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Le costruzioni avevano sbaragliato qualsiasi avversario presentatosi sotto forma di articoli per bambini che avesse osato tentarli con il proprio richiamo all'interno del negozio in cui si erano introdotti con una certa frenesia dopo essere usciti dallo studio della psicologa.
Castle si era convinto, mentre se ne erano stati tutti e tre intenti a confabulare davanti al lungo scaffale ricolmo di oggetti, che Beckett dovesse avere una speciale predilezione per quel tipo di giocattoli – forse considerandoli più educativi di altri. O forse ne era appassionata in segreto. Non aveva idea di quale fosse il motivo, c'erano alcuni lati di lei che non gli erano mai stati svelati e che lo intrigavano, come del resto tutto quello che la riguardava.

Di fatto, e con sua somma meraviglia – meraviglia che si era affrettato a nascondere prima di spezzare l'incantesimo-, Kate non aveva battuto ciglio quando, raggiungendo una delle casse con tutta la mercanzia che erano riusciti ad accumulare in un arco di tempo straordinariamente breve, un solerte commesso aveva suggerito loro di approfittare della consegna a domicilio. Diversamente, era stato il sottinteso inespresso, non sarebbe bastato un taxi per portarsi a casa l'immane quantità di scatole che giacevano sul nastro. Come se fosse la soluzione più ovvia, e non qualcosa su cui normalmente avrebbe avuto da ridire fino alla fine dei secoli, Kate aveva acconsentito con un breve cenno della testa, lasciando a lui il compito di definire i dettagli della spedizione, che sarebbe stata fatta pervenire al loft nel giro di qualche ora.
Avrebbero tenuto solo una scatola di piccole dimensioni, su espressa richiesta di Tommy, che ora sfoggiava compiaciuto una borsa colorata appesa al suo polso.

Lasciandosi il negozio alle spalle, si domandò se fosse iniziata una nuova era. Di solito gli acquisti per Tommy, ai quali si dedicava in solitudine traendone molto diletto, dovevano essere fatti entrare in casa di soppiatto mentre lei era al lavoro, sperando che non se ne accorgesse una volta tornata. Se ne accorgeva, invariabilmente. Era stata addestrata a riconoscere ogni minima variazione dell'ambiente circostante e c'era un limite alle volte in cui lui poteva fingere che si trattasse di vecchi giocattoli di Alexis rinvenuti in cantina. Cantina che tra l'altro non possedeva e alla cui esistenza sospettava lei credesse solo per non doverlo mettere ogni volta con le spalle al muro.

"Devo tornare al distretto", annunciò Kate con voce rammaricata quando riebbero un cielo sopra la testa e non decorazioni natalizie esposte anzitempo. Amava il Natale, ma era decisamente troppo presto anche solo per provare a entrare nell'atmosfera.
"Pensavo avresti trascorso il resto pomeriggio con noi".
Si morse le labbra, desiderando averlo fatto prima di quell'uscita inopportuna. Non intendeva lamentarsi della carenza di tempo a loro disposizione, sarebbe stato ingiusto. Era un giorno feriale e Kate aveva già fatto un'eccezione per riuscire a incastrare l'incontro con la psicologa in un'agenda sempre sul punto di esplodere. Sapeva che avrebbe dovuto recuperare quelle ore già entro la settimana in corso.
"Scusami. Non volevo farti sentire in colpa, so che hai molto da fare. Io e Tommy andremo al parco e poi a casa a preparare la cena".
Gli sorrise. "Non scusarti". Guardò l'orologio. "Ho ancora qualche minuto libero, posso fare un pezzo di strada con voi".
Ne fu felice. Amava starsene in giro con loro, quando in circostanze normali lei e Tommy sarebbero stati entrambi lontani da lui, impegnati con la scuola e il lavoro, lasciandolo come sempre in attesa di poterli rivedere.

Oltrepassato l'ingresso del parco, quando il rumore del traffico si affievolì consentendo loro di immergersi nella quiete dei vialetti ombreggiati, Kate si voltò verso di lui. Non ci fu bisogno che gli dicesse alcunché. Capì dalla sua espressione che si stava accingendo a tirar fuori un discorso che doveva starle a cuore, e si chiese se fosse quello il motivo per cui avesse cambiato idea, prendendosi ulteriore tempo per accompagnarli.
"Avanti", la precedette. "Esponi pure le mie colpe senza indulgenza".
Gli lanciò un'occhiata esasperata. "Mi piacerebbe chiederti di spiegarti meglio, ma sono sicura che per la mia salute mentale sia meglio di no".
Castle si lasciò sfuggire una debole risata. "No, non si tratta di una delle mie solite teorie astruse che fingi di non approvare, ma che di nascosto apprezzi". Fece una pausa. "Riconosco quello sguardo di quando ti spiace dover puntualizzare qualche mia malefatta, ma senti di doverlo fare comunque per il bene della società. Mi reputi gradevole e talvolta irresistibile, ma l'amore per la giustizia ti impone di accusarmi di qualche mancanza o solo di un comportamento più bizzarro del solito".
"Non è assolutamente quello che faccio, sei impazzito?", replicò con un po' troppa veemenza, segno che ci aveva visto giusto.
"Lo fai. E ne trai un piacere perverso. Sentiamo, che cosa ho combinato questa volta?"
"Sono le tue solite farneticazioni, alle quali non darò retta, perché mi aspettano in ufficio".

Attese divertito la ramanzina, senza aggiungere altro, certo che sarebbe arrivata. Come infatti puntualmente accadde.
"È solo che... sei stato molto insistente con Mireille nel difendere i diritti di Josh come padre biologico, e la cosa è strana, considerando che sai bene come si comporta con Tommy".
L'allegria svanì. Anzi, Castle si allarmò per quell'interpretazione delle sue intenzioni, che non collimava con la realtà. Era convinto di essersi spiegato al meglio già dentro lo studio, non si era reso conto che per lei il discorso non era affatto chiuso, come lui invece credeva fosse.
"Non volevo certo convincerla che fosse un ottimo padre", reagì punto sul vivo.

Kate non parlò, impegnata a guardarsi con interesse la punta degli stivali. Provò di nuovo a spiegarsi, questa volta mettendoci più impegno. Non era un argomento che volesse lasciare in sospeso tra loro, perché avrebbe aperto la strada a futuri equivoci, che voleva evitare a ogni costo.
"Sono stato preso in contropiede dalle sue domande, non sono abituato a subire interrogatori senza preavviso, anche se vivendo con te dovrei esserne abituato".
Aveva tentato di fare dello spirito, ma fallì su tutta la linea, ottenendo in cambio un'occhiata molto agguerrita. "Non sto insinuando che tu mi sottoponga quotidianamente a degli interrogatori". Di male in peggio. Si allentò il colletto della camicia, agitato. "Okay, è vero, non ho dato il meglio di me e continuo a non darlo". Si sentiva frustrato per quella sua improvvisa inadeguatezza ad articolare un discorso sensato, nonostante fosse più che mai necessario.

Kate continuò a rimanere in silenzio, il che contribuì a renderlo ancora più insicuro. Voleva rimettere nella giusta ottica una questione che gli era sfuggita di mano, ma a quel punto dubitava che ci sarebbe mai riuscito e quindi si rassegnò ancora prima di cominciare. "Dimmi che cosa ti passa per la testa, non lasciarmi qui a blaterare cose senza senso, quando è chiaro che non ho il controllo delle mie sinapsi".
"Il fatto è che..." Annuì per incoraggiarla a continuare. "Non so, Castle, avevi tanto premura di ricordare al mondo che all'anagrafe è riportato un nome diverso dal tuo da farmi venire il dubbio... lo stesso di Mireille... che tu inconsciamente respinga un ruolo che ti è stato affibbiato, ma per il quale non ti senti pronto".
Iniziò a scuotere la testa, troppo sconvolto per imbastire una risposta ragionevole. Non osava esprimersi, tenendo conto degli infruttuosi tentativi precedenti.
"No, Kate, non devi nemmeno pensarlo..."
"Non ci sarebbe nessun problema, se fosse così. Mi rendo conto che si tratta di un traguardo impegnativo, e che forse è arrivato troppo presto. È colpa mia, non avrei dovuto suggerire a Tommy quell'appellativo, PapàRick, senza averne prima discusso con te o aver lasciato sedimentare la cosa. Ti capisco. Ma devi essere chiaro, perché non possiamo confondere Tommy o promettergli qualcosa che non possiamo mantenere".
Le sue parole, espresse con il suo solito piglio deciso, lo atterrirono. Di lì a poco avrebbe esposto la necessità per tutti di fare un passo indietro e nel giro di qualche giorno sarebbe tornata nel suo vecchio appartamento insieme a suo figlio con la scusa di dargli spazio e lasciar sedimentare. Sentì la mano gelida del terrore stringergli la gola.
"No. No. Kate, no. Hai travisato la mia reazione. Anzi, sono io a essermi espresso male. Voglio essere suo padre. Non c'è niente che io desideri di più, salvo sposarti. Mi piace quando mi chiama Papà Rick, è stata un'idea grandiosa, il giusto compromesso. E ti assicuro che non è affatto impegnativo, vi amo entrambi moltissimo. Solo..."

Kate alzò un sopracciglio. Si maledisse per essere così maldestro.
"D'accordo, la verità è che fin dall'inizio ho sempre pensato che sarei stato un padre migliore di Josh. E in più lui non è mai stato presente, mentre io sì. Sarebbe stato fin troppo facile dargli un calcio – metaforico – e rimpiazzarlo, dimenticando la sua esistenza. Ma sarebbe stato ingiusto, egoista da parte mia e una mancanza di rispetto nei confronti di Tommy e suoi. Non posso appropriarmi della sua famiglia e cacciarlo in soffitta solo perché sono convinto di essere migliore di lui. Mi accusi sempre di avere un ego smisurato, ma credo che questo sarebbe troppo anche per me".
Kate lo osservò a lungo con espressione impenetrabile. "Questa tua nuova consapevolezza priva della solita grandiosità, ma anzi piena di buonsenso, mi coglie impreparata, Castle".
Scoppiò a ridere. "E questo mi rende più o meno affascinante ai tuoi occhi?"
Finse di studiarlo. "Ci devo pensare". Avvicinò la testa alla sua, facendosi più seria. "È indubbio che tu sia migliore di lui, qui non si tratta di una percezione errata o di egocentrismo. Sei la persona più altruista che io conosca, soprattutto quando si tratta di Tommy. E non stai rubando il posto a nessuno, come ti ho già detto davanti a Mireille, semplicemente perché quel posto non è stato mai occupato da chi ne avrebbe avuto il diritto. Non è un'ingiustizia, anche se ti fa onore porti il dubbio".

Le mise un braccio sulle spalle, tirandola contro di sé e la baciò su una tempia, troppo scosso dalle sue parole di apprezzamento per risponderle con una delle loro battute che avrebbe dato origine a quei battibecchi che tanto amavano.
"Dovremmo prenderci una vacanza", decise all'improvviso. "Non un weekend negli Hamptons, un posto diverso, più lontano. Abbiamo bisogno di cambiare aria".
Solo loro tre, senza il rischio di intromissioni esterne. Sapeva già quale sarebbe stata la meta, si materializzò davanti ai suoi occhi non appena formulò la proposta.
"Sì, mamma! Andiamo in vacanza", intervenne Tommy festante. Come riuscisse sempre a captare i loro discorsi nonostante sembrasse sempre distratto da altro era un mistero. Castle si fece battere cinque, sigillando il loro accordo.
"Non so se potrò liberarmi dal lavoro, non posso promettere niente". Si voltò verso di lui. "Però non è una cattiva idea", mormorò.
Data la sua natura poco propensa ai cambi di programma, prese la sua cauta risposta come una vittoria senza riserve.
"Ottimo, preparate la tuta da sci e tutto il resto, andremo in vacanza sulle Alpi. Vi porterò in un posto magnifico. Per questa volta Parigi dovrà aspettare, mi spiace".
La parte relativa a Parigi venne debitamente sussurrata perché giungesse solo alle orecchie adulte alle quali era indirizzata. Lui non aveva dimenticato i croissant e la passeggiata lungo la Senna suggeriti durante il loro primo appuntamento. Più avanti avrebbero realizzato anche quella fantasia.
"Non credi che dovremmo decidere insieme dove andare in vacanza? Non puoi trascinarci dove ti pare senza chiedere la mia opinione, forse ti sfugge che potrei avere anche io delle preferenze".
"Le tue preferenze ci farebbero fermare a Coney Island, solo per essere più vicina al distretto".
"Cominci a essere troppo sfrontato per i miei gusti".

"Kate".
Una voce maschile a lui sconosciuta si insinuò tra loro, pervenendo dallo spazio alle loro spalle. Ne fu infastidito, anche se non sapeva ancora a chi apparteneva. Voleva godersi in pace un momento privato che doveva apparire tale anche all'esterno, visto che si stavano baciando. Non doveva essere difficile da capire.
Si voltarono tutti e tre simultaneamente, lui irritato dall'interruzione e pronto a congedare sbrigativamente l'estraneo, madre e figlio rassegnati, forse perché già consapevoli dell'identità del seccatore.
Kate si staccò in fretta da lui, quasi a voler nascondere la natura del loro rapporto – una reazione che lo mandò in confusione-, mentre Tommy rimase in disparte. Nel silenzio raggelante che seguì, sentì la manina del bambino intrufolarsi nella sua, esitante.
Riconobbe senza difficoltà Josh nell'uomo che si trovò davanti, non tanto per merito della chioma una volta invidiabile, che non aveva però retto le insidie dello scorrere del tempo – fu la prima cosa che notò con soddisfazione, del resto lui non si considerava un santo -, ma per via dell'aura di arroganza di cui era circonfuso, che emanava generosamente a beneficio di chiunque si trovasse nei paraggi.

E quindi il momento era infine giunto. Strano, aveva sempre immaginato il loro incontro in un contesto più drammatico, uno in cui Josh avrebbe senz'altro avuto la peggio, non sotto le imponenti chiome di alberi secolari nel bel mezzo di un ameno pomeriggio e senza adeguata preparazione.
Solo un pazzo non si sarebbe accorto dell'ostilità muta che si stava riversando compatta contro di lui mostrando chiaramente che non era il benvenuto. Quell'uomo doveva difettare della capacità di leggere i segnali comunicativi provenienti dal prossimo. Una grave mancanza, considerando che si trattava di un medico, un benefattore dell'umanità e un eroe. Conosceva a memoria la lunga sfilza dei suoi attributi.

Josh indirizzò la sua attenzione verso Kate, tagliando fuori lui e Tommy, come se fossero stati invisibili. E se lui aveva ben altre aspirazioni che ricevere qualsivoglia forma di cortesia da parte di un uomo sulla cui sparizione in circostanze tragiche aveva già adeguatamente congetturato, l'indifferenza che riservò al figlio lo turbò nel profondo.
Un conto era essere messo a conoscenza del suo comportamento attraverso numerosi aneddoti poco edificanti, un altro era assistere dal vivo all'esperienza di un padre che ignorava volutamente il suo unico figlio, un bambino di soli quattro anni. Come uomo cresciuto senza un padre se ne sentì toccato in prima persona, riaccendendo una sofferenza che credeva ormai superata.

Kate gli rivolse una breve occhiata ammonitrice che ricambiò ostentando un'aria irreprensibile e vagamente offesa – non aveva di certo intenzione di fargli del male in un luogo pubblico e in presenza di Tommy –, prima di muoversi verso l'ex fidanzato, o qualsiasi cosa fossero stati in precedenza. Vedendoli insieme gli risultava difficile credere che fossero mai stati coinvolti in una relazione sentimentale, se non per sbaglio e sporadicamente. Non c'era affetto tra loro, né una parvenza di stima reciproca. Non c'era... niente. Era destabilizzante.

"Ti ho chiesto esplicitamente di farmi un resoconto dell'incontro con la psicologa". Nessuno, da che aveva memoria, si era mai rivolto a Kate con tale aria di sufficienza, perfino i criminali la rispettavano. Se ne sentì personalmente offeso. "Mi aspettavo un aggiornamento".
Naturale. E lodi al cielo per essersi degnato di scendere tra loro per informarsi di qualcosa che si era reso necessario solo per colpa delle sue gesta scellerate.
"Abbiamo comprato le costruzioni. Vuoi vederle? E andremo anche in vacanza".
Con sua sorpresa, Tommy si inserì nell'atmosfera tesa che avviluppava i suoi genitori, quasi a voler stemperare l'ostilità che aveva istintivamente colto tra loro. La tenerezza che provò per lui in quell'istante gli provocò un dolore fisico.
Tommy rimase per qualche secondo con il braccio alzato a mostrare al padre il bottino di cui andava orgoglioso, attendendo un cenno di riconoscimento. Un padre rimaneva un padre, per quanto pessimo potesse essere e Tommy voleva condividere con lui qualcosa che riteneva prezioso.
Doveva essergli costato molto quel gesto di coraggio – apostrofare Josh apertamente-, lo intuì dall'impercettibile tremito della voce, che sarebbe sfuggito a chiunque, ma che per lui era palese come la detonazione di una bomba. Ed era anche spaventato, visto come gli stava stritolando la mano.

Tommy era un bambino sensibile, era un fatto universalmente noto, e lui aveva sempre attribuito questa sua spiccata caratteristica alla sua personalità e all'affetto ricevuto nei primi anni di vita. Non aveva mai riflettuto sul fatto che quella predisposizione potesse essere stata affinata dall'essere stato immerso fin dalla nascita in una situazione conflittuale. Stava tentando di distogliere l'attenzione di Josh da sua madre, addossandola su di sé, forse per proteggerla. Chissà quante altre volte era successo. Quel pensiero gli fece contrarre lo stomaco già duro come un sasso e inasprì il suo astio.

Josh non gli diede retta, non sembrò nemmeno aver registrato l'interruzione. Kate, per quanto poteva vedere, si stava sforzando di dissimulare il proprio stato d'animo, che doveva essere prossimo allo sterminio di massa per come quell'uomo stava trattando suo figlio.
Sospettò che la simulata compostezza a cui lei si stava costringendo fosse un modo per tutelare Tommy. Se avesse reagito diversamente, se avesse polemizzato o risposto per le rime, avrebbero finito col litigare, era evidente anche a lui che l'oracolo in carne e ossa non avrebbe tollerato di ricevere lo stesso trattamento che lui infliggeva agli altri. E gli era altrettanto evidente che a Josh non importava nulla di Tommy.

Messo per la prima volta di fronte alle dinamiche di una relazione che gli appariva – pur non avendone le competenze - disfunzionale, percepì acutamente la propria posizione svantaggiosa. Era appena stato definito come il terzo genitore, che in sostanza significava contare meno di niente da un punto di vista giuridico, ma che gli dava la possibilità unica di osservare il disagio di Tommy dall'esterno. E quel che vedeva non gli piaceva.

Josh si degnò solo dopo qualche istante di voltare la testa nella loro direzione per dar retta a suo figlio, che aveva tristemente abbassato il braccio ed era ormai scomparso dietro le sue gambe.
"Ehi, Thomas".
Ehi, Thomas? Era tutto quello che riusciva a produrre? E perché lo chiamava in quel modo? Che ne era di Tommy?
Non aggiunse altro, non gli sorrise, non creò nessuna connessione con lui, si limitò a fissarlo senza mostrare la minima curiosità né per le costruzioni né per la notizia della futura vacanza, che Tommy si era avventatamente lasciato sfuggire. Il problema non era tanto, o soltanto, che da un padre ci si sarebbe aspettati qualcosa di diverso, di più affettuoso o che almeno denotasse interesse – quello sarebbe stato il minimo della decenza. La cosa più agghiacciante di tutte era che chiunque si sarebbe comportato con più calore di fronte a un bambino. Gli vennero in mente molte definizioni, ma nessuna che non fosse un insulto.

Dopo aver evidentemente ritenuto di aver adempiuto ai suoi doveri, Josh tornò a ignorarli. Era per Kate che si era fatto vivo con una scusa, realizzò sbigottito. Non perché provasse per lei un interesse romantico, dubitava che fosse in grado di avere dei sentimenti per qualcuno che non fosse se stesso.
Quello che gli era impossibile tollerare, finalmente lo comprendeva con una chiarezza che gli toglieva il fiato, era l'essere stato messo da parte. Quando lui, Richard Castle, era entrato a far parte del quadro, la sua dirompente autostima doveva aver subito un'insopportabile incrinatura. Finché Kate e Tommy erano rimasti da soli perché lui era stato emotivamente assente, di loro non gli era mai importato alcunché.
Adesso veniva invece a rivendicare i suoi diritti e a pretendere maggiore spazio, solo perché c'era un altro uomo che dimostrava di avere a cuore le loro sorti, pronto a fare quello a cui lui si era sottratto, a creare una famiglia.

Tommy gli diede un piccolo strattone, distogliendolo dallo sgradevole spettacolo a cui stavano entrambi assistendo impotenti.
Abbassò lo sguardo su di lui e vide due occhi colmi di mestizia incontrare i suoi. "Andiamo a casa, PapàRick?", gli domandò con una vocina sottile e rassegnata. Gli parve cresciuto di colpo, un piccolo adulto il cui cuore poteva essere stato spezzato ancora una volta, ma che non aveva perso la dignità.
Lo prese in braccio, incurante del fatto che l'altro padre potesse aversene a male. Era certo che avesse sentito il modo in cui Tommy si era riferito a lui, anche se non disse niente a riguardo. Non gli importava. Che imparasse una volta tanto a gestire la frustrazione per non essere al centro del mondo, lui voleva unicamente proteggere Tommy.

Sentì la furia repressa dilagare nel proprio corpo, gonfiandogli il petto. Doveva trattenersi per il bene del bambino, proprio come Kate doveva aver fatto da sempre, anche se lui non era altrettanto bravo a praticare un tale dominio su se stesso.
Se fosse stato libero di agire non si sarebbe tirato indietro dall'affrontare un uomo tanto insensibile da non rendersi conto di quanta sofferenza stesse causando a suo figlio, che si trovava a essere respinto da un padre al quale voleva comunque fare una buona impressione.
Che cosa avrebbe comportato tutto questo per la sua futura autostima? Che cicatrici avrebbe lasciato nella sua vita da adulto? Come avrebbe potuto metabolizzare, piccolo com'era, l'indifferenza di suo padre, senza attribuirla a sé e alle proprie mancanze, senza sentire di averla meritata?
Giurò silenziosamente che avrebbe fatto l'impossibile per ripagarlo di un giro sbagliato della sorte. Gli avrebbe insegnato ad avere fiducia nei propri mezzi e a comprendere l'egoismo di suo padre, separandolo da se stesso. Avrebbero coltivato e rinforzato insieme i suoi punti di forza e non avrebbe mai ignorato un suo tentativo di approccio.

"Io e Tommy andiamo a casa", annunciò senza curarsi di apparire risentito. Era arrivato al capolinea della sopportazione. Calcò il nome del bambino per cancellare il precedente Thomas pronunciato con intollerabile distacco.
Lanciò un'occhiata truce a Beckett, per comunicarle che c'era un limite alla sua capacità di trattenere dei legittimi istinti omicidi.
"Non abbiamo ancora finito di parlare".
Sua Maestà si rivolse a lui sdegnato, quasi stupendosi di tanta temerarietà da parte sua, come se lui e Tommy fossero un'unica entità incapace di comportarsi in modo appropriato. Come faceva la gente a sopportarlo senza mandarlo al diavolo?
"Potete continuare la vostra edificante conversazione anche senza di noi. Tommy è stanco".
Avrebbe voluto proseguire facendo una lezioncina su come, nelle società civili, il benessere dei bambini venisse prima di quello di adulti capricciosi e narcisisti come l'esemplare da manuale che si trovava a pochi metri da lui, ma preferì starsene in silenzio.

"Sono venuto appositamente per incontrarlo. È mio diritto passare del tempo con lui", si lamentò querulo l'uomo che non doveva aver superato la fase anale.
Era stupefacente come riuscisse a mentire senza vergogna. Ed era incredibile la spudoratezza e la tracotanza con cui modificava la realtà a suo favore senza rendersi conto di come stessero davvero i fatti.
Di fronte a quelle parole Tommy si immobilizzò come un animale intrappolato. Gli parve perfino di percepire l'odore acre del panico che doveva averlo invaso alla prospettiva di stare con suo padre. Era troppo.
"Puoi vederlo solo quando è il tuo turno, previo accordi. Non puoi piombare nella sua vita solo quando ti fa comodo e spaventarlo a morte".

Era sbagliato, lo sapeva. Ci sarebbero state conseguenze e sicuramente inasprire i rapporti era l'ultima cosa che un qualsiasi avvocato avrebbe consigliato loro di fare, ma lo doveva a Tommy. Doveva sapere che al mondo c'era qualcuno che avrebbe preso le sue difese e che sarebbe stato dalla sua parte, a qualsiasi costo.
"Ci vediamo a casa", tagliò corto Kate, prima di tornare a rivolgersi con espressione insofferente all'uomo petulante che, ne era certo, avrebbe aggiunto ulteriori lamentele alla lunga lista che aveva in serbo per lei.