui invece aveva dato quasi per scontato che loro tre trascorressero sempre più tempo insieme convergendo con naturalezza gli uni verso gli altri. Non vedeva ostacoli. Solo una gloriosa cavalcata verso un futuro condiviso.
E Kate non aveva torto, doveva ammettere di aver fatto spesso pressione inconsapevolmente, certo delle proprie ragioni.
Lei doveva aver covato timori per settimane e lui non solo non se ne era accorto, ma aveva allegramente fatto incetta di mobili.

"Sono stanca. Possiamo saltare la cena e rimanere così? Tutti insieme sul divano?"
"Certo". Le avrebbe preparato una colazione abbondante il mattino dopo, per compensare la mancanza di calorie. Allungò le gambe, facendola distendere accanto a sé. Doveva avere un dono per far addormentare madre e figlio, si rese conto dopo pochi minuti.
"Che ne dici se alla fine di questa storia ci facciamo il nostro famoso week end negli Hamptons? Ormai l'alba sulla spiaggia sarà stanca di aspettarci".
L'aveva proposto senza rifletterci e non era sicuro che lei lo avesse sentito, ma si rese conto che era un'ottima idea. Un'idea finalmente concreta, realizzabile. Non vedeva l'ora di essere là. Loro tre, come una famiglia.