18
Quando suo padre giunse al loft, qualche ora più tardi, si imbatté in Martha e Alexis, a loro volta appena arrivate. C'era un motivo per la loro presenza, anche se suo padre non ne era a conoscenza e non si aspettava quindi di incontrarle. Le due donne si sarebbero occupate insieme di Tommy, dedicandogli l'intera serata.
Lei e Castle ne avevano parlato e avevano convenuto che fosse meglio che Tommy non ascoltasse discorsi troppo complessi, quasi certamente spiacevoli, che avrebbero potuto turbarlo, anche se si trattava di questioni che avevano al centro proprio la sua felicità. Come madre sapeva che era la decisione più giusta ed era grata che ci fosse qualcuno pronto a prendersi cura di suo figlio, ma dentro di sé non poteva fare a meno di trovare scorretto che venisse allontanato proprio mentre si discuteva del suo futuro. Non si poteva fare altrimenti. Toccava a loro, agli adulti, entrare in campo per tutelarlo e scegliere ciò che era meglio per lui.
Qualche volta provava il desiderio irrazionale di riaverlo dentro di sé per proteggerlo da tutti i mali del mondo, proprio come era successo durante quei nove mesi che le erano parsi interminabili da vivere, ma che ora, nello spazio della sua memoria, duravano lo spazio di un istante fugace, meno problematico della realtà attuale.
Dopo lo spiacevole incontro con il padre, ancora avvolto nel mistero - nessuna delle due parti aveva offerto una spiegazione soddisfacente-, Tommy non aveva più chiesto di lui.
Non sapendo se fosse un caso o un'omissione voluta, una sera, mentre erano impegnati a giocare tutti insieme sul tappeto in salotto, aveva lasciato intenzionalmente cadere il suo nome all'interno del discorso. Tommy si era fatto silenzioso e si era ritratto in se stesso, smettendo di interagire con lei, cercando invece il conforto delle braccia di Castle, sempre pronte ad accoglierlo.
Lei e Castle si erano lanciati una lunga occhiata significativa da sopra le sue spalle, ma non avevano fatto alcun commento. Non ce n'era stato bisogno, conoscevano perfettamente il contenuto dei pensieri dell'altro, e cioè che tutta la faccenda non prometteva niente di buono.
Smaniava dalla voglia di indagare meglio – era la sua natura, in fondo – ma il buonsenso le aveva consigliato di lasciarlo in pace, senza insistere perché si aprisse con lei. Non era ancora pronto a farlo, il suo comportamento era chiaro al riguardo. Trovava giusto rispettare i suoi tempi, anche se l'atteggiamento di Josh e la sua scelta di rimanere a New York rendevano la questione non ulteriormente rimandabile. Il tutto le era costato più di una notte insonne.
Da quando aveva lasciato l'ufficio provava una fosca sensazione di inquietudine, anche se aveva preferito camuffarla sotto un'aria briosa che le era costato molto mantenere. Non voleva che Tommy, che sapeva leggerla meglio di chiunque altro, sospettasse che ci fosse qualcosa che non andava e si rifiutasse di staccarsi da lei, come faceva istintivamente. Meglio incoraggiarlo a uscire con Martha e Alexis, con loro avrebbe trascorso una serata molto più divertente di quella che si prospettava per lei e Castle.
Era grata per il loro aiuto, offerto con una spontaneità che l'aveva commossa. Dopo il trasferimento al loft le loro vite erano state arricchite da altre due presenze premurose, oltre a quella di Castle. Tommy era stato entusiasta di conoscerle e da allora il loro rapporto si era fatto sempre più stretto e appassionato. Non era scelta di parole casuale. Era stato amore a prima vista per tutte le parti coinvolte.
Era qualcosa di nuovo e strano per lei, che non aveva esperienza di famiglie allargate o di una rete di sostegno pronta a intervenire in caso di necessità, che non si limitasse unicamente al padre. D'un tratto lei e Tommy erano stati circondati da una piccola comunità affettuosa su cui avevano presto iniziato a contare. Per la prima volta sperimentava un senso di appartenenza che le era sempre stato sconosciuto. Le dava un piacevole senso di sicurezza il fatto che suo figlio fosse benvoluto e che potesse formare dei legami al di fuori della cerchia ristretta che aveva conosciuto fino a quel punto.
Il loft di riempì di voci allegre e risate, quando tutti riuscirono finalmente a fare il loro ingresso. Tommy, con un urlo di gioia, si precipitò verso il gruppetto che si era spontaneamente formato nell'atrio senza riuscire a trattenere l'euforia con cui era solito approcciarsi al mondo, specialmente quando si trovava tra persone che non avevano occhi che per lui.
Prese la rincorsa e si fiondò su Alexis, riservandole il privilegio di essere salutata per prima. Era stata da subito la sua preferita e l'apprezzamento era ampiamente condiviso, come le aveva confessato Castle che era diventato ben presto il fulcro indiscusso di tutte le dinamiche familiari. Forse era la cosa più vicina a un rapporto fraterno, se pure poco convenzionale, che entrambi potessero avere. Per Tommy era certamente così.
Dopo qualche minuto di rumorose effusioni, Tommy si rivolse al nonno, manifestando una vivacità più contenuta nel rivederlo. Infine si dedicò a Martha, strillando un "Nonna!" di pura delizia che echeggiò in tutto l'appartamento. Non aveva mai nascosto di essere fortemente affascinato da lei, forse per via del suo modo di fare sopra le righe e i gioielli stravaganti.
"Ciao, piccolo. Sei pronto a uscire? In questa casa nessuno sa pettinarti come si deve, lascia fare a me". Gli passò una mano tra i capelli, rovinando tutti gli sforzi che Castle aveva compiuto per domarli.
"Nonna?", le domandò suo padre allibito, dopo esserle avvicinato senza farsi notare. Doveva essere rimasto confuso da quell'accoglienza caotica, molto diversa da quella a cui era abituato.
Martha lo sentì e si voltò nella sua direzione. "Piacere, sono Martha Rodgers, la madre di Richard. E lei deve essere il padre di Katherine, è un piacere finalmente incontrarla", chiosò la donna, avvolta dal solito intenso magnetismo che sprigionava ovunque andasse, con disperazione di Castle. Lei la trovava adorabile, lui decisamente meno.
Suo padre sposò la linea di Castle. Non fu affatto impressionato dallo charme che Martha riversò generosamente su di lui, si limitò a stringerle la mano con un sorriso di circostanza che lei conosceva molto bene. Significava che avrebbe usato maniere impeccabili, ma si sarebbe ritirato non appena le circostanze glielo avessero permesso.
"È Tommy ad aver deciso di chiamarla così...", si giustificò esitante, sentendosi involontariamente colpevole per aver lasciato correre un'evidente mancanza di rispetto nei confronti dell'unico nonno ufficiale.
Nei piani che aveva accuratamente predisposto insieme a Castle, Jim avrebbe dovuto farsi vivo per ultimo e solo dopo che Tommy fosse uscito, per evitare quel genere di inciampo diplomatico. Purtroppo aveva sottostimato la prudente propensione di suo padre nell'onorare gli appuntamenti con largo anticipo.
"Suvvia, Jim, non sia permaloso. In che altro modo avrebbe dovuto rivolgersi a una vecchia signora? È più semplice così. E in fondo potrei benissimo essere sua nonna. Le assicuro che nessuno intende scalzare il suo ruolo legittimo, non si preoccupi".
"Non mi preoccupo affatto..."
Suo padre non era bravo a mentire, non lo era mai stato. Si vedeva benissimo che non aveva digerito l'idea di essere stato spodestato dal ruolo di idolo indiscusso del nipote, a favore di una donna che era il suo esatto contrario e che a un primo impatto non apprezzava particolarmente.
Nonostante avesse ricominciato a uscire e lavorare in ufficio, non si era ancora ripreso del tutto dall'incidente in cui era stato coinvolto. Gli improvvisi cambiamenti a cui il loro piccolo nucleo familiare era stato sottoposto, se pure positivi, dovevano averlo scombussolato più del previsto.
"Alexis e Martha si sono gentilmente offerte di occuparsi di Tommy stasera", intervenne di nuovo, per sedare gli animi arruffati.
"Che bella notizia", esclamò Jim unicamente a beneficio del nipote. "Dove andrete?", si informò poi con educazione, anche se lei colse perfettamente il tentativo di estorcere maggiori informazioni senza darlo a vedere.
"In questa famiglia non sveliamo i nostri segreti, mi dispiace", annunciò Martha enigmatica, prendendo Tommy per mano per condurlo verso la porta.
Di quel passo suo padre sarebbe stato presto vittima di un colpo apoplettico. Si accorse di aver irrigidito le spalle nell'attesa di vederlo precipitarsi a strappare il nipote dalla rapitrice sotto mentile spoglie che si era fregiata di un titolo non suo e che lo stava portando verso la perdizione.
"Sta scherzando, papà. Io e Castle siamo a conoscenza dei loro progetti e li abbiamo approvati". Le veniva da ridere anche solo a doversi esprimersi in modo tanto solenne. Chi l'avrebbe mai detto che si sarebbe trovata a dover dirimere una faida divampata improvvisamente tra due nonni?
"Nonno Jim, vuoi venire con noi?"
Il visetto di Tommy che si levò preoccupato verso di lui sembrò far intuire all'uomo che era necessario tenere per sé le proprie opinioni. Provò il solito impeto d'amore per quel bambino tanto sensibile da accorgersi invariabilmente dei cambiamenti di umore delle persone a cui voleva bene.
"È molto cortese da parte tua invitarmi, ma devo sbrigare alcune con cose con Rick e tua madre. Divertiti".
Tommy non sembrò essere rassicurato dalle sue parole, che, in effetti, non avrebbero ingannato nessuno.
"Posso venire a dormire da te stanotte? Possiamo dormire tutti da te?", gli chiese ansiosamente, convinto a quel punto di aver fatto qualche grave torto al nonno, che si stava comportando in modo tanto incomprensibile.
Dopo qualche istante di silenzio stupefatto per l'uscita avventata, scoppiarono tutti a ridere. Era il momento di prendere in mano la situazione. Si abbassò per guardare Tommy negli occhi, ancora velati dal timore di aver fatto qualcosa di sbagliato, di aver involontariamente ferito. Avrebbe voluto abbracciarlo.
"Ognuno dormirà a casa propria, Tommy. Ricordi che cosa ti dico sempre? Non puoi invitare le persone ovunque senza che io e Rick ti diamo il permesso". C'era stato qualche incidente di quel tipo, in effetti. In quanto a stravaganza, potevano vantare anche loro una nutrita rappresentanza.
Finalmente la combriccola uscì di casa, dopo numerosi saluti, ripensamenti e promesse di rivedersi – suo padre aveva fatto buon viso a cattivo gioco con un po' più di impegno.
"Un bicchiere di limonata, Jim?", propose Castle. "Mia madre può essere difficile da digerire al primo impatto".
Erano quelli i tratti che amava più di lui. L'innata gentilezza e la capacità di leggere le situazioni in ogni loro sottigliezza. Doveva esserci accorto delle difficoltà di suo padre ed era andato subito in suo soccorso, ricordando nel frattempo che non era il caso di offrire degli alcolici.
"Dell'acqua andrà bene, grazie Rick", rispose prendendo posto al tavolo in salotto, dove, senza perdere ulteriore tempo – conoscendolo, doveva ritenere che se ne fosse sprecato fin troppo - sparpagliò i numerosi documenti che estrasse dalla sua borsa. "Pronti per cominciare?"
Fece cenno a Castle di interrompere il rifornimento di libagioni e gli indicò di sedersi a sua volta. Gli prese una mano sotto il tavolo, in preda all'angoscia per le notizie che il padre avrebbe loro comunicato. Era il momento della verità, quello su cui aveva cercato di non assillarsi per non farsi fagocitare da oscuri timori sulle reali intenzioni di Josh.
"Come premessa, voglio sottolineare di nuovo che il diritto familiare non è il mio ambito d'azione. Per questo motivo vi consiglio di contattare una mia collega, molto più esperta di me". Allungò verso di loro un biglietto da visita, che lei prese senza riuscire a leggere quello che c'era scritto. Le lettere si confondevano davanti ai suoi occhi. "Nel frattempo ho studiato un po' la situazione e mi sono fatto qualche idea".
Annuirono entrambi, come due attenti scolaretti che non volevano perdersi nemmeno una parola.
Jim si rivolse a lei. "Da quel che mi hai raccontato al telefono, credo di aver capito che il padre notoriamente assente abbia avuto un rigurgito di coscienza nei riguardi del figlio che vive nella parte civilizzata del mondo, quella che di solito disprezza. Mi chiedo a che cosa dobbiamo tanto improvviso interesse per le sorti di un bambino di cui stenta a ricordare il nome completo". Le lanciò un'occhiata severa. "È da quando è nato che insisto perché tu prenda provvedimenti per la sua tutela. Se non fossi sempre stata indulgente con quell'uomo non saremmo arrivati a questo punto".
Avvertì la solita, vecchia tensione farsi strada in lei. Non era la prima volta che discutevano dell'argomento e quasi mai con toni pacifici. Jim non aveva mai nascosto il suo totale disprezzo nei confronti di Josh, fin dal giorno in cui era stata costretta suo malgrado ad annunciargli una gravidanza che si era prospettata solitaria e complicata fin dall'inizio.
Per due persone che erano sempre andate piuttosto d'accordo, almeno da quando lei aveva superato il turbolento periodo adolescenziale, era stato sgradevole dover gestire quel loro dissidio che non si era mai ricomposto, era solo rimasto a covare sotto la superficie, pronto a riesplodere ogni volta che veniva accidentalmente sfiorato. Sapeva che suo padre la considerava troppo nobile d'animo – e non nel senso migliore del termine – perché, per riassumerlo con parole sue, concedeva a Josh di fare quello che gli pareva, purché ogni tanto ricordasse di avere un figlio. Lei non era d'accordo con questa visione della questione, la trovava svilente per sé e soprattutto per Tommy.
Il suo comportamento nel corso degli anni era stato frutto di una scelta molto ragionata e non era dovuto alla sua debolezza nei confronti di Josh, come invece tutti sembravano credere. Aveva deciso che la soluzione migliore, viste le premesse poco confortanti, sarebbe stata quella di agevolare il più possibile il rapporto tra il bambino e suo padre.
La realtà non era modificabile, Josh non sarebbe mai stato un padre modello e non ci sarebbe mai nemmeno arrivato vicino. Era inutile lamentarsene, imporgli di cambiare, litigare con lui, farsene continuamente esasperare. Se non lo capiva da solo, c'era ben poco che lei potesse fare per indurlo ad agire in modo diverso, più amorevole o altruistico. Né le interessava far da balia a un uomo adulto.
Era stata convinta, almeno fino alle ultime esternazioni, che un padre saltuariamente presente fosse meglio di nessun padre del tutto, e si era adoperata affinché le cose filassero lisce, sorvolando sulle sue molte mancanze per non generare motivi di conflitto. Era Tommy a meritarlo, non certo Josh. Suo padre era sempre stato di diverso avviso, nonostante avesse cercato in ogni modo di fargli capire le proprie ragioni. A conti fatti era lei sua madre, si era detta dopo una lite particolarmente concitata. Avrebbe fatto quello che riteneva giusto.
"Tommy ha il diritto di avere dei genitori che non litighino continuamente tra loro", ribatté stancamente, consapevole che ripeterlo per l'ennesima volta non sarebbe servito allo scopo.
"Questo significa che tu devi sobbarcarti l'intera fatica di crescere un bambino da sola, senza nessun supporto da parte sua? È così che il Signor SalvoilMondo riesce a dormire la notte? Io non riuscirei nemmeno a guardami allo specchio", tuonò Jim picchiando un pugno sul tavolo, gesto che fece sobbalzare Castle, ignaro degli aspetti più infiammabili della personalità di suo padre, soprattutto quando si trattava del nipote.
"Quando nel corso degli anni ti ho consigliato di definire la situazione in modo più concreto, l'ho fatto perché avevo previsto che prima o poi sarebbe arrivato a vantare dei diritti su Tommy, come infatti è successo".
Si sentì tremare. Castle le strinse forte la mano, in silenzio. Apprezzava che fosse lì a sostenerla senza schierarsi apertamente dalla parte del padre. Chissà se la considerava anche lui una sprovveduta.
"Vuole l'affido condiviso, Katie", continuò Jim con una lieve sfumatura di affetto nella voce, provocandole un moto di angoscia. "Conosco bene le espressioni che ha usato durante il vostro colloquio. Scommetto che ha già contattato qualcuno che gli ha consigliato di far leva sulle tue supposte mancanze. Il fatto che non tu non lo metta al corrente di ogni decisione che riguarda Tommy, per esempio, o che tu abbia cambiato il suo domicilio senza informarlo".
"Non lo faccio perché non gli è mai interessato!", si inalberò, colpita nel suo punto debole. Era proprio quello che aveva temuto, di essere finita inavvertitamente dalla parte del torto. Di dovergli qualcosa. Di non poter fingere che non esistesse, come era successo per la maggior parte del tempo e che l'aveva illusa di poter continuare in quel modo. Perché Tommy era sempre stato, in fin dei conti, solo suo. E le era andato bene, almeno finché non era arrivato Castle... "Non ho mai idea di dove sia, mi lascia raramente recapiti e il suo telefono è irraggiungibile. A un certo punto mi sono stancata, papà". Abbassò gli occhi e strinse le labbra. "Come può volere l'affido condiviso? È assurdo, nessun giudice potrà concederglielo. Ha sempre preferito chiunque altro a suo figlio, questo dovrà pur contare qualcosa".
"Lo so e sono d'accordo con te, almeno in teoria. Ma le sue attività benefiche, le onorificenze ricevute e il suo impegno nel voler migliorare le condizioni di vita dei bambini indigenti, curandoli in prima persona e dando loro di che sostentarsi, faranno un'ottima impressione su qualsiasi giudice che dovesse esaminare la vostra situazione. Così come sarà visto di buon occhio il fatto che abbia rinunciato a tutto per tornare a New York per prendersi cura di suo figlio. Sei davvero pronta a condividerlo con lui? Preparati a farlo, perché è lì che vuole condurvi". Jim era granitico nelle sue convinzioni.
"Pensavo fosse possibile continuare come abbiamo sempre fatto", ammise con un filo di voce.
"Quello che avete avuto finora non ricade sotto nessuna categoria legalmente definibile, purtroppo. Lui non si è assunto alcuna responsabilità e tu hai accettato la situazione, senza pretendere niente. Hai lasciato aperta la strada a future rivendicazioni, che verranno fatte passare come necessità di fare ordine in una situazione confusa, che vada a vantaggio del minore".
I suoi peggiori incubi stavano prendendo forma. "Mi stai dicendo che non ho tutelato Tommy?". Aveva sempre creduto di agire perché suo figlio crescesse nel modo più sereno e sicuro possibile, senza pretendere mai niente da Josh proprio per questo motivo. Aveva sperato che bastasse tutto il suo amore per compensare il resto. Ancor più assurdamente aveva creduto che coinvolgere gli avvocati sarebbe stato controproducente.
Sospirò. "Che cosa prevedrebbe l'affido congiunto? Dovremmo lasciarglielo due weekend al mese, durante le vacanze estive e, non saprei, festeggiare il Natale con lui ad anni alterni?"
Si sentì male solo a ipotizzarlo. Come avrebbero mai potuto imporre obblighi del genere a un bambino che aveva incontrato il padre una decina di volte in tutta la sua vita? Era stata lei a tenere viva l'idea che, dopotutto, un padre ce l'avesse anche lui. E adesso i suoi sforzi le si rivoltavano contro?
Non poteva. Non così di colpo. Non dopo quello che era successo l'ultima volta. Né lei, né Castle sarebbero riusciti ad affidarglielo a cuor leggero.
"Non solo. Dovrete prendere decisioni comuni su qualsiasi cosa, soprattutto per quanto riguarda...", si fermò e recuperò gli occhiali dal taschino della giacca. "La salute, l'educazione e la sua istruzione", lesse dai suoi appunti. "Ha già iniziato a farlo, giusto? Ha messo in discussione le tue scelte educative. Sono sicuro che non sia stato un caso".
A quel punto, l'unica cosa per cui era grata era di essersi fermata in tempo e non aver risposto alle sue provocazioni, come aveva spiegato a Castle. Se ne era stata zitta ad ascoltarlo senza reagire, evitando quindi di offrirgli altri motivi per darle battaglia. "E naturalmente qualsiasi aspetto della vita di Tommy, a parte qualche dettaglio di minore importanza, dovrà essere discusso tra voi e attentamente pianificato. Qualsiasi", sottolineò, dando un'occhiata significativa a Castle. "Oltre ad avere il diritto di frequentarlo in modo regolare".
A ogni aggiunta di possibili diritti che Josh avrebbe accampato le sembrava che il loft si rimpicciolisse e le pareti si chiudessero su di lei, imprigionandola.
Ancora sconvolta e presa a rielaborare le ultime informazioni, sopraffatta dal categorico rifiuto che ogni parte del suo corpo urlava all'idea di concedere a Josh anche una sola briciola in più di quello che aveva avuto - e voluto - fino ad allora, avvertì da lontano la voce di Castle domandare sommessamente a suo padre che cosa consigliava loro di fare.
"Chiamate la mia collega il prima possibile, dovete essere preparati. Dal mio punto di vista, che è quello di un avvocato ma soprattutto di un nonno molto coinvolto, credo che dovresti muoverti in fretta e controbattere chiedendo l'affido esclusivo. Non cambierebbe di molto le cose, in realtà – Josh farebbe comunque parte della sua vita e molte decisioni dovreste prenderle insieme –, ma almeno non dovresti consultarlo per ogni scelta quotidiana. Ti avviso che non è così facile da ottenere, anche se, dopo aver studiato la situazione, direi che ci sono motivi molto solidi che motivino una richiesta del genere da parte tua. Non è mai stato presente nella vita di Tommy, a partire dalla sua nascita. Non ha mai pagato nessun genere di mantenimento. Questi sono punti fondamentali".
Castle si lasciò sfuggire un'espressione soffocata. "Non c'era... quando è nato?"
Li guardò entrambi, incapace di trattenere il suo sconcerto.
"No. Ho cercato di contattarlo per giorni e alla fine gli ho lasciato un messaggio. Si è fatto vivo solo qualche settimana dopo".
"Qualche settimana?". Castle era sempre più sbigottito.
"I telefoni avevano problemi di linea, come spesso gli accade", commentò asciutta.
"Ma deve aver indicativamente saputo in cui periodo sarebbe successo, no? Non poteva rendersi almeno raggiungibile? A meno che Tommy non sia nato molto prima del termine".
"Sì, conosceva la data presunta del parto. E Tommy è nato proprio il giorno previsto, nessuna sorpresa", tagliò corto, incapace di andare oltre. Le vennero le lacrime agli occhi nel ricordare come si era sentita pateticamente bisognosa di avere qualcuno vicino durante quell'esperienza travolgente. La loro relazione era già finita da un pezzo, ma a quel punto le era sembrato assurdo che Josh non fosse presente. Non per forza lì con lei mentre spingeva e si dimenava, ma appena fuori dalla stanza, pronto ad accogliere suo figlio che veniva al mondo. Non era andata così. C'era stata solo lei a dargli il benvenuto, e questo era stato solo un amaro assaggio di come sarebbe stato il resto della sua vita. Il giorno dopo era perfino tornata a casa in taxi da sola con un neonato dormiente posizionato nel suo seggiolino nuovo di zecca. Se doveva far da sé, si era detta, rifiutando l'offerta del padre di riaccompagnarla al suo appartamento, tanto valeva iniziare fin da subito.
"Ma non è finita qui", si intromise Jim. Altre brutte notizie? Non era sicura di avere le forze per ascoltarle. "Per quanto mi riguarda, l'affido esclusivo non basta per salvaguardare del tutto il bene di Tommy. Prevedrebbe una presenza ancora troppo ingombrante da parte di quel soggetto". Vide Castle sorridere, senza volerlo mostrare troppo esplicitamente.
"Hai mai pensato a che cosa succederebbe a Tommy se tu dovessi...". Si fermò, gettandola nel panico. "Non c'è un modo delicato per dirlo. Nel caso tu venissi a mancare".
"Papà! Non ti ho fatto venire fin qui per discutere del mio testamento! Sei impazzito?". Era esterrefatta. Chissà che cosa doveva pensare Castle di suo padre che affrontava il discorso della sua dipartita in loro presenza, come se fosse normale avere conversazioni di quel tipo intorno a un tavolo.
"Mi spiace averti turbata, ma è una realtà su cui avresti dovuto avere le idee chiare fin dall'inizio. Fai un lavoro pericoloso e Dio solo sa quante notti insonni ho passato immaginandoti tra le vie di New York impegnata ad arrestare criminali".
"Chiunque potrebbe morire da un momento all'altro, non solo i poliziotti", sottolineò tagliente.
"È vero, ma da un punto di vista meramente statistico non è come se tu ti dedicassi alla coltivazione di fagioli. Capisci anche tu che il rischio è diverso".
Le venne da ridere forte, forse si trattava di una reazione isterica. Castle li avrebbe cacciati tutti di casa convincendosi di avere a che fare con una famiglia di psicopatici.
"A che cosa dobbiamo questo improvviso e per niente morboso interesse per il mio passaggio verso altre dimensioni?"
Jim appoggiò i gomiti sul tavolo, unendo i palmi delle mani. La voce si fece più accorata. "Ti confesso che come nonno mi sono sempre preoccupato del futuro di Tommy in caso di eventi... chiamiamoli definitivi. Sapevo che la mia posizione non mi dava nessun diritto e che non avrei potuto fare niente per evitare che finisse in qualche sconosciuta parte del globo, a meno di non riuscire a convincere suo padre a lasciarlo con me, cosa che non ho mai ritenuto probabile". Le lanciò un'occhiata sconfortata. "Sì, è una cosa su cui mi sono crucciato molto, anche se ti sembra strano, o morboso, come hai detto tu. Non volevo perdere Tommy. Ho fatto parte della sua vita fin dall'inizio e ti ho aiutato a crescerlo. Lui... è tutto per me. Non puoi credere che non mi sia mai posto il problema. Semplicemente, non potevo farci molto e quindi me ne sono rimasto zitto. Ma le cose ora sono diverse".
Spostò la sua attenzione verso Castle, che raddrizzò le spalle, sentendosi interpellato. "Credo che affermare che Rick sia una figura paterna per Tommy a tutti gli effetti e più di quanto lo sia stato il padre biologico corrisponda al vero, giusto?"
Castle si gelò, imbarazzato di fronte a quella definizione pacata e lusinghiera del suo rapporto con Tommy, fatta da un osservatore esterno alla loro coppia, ma coinvolto profondamente nella vita del bambino. Si trattava di una sorta di ufficializzazione del suo ruolo.
"Sì, certo, è come un padre per lui", affermò decisa, per spazzare il campo da ogni dubbio. Castle le rivolse un'occhiata piena di riconoscenza. "Vai avanti".
"Se dovesse capitarti qualcosa, Tommy perderebbe una figura di riferimento importante e, allo stato attuale, non ci sarebbe niente che Rick potrebbe fare per ottenere che Tommy rimanga con lui. La vita di tuo figlio sarebbe sconvolta".
Castle si afflosciò sulla sedia, impallidendo. Avrebbe voluto occuparsi di lui, promettergli che sarebbe andato tutto bene – lei non aveva nessuna intenzione di morire, prima di tutto -, e intanto interrompere suo padre, imporgli di smetterla di snocciolare eventi tragici con una brutalità che li stava devastando, ma capiva che lo stava facendo per Tommy, per loro. "Vuoi che ci prendiamo una pausa?", domandò a Castle, ancora scosso.
"No, no. Sto bene", replicò schiarendosi la voce. "Non preoccupatevi per me".
"Qual è la tua idea, papà?". Doveva averne una per forza, o altrimenti non se ne sarebbe uscito con un discorso tanto sconvolgente.
"Ammetto che non è una cosa facilmente realizzabile e si parla di un percorso molto lungo e irto di ostacoli, ma nel frattempo potete iniziare a rifletterci sopra. E in questo modo l'intero quadro vi sarà chiaro".
"Vuoi togliergli la patria potestà?"
Si sporse verso di loro. "Non esattamente. Si potrebbe far ricorso a un'adozione speciale da parte di Rick, che consentirebbe a Josh di mantenere il legame con il figlio biologico, per esempio il suo cognome, ma darebbe a Rick dei diritti, compreso l'occuparsi di Tommy qualora tu ci lasciassi".
Rimase senza parole. Non solo non era al corrente che esistesse tale soluzione, ma non si sarebbe mai aspettata che suo padre si spingesse fino a quel punto. Lei l'aveva detto scherzando, convinta che si trattasse di un'eventualità non realizzabile. Se solo fosse stato possibile...
"Per ottenerla è necessario però che siate sposati e non so se sia nei vostri progetti o se desideriate farlo... Dovreste, secondo me, a prescindere dall'adozione di Tommy. Prendetelo come un consiglio spassionato".
"Papà! Non sono fatti che ti riguardino e in più non puoi chiedere a un uomo di sposarmi perché sarebbe più vantaggioso burocraticamente".
"Per me va benissimo", intervenne Castle sovrapponendosi a lei. Si voltò a fulminarlo con un'occhiata. "Il problema sarà sempre zittire le tue obiezioni e indurti a dirmi di sì, e se farlo per il bene di Tommy potrà convincerti più facilmente a sposarmi, ben venga ogni suggerimento. Quindi questo dettaglio è risolto. Ci sposiamo. Quali sono le altre condizioni?"
Si trovava nel bel mezzo di due pazzi che prendevano decisioni senza interpellarla e in previsione della sua morte. Ecco qual era il suo posto nell'universo.
Jim scoppiò a ridere. "Mi piace come ragioni, Rick. E, già che ci siamo e per non perdere ulteriore tempo prezioso, ti concedo la sua mano eccetera. Ah, e anche la mia benedizione. Ora andate a comprare le fedi e prenotare una sala, senza aspettare troppo".
"Ci attiveremo subito", lo rassicurò Castle al settimo cielo.
"Voi due non siete normali, spero che ve ne rendiate conto".
Nessuno si curò di darle retta, occupati com'erano con i loro progetti nuziali. Chissà se sarebbero andati insieme a scegliere l'abito per lei, o perfino le bomboniere.
"Come ho premesso, si tratta di un passo decisamente impegnativo e in sostanza definitivo. Serve che Josh vi dia il suo consenso e non lo vedo francamente realizzabile al momento. Oppure che il tribunale autorizzi la procedura al posto suo, causa irreperibilità o incapacità a farlo. Visto che ha già un passato di latitanza, conterei più su questo. Sono sicuro che si stancherà presto di fare il padre modello. Nel frattempo, mi allenerò come padre della sposa".
...
Bentrovate/i a tutte/i
Ho due cose da aggiungere, brevemente.
Tutta la parte legale è stata lungamente studiata e dibattuta da e con una persona che di queste cose se ne intende (il mio Jim Beckett personale versione femminile), che fin dallo scorso novembre, quando questa ff era solo un'idea vaga, mi mandava pdf con le soluzioni alle varie questioni da me poste riguardanti un bambino che in quel momento esisteva solo nella mia testa (era già molto amato). Entrambe abbiamo augurato a Josh la peggiore delle dipartite. La responsabilità di errori nella resa narrativa è però tutta mia.
Grazie per leggere e commentare. Non dirò niente che suoni inutile e retorico su questa seconda ondata e prossimi dpcm in vista che potranno o meno limitare di nuovo i nostri spostamenti e la nostra vita. Credo però, lo credo in generale e forse utopicamente, che stando insieme e facendosi compagnia si possa star meglio (con dei limiti ragionevoli e di buonsenso, ovviamente, non invito ad abbracciarci tutti in piazza al grido di "Volemose bene"). Grazie quindi di esserci e buona settimana. Silvia
