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Era così fuori di sé della rabbia, mentre divorava il selciato con lunghi passi frementi, avviandosi come una furia verso il parco dove meno di un'ora prima aveva lasciato Tommy a suo padre, che avrebbe potuto commettere un omicidio a mani nude. E senza nessun rimorso. Per loro fortuna, le persone che incrociò fumante d'ira dovettero rendersi conto del suo stato d'animo prossimo alla distruzione di massa e si scostarono per lasciarla passare senza farsi travolgere.

Avvicinandosi al punto che Josh le aveva comunicato attraverso coordinate dettagliate che l'avevano resa ancora più insofferente - non poteva darle dei riferimenti pratici come avrebbe fatto chiunque altro? Doveva essere sempre così maledettamente snervante? - riuscì a percepire in lontananza, sopra l'intenso traffico cittadino di quell'ora di punta, gli strepiti di suo figlio, emessi a un volume tale da renderli quasi irriconoscibili. Doveva essere isterico, realizzò sgomenta. L'ansia prese il sopravvento. Non era da lui lasciarsi andare a scenate del genere. Era un bambino accomodante, bastava solo mettere in campo qualche banale accortezza, niente di troppo complicato.
Che diavolo era successo per ridurlo in quello stato? Niente che deponesse a favore delle abilità genitoriali di Josh. Che non erano mai state degne di nota, d'accordo, ma nemmeno sotto gli standard minimi della decenza. Affrettò il passo, per correre a salvare suo figlio.
Le si rivoltò lo stomaco mentre le grida di disperazione di Tommy, ormai del tutto fuori controllo, si facevano più nitide. Si concesse di contemplare con piacere perverso le dolorose modalità con cui avrebbe posto fine alla vita di chi osava far piangere il suo bambino in quel modo impietoso.

Si ricompose solo quando riuscì finalmente a localizzarli. Dovette farlo. Non sarebbe stato assennato finire in prigione per tentato omicidio, anche se qualsiasi giudice le avrebbe concesso un numero cospicuo di attenuanti. Si impose di fare qualche respiro profondo, nel tentativo di calmarsi abbastanza da sostenere un confronto civile. Era stato uno dei consigli di Castle prima di salutarli nervosamente dalla soglia del loft al momento di uscire per il loro appuntamento, consiglio che aveva per primo stentato a seguire, su sua ammissione. Ne dovette fare molti più del previsto, ma la sua furia non si placò. Anzi, la rese più lucida e più vicina ad atti inconsulti.

Tommy, con il viso ridotto a una maschera di angoscia, sfuggì alla presa del padre e si lanciò verso di lei non appena la vide sopraggiungere. Le rimbalzò contro, abbarbicandosi al suo corpo mentre le chiedeva singhiozzando di essere preso in braccio. Lo agguantò al volo e lo sollevò, ma a causa della foga con cui si mossero rischiarono di cadere entrambi e per questo fu costretta a fare un paio di passi indietro per bilanciare il peso e ristabilire l'equilibrio. Non l'aveva mai visto ridotto in uno stato tanto scioccante. Ed essendo sua madre, poteva dirlo con una sicurezza che nessuno avrebbe potuto mettere in discussione.
Assorbì d'istinto, come sempre, tutte le intense emozioni che Tommy le scagliò addosso e che si sommarono alle proprie fino a formare un gorgo impetuoso e violento che le fece quasi girare la testa. Prese fiato con lunghe boccate affannose.

Non aveva ancora degnato Josh di un'occhiata, si era solo limitata a registrarne la presenza accanto al figlio, prima che lui si divincolasse con forza per raggiungerla. In parte la sua fu una scelta deliberata perché sperava che avesse il buonsenso di sparire dalla sua vista prima di subire una fine impietosa per mano sua, ma in verità non avrebbe potuto rivolgere la sua attenzione a lui nemmeno volendo, essendo concentrata a tentare di calmare suo figlio, agitato al punto da iniziare a spaventarla.
Quando non le fu più possibile continuare a ignorarlo, si limitò a fissarlo con aria truce, tenendosi Tommy stretto al collo, girata in modo tale da non costringere il bambino sconvolto a guardarlo o interagire con lui in alcun modo. Se Josh avesse osato fare un solo passo verso di loro giurò che lo avrebbe minacciato verbalmente, intimandogli di rimanere fermo al suo posto, anche se avrebbe preferito non arrivare a tanto, per non traumatizzare Tommy ancora di più.

"Che cosa è successo?", gli sibilò senza curarsi di salutarlo o fingere di essere cortese. Aveva sempre rifiutato l'idea di essere quel genere di donna che se la prendeva con il proprio ex per tutta una serie di mancanze nei confronti del loro figlio – che nel suo caso erano reali e molteplici e l'avrebbero legittimata a ricorrere ad azioni molto più drastiche di quelle che aveva sempre posto in essere. Aveva preferito mantenere rapporti privi di ostilità, anche se non potevano certo essere definiti amichevoli. Era più forte di lei. Gli avrebbe cavato gli occhi e li avrebbe gettati in pasto alle fiere e non aveva nessuna intenzione di moderare i propri impulsi. Non stavolta.
Ce l'aveva a morte con lui con una ferocia che imputò al suo forte istinto protettivo. Se non avesse ritenuto di rendere la situazione ancora più sgradevole, gli avrebbe urlato di tornarsene alle sue palafitte e di dimenticarsi per sempre della loro esistenza.

A peggiorare le cose, Josh non appariva affatto turbato per il dramma che stava avendo luogo sotto ai suoi occhi impassibili e che doveva essere stato da lui stesso causato. O preferiva addossare la colpa a un bambino di quattro anni? Da quel che poteva vedere era solo vagamente seccato, forse perfino annoiato da quello che, conoscendolo, doveva considerare solo come un inutile sfoggio di ingiustificata emotività, cosa che la fece inalberare ancora di più. Dovette ricordare con molta fatica che si trattava pur sempre del padre di suo figlio. Ricacciò indietro la rabbia, ingoiando l'ennesimo rospo da quando Tommy era nato.

"Io non ho fatto niente", ebbe il coraggio di rispondere risentito, subito sulla difensiva. Si concesse di fantasticare di arruolare qualcuno e pagarlo profumatamente perché lo torturasse in uno scantinato putrescente. "È lui ad aver dato di matto senza nessun motivo. Credo che sia troppo viziato".
Credo che sia troppo viziato. La pressione le balzò alle stelle, fino ad offuscarle la vista. Le venne l'impulso di lanciare il bambino al primo sconosciuto, per strozzarlo a mani nude. Lui. Lui. Come osava riferirsi in quei termini a quello che era, secondo la legge e la genetica, anche suo figlio? Aveva un nome. Scelto con amore. E aveva una personalità autonoma e definita, non era un pacco da rispedire al mittente quando ci si era stufati di averlo intorno.

Dov'era quell'umana indulgenza che a chiunque veniva spontanea quando si trovava ad aver a che fare con dei bambini, i propri figli? Tommy aveva un buon carattere e, soprattutto non era viziato. Non per come intendeva quell'uomo sprezzante e giudicante. Doveva per forza esserci stato un fattore scatenante che giustificasse una reazione tanto estrema e suo padre, che era stato presente, doveva necessariamente sapere quale fosse, a meno che non lo avesse lasciato incustodito e in balia di eventi esterni, disinteressandosi di lui. Era un'ipotesi talmente nefasta che preferì ricacciarla in un angolo della mente, per il bene di tutti.

Decise di non reagire alle sue accuse, per quanto le costasse farlo. Non voleva abbassarsi al suo livello infantile rispondendogli per le rime. Gli girò le spalle, per mostrargli quello che pensava delle sue illazioni. Se Josh si aspettava che avrebbero trascorso il pomeriggio disquisendo amabilmente di sistemi educativi di qualsivoglia natura e di cui si credeva tanto esperto, sarebbe finito a far radici sul posto per quel che la riguardava.
Le premeva solo di portare Tommy lontano da lì il prima possibile. Voleva concentrarsi su di lui con calma e senza distrazioni, asciugargli le lacrime e chiedergli di perdonarla per avergli dato in sorte un genitore tanto inetto.

Gli accarezzò la fronte accaldata.
"Andiamo a casa, tesoro?"
Tommy annuì con vigore. Ne aveva abbastanza. Senza prendersi la briga di congedarsi nel modo in cui Josh avrebbe trovato appropriato - forse considerava anche lei viziata- , si avviò verso l'uscita del parco per rifare al contrario la strada che l'aveva portata fin lì.

"Kate", la richiamò Josh con voce irritata. Non gli diede retta. Doveva essersi sentirsi oltraggiato per l'evidente mancanza di considerazione che lei gli stava riservando. Ben gli stava. "Dobbiamo parlare", la informò con insolenza, come se lei e il mondo intero vivessero in attesa dei suoi ordini.
Se lo poteva scordare. Non aveva niente di cui discutere con lui, su nessun argomento. Non bastava quello che aveva fatto a Tommy per farlo vergognare di se stesso? Aveva ancora voglia di metter becco e dire la sua? Finse di non averlo sentito.
"Non sto scherzando, ci sono molte cose di cui dobbiamo discutere. Chiamami più tardi quando si sarà calmato".
Naturalmente. Avrebbe voluto anche che gli preparasse un dessert, quando si fosse liberata di tale noiosa incombenza, ovvero placare il figlio? A volte si chiedeva perché non avesse lasciato in bianco la casella riservata al nome del padre del neonato.

"Quando riparti?", glielo chiese esclusivamente perché desiderava che rimettesse piede su qualsiasi trabiccolo dotato di eliche e sprofondasse nell'oceano.
"Ho intenzione di rimanere a New York per un po'", annunciò come se si fosse trattato di un comunicato ufficiale della massima importanza. Che cosa ci aveva trovato in lui? No, seriamente, che cosa?
Questo significava che se lo sarebbe ritrovata tra i piedi per un periodo di tempo non meglio specificato, provvisto del solito atteggiamento indisponente, proprio ora che la sua vita aveva preso una piega diversa e molto soddisfacente. Ottimo tempismo.

Fu una fatica improba riportare Tommy alla macchina, ora che era libero di esprimere senza nessun filtro tutto quel che di negativo l'incontro con il padre aveva prodotto in lui.
Aveva ormai la camicetta sgualcita e chiazzata di fango, i capelli spettinati e qualche punto dolorante sulla cute dove glieli aveva inavvertitamente tirati ed era prossima a dichiararsi sconfitta. Non poteva, non ancora. Doveva concentrarsi sul riportarlo al loft, la loro terra promessa, il luogo sicuro che li avrebbe accolti e accuditi.

Ricacciò indietro le lacrime di frustrazione e si mise alla guida. Il viaggio in auto fu lento ed esasperante, tra colpi di clacson e i lamenti di suo figlio provenienti dal sedile posteriore. Quando riuscì a parcheggiare era ormai estenuata e con un mal di testa pronto a esplodere non appena fosse crollata.
Riuscì a estrarlo dall'auto e se lo issò su un fianco, nonostante Tommy stesse opponendo un'ostinata resistenza passiva che le rese le cose ancora più difficili – le sembrava di dover trascinare un sacco informe e sempre più pesante. Oltrepassato l'ingresso si diresse verso l'ascensore tra i singhiozzi inconsolabili di suo figlio che si dimenava scivolando sempre più in basso, facendole perdere la presa. Dovette fermarsi più di una volta per trattenerlo prima che finisse a strisciare sul pavimento. Strinse i denti. Doveva solo arrivare all'ultimo piano, mancava poco.

Castle aprì la porta mentre lei, barcamenandosi tra figlio, borsa e documenti che scelsero proprio quel momento per minacciare di rovesciarsi, cercava affannosamente le chiavi nuove di zecca che erano entrate in suo possesso con una deliziosa cerimonia romantica la sera stessa in cui si erano trasferiti da lui.
"Che cosa succede?" esclamò allarmato, guardando alternativamente lei e Tommy, registrando immediatamente lo stato di prostrazione nel quale versavano entrambi. "Perché è così sconvolto?", domandò disorientato.
"Mi piacerebbe saperlo", replicò tagliente.
Non appena Tommy sentì la voce di Castle girò la testa nella sua direzione e si gettò tra le sue braccia, stringendosi a lui come se fosse stato convinto di averlo perso per sempre.
Castle gli diede qualche colpetto sulla schiena. Sotto il suo tocco gentile Tommy si accasciò contro la sua spalla, sfinito. Il pianto era finalmente cessato, ma ne portava ancora i segni sul viso e le piccole spalle erano scosse da qualche sussulto.
"È completamente sudato. Sta male?"
Preoccupato, Castle avvicinò le labbra alla fronte di Tommy, un modo rudimentale per capire se avesse un rialzo di temperatura.
Ci aveva pensato anche lei e non si stupì che fosse venuto spontaneo farlo anche a Castle. Era la prima ipotesi che un padre, per giunta medico di grande fama internazionale, avrebbe formulato di fronte a un bambino piangente e disperato, a meno di non vivere unicamente nell'adorazione di se stesso. Inghiottì un fiotto di bile.

"Si può sapere che cosa l'ha ridotto così?" Castle insistette, alterato.
"Posso almeno entrare?", domandò brusca, pentendosene subito dopo. Non dovevano prendersela tra loro.
Castle si spostò per lasciarla passare senza aggiungere altro. Continuò a cullare Tommy, passeggiando avanti e indietro e sussurrandogli sciocchezze con una voce cantilenante che ebbe l'effetto di tranquillizzarlo.
Quando riuscì finalmente a entrare in quella che aveva iniziato in fretta a considerare come casa loro, lasciò cadere con sospiro la borsa vicino all'ingresso, lieta dell'esistenza dell'aria condizionata e della pace che l'ampio appartamento garantiva. A quel punto e dopo quello che aveva passato, le pareva un miraggio.
"Perché non vai a cambiarti?", propose Castle tornando a essere l'uomo premuroso che conosceva. "Io intanto mi occupo di lui, gli preparo un bagno caldo e gli metto un pigiama pulito. Più tardi preparo la cena per tutti".
Dubitava fortemente che Tommy non sarebbe crollato addormentato non appena fosse uscito dalla vasca, ma preferì starsene zitta. Le pareva già straordinario il fatto che ci fosse qualcuno che condividesse con lei la cura di suo figlio, dopo anni passati a doversela cavare da sola di fronte a qualsiasi evenienza.

Lo sentì armeggiare in cucina. Tornò da lei e le porse un bicchiere di vino. Accettò grata, sentendosi d'improvviso spossata al punto da non riuscire nemmeno a muoversi. Il vino non era la soluzione ai suoi problemi, ma poteva offrire un piccolo contributo.
Dopo essersi tolta i vestiti impolverati che sostituì con una comoda maglietta pescata da uno dei cassetti di Castle – uno dei vantaggi del vivere con lui - , si sentì rigenerata e già più ottimista. Andò a sedersi sul divano, da cui sentì l'acqua scrosciare e Castle parlare a Tommy con voce bassa e ipnotica. Non riusciva ad afferrare il contenuto della loro conversazione, ma sentì che stava agendo beneficamente anche sui suoi nervi scossi. Appoggiò la testa contro un cuscino, massaggiandosi le tempie pulsanti.

Aprì gli occhi doloranti quando Castle depositò tra le sue braccia un bambino profumato e sorridente, che non recava alcuna traccia del precedente subbuglio. Si sentì sopraffatta dal sollievo e dalla gratitudine per l'uomo che aveva operato una trasformazione impensabile. Castle era davvero in grado di compiere magie. Su di lei, almeno. E, a quanto pareva, anche su suo figlio.
Tommy le si strinse d'istinto contro il petto. Lo abbracciò forte, proprio come faceva quando era un neonato e lei una giovane madre spaventata e sola in un appartamento troppo vuoto.
Castle si sedette accanto a loro e si sporse per darle un rapido bacio sulla fronte. Forse voleva assicurarsi che anche lei non avesse la febbre. L'idea la divertì.
"Vuoi che vada a prenderti un paio di aspirine?"
"Sei anche capace di intuire quando sta per scoppiarmi il mal di testa, adesso?"
"Non è difficile accorgersene, basta osservarti con un po' di attenzione".
La semplicità della risposta la spiazzò. Lo amava così tanto che avrebbe voluto compiere atti impuri seduta stante per dimostrarglielo. Gli sorrise. Avrebbe per sempre benedetto la sorte che glielo aveva rimesso sul suo cammino, spronandola a non lasciarsi sfuggire un'altra occasione, forse l'ultima.

"Mi spiace essere stato troppo duro quando siete arrivati, ma vedere Tommy in quelle condizioni mi ha mandato fuori di testa".
Apprezzò le sue parole, anche se non se l'era presa e non gliene faceva una colpa. Era più che legittimo che si fosse allarmato quando se li era trovati alla porta a un passo dal tracollo emotivo. Anche lei avrebbe reagito in modo poco diplomatico.
"È quello che ho provato anche io quando sono andata a prenderlo", ammise a malincuore. Non essere riuscita a scoprire il vero motivo per cui l'incontro tra Tommy e Josh fosse degenerato fino a quel punto e in così breve tempo non la lasciava tranquilla. Il suo istinto le suggeriva che ci fosse molto di più che un semplice capriccio, ma parlare con Josh le aveva solo confuso le idee.
Si sentiva in colpa per aver accettato e organizzato il loro incontro, anche se non le era parso che ci fosse niente di diverso rispetto alle volte precedenti. Tommy non si era mostrato turbato quando lo aveva informato che suo padre era in città e voleva vederlo. Si era anzi mostrato entusiasta – lo era sempre, per motivi a lei incomprensibili.
Era stato Castle, tra tutti, quello meno propenso ad affidare Tommy a qualcuno che non conosceva. Dando prova di delicatezza non aveva detto niente in proposito, né aveva cercato di dissuaderla, ma lei si era accorta della sua riluttanza a separarsi da Tommy. Non se ne era fatta un cruccio, dando per scontato che con il tempo anche lui si sarebbe abituato a condividere Tommy con qualcuno che aveva il loro stesso diritto di trascorrere un pomeriggio con il bambino. Le aveva fatto molta tenerezza, quello sì, quando l'aveva visto sforzarsi di salutarlo come se niente fosse, sorridendogli e incoraggiandolo a divertirsi con suo padre. Sapeva quanto gli era costato farlo, se ne era accorta da come il suo umore era cambiato quando aveva ricevuto il messaggio di Josh, mentre erano negli Hamptons.

"Hai voglia di raccontarmi che cosa è successo? Che cosa ti ha detto Josh?"
Scosse la testa, baciando Tommy sui capelli soffici, appena asciugati dalle mani amorevoli di Castle. "Non lo so, non sono riuscita a cavargli niente".
"Non ti ha dato una spiegazione? Come è possibile? Deve esserci per forza un motivo per una reazione tanto insolita da parte di Tommy".
Era allibito. Lo capiva, lei aveva superato quello stadio solo grazie a un numero cospicuo di antiacidi.
"Probabilmente non è nemmeno al corrente che suo figlio di norma non si comporta così. Quando ci siamo visti al parco andava tutto bene, Tommy era sereno e chiacchierava come sempre". Ne era sicura? O il suo proposito di non permettere ai sentimenti negativi che provava per Josh di influenzare il suo giudizio le aveva impedito di cogliere i segnali?
"Come funzionano le loro visite? Si vedono da soli come in questa occasione o di solito tu rimani con loro?"
Capì che stavo solo cercando di valutare tutte le possibilità, non era un'accusa di abbandono di minore. Rifletté sulla domanda. "Quando Tommy era più piccolo ho sempre presenziato ai loro incontri. Josh non conosceva le sue abitudini e non aveva senso fargli un elenco di raccomandazioni più lungo del tempo che sarebbe rimasto con lui. E in più per Tommy si trattava di un estraneo, non serbava ricordi di lui tra una volta e l'altra e io non volevo che... andasse come oggi, in sostanza". Fece una breve pausa. "Quando è cresciuto ha voluto vederlo da solo e io ho pensato che non ci fosse niente di male, Tommy aveva iniziato a familiarizzare con lui senza problemi. Anche se, come hai potuto notare anche tu, passano molti mesi tra una visita e l'altra, Tommy nel frattempo cresce e le cose cambiano". Gli lanciò un'occhiata di sottecchi. "E adesso ci sei tu..."
La buttò lì, facendola sembrare un'ipotesi che le era appena venuta in mente, ma su cui in realtà aveva iniziato a riflettere da qualche tempo.
"Che cosa significa che ci sono io?"
Non sapeva quanto fosse saggio continuare su quella strada, in fondo non era che una supposizione azzardata. Solo istinto materno, se si poteva definire tale.

La sua teoria era che Tommy, fino a quel punto invaghito di un'idea romantica e vaga riguardo alla figura paterna, che per lui non aveva nessun significato pratico, avesse ora proiettato i suoi bisogni su Castle, che era invece una persona in carne e ossa, che rispondeva alle sue esigenze e le soddisfaceva in modo concreto. Teoria rafforzata dall'aver visto come Tommy, quando erano tornati al loft qualche ora prima, si era aggrappato a Castle come un naufrago su uno scoglio miracolosamente apparso in un mare in tempesta.
Castle rifletté sulle sue parole, senza farle capire che cosa ne pensasse della questione che lei aveva sollevato.
"Dobbiamo essere onesti, ti sei comportato più tu da padre in pochi mesi che Josh in tutta la sua vita. E ai bambini non si possono raccontare frottole, tutto qui", spiegò.
"Non ho mai voluto occupare posizioni che non mi spettano", disse infine Castle in tono grave. "E mi è sempre ben chiaro che ci sono dei confini che non posso superare e che non sono io suo padre", concluse con forza, come se lo avesse appena accusato di rapire figli altrui.

Gli posò una mano sul braccio per rassicurarlo. "Lo so. E l'ho sempre apprezzato. Ma non si possono negare i fatti. Tommy ti adora. E per lui Josh è solo un nome che corrisponde a una figura appena accennata".
"Anche io gli voglio molto bene", precisò, come se lei potesse metterlo in discussione.
"Lo so. Si vede". E rendersene conto era sempre fonte di stupore per lei. Sommersa dai doveri, quando negli anni si era barcamenata nel traballante equilibrio conquistato non senza fatica, tutto si era immaginata, tranne che di potersi innamorare nuovamente di un uomo. Sempre che lo fosse mai stata, se si considerava la potenza del suo sentimento per Castle.
Era stata convinta che la sua vita andasse bene così com'era, che quello che aveva sarebbe bastato per sempre. Al più avrebbe accettato qualche appuntamento quando Tommy fosse cresciuto. Non si era mai concessa di credere che un altro uomo potesse amarla al punto da voler costruire una famiglia con lei e suo figlio. L'esperienza con Josh le aveva tolto ogni illusione in proposito.

"Quando riparte?"
Curioso come entrambi non vedessero l'ora che la loro esistenza tornasse a scorrere nel modo rilassato a cui si erano abituati, ben lontano dai drammi che qualcuno tendeva a creare e a scaricare sugli altri. Sfortunatamente, doveva dargli una brutta notizia.
"Intende rimanere in città per qualche tempo. Mi ha chiesto di contattarlo perché ci sono delle cose di cui vuole parlarmi".
"È così che fate quando è a New York? Vi vedete per discutere di vostro figlio?", chiese Castle con una punta di inquietudine che non seppe come interpretare.
Sbuffò. "Hai molta fiducia nel genere umano, Castle. Io e Josh non abbiamo mai discusso di niente che riguardasse Tommy. Lui non si è mai informato e io mi sono stancata in fretta di inviargli resoconti dettagliati sulle sue tappe di crescita che non ricevevano mai risposta".
"Come fai a sopportarlo? Tommy è un bambino fantastico ed è impossibile non innamorarsi di lui. Come fa a essere tanto indifferente? A non volerlo conoscere meglio?"
"È qualcosa che non si supera mai, temo. Non è normale vedere tuo figlio respinto da suo padre e trattato come se non contasse niente. Con in più la certezza che Tommy sarà costretto prima o poi a fare i conti con la perenne sensazione di abbandono e di rifiuto, nonostante i miei sforzi di coprire le sue mancanze. Purtroppo non si può fare a meno dell'amore di un padre", spiegò tristemente.
Anche se adesso le cose erano diverse. Adesso c'era Castle. E quello stava già facendo un'immensa differenza. Non si sarebbe mai opposta allo sviluppo di un legame più stretto tra Tommy e Josh, ma personalmente, se poteva dirla tutta, avrebbe preferito continuare a vedere Tommy crescere sereno con lei e Castle. Era forse un desiderio egoista?
"Ti prometto che farò sempre il possibile per dare a te e Tommy il meglio. Qualsiasi cosa questo significhi e anche se non sarà la stessa cosa per lui", le promise, aprendole il cuore di gioia.

Si sporse verso di lui per baciarlo sulle labbra. Non lo aveva ancora fatto da quando era tornata ed era strano per loro rimanere fisicamente distanti dopo qualche ora di lontananza. Il bacio si prolungò, fino a farle quasi dimenticare il pomeriggio orribile che aveva affrontato. Gli accarezzò una guancia, Castle le prese la mano e gliela baciò.
"È inopportuno ricordarti che in questa casa è stata appena installata, su tua precisa richiesta, una vasca idromassaggio di dimensioni adeguate a ospitarci entrambi? Avevo in mente qualcosa di speciale per noi, dopo aver messo a letto questo giovanotto, ma forse sei troppo stanca".
"Non sono affatto stanca", protestò. "Anzi, non vedo l'ora", mormorò attenta a non farsi sentire da Tommy. E sì, la vasca idromassaggio era stata una sua idea, la migliore che avesse mai avuto. Anche Castle non faceva che ripeterglielo.

Due manine decise li separarono al grido di "Basta baci! Ho fame!"
Scoppiarono a ridere, colti in fallo come due ragazzini. Castle si allungò verso di lui per fargli un leggero solletico sulla pancia che provocò nel bambino le solite irrefrenabili risate, che li contagiarono tutti. Finirono a ridacchiare e a farsi il solletico a vicenda, tra urla e strilli che niente avevano a che vedere con i pianti di rabbia e dolore che ormai erano solo un ricordo.

La tempesta era passata, Tommy era tornato il bambino vivace e allegro di sempre, avevano dei programmi per la seconda parte della serata a cui era ansiosa di partecipare e nessuno, per il momento, sarebbe venuto a turbare la loro felicità.

...

Da me i contagi sono saliti, spero che stiate tutti bene, fisicamente e moralmente, ovunque vi troviate. Durante la prima ondata non ero riuscita a scrivere né a pubblicare niente, questa volta andrò avanti a farlo (salvo eventi al di fuori della mia portata), perché mi dà conforto. Grazie per leggere e per i vostri commenti. Silvia.