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Kate era tornata prima del previsto, mostrandosi piuttosto taciturna. Castle l'aveva accolta con lo slancio di sempre, ma da subito aveva percepito che c'era qualcosa che non andava. Non ne aveva dato merito al suo sesto senso, di solito puntuale nel registrare le variazioni del suo umore, soprattutto se viravano al peggio. Era visibilmente alterata, e tesa nello sforzo di non farlo trapelare.

Messo di fronte al dilemma se indagare o meno la situazione in modo più approfondito – fare pressione l'avrebbe fatta innervosire ulteriormente? Era un dubbio legittimo, conoscendola -, aveva in ultimo preferito sorvolare; sapeva che era meglio non prenderla di petto, lo imparato già ai tempi del loro primo incontro. Non era stato però solo il buonsenso a consigliargli di affrontare la questione più tardi, attendendo le sue mosse. A frenarlo era stata la paura, un rivolo sotterraneo che lo teneva costantemente sulle spine, che il cattivo umore di Kate avesse a che fare con lui. Che ce l'avesse a morte con lui, anzi. Sensazione irrazionale quanto si voleva, ma fonte di qualche apprensione di troppo, che sospettava nascondesse dei timori che non osava far venire alla luce.

L'ipotesi meno drammatica era che la sua inquietudine derivasse dall'ennesima assurda richiesta da parte di Josh e che non volesse turbarlo rivelandogliela.
Non l'aveva sentita nel corso del pomeriggio, quindi non era al corrente di quello che era successo tra i due dopo essersene andato dal parco con Tommy. Avevano continuato a discutere? Forse la lite era degenerata sotto gli occhi di tutti?
Non avere tutte le informazioni gli aveva procurato una discreta dose di ansia, ma aveva preferito starsene zitto immaginando scenari via via meno tranquillizzanti, sentendosi sempre peggio.

Dopo una cena veloce consumata in un silenzio rotto solo da qualche monosillabo, Tommy, in apparenza ignaro dell'insolita tensione presente tra i due adulti seduti a tavola con lui, aveva preteso che trascorressero la serata dedicandosi tutti insieme alle costruzioni nuove di zecca che erano state appena consegnate da un zelante fattorino carico di numerose scatole, che se ne era andato con una notevole mancia.
Non poteva certo dire di essere nella migliore disposizione d'animo per concentrarsi nella progettazione di edifici futuristici, ma aveva fatto una promessa e lui non era solito deludere le aspettative di un bambino venendo meno a un impegno a cui aveva acconsentito. Kate si era unità a loro, mostrando un entusiasmo in apparenza genuino all'idea di partecipare, cosa che lo aveva fatto ben sperare.
Consapevole di doversi muovere con circospezione, mentre erano impegnati nel gioco le aveva rivolto qualche frase casuale, alle quali lei aveva risposto se non con calore, almeno non con il distacco mostrato a cena. Era un inizio e il fatto che non avesse ancora tirato fuori la pistola dalla cassaforte in cui la riponeva non appena rientrava in casa, poteva essere considerato un punto a suo favore.
Era comunque inutile fingere che l'atmosfera fosse confortevole e rilassata come quella che si creava di solito quando si ritrovavano insieme al termine di una giornata piena di impegni, felici di rivedersi. Le nubi non si erano ancora diradate.

Più tardi, quando si trattò di mettere Tommy a letto, fu lui a offrirsi di occuparsene. Da quando si erano fatti vivi gli incubi che lo svegliavano in piena notte, Tommy aveva iniziato a opporre resistenza all'idea di concludere la giornata da solo nella sua cameretta. Nonostante la stanchezza, ciondolava per casa esausto e sempre più nervoso fino a esplodere in vere e proprie scenate, cosa che rendeva ancora più difficile convincerlo ad abbandonarsi al sonno.
Castle aveva quindi deciso di inventarsi una routine che rendesse meno drammatico quel delicato passaggio e aveva coinvolto Tommy nei suoi progetti, facendoli apparire divertenti e avventurosi. Poteva affermare con orgoglio che il suo piano aveva funzionato alla grande. Si divertivano come dei matti, anche se lo scopo della faccenda, come faceva notare Kate immancabilmente, non era di mandarlo su di giri, ma al contrario di predisporlo al riposo.

Dopo qualche minuto di chiacchiere, seguite da alcune pagine del libro che Tommy sceglieva personalmente tra una serie di volumi adatti alla sua età e che lui gli leggeva ad alta voce, cambiando le voci ai personaggi e, spesso, modificando la trama per renderla più avvincente, fu libero di tornare in salotto. Esitò per qualche istante con la mano sulla maniglia, voltandosi indietro a dare un'ultima occhiata al bambino addormentato – la quiete che regnava nella stanza era più invitante del conflitto che, ne era certo, avrebbe dovuto affrontare di lì a breve. Non si illudeva che le cose si fossero risolte di colpo in sua assenza.
Passare dal mondo incantato che aveva condiviso con Tommy nella penombra di una stanza silenziosa alle insidie della vita adulta era qualcosa che, per la prima volta, trovò superiore alle sue forze. Ma doveva farlo, non aveva senso ritardare ulteriormente una conversazione che aleggiava minacciosa nell'aria.

"Ti preparo qualcosa da bere?"
La trovò seduta sul divano, intenta a leggere dei documenti che si era portata dall'ufficio. Meglio mostrarsi conciliante. Kate lo guardò distrattamente e scosse la testa, prima di tornare a immergersi tra le sue carte.
Era un invito a non disturbarla? Non sapendo come procedere, si limitò a non fare niente, occupando il posto del divano più lontano da lei, in attesa di un cenno da parte sua.
"C'è qualcosa che vuoi dirmi, Castle? Sei piuttosto inquietante lì immobile a fissarmi", lo apostrofò dopo una decina di minuti. Nonostante il tono scherzoso con cui aveva tentato di camuffare l'irritazione, la percepì forte e chiara. Aveva avuto ragione, era lui il bersaglio della sua ira.

Decise che era ora di finirla e si buttò impavido e a volto scoperto contro le armi che avvertiva ormai puntate contro di lui. "Vorrei che parlassimo di quello che è successo oggi pomeriggio. O che parlassimo e basta", ribatté con tono pacato, nonostante si stesse predisponendo interiormente all'inevitabile discussione che ne sarebbe seguita. La vena che le pulsava sulla fronte, che di solito amava baciare, non mentiva su quali fossero le sue vere intenzioni.
"Mi sorprende che tu mi faccia questa proposta. Credevo che fossi solito agire senza curarti delle conseguenze".
Dopo quell'uscita sferzante tornò a ignorarlo, lasciandolo di sasso.
Non si era aspettato un attacco tanto diretto. Si sentì disarmato di fronte all'acredine che gli era stata rivolta senza nessun preambolo, come se fosse appena stato investito da una tonnellata di ghiaccio.
Indispettito, gli venne voglia di ripagarla con la stessa moneta, ma in ultimo si dominò. Non aveva senso iniziare a lanciarsi delle frecciate sarcastiche con il solo intento di ferirsi, circostanza che non si era mai verificata tra loro, il che contribuiva a disorientarlo.
"Puoi spiegarti meglio?"
Si era espresso con la maggior cautela possibile, ma Kate reagì fissandolo torva.
"Quella scenata di oggi al parco era necessaria? Dovevi proprio annunciare a tutti i presenti l'ostilità che provi per Josh? Perché non fare una dichiarazione di guerra in mondovisione a questo punto, così da non avere più dubbi a riguardo?", gli scagliò contro inviperita.

Era il colmo. Al diavolo il dominio su se stesso. Si alzò in piedi, incredulo per il rimprovero meschino che gli era appena stato rivolto e offeso per quella lettura svilente del suo comportamento, che aveva avuto un intento molto più nobile. La calma che si era ripromesso di mantenere venne cancellata di colpo.
"Credi abbia agito in quel modo solo perché non lo sopporto? Quanti anni credi che io abbia, dodici? Te la stai prendendo con il bersaglio sbagliato".
Fece qualche passo lontano da lei. Era agitato e si sentiva umiliato dalla sue parole. Gli pareva che si fosse trasformata all'improvviso in un'estranea astiosa che, dopo averlo ingiustamente aggredito verbalmente, si era ora chiusa dietro un insopportabile silenzio. Si passò una mano tra i capelli, non sapendo che cosa fare. Decise di insistere, almeno per tentare di discolparsi da un'accusa totalmente ingiusta.

"Certo che non lo sopporto e direi che ne ho ogni motivo, visto che tratta Tommy in un modo inammissibile per un genitore. Ma adesso il problema sarei io?"
Kate sbuffò e voltò la testa, ritenendolo forse melodrammatico.
"Non è il caso di fare la vittima e non mettermi in bocca cosa che non ho mai nemmeno pensato. Voglio solo dire che attaccarlo come hai fatto tu non è la soluzione. Anzi, peggiorerà solo le cose, come se non avessimo già abbastanza problemi".
"Non era un attacco contro di lui", ruggì. "Ti sei almeno accorta di come ha reagito tuo figlio...". Fece un respiro profondo. Non voleva definirlo in quel modo, tuo figlio, proprio il giorno in cui aveva felicemente accettato di assumersi la responsabilità di quel bambino che amava come se fosse suo. "Tommy. Ti sei almeno accorta che era terrorizzato all'idea di rimanere da solo con suo padre? E di come abbia cercato di mettersi tra voi per farvi smettere di discutere? Io non ho fatto nient'altro che proteggerlo, mentre i suoi genitori lo esponevano a uno spettacolo pietoso a cui chiunque sano di mente si sarebbe rifiutato di assistere. È così che è sempre andata? Ci credo che è terrorizzato e la notte si sveglia urlando".
Lo aveva detto. Era stato davvero pietoso. Tommy meritava di meglio. Si stupiva di essere l'unico a vederlo tanto chiaramente.

"Come ti permetti di fare un'insinuazione del genere? Non sai niente dei nostri rapporti e, in ogni caso, non sono cose che ti riguardino", rispose Kate gelandogli il sangue e facendolo incollerire come raramente gli era accaduto.
"Come sarebbe a dire che non mi riguardano? Lo fanno eccome, visto l'impatto che hanno su Tommy. O di colpo non sono più una figura paterna per lui, solo perché non ti va bene come mi comporto? Sono stato declassato di nuovo ad amico speciale perché non mi prostro ai piedi del grande cardiochirurgo come invece fai tu?"
Si alzò anche lei, furibonda al par suo.
"Ti rendi conto di quello di cui mi stai accusando? Stai esagerando, Castle, ti avverto. Io non mi prostro ai piedi di nessuno, cerco solo un approccio più morbido del tuo che, per inciso, sta solo facendo danni".

Non l'aveva mai sentita urlare. Non che tecnicamente avesse alzato la voce, ma l'effetto del suo tono gelido su di lui era ugualmente paralizzante. Sarebbe andato avanti perché lo doveva a Tommy, ma cominciava a temere che a furia di attaccarsi a vicenda la conclusione sarebbe stata irreparabile.
"Quell'uomo non ha diritto a nessun trattamento di favore, dal momento che non ha degnato suo figlio di uno sguardo, come se fosse invisibile o non valesse abbastanza, per rivolgere la sua attenzione unicamente a te. Io non rispetto un individuo simile e non ho problemi a dirglielo in faccia".
"Se si tratta ancora della tua gelosia, Castle, non ho intenzione di star qui a discuterne un'altra volta. Ti ho già ripetuto che a Josh non importa di nessuno, soprattutto non di me. Non è questo il punto".
Vederla alzare gli occhi al cielo, come se la sua uscita troppo infantile per essere presa in considerazione, lo esasperò come non credeva fosse possibile.

"È offensivo il solo fatto che tu possa credere che alla base delle mie azioni ci sia della gelosia, Kate", disse in tono grave. "Sono intervenuto solo perché Tommy non era in grado di sopportare quella situazione un minuto di più, motivo per cui ho deciso di andarmene, portandolo con me. Me lo ho chiesto lui. E io gli ho dato retta, perché è doveroso che qualcuno stia dalla sua parte, una volta tanto. E ti giuro che lo farò sempre, Kate, anche se non ti piacerà o dovremo discuterne all'infinito, perché adesso ci sono anche io a decidere che cosa è bene per lui e non intendo stare a guardare quando viene ferito".
"Che cosa vorresti dire? Che io non lo difendo? Che io lascio che gli venga fatto del male?", scattò rabbiosa. "Stai parlando di mio figlio. Ha avuto solo me finché non sei arrivato tu a pontificare, lanciare accuse e credere di essere migliore di tutti. Mi sono sempre, sempre adoperata per proteggerlo, da quando me lo sono portata a casa dall'ospedale da sola. Non osare mai più metterlo in discussione".

Fece una pausa, sforzandosi visibilmente di calmarsi. "Ma continuo a essere convinta che non sarà con i tuoi modi che otterremo qualcosa, nonostante ti piaccia considerarti il suo eroe personale".
"Nemmeno con i tuoi, Kate", disse stancamente tornando a sedersi. La rabbia si era dileguata, lasciando spazio a un'infinita tristezza. "E non voglio essere l'eroe di nessuno, solo comportarmi come farebbe un padre. E qualunque padre oggi avrebbe allontanato il figlio da un conflitto che non era in grado di reggere".
Nonostante si aspettasse un'altra esplosione, Kate sembrò abbandonare di colpo le ostilità, imitandolo. Prese posto accanto a lui, sospirando sfinita.

"Per quanto possa sembrarti assurdo, il mio fine è sempre quello di tutelare Tommy. E anche a me piacerebbe lasciarmi andare e insultare Josh, il più delle volte. Tutte le volte. Ma so che farlo contribuirebbe a renderlo più vendicativo nei nostri confronti e noi non ce lo possiamo permettere, proprio perché sarebbe Tommy a pagarne lo scotto".
Era un sollievo essere tornati a discutere in toni più ragionevoli, segno che la distanza che li aveva temporaneamente divisi si stava ricomponendo, anche se non gli piacque il senso del suo discorso.
"Questo che cosa significa? Che dovremo sforzarci di compiacerlo per non avere seccature da parte sua? Non è giusto, Kate. Né per noi, né per Tommy, soprattutto per lui. Meritiamo di meglio che vivere come suoi ostaggi. Ha già abbastanza adulatori alla sua corte".
"E che cose proponi di fare, in concreto? Trascorrere i prossimi anni in tribunale a combattere perché tenterà di metterci i bastoni tra le ruote in ogni occasione? Forse non te ne rendi conto, ma ha ogni intenzione di farlo e, quel che è peggio, senza un motivo ragionevole. Gli va e basta. Si è già premurato di farmi sapere che non gli sta bene l'idea della vacanza all'estero che Tommy ha menzionato, perché, ti cito testualmente, come padre ha dei diritti che noi continuiamo a calpestare, mentre giochiamo alla famigliola felice".

Non c'era mai limite alle bassezze che quell'uomo continuava a produrre.
"È commovente notare che Tommy è sempre al centro delle sue preoccupazioni", commentò amaramente.
Kate gli posò una mano sul ginocchio. Allungò la sua a stringerla, felice che avessero smesso di urlarsi contro.
"Vogliamo la stessa cosa, Castle. E con la medesima intensità, che è il motivo per cui perdiamo le staffe, perché teniamo a Tommy e ci preme che passi meno tempo possibile con Josh. Abbiamo solo scelto strade diverse, ma non per forza la mia è così indecente come credi tu".
"E quindi secondo te dovremmo reprimere ogni nostra reazione per assecondarlo, così da non turbare il suo smisurato ego che lo fa reagire come un bambino viziato? Perché è esattamente quello che sta succedendo".
"Non credi che lo pensi anche io? Ma non si tratta di fargli un favore o lisciargli le penne, voglio solo evitare di inasprire dei rapporti che siamo obbligati a mantenere. Josh farà sempre parte della vita di Tommy e preferirei fosse una presenza se non positiva -sappiamo che non lo è – almeno non dannosa. Oppure dovremo rassegnarci a una battaglia infinita, anche se dovessi ottenere l'affidamento esclusivo".

"Sono pronto a combattere", ribatté lui pieno di grinta. Non gliel'avrebbe lasciata passare liscia. Avrebbe fatto tutto ciò che di spiacevole – magari anche illegale, ma meglio tenerlo per sé- sarebbe stato necessario per garantire che Tommy avesse una vita felice e priva di una presenza nociva, se possibile.
"Vuoi davvero passare il tempo a litigare con lui? Io onestamente vorrei evitarlo. Fare i galli da combattimento come vi ho visto comportarvi oggi non ci porterà da nessuna parte".
Gli venne da ridere, anche se l'immagine non era del tutto lusinghiera nei suoi confronti.
"Nonostante tu creda il contrario, sono perfettamente consapevole della reazione atterrita di Tommy alla possibilità di passare del tempo con Josh e ti ringrazio per esserti occupato di lui", continuò Kate, facendolo sentire in colpa per aver pensato male di lei e averglielo scagliato contro senza la minima sensibilità. "Così come ho notato che è stato in grado di rasserenarsi molto più facilmente, rispetto all'ultima volta che lo ha incontrato. È questo è solo merito tuo".
"Mi hai dato del gallo da combattimento, non credere di poter riparare l'onta con qualche parola gentile".
Gli sorrise con dolcezza.
"Eri il gallo più sexy, però".
"Giochi sporco perché conosci i miei punti deboli".
Si allungò a baciarlo sulle labbra, il primo contatto fisico da quando lei aveva fatto ritorno dal distretto. La tirò verso di sé, quando accennò ad allontanarsi. Aveva più che mai bisogno di sentirla vicina e cancellare il ricordo del litigio a malapena superato.
"E hai ragione, sono abituata a gestire Tommy da sola. Ammetto di aver inizialmente considerato il tuo intervento un'intromissione. Ti chiedo scusa. Non sono... abituata a condividerlo con altri".
"Non è per questo. È che hai una natura dispotica e ti piace esercitarla".
Gli lanciò un'occhiata di rimprovero. "Mi sono già scusata, adesso stai approfittando della situazione, Castle".
Le accarezzò una guancia assaporando la sensazione della pelle morbida sotto le sue dita. "Alzavo la posta per rendere più ricca la mia futura ricompensa".
"Di questo passo non ci sarà nessuna ricompensa, ma solo un divano dove dormirai da solo in totale ascetismo". Ma lo disse ridendo, facendogli finalmente tirare il fiato per il sollievo.

Gli sarebbe piaciuto continuare a intrattenersi con lei in attività che gli apparivano molto invitanti, ma c'era un'ultima questione da affrontare.
"Come faremo per la nostra vacanza? Credi che sia meglio rimandare, o magari optare per una destinazione più vicina, se è intenzionato a rifiutare il consenso per l'espatrio? Sarebbe più semplice".
"Se si ostina a negarci il permesso, possiamo impugnare la sua decisione e rivolgerci a un giudice, che deciderà se le motivazioni della sua posizione siano fondate. Se non lo sono, sarà il giudice stesso a emettere un provvedimento di assenso, che ci consentirà di partire. Mi sono informata quando sono tornata in ufficio".
"Non dobbiamo andarci per forza. La mia era solo un'idea".
"Era un'idea molto bella, invece, e io non voglio privare Tommy di un'esperienza stimolante per colpa dei giochetti di suo padre".

"PapàRick".
La voce di Tommy, proveniente dalla sua cameretta dove lo aveva lasciato che dormiva, li interruppe facendoli sobbalzare come se fossero stati sorpresi a commettere atti illeciti. Si fissarono smarriti e ugualmente colpevoli.
Tommy doveva essersi svegliato a causa delle loro urla, cosa che indusse Castle a vergognarsi profondamente di se stesso. Tante parole spese a sottolineare la necessità di farlo sentire al sicuro e poi era il primo a turbarlo, come se Tommy non avesse già assistito a un numero sufficiente di conflitti nella sua vita.
"Deve averci sentito", mormorò contrito a bassa voce. "Vuoi andare tu?" Di colpo non si sentiva più l'eroe di nessuno, né quello che prendeva le decisioni più giuste.
"È te che vuole", lo incoraggiò Kate.

Si alzò a fatica, sentendo le gambe pesanti. La giornata lo aveva messo alla prova in molteplici modi e lui iniziava a cedere di fronte al fuoco incrociato.
Aprì la porta della stanza con circospezione, non sapendo che cosa aspettarsi. La lampada posizionata sulla cassettiera che proiettava un fascio di luce sul soffitto a ricreare l'intero sistema solare, era ancora in funzione. L'avevano scelta tutti insieme e di solito era d'aiuto nel placare il terrore dell'oscurità.

Trovò Tommy seduto sul letto, con i capelli arruffati e gli occhi sbarrati. Si affrettò ad andare da lui per tranquillizzarlo sul fatto che il mondo su cui faceva affidamento non era andato in frantumi di colpo.
"Va tutto bene? Hai fatto un brutto sogno?"
"Non ho più sonno", dichiarò Tommy, anche se le palpebre pesanti, che si sforzava di tenere aperte, sembravano contraddire le sue parole. "C'è qualcosa mi disturba", annunciò contrariato.
"Chi si permette di disturbarti?", domandò Castle con lo stesso tono indignato.
Tommy mosse la testa, indicandogli qualcosa sul pavimento. "Un mostro, però piccolo. È qui sotto", gli confidò mettendosi una mano davanti la bocca e abbassando la voce fino a ridurla a un bisbiglio.
"Sotto il letto?" Tommy annuì, guardando in basso.
Gli rivolse un sorriso rassicurante. "Vuoi che controlli e provi a mandarlo via con i miei poteri magici? Sa che nessun mostro piccolo può resistermi".

Castle si rese conto, mentre se ne stava inginocchiato a fingere di ispezionare il pavimento, che, proprio come aveva sostenuto la psicologa, Tommy trovava sempre il modo di esprimere le sue emozioni quando diventavano troppo intense e difficili da gestire. A volte era la rabbia a farlo esplodere, in altre occasioni ricorreva a uscite fantasiose, come era appena successo. La cosa importante era che fosse in grado di tirar fuori quello che provava e che ci fosse dall'altra parte qualcuno pronto ad accoglierlo. Lo riempiva di meraviglia il fatto che avesse scelto lui come referente e insieme era pieno di dubbi feroci sulla sua reale capacità di aiutarlo a superare gli ostacoli. Avrebbe fatto il possibile, sperando che bastasse.

Gli venne un'idea.
"Perché non chiamiamo anche la mamma, così da aumentare i nostri poteri? In tre saremo potentissimi".
Dopo aver ricevuto un vigoroso cenno di assenso, si voltò per andare a chiamarla, ma la scovò che li spiava da dietro la porta.
"Oh, la mamma era già qui fuori, che fortuna", commentò trattenendosi a fatica dal prenderla in giro.
Kate gli fece una smorfia, scivolando all'interno. Insieme inscenarono la più grande e maestosa caccia ai mostri che si fosse vista a memoria d'uomo, sotto gli occhi attenti e divertiti di Tommy, impegnato a ridacchiare e dar loro dei consigli dall'alto del suo rifugio. Alla fine, dopo essersi scambiati uno sguardo d'intesa, dichiararono soddisfatti che la loro missione aveva avuto successo. Nessuna traccia di mostri all'orizzonte. Tommy si lasciò sfuggire un grido di esultanza, abbracciandoli.

Dopo che l'eccitazione venne placata e Tommy cominciò a stropicciarsi gli occhi, Kate lo convinse a tornare sotto le coperte, sdraiandosi accanto a lui, avviluppandolo in un bozzolo di protezione e tenerezza materne. Osservandoli rapito dalla sua postazione privilegiata, realizzò con rammarico di essere stato un idiota ad accusarla di non pensare a suo figlio, quando era evidente che non aveva fatto altro che battersi per lui con tutte le sue forze da che era venuto al mondo. Le era naturale come respirare. Si sarebbe scusato profusamente per essere stato tanto superficiale.
"Adesso PapàRick ci racconterà una delle sue storie, mentre tu provi a dormire, va bene?", sussurrò kate a suo figlio, guardandolo negli occhi per ottenere il suo consenso. Riaddormentarsi dopo un brusco risveglio era la parte più difficile.
"Voi rimanete qui? Anche quando dormo?"
"Certo. Non andiamo da nessuna parte", gli promise, accarezzandogli la fronte.
Continuava a considerare un prodigio il modo in cui Kate e Tommy riuscissero a fondersi istantaneamente in una bolla di amore che non aveva bisogno di nessuno sforzo per dispiegarsi intorno a loro. Gli bastava essere presente per crogiolarsi in una pace assoluta mai sperimentata.
"PapàRick, stiamo aspettando che inizi la storia", lo redarguì Kate impaziente. Conosceva quel tono, gli stava ricordando che non era il momento di perdersi in afflati lirici.
"È la storia del libro che stai scrivendo sulla mamma?", chiese la voce dell'innocenza.
"No", intervenne Kate con una punta di terrore che avrebbe usato contro di lei per darle il tormento. "Il libro sulla mamma non è adatto ai bambini", improvvisò, facendolo divertire immensamente. Chissà che cosa avrebbe pensato Tommy davanti all'affermazione che la vita della madre aveva aspetti non adatti ai bambini.

E infine PapàRick narrò una lunga storia fantasiosa che partiva da molto lontano e che in sostanza narrava di due genitori che si amavano molto, a cui qualche volta capitava di litigare, ma che tornavano sempre a riconciliarsi e che soprattutto non si sarebbero mai lasciati. Molto poco sottile e decisamente didascalica, ma di enorme effetto. Di lì a poco Kate e Tommy cedettero insieme al sonno. Rimase a guardarli, conscio delle sue fortune e grato per quello che nell'universo si era dovuto allineare per portarlo proprio lì, in quella stanza con loro.