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"Grazie per essere venuto con così poco preavviso", lo salutò quando lo vide uscire dall'ascensore, dove lo stava nervosamente aspettando da qualche minuto.
Gli diede un veloce bacio sulla guancia, attenendosi al codice comportamentale improntato alla discrezione che lei stessa aveva stabilito per i loro incontri al distretto.

Castle le sorrise con calore e lei si sentì più felice di vederlo di quanto non avesse immaginato quando lo aveva chiamato invitandolo a passare da lei. Castle era in grado di generare un'atmosfera di calma risolutezza che avvolgeva chi gli stava intorno come una soffice coperta, inducendolo a credere che non esistessero problemi irrisolvibili al mondo. Proprio quello di cui aveva bisogno. Era una delle doti che apprezzava maggiormente in lui, che ne era del tutto inconsapevole. E forse lo amava anche di più per questo.

Dopo averlo fatto accomodare nel suo ufficio, gli diede le spalle per abbassare le veneziane. Non voleva che qualcuno ascoltasse la loro conversazione. Non che ci fosse il reale rischio di trovarsi orecchie indiscrete nelle vicinanze, ma preferiva salvaguardare la loro privacy, visto l'argomento di cui voleva metterlo al corrente. Averlo lì la fece riandare con la mente alla sera del loro incontro, quando avevano sventato insieme l'aggressione ai danni del sindaco e Castle aveva insistito per accompagnarla al distretto. Riusciva ancora ad avvertire le emozioni – confuse, oscure, eccitanti - che si erano abbattute su di lei quando si erano rivisti a sorpresa dopo tutti quegli anni.
Non che per lei fosse stata propriamente una sorpresa, come invece era accaduto a lui. Quando aveva ricevuto l'invito – lo conservava ancora ben nascosto in uno dei cassetti della scrivania -, si era fuggevolmente chiesta, rigirandoselo tra le mani, se si sarebbero imbattuti l'uno nell'altra.
Non si era trattato di un desiderio, ma di un banale ragionamento logico, tutti sapevano che i due erano amici intimi. Non solo, erano anche stati complici nell'inventarsi uno stratagemma per farle accettare che un intruso - un civile, addirittura, con i pericoli che ciò avrebbe comportato – le gironzolasse intorno, con la scusa di avere bisogno di fare delle ricerche per i suoi romanzi. Come se non avesse scritto una ventina di best-seller senza il suo aiuto.
Era tutto quello che era successo dopo ad averla colta del tutto impreparata. A partire dal riproporsi fermamente di arginare i suoi inviti, come le suggeriva il buonsenso, e poi trovarsi a essere la prima proporre nuove occasioni di incontro. Il non riuscire a resistergli. Non essersi mai impegnata a farlo, soprattutto.

"È successo qualcosa? Tommy sta bene?"
Non gli aveva anticipato niente al telefono, anche se aveva cercato di non metterlo in allarme, ma doveva fare i conti con il fatto che lui ormai sapesse leggerla alla perfezione nei suoi silenzi e nelle sue caritatevoli omissioni.
"Tommy sta bene, non preoccuparti", lo rassicurò, sorridendogli. Prese posto sulla poltrona accanto a quella dove si era seduto lui. Non voleva che qualcosa di fisico come la sua scrivania li separasse.
Prese fiato. "Oggi ho visto Josh", esordì, pronta a raccontargli ogni dettaglio, ma fermandosi di botto dopo aver assistito alla sua reazione. Castle inclinò leggermente la testa e la fissò in modo indecifrabile, quasi si trovasse di fronte a una strana e sconosciuta creatura, ma non fece nessun commento.
Si sentì a disagio, come se dalla finestra fosse entrato uno spiffero gelido che era andato a infilarsi giù lungo la schiena.
"Non sapevo vi foste accordati per incontrarvi", osservò infine Castle con un tono in apparenza indifferente, ma venato da un vago risentimento che la spiazzò.
"Non avevamo nessun accordo", replicò perplessa, quasi a volersi giustificare. "Si è presentato senza preavviso e mi ha invitato a pranzo". Era stato piuttosto gentile, considerando i precedenti, al punto che era stata quasi tentata di chiedergli se fosse stato vittima di uno scambio di identità, quando si era trovata ad ascoltare la sua proposta condita da maniere garbate, molti sorrisi e un massiccio impiego di fascino – del tutto sprecato con lei -, come se l'ultima volta che si erano incontrati non avesse causato uno scompenso emotivo nel figlio, lasciando che delle conseguenze si occupasse qualcun altro. Castle, nello specifico.

"Quindi avete pranzato insieme?"
Non le sfuggì la crescente freddezza con la quale le si era rivolto. Si era anche ritratto per aumentare la distanza tra loro.
"Sì, siamo andati al locale qui all'angolo".
Era sempre più spaesata e non capiva perché Castle si stesse impuntando su particolari di nessuna importanza. Il fulcro della questione era un altro, ma le era impossibile arrivarci perché lui non faceva che sviarla.
Castle accolse la sua risposta irrigidendosi visibilmente e chiudendosi in un silenzio polare.
"Non vuoi sapere il motivo per cui si è fatto vivo?" insistette debolmente, come ultimo tentativo di indirizzare la conversazione altrove.
"Solo se ti va di dirmelo, non voglio entrare in cose che non mi riguardano".
"Come sarebbe cose che non ti riguardano? Stai scherzando, spero", sbottò senza controllarsi.
Castle strinse le labbra sigillate, senza reagire al suo tono stizzito.
Che cosa accidenti c'era che non andava in lui? Perché la lasciava a sguazzare nell'incertezza, senza esprimersi in alcun modo, come se l'avesse mortalmente offeso? Non aveva idea di che cosa lo avesse fatto adombrare a tal punto e non era dell'umore adatto per indagare più in profondità. Aveva trascorso una pessima mattinata e c'erano cose molto più importanti di cui discutere che non giocare agli indovinelli.

"Va tutto bene?", chiese cautamente per sondare il terreno, sentendosi molto generosa per aver messo da parte la sua impellente voglia di scuoterlo e gridargli di farla finita, e aver invece scelto una linea più diplomatica.
"Benissimo", replicò Castle educato, chiuso come un'ostrica abbarbicata alla roccia. "È per questo che mi hai fatto venire fino a qui?", aggiunse. "Per confessarmi di essere uscita con il tuo ex?"
Era impazzito, era l'unica spiegazione. Sapeva che prima o poi sarebbe successo, aveva sempre presentato qualche stravaganza. "Non sono uscita con lui, che cosa ti salta in mente?!", tuonò, incurante del fatto che dovessero ormai sentirla fino in strada. Al diavolo la diplomazia. Era offesa per un'insinuazione del genere e poco disposta a considerare l'infermità mentale come un'attenuante.
"Ti ha invitato a pranzo e tu hai accettato, in quale altro modo descriveresti quello che è successo? Stavo solo esponendo i fatti", illustrò Castle con logica esasperante.

Lo fissò esterrefatta per qualche secondo, indecisa se aggredirlo verbalmente o limitarsi a chiedere una perizia psichiatrica, finché non si fece lentamente in strada in lei la folgorante consapevolezza dell'origine del suo malumore. Ebbe quindi l'impulso di afferrare al volo un pesante faldone tra quelli impilati ordinatamente alle sue spalle e colpirlo ripetutamente in fronte. E, insieme, fu invasa da una recalcitrante tenerezza e molto amore per quell'uomo ostinato e impossibile.
Incrociò le braccia davanti al petto, appoggiandosi allo schienale. "Quindi la scenetta con cui ci stai deliziando è dovuta alla tua gelosia nei confronti di Josh? Ti rendi conto da solo di quanto sia fuori luogo questo tuo atteggiamento o preferisci che te lo spieghi puntandoti contro una pistola?"
Non riusciva a credere che si fossero impantanati in una questione tanto inutile e vile.
"Non sto facendo nessuna scenetta", protestò lui, senza però negare la sua accusa e perdendo un po' della sua sicurezza nel sentirsi smascherato.
"Hai messo il broncio non appena ti ho informato di Josh e hai subito dato per scontato che il nostro fosse una specie di appuntamento segreto che dovrei addirittura confessarti. Ti pare remotamente possibile che io voglia uscire con lui dopo quello che ha fatto passare a Tommy solo pochi giorni fa?"
"Non mi sembra che tu abbia rifiutato, però. E avete pranzato proprio nella nostra caffetteria. Non è certo il comportamento di qualcuno che vuole sbarazzarsi del proprio ex il prima possibile".

Se non lo avesse amato tanto avrebbe potuto ucciderlo. Avrebbe dato colpa a un raptus. "Di che cosa stai parlando? Non è la nostra caffetteria. Tu e io non ci siamo mai stati, quindi, per quel che mi risulta, non ho profanato niente di sacro". Era il colmo.
La fissò inorridito. E ferito. Quel giorno non poteva certo dire che i suoi rapporti con il sesso opposto fossero idilliaci.
"È lì che abbiamo avuto il nostro primo appuntamento, Kate", spiegò come se lei fosse vittima di una spiacevole amnesia che lo addolorava profondamente. "Abbiamo ordinato del cibo da asporto che abbiamo consumato seduti nel piccolo parco posizionato proprio di fronte".
Era davvero una cosa seria per lui, realizzò ascoltandolo. Era sconcertato per quella che doveva ritenere una grava mancanza di sensibilità da parte sua. O peggio. Un vero e proprio tradimento.

Contò fino a dieci molte, molte volte, prima di azzardarsi a parlare. "Quindi mi credi capace di organizzare un'uscita con Josh alle tue spalle e per giunta in un posto significativo per noi? Ma perché limitarsi a questo? Magari sono tanto amorale da portarci chiunque e poi iniziare delle relazioni con i migliori candidati, ci hai mai pensato?"
Castle girò la testa e sbuffò di fronte al suo sarcasmo, come se lei stesse cercando di sminuire la sua reazione più che legittima. Si sentiva anche vagamente insultata, a dirla tutta.
"Sei almeno consapevole del fatto che quello non era il nostro primo appuntamento? Mio e tuo?" Se proprio voleva che affrontassero quell'assurda conversazione, eccolo servito. "Sei venuto fin qui a sorpresa e hai insistito per pranzare con me, nonostante ti avessi informato di avere poco tempo a disposizione".
"Proprio come è successo con Josh, giusto? E lui non ha dovuto insistere, a quanto pare".
Era peggio del previsto. E il tracollo doveva essere avvenuto da poco, quel mattino le era parso normale.

"Farei meglio a cacciarti dal mio ufficio finché non recuperi un briciolo di ragionevolezza, ma purtroppo ci sono cose molto più importanti della tua regressione infantile di cui occuparci. O preferisci uscire a chiarirti le idee?"
Castle non si mosse. "Tanto per chiarire, non avevo nessuna voglia di vederlo o pranzare con lui. Avrei preferito farmi intrattenere da un serpente a sonagli e mi disturba perfino doverlo specificare", continuò con la poca pazienza che le era rimasta. "Ma visto che è arrivato sostenendo che dovevamo parlare di Tommy il prima possibile, sono stata costretta a dargli retta. Fino a prova contraria, la legge gli dà il diritto di dire la sua. E ho preferito farlo fuori di qui perché non mi esalta far assistere l'intero ufficio alle mie discussioni con lui. Ho semplicemente scelto un posto a poca distanza il cui proprietario, che ormai conosco da anni, non ha l'abitudine di impicciarsi negli affari altrui. Adesso comincerai a dubitare anche di lui? Credi che tutti gli uomini che incontro vogliano uscire con me?"
Non avrebbe potuto reagire con più sorpresa di fronte a una domanda che per lei era totalmente retorica. "Certo che credo che gli uomini vogliano uscire con te, Kate, a partire dal padre di tuo figlio che, guarda il caso, è davvero uscito con te e che, da quel che vedo, pare di nuovo intenzionato a girarti intorno con quella sua chioma svolazzante. Diversamente, non ci sarebbero figli, non trovi?"
"Grazie per la lezioncina di educazione sessuale. Mi è chiara la procedura".
Si sarebbe messa a ridere, se non avesse temuto di peggiorare una situazione che Castle riteneva drammaticamente seria.

Gli prese una mano. "Josh non ha nessun interesse nei miei confronti, anche se ti sembra impossibile. Lo sapresti, se non avessi iniziato a comportarti come un uomo delle caverne e mi avessi lasciato raccontarti il motivo per cui è venuto fin qui con la sua chioma svolazzante. A proposito, come fai a saperlo? O è meglio che non mi ponga questi interrogativi?"
"L'ho cercato in rete. Mi è sembrato normale voler sapere con chi avevo a che fare, no? Per vedere se Tommy avesse preso qualcosa da lui, anche se fortunatamente assomiglia solo a te".
"La tua gelosia quindi non c'entra niente?"
"Solo marginalmente", ammise Castle con uno sforzo.

Fece un respiro profondo, lasciando perdere ulteriori riflessioni, per esempio il motivo per cui Castle si sentisse così insicuro della loro relazione, che a lei pareva andare a gonfie vele, e reagisse arruffando le piume non appena un uomo si profilava all'orizzonte. Un uomo di cui lei non aveva nessuna stima, peraltro. "Se mi consenti di cambiare discorso rispetto alla quota di uomini che mi reputano desiderabile, ti informo che Josh si è preso la briga di concedermi l'onore della sua compagnia perché trovava degno di biasimo il fatto che non mi fossi precipitata a chiamarlo per sapere di che cosa volesse parlarmi, come mi aveva comunicato quel giorno al parco. Credo che sia abituato ad avere a che fare con interlocutori più compiacenti di me e questo non depone a mio favore".

Era vero, non lo aveva contattato. Se ne dichiarava colpevole. Non avendo niente da dirgli, non si era presa la briga di piegarsi alla sua richiesta espressa in modi un po' troppo autoritari per i suoi gusti. L'affronto doveva aver generato qualche scompenso umorale in un uomo tanto pieno di sé, tanto da indurlo a presentarsi di persona per farle notare la tremenda mancanza di rispetto da lei perpetrata con toni che non avrebbe riportato a Castle per non innervosirlo inutilmente.
Fece una pausa, accingendosi a vuotare il sacco. "Voleva che parlassimo di alcune questioni legate a Tommy e la cosa più sorprendente è che per la prima volta nella sua vita l'iniziativa è partita da lui". Il che era bastato a metterla in allarme.
"Quali questioni? Quello che sa di suo figlio non riempirebbe un post-it, figurarsi un intero pranzo".
Non poteva negare che fosse vero. E la rincuorò che Castle avesse finalmente colto il nocciolo del problema e fosse dalla sua parte, combattivo come al solito, invece di perdersi in sterili recriminazioni.
"È proprio questo il punto. Dopo il loro spiacevole incontro, di cui, se te lo stai chiedendo, continua a non assumersi nessuna responsabilità, attribuendo invece la colpa alle cattive maniere di Tommy, ha deciso che è il momento di intervenire nella sua educazione che trova... lacunosa sotto molti aspetti". Erano state le sue esatte parole, non stava esagerando. Si sentiva stringere la gola per tutti gli insulti che non aveva lasciato uscire e che le erano rimasti conficcati dentro.
"Hai a portata di mano un tranquillante? Non credo di farcela senza". Stava trattenendo a stento la rabbia. Lo capiva, si sentiva allo stesso modo. "Come sarebbe a dire educazione lacunosa? Come può essere tanto sprezzante? Sai che cosa c'è di veramente lacunoso qui? Il suo contributo come padre. Nulla totale".
"Trova che Tommy sia viziato", andò avanti a confessare, sentendosi fisicamente male. Josh lo aveva ribadito ancora una volta durante il loro pranzo, che le era rimasto indigesto.
"Ma come si permette?!", si inalberò Castle, prevedibilmente. "Tommy non è viziato. È molto amato e ben accudito. Per nessuna di queste cose dobbiamo ringraziare lui".
Era molto, molto d'accordo. E felice che lui la pensasse così su Tommy.
"Quello che è successo durante il loro ultimo incontro lo ha convinto che le cose stiano prendendo una brutta piega, pedagogicamente parlando, quindi vuole intervenire prima che sia troppo tardi e come è giusto che sia. Il fondamentale ruolo della figura paterna eccetera. Lo sto citando alla lettera".
"Sono in arrivo altre perle di questo tenore da parte del grande esperto del mondo infantile? Perché se continui non ti garantisco di non andare là fuori a ucciderlo".
"Ho i tuoi stessi stessi impulsi, ma credo che dovremmo trattenerli per il bene di Tommy".
"Sai che saremmo ottimi partner anche in una eventuale carriera criminale. Insieme sapremmo essere discreti ed efficienti, nessuno troverebbe mai il corpo".
"Non tentarmi, Castle", sospirò sforzandosi di sorridergli.

Castle si alzò in piedi e prese a camminare avanti e indietro nell'esiguo spazio che la stanza offriva, che non bastava di certo a fargli sfogare la sua frustrazione. Dopo qualche minuto si fermò e si voltò verso di lei, come se gli sfuggisse qualcosa.
"Qual è il problema, tutto a un tratto? Ha avuto quattro anni per intervenire, se le cose non gli andavano bene. Perché se ne accorge solo adesso? O la verità è che il suo ego ipertrofico non tollera che Tommy, come tutti i bambini, abbia una giornata no? O non vuole accettare l'evidenza che non è stato in grado di metterlo a suo agio perché non ha nessuna conoscenza di come sia fatto suo figlio? È così difficile farsi un piccolo esame di coscienza, invece che incolpare chiunque tranne se stesso?"
Erano le sue stesse domande. Le domande che chiunque sano di mente si sarebbe posto. "Credo che il problema risieda altrove. È molto risentito perché, a quanto gli risulta, io dispongo della vita di nostro figlio come mi pare". Buffo. Non lo aveva mai definito così. Nostro avrebbe segnalato un legame, un'appartenenza da cui Josh si era sempre mantenuto distante. "E lo porto a vivere con uomini che non conosce, senza nemmeno prendermi la briga di avvisarlo, violando di fatto i suoi diritti".
Non credi di aver esagerato, Kate? Che cosa ti è saltato in mente? Non pensi che dovrei sapere chi è quest'uomo con cui ti vedi e quale influenza può avere su Thomas?
Per lui era sempre stato solo Thomas, mai Tommy. Un nomignolo troppo sciocco per lui, costruttore di venerabili palafitte.

Continuò, ogni parola che riportava era una ferita aperta e bruciante, ma doveva arrivare fino in fondo. "Per questo motivo ha ritenuto giusto per il bene di Tommy – e dopo un'opportuna riflessione, terminata io credo proprio stamattina, quando si è concesso a me in udienza – fare il sacrificio di dire addio a tutte le sue numerose opere umanitarie e tornare stabilmente a New York, per ripristinare il necessario ordine nella sua carente educazione".
Castle la fissò dispiaciuto e incredulo. "Kate, tu hai fatto un lavoro splendido con lui, nessuno deve osare metterlo in dubbio. Come fa a non vederlo? Come si permette di venire qui a dettar legge, senza provare la minima vergogna per come ha sempre ignorato l'esistenza di quel bambino meraviglioso?"
"Credo che tutti questi scrupoli di coscienza dipendano dalla tua presenza". Non era stato detto in termini espliciti, ma non era così stupida da non capirlo. Del resto, era proprio quello che aveva iniziato a sospettare, se pure senza averne la certezza. Che adesso purtroppo aveva.
"Quindi sono io la causa di tutto", disse piano, inquietandola di più che se si fosse messo a urlare, come si sarebbe aspettata. Quella sua furia compressa e tenuta sotto controllo, di cui ignorava l'esistenza, doveva essere temibile per chiunque avesse deciso di schierarsi contro di lui. La fece quasi rabbrividire.
"È venuto fuori che Tommy quel giorno al parco gli ha raccontato di te in toni entusiastici. Non l'ha ammesso, naturalmente, ma credo che sia stato quello a far degenerare tutto e a portarci alla situazione odierna".
"Mi stai dicendo che se l'è presa con Tommy per colpa mia? Che razza di persona è?! Lo ha fatto piangere per ore, è stato quasi impossibile calmarlo. Ti giuro che io lo ammazzo sul serio, ne ho già abbastanza".
"Ti consiglio di evitare di menzionare i tuoi propositi criminali in un distretto di polizia, diventerebbe difficile farlo passare per omicidio colposo. Cerchiamo di evitare almeno la volontarietà, quando ci sarà una giuria a giudicarti".
Si sorrisero, per alleggerire la tensione.

"Preferisci che mi faccia da parte? Vuoi tornare a vivere nel tuo appartamento? Sono disposto a qualsiasi cosa purché smetta di traumatizzare Tommy e causarti grattacapi", mormorò Castle in tono sconfitto, abbassando la testa. Vederlo così scoraggiato e disperato la mandò su tutte le furie. Non sopportava che qualcosa lo facesse stare tanto male. Castle poteva passare per quello che aveva doti di accudimento più spiccate, più immediatamente evidenti, ma lei si sentiva pronta a combattere contro chiunque avesse toccato i suoi uomini. Il mondo non aveva ancora visto all'opera il suo temibile istinto protettivo nei confronti delle persone che amava.

Si alzò anche lei e lo raggiunse. Gli prese la testa tra le mani, costringendolo a guardarla negli occhi. "No, Castle. Assolutamente no. Non permetterò a Josh di modificare i nostri progetti o, peggio, di portar via Tommy dall'unico padre che abbia mai avuto. O privare te di Tommy". Una soluzione del genere avrebbe generato una sofferenza così intensa per tutte le persone coinvolte da non essere nemmeno umanamente concepibile.
"Quindi gli hai consigliato di andare al diavolo?"
"No, sono stata zitta, cercando di trattenermi dal dare un calcio alla sua sedia e buttarlo a gambe all'aria".
"Non negherò che sia un'immagine molto sexy, ma non capisco come tu riesca a rimanere sempre impassibile di fronte alle sue uscite".
Si lasciò abbracciare e appoggiò la testa contro il suo petto. "Mi attribuisci virtù che non ho, purtroppo. Ho solo voluto lasciarlo farneticare per vedere fin dove si sarebbe spinto. In più, legalmente parlando, non so quanto siano legittime le sue rimostranze. Ha ragione a lamentarsi perché ho portato suo figlio a vivere altrove senza avvisarlo? Non volevo dire niente di compromettente, compiere un passo falso. E in parte confesso di essermi sentita in colpa. È vero che non ho l'abitudine di consultarlo e decido sempre io per Tommy".
"Il tuo senso di colpa dimostra che sei una persona civile e un essere umano compassionevole. A differenza sua".
"Non voglio che Tommy cresca in mezzo ai conflitti solo perché i suoi genitori si sono lasciati. E mi piacerebbe che costruissero un rapporto equilibrato". Era un'utopia? Iniziava ad avere più di un dubbio a riguardo.
"Come genitore lo capisco, ma Josh non può venire a turbare la serenità di Tommy per un capriccio. E noi non possiamo accettare tutto quello che pretende senza porre dei limiti. Tommy viene prima di tutto e certamente prima di un uomo privo di ogni empatia nei confronti di un bambino. Mi spiace, non posso rimanere neutrale in una situazione del genere".
Gli sorrise dolcemente. "È proprio quello che farebbe un padre, Castle, non devi scusarti".
"A volte vorrei esserlo davvero", mormorò con voce spezzata, come se si vergognasse ad ammetterlo. La sofferta impotenza che esprimeva quella semplice frase le penetrò sotto la pelle, lacerandola.
"Lo so. E so quanto questa situazione ti ferisca. Ti assicuro che non intendo arrendermi alle sue pretese. Per questo ho invitato mio padre da noi stasera, se per te va bene. Il diritto familiare non è proprio il suo ambito, ma come avvocato può darci qualche consiglio per muoverci al meglio. Che ci piaccia o meno ci sono regole a cui dobbiamo attenerci", concluse con un sospiro, più preoccupata di quanto non volesse ammettere.