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"C'è un motivo particolare per cui mi hai finalmente invitato sulla scena di un crimine? Ti mancavo o devi farti perdonare qualcosa?"

Kate lo fissò con l'aria di chi non aveva tempo da perdere, soprattutto non con un rappresentante del genere maschile molesto quanto lui. Adorava quando gli rivolgeva quello sguardo a metà tra il perplesso e l'infastidito e non aveva problemi ad ammettere, ma solo segretamente, di punzecchiarla spesso solo per il gusto di vederla alzare gli occhi al cielo e maledire il giorno in cui la sorte gliel'aveva rimesso davanti e lei era stata troppo debole per assestargli un colpo di rivoltella.

L'aveva appena raggiunta all'indirizzo che lei gli aveva inviato, trafelato e senza aver capito che cosa ci fosse sotto.
Kate lo aveva chiamato un paio d'ore dopo essere uscita dal loft per recarsi al distretto – a quel punto gli era parsa una mattinata come tutte le altre – e lo aveva informato, senza troppi preamboli, che era appena stato rinvenuto un cadavere in circostanze particolari. Era finito il tempo delle consulenze teoriche, aveva aggiunto a mo' di giustificazione, era pronto a fare esperienza sul campo?

Non era riuscito a emettere un suono, figurarsi delle espressioni verbali semanticamente appropriate. Era rimasto attonito. Che fosse impazzita? O magari aveva appena scoperto di essere in punto di morte e voleva passargli il testimone, svelargli tutti i suoi segreti o qualcosa di altrettanto fuori dall'ordinario.
Curioso quello che la mente umana – la sua specialmente – era in grado di produrre, quando presa alla sprovvista.
Mentre era stato impegnato nella frenetica ricerca di una spiegazione qualsiasi, Kate gli aveva ripetuto la proposta, questa volta con una punta di impazienza, come se non ritenesse possibile che lui non si stesse precipitando in strada vestito com'era. Non ho tutta la giornata, Castle, aveva sottolineato brusca, forse già pentendosi di quella mossa avventata, così poco consona al suo solito modo d'agire.
Non aveva nessuna intenzione di perdersi un'occasione del genere, aveva tuonato eccitato, quando aveva compreso che c'era davvero un cadavere a sua disposizione. Non in questi termini certamente poco rispettosi, ma il concetto in sostanza non cambiava.

L'aveva implorata a lungo perché lo coinvolgesse nelle attività investigative del distretto, gli sarebbe bastato anche solo ritagliarsi un piccolo ruolo. Non che ritenesse che il proprio contributo sarebbe stato meno che sostanzioso, ma aveva preferito mantenere la linea della sobrietà, ritenendola più utile ai propri scopi.
Kate aveva sempre opposto un cortese ma netto rifiuto, dando prova dalla sua leggendaria testardaggine. Non c'era stato modo di convincerla, eppure avere una relazione con lei avrebbe dovuto garantirgli dei privilegi, giusto? Non con la donna meno corruttibile del pianeta, a quanto pareva.

Proprio come era accaduto all'epoca del loro primo incontro, nonostante questa volta si pregiasse di aver agito con astuzia e lungimiranza, non gli era stato concesso di infilarsi nella strette maglie della lotta contro il crimine per poter finalmente dare il suo contributo. Eppure gli pareva di averle dimostrato in numerose circostanze di possedere una mente poliedrica, che sarebbe stata un'aggiunta preziosa per la sua squadra. E gratis. Apparentemente, la città di New York non sapeva che farsene di una personalità fuori dagli schemi come la sua. Il suo orgoglio si rifiutava di credere che fosse lui l'unico a perderci.
Che i suoi sogni si fossero realizzati di punto in bianco era una prova in più del fatto che l'universo gli veniva sempre generosamente incontro, ma dubitava che non ci fossero altre ragioni più materiali che moriva dalla voglia di scoprire.

Le porse con un sorriso il caffè d'asporto di cui si era appositamente rifornito mentre correva da lei, sacrificando qualche prezioso minuto sulla strada verso il raggiungimento dei suoi sogni, sia perché lo considerava un gesto affettuoso, ma soprattutto perché poteva sempre usarlo come blanda forma di corruzione per renderla più benevola nei suoi confronti e convincerla a offrirgli future collaborazioni.
Kate accettò il caffè con qualche titubanza, sospettosa come sempre. Forse non era abituata a essere trattata con gentilezza quando era al lavoro. Un vero peccato. Lui avrebbe saputo come coccolarla anche in un contesto del genere, se solo gli fosse stato permesso. O forse aveva capito perfettamente il suo intento, tanto più che le aveva già preparato la consueta dose di caffeina quando si erano svegliati, come faceva sempre.
Non c'era motivo per cui se ne occupasse quotidianamente, gli aveva ripetuto molte volte, soprattutto quando venivano strappati al tepore dei loro corpi stesi vicini da una chiamata prima dell'alba. Pur essendo capitana, e quindi esentata dal dovere di presentarsi su ogni scena del crimine, continuava a voler essere maniacalmente informata su ogni dettaglio nel momento stesso in cui accadeva e finiva spesso a comportarsi esattamente come quando era una detective.

Lui amava svegliarsi con lei e prepararle la colazione, le ripeteva come un mantra, e non intendeva rinunciare nemmeno di fronte alle accuse, del tutto infondate, che quel rito mattutino avesse lo scopo di far ritardare la sua rigida tabella di marcia facendola rimanere con lui più a lungo, e magari convincerla a tornare brevemente a letto. Erano solo illazioni offensive, lui lo faceva per offrirle il carburante necessario a metterla in moto. Non era colpa sua se lei mostrava una particolare riluttanza a separarsi da lui quando ce l'aveva intorno e non trovasse la forza di volontà necessaria per chiudersi la porta alle spalle e accettasse le sue innocenti proposte di slacciarsi qualche bottone, togliersi la camicetta, seguirlo in qualche zona privata della casa.
Nascondeva abilmente la sua segreta soddisfazione quando otteneva quello che voleva.

"Che cosa dovrei farmi perdonare, Castle? Stai insinuando che starei tentando di gettarti fumo negli occhi su un mio eventuale tradimento usando l'esca di un'indagine per omicidio?" Sbuffò. "Mi sottovaluti. Non mi comporterei mai in modo tanto ovvio".
Stava per risponderle ma si bloccò, lievemente turbato. Non sapeva se dipendeva dal fatto che si fosse espressa in modo volutamente poco chiaro, senza negare le accuse sottintese, o se, in generale, fosse lui a non essere in grado di prendere alla leggera un argomento sul quale aveva solo voluto scherzare, ma su cui si era incartato da solo.

Qualsiasi accenno, anche vaghissimo, alla possibilità che la loro relazione avesse una stabilità meno che granitica aveva da sempre il potere di far emergere in lui un'oscura ansia ingiustificata di cui per primo non si capacitava. Preferiva non condividerla con lei, per non in inquietarla più di quanto non stesse inquietando se stesso.
Era un'insicurezza così poco consueta per lui da mandarlo spesso in crisi. Era certo che Kate non avesse amanti – nessun dubbio a riguardo – non era quello il nocciolo della questione. Temeva che il motivo per cui non riusciva a scrollarsi di dosso quel disagio che se lo stava mangiando vivo fosse la convinzione latente che prima o poi lei si sarebbe accorta che lui non era molto diverso dall'idea che se ne era fatta in passato. E che quindi per questo l'avrebbe rimesso alla porta.

Questa volta gli aveva dato modo di farsi conoscere un po' meglio e di mostrarle chi fosse e questo era un punto a suo favore. Ma essere stato respinto, allora, lo aveva ferito più di quanto avesse voluto ammettere, creandogli qualche incrinatura di troppo, da cui occasionalmente sanguinava. Arrabbiarsi -lo aveva fatto - per quella che percepiva come una debolezza personale non lo aveva portato da nessuna parte, così come cercare di imporsi a forza di sentirsi diversamente. Doveva solo accettare le emozioni per come si presentavano, e senza giudicarle. Molto facile a dirsi, ma quasi impossibile da farsi, almeno per lui.

A renderlo sensibile e con i nervi a fior di pelle si aggiungeva il fatto di non essersi ancora ripreso dalla loro ultima discussione, o meglio, se volevano chiamare le cose con il loro nome, del loro primo vero litigio.
Litigare con lei era stato un evento sconvolgente che l'aveva lasciato smarrito e per nulla propenso a voler rivivere un'esperienza tanto terrificante di nuovo. E aveva scosso la sua certezza nell'incrollabilità del loro rapporto.
Non si erano infuriati tra loro per un'inezia o per qualche motivo di poco conto. Il fulcro del loro acceso dibattito era stato Tommy, niente contava di più per lei ed era normale che quando si trattava di suo figlio si trasformasse in una furia pronta a difenderlo con ogni mezzo.

Ma questo aveva fatto emergere qualcosa di cui era sempre stato consapevole a livello inconscio e che non lo faceva stare tranquillo. Nonostante la rapidità con cui si erano innamorati – lui lo era da sempre – e avevano costruito con Tommy il loro piccolo cerchio d'amore, lui, Castle, sentiva di non farne ancora parte integrante. Kate avrebbe sempre scelto suo figlio prima di tutto il resto, anche a costo di rompere con lui, se si fosse arrivati a un punto tanto estremo, ne era certo come di poche altre cose al mondo. Era difficile non vivere perennemente in allerta, quando si rischiava di essere messi fuori dalla porta.
Lo scoglio più arduo, quando gli allarmi anti intrusione materni si attivavano, era convincerla che in realtà erano sempre dalla stessa parte perché lui teneva al bambino tanto quanto lei. Ma visto quello che lei aveva passato negli ultimi anni, non si sentiva nemmeno di biasimarla. E quindi si tornava al punto di partenza.

Meglio tagliar corto e dimenticare la sua pessima uscita, per nulla divertente. In futuro avrebbe dovuto fare più attenzione a non finire intrappolato in una rete che gli era impossibile astenersi dal lanciare compulsivamente per ottenere rassicurazioni che non gli bastavano mai, un atteggiamento non certo sano per il loro rapporto, non gli serviva uno psicologo per capirlo.

"Fingiamo che io non abbia mai tirato fuori questo discorso che ha già preso una brutta piega. Ti ringrazio per avermi chiamato, tra uno dei tuoi amanti e l'altro. Sono molto felice di offrire i miei servizi alla polizia di New York", disse chinandosi a baciarla.
Aveva ogni intenzione di mettere da parte le ombre che occasionalmente abbattevano il suo umore, per godersi la rara opportunità di stare con lei facendo quello che desiderava da sempre.

Non glielo avrebbe confessato, ma quel giorno anche lui avrebbe avuto una scadenza lavorativa urgente che non avrebbe potuto rimandare, ma lo aveva fatto comunque, perché niente era più stimolante di occuparsi di un cadavere in carne e ossa, finalmente. Poteva considerarlo un investimento per il futuro, si giustificò. Con un po' di fortuna, essendo un caso particolare, avrebbe potuto essere essere usato come intelaiatura per il suo prossimo romanzo, perché la protagonista sarebbe stata comunque lei. Ancora e ancora, finché non avesse esaurito tutto il suo estro creativo e l'amore che lo generava.

Per tutta risposta Kate lo fissò con un'aria che conosceva molto bene, in grado di comunicargli che non era rimasta impressionata dalle sue esternazioni enfatiche. Era sicuro che avesse intenzione di fargli una lunga lista di raccomandazioni utili a prevenire o almeno mitigare eventuali disastri che la sua semplice presenza sul campo avrebbe innescato, già rassegnata in partenza al fatto che lui non le avrebbe rispettate. L'idea portò la sua euforia a un livello superiore.

"So che cosa stai per dirmi. Che sono qui unicamente in veste di osservatore e quindi non mi è concesso né di intervenire né di infastidire te o chiunque altro sia lì a fare il suo lavoro".
"Stando in silenzio, senza toccare niente o scattare foto".
Si divertì ad ascoltarla aggiungere divieti a raffica man mano che le venivano in mente, accompagnati da un'ansia sempre più tangibile e forse perfino un vago rimpianto per la sua decisione azzardata.
"Non ti accorgerai nemmeno della mia presenza, te lo prometto".
Si tracciò solennemente una croce sul cuore, che però non servì a convincerla delle sue ottime intenzioni. Di cui era lastricata la strada per l'inferno, eccetera.
Kate emise un sospiro. "Crederti mi renderebbe la vita molto più semplice, ma equivarrebbe a mentire a me stessa. Limitati a fare il minor numero di danni, se ti è solo vagamente possibile".
Non si offese per la poca fiducia che riponeva in lui, perché si accorse che le sue parole gli offrivano un'insperata libertà d'azione, se pur minima, che non si sarebbe lasciato scappare.
Si sarebbe mosso senza dare nell'occhio e avrebbe esposto con serietà e discrezione le ipotesi che gli sarebbero venute in mente a bizzeffe, proprio come succedeva quando la sera lei lo metteva al corrente di uno dei suoi casi, mentre se ne stavano acciambellati sul divano bevendo un bicchiere di vino.

Dopo averla rassicurata sulla sua condotta irreprensibile, si avviarono verso la loro destinazione camminando vicini.
"È così che sarebbe potuta andare", mormorò a un tratto interrompendola mentre gli riassumeva i dettagli dell'omicidio, quelli di cui era a conoscenza. Si trattò più di una sorta di rivelazione che scese su di lui dall'alto, che di un tentativo di convincere lei, che tanto avrebbe avuto delle obiezioni a riguardo.
Kate lo guardò senza capire.
"Se fossimo diventati partner anni fa", chiarì. "Sarebbe andata proprio come stamattina. Ti avrei raggiunto da qualche parte, dopo aver ricevuto una tua chiamata notturna che mi informava del ritrovamento di un cadavere – avresti amato svegliarmi nel cuore della notte, non negarlo. Tu ti saresti presentata con i tuoi soliti vestiti attillati, rifiutandoti di ammettere di farlo solo per impressionarmi o perfino sedurmi, nascondendoti invece dietro la patetica scusa della nostra presunta amicizia. Nessuno ci avrebbe creduto, naturalmente. Avrebbero solo finto per assecondarti, ma avrebbero scommesso alle nostre spalle".
"Sarai felice di sapere che avevano già scommesso alle nostre spalle".
Le sfiorò il braccio e le sorrise vittorioso. "Lo vedi? Questo dimostra che ho ragione anche su tutto il resto. Peccato non averlo saputo, mi sarebbe piaciuto partecipare".

Kate strinse le labbra in una smorfia contrariata. "Hai una fervida fantasia, te lo riconosco. Ma ti ricordo che nel mondo reale la gente va al lavoro per motivi molto più prosaici che non per sedurre persone che non dovrebbero neppure essere presenti, tanto per cominciare".
"Il mio mondo sarebbe stato molto più sexy. E anche se saresti disposta a tutto pur di non ammetterlo, sarebbe piaciuto anche a te. Anzi, con il tempo non avresti potuto farne a meno".
Si era convinto di aver esagerato e che per questa impudenza avrebbe ricevuto un rimbrotto, ma cambiò idea quando la vide farsi incerta, cercare qualcosa da dire e poi infine rinunciare. Non era da lei. Forse – solo forse, meglio non illudersi - quelle che lei si ostinava a definire farneticazioni, quando era lui a esprimerle, avevano fatto centro. E chissà, magari questo suggeriva che doveva essersi chiesta se avesse fatto bene o meno a reciderlo dalla sua vita con un taglio tanto netto, quando ne aveva avuto l'occasione. Era la prima volta che mostrava una crepa nella sua incrollabile convinzione di avere fatto la scelta giusta.

...

"Andiamo, Castle?"
Si era attardato a curiosare, cercando di non dare troppo nell'occhio - conosceva le regole e aveva fatto di tutto per dare l'impressione di rispettarle-, nei dintorni del vicolo dove se ne stava riverso il cadavere, tra i più sordidi e maleodoranti che la città offrisse.
Nel frattempo lei aveva raggiunto la sua auto e lo stava aspettando, voltata nella sua direzione, con una mano appoggiata sulla portiera aperta, mentre ascoltava concentrata uno dei suoi detective che, con un telefono in mano, le stava riferendo alcune informazioni.
Non c'era stato molto spazio, inizialmente, per il loro soliti battibecchi, come se si fossero attenuti, di comune accordo, a un copione molto più convenzionale, consapevoli dell'ufficialità della situazione. Dal canto suo non sapeva come Beckett avesse giustificato la sua presenza, che in effetti aveva suscitato qualche reazione di curiosità, se non addirittura di fastidio.
Il fatto di poterselo portare appresso senza bisogno di autorizzazione esterna, per via della posizione che occupava, non era un buon motivo per permettersi di farlo, conosceva bene la sua integrità.

Con il passare dei minuti, trovandosi spesso d'accordo e finendo spesso le frasi dell'altro – come era consuetudine per loro- , avevano iniziato a lanciarsi qualche occhiata sempre meno riluttante e sempre più complice. A un certo punto il resto del mondo era scomparso, lasciandoli soli a seguire il sentiero sempre più delineato delle loro comuni congetture. Era stupefacente la sintonia che avevano e che si dispiegava con grande spontaneità, come se avesse solo bisogno di essere azionata da un pulsante per innescarsi. Si sentiva pieno di un'energia sconosciuta e corroborante, anche c'erano ancora pochi dettagli per farsi un'idea precisa di come fossero andate le cose e non aveva risolto l'omicidio in pochi minuti come gli sarebbe piaciuto.

Quando il sopralluogo era finito aveva temuto che fosse arrivata l'ora del suo congedo - forse il suo premio del giorno consisteva solo in un assaggio delle indagini, non il pacchetto completo. Non se ne sarebbe lamentato, la sua era una strategia a lungo termine e quindi avrebbe fatto buon viso a cattivo gioco, ma lei l'aveva sorpreso ancora una volta, invitandolo a seguirla. Dovevano spostarsi in un altro punto della città e lei aveva fretta di arrivarci il prima possibile.
Osservò il suo profilo cesellato, prendendosi qualche secondo per ammirarla. Era molto bella – di una bellezza quasi austera, anche se un occhio attento avrebbe notato qualche guizzo della passione che l'animava-, con i capelli raccolti, il cappotto dal taglio rigoroso, l'aria determinata e la solita autorevolezza che emanava senza sforzo. Corse da lei, non appena gli fece cenno di raggiungerla. Lo voleva con sé. Era meraviglioso saperlo.

"C'è qualcosa di cui devo parlarti", esordì Kate dopo qualche minuto di silenzio in cui l'aveva vista mordicchiarsi il labbro superiore, mentre era impegnata a guidare. L'aveva attribuito alla difficoltà del caso e le sue possibili implicazioni, non aveva previsto che si trattasse di qualcosa di personale.
"Sapevo che doveva esserci un motivo per la tua improvvisa generosità. Vuoi lasciarmi e cerchi di renderlo meno spiacevole offrendomi dei cadaveri in omaggio?"
"Sei impazzito tutto a un tratto? Non che non avessi già mostrato qualche sintomo premonitore, ma così è troppo repentino anche per te".
Non poteva essere più allibita, mentre stringeva il volante con i suoi guanti di pelle. Più che una poliziotta sulle tracce di un assassino pareva che stesse per partecipare a una riunione del Senato. Chissà se ci aveva mai pensato.
"Mi hai concesso quello che ho sempre desiderato, a parte sposarti. Immagino che il prezzo sia una qualche notizia spiacevole per il sottoscritto".
Kate fissò la strada davanti a sé, senza rispondergli a tono. Forse stava valutando se portarlo direttamente in ospedale per far esaminare le sue facoltà mentali vistosamente regredite. Alla fine si voltò verso di lui con espressione grave.
"Non sto per lasciarti, ma sarebbe opportuno che un giorno discutessimo seriamente del motivo per cui ti aspetti che io lo faccia senza alcun preavviso, ma soprattutto perché secondo te dovrei prima portarti a vedere un morto".
"Perché preferisci che ci lasciamo senza rancore".
"Mi spiace deluderti, ma non sarei tanto generosa".

Kate sterzò all'improvviso, sganciandosi dalla lunga fila di macchine incolonnate, e accostò vicino a un marciapiedi. Doveva averne abbastanza di lui e delle sue uscite irragionevoli. Si astenne dal dire qualsiasi cosa che potesse ulteriormente metterlo nei guai. Dubitava che implorarla gli avrebbe concesso la grazia, se aveva già deciso di abbandonarlo in strada in balia del suo destino. Non sapeva nemmeno di preciso dove fossero.

"Josh è tornato a farsi vivo".
Eccolo di nuovo, pensò, mentre lo stomaco gli si contorceva. Josh, il costante disturbo che faceva da sottofondo alle loro vite, anche quando passavano intere settimane senza che desse segno di sé. Non appena iniziavano a rilassarsi, ricompariva immancabilmente grazie al suo fiuto infallibile nel trovare i momenti meno adatti.
"Che cosa vuole adesso? Che frequentiamo un corso per migliorare le nostre cattive maniere quando ci approcciamo a Sua Maestà?"
Il sarcasmo era l'unica arma che gli fosse consentita, uno sfogo che non aveva niente di proficuo, tranne rendere manifesta la sua impotenza.
"Acconsentirà al nostro viaggio all'estero solo se potrà vedere Tommy in modo regolare e programmato e soprattutto da solo. Altrimenti, addio vacanza".
"Da quando gli importa di Tommy? Le ultime volte che vi siete accordati ha disdetto all'ultimo, senza nemmeno prendersi la briga di dircelo per tempo, così da poterci organizzare diversamente. Ora all'improvviso vuole dei giorni di visita fissi che tanto non rispetterà?"
Gli era più semplice entrare nella mente dei serial killer che in quella di Josh.
"Non gli sta bene il fatto di essere costretto a vederlo con me presente. La trova un'imposizione ingiusta, che influisce negativamente sul loro rapporto".
"L'unico che influisce negativamente sul loro rapporto è la sua stessa assenza, tra le altre cose".

Non era stupito, in realtà. Sapeva che quell'accordo, che prevedeva che Kate supervisionasse gli incontri tra padre e figlio e che lei era riuscita a strappargli, non sarebbe durato.
Sì, immaginava che fosse stata molto convincente quando lo aveva affrontato imponendogli delle condizioni precise, dietro la non così velata minaccia di portarlo in tribunale, dove avrebbe svelato davanti a un giudice tutte le sue mancanze, elencate una per una in un documento compilato dai loro avvocati, per le quali avrebbe preteso gli arretrati, iniziando da quelli economici.
Conoscendolo, si era aspettato che quel genere di approccio, che per lui doveva essere paragonabile a un insulto, lo avrebbe incattivito nei loro confronti. Imprevedibilmente, invece, lo aveva accettato senza fare troppe storie. Ma aveva continuato a sospettare che non sarebbe finita lì e aveva avuto ragione.

Josh aveva solo finto di adeguarsi al loro volere, probabilmente per segnare qualche punto a suo favore e porre lei in cattiva luce. Il padre che pur di vedere il figlio era costretto a subire i soprusi dell'ex fidanzata che glielo metteva contro. Niente di più facile che fosse quella la narrazione a cui si sarebbe attenuto, perché lo dipingeva convenientemente come vittima, quando la verità era un'altra. Era quella la sua tattica, mostrarsi cedevole quando ci si preparava a fronteggiarlo, per poi alzare la testa e colpire a sorpresa quando ci si convinceva che fosse scomparso dall'orizzonte.
"Possiamo cambiare la nostra meta. Non è necessario andarcene all'estero a tutti i costi, basta starcene noi tre". Non vedeva l'ora di mettere qualche centinaia di miglia tra loro e il sedicente padre perfetto, non importava in che direzione.

"Non è questo il punto, Castle".
Non è questo il punto, esclamato con la sua solita ostinazione, suggeriva sempre l'arrivo di una tempesta che avrebbe scaricato tutta la sua potenza argomentativa su di lui.
Doveva essere onesto, una delle cose che ammirava più di lei era la sua lotta incessante contro quelle che considerava ingiustizie, soprattutto se era Tommy ad andarci di mezzo. Era uno dei tratti che la definivano più nettamente, quasi una seconda pelle.
Lui aveva per natura un atteggiamento meno battagliero, preferiva aggirare i muri invece che distruggerli a picconate con la sola forza della sua convinzione.

Josh non avrebbe smesso di infastidirli – era quello il suo punto -, si trattava di evitare il più possibile le sue intromissioni con qualche abile accorgimento. Ma forse il suo scopo era esattamente quello e cioè prenderli per sfinimento, insinuandosi nella loro quotidianità, costringerli a modificare i loro programmi, decidendo di fatto delle loro vite.
Aveva ragione lei. Non era giusto.
"Non voglio che Tommy rinunci a qualcosa di bello senza un motivo plausibile. Questa volta si tratta di una vacanza, la prossima avrà da ridire sulla scuola, i suoi interessi, le sue amicizie e chissà che altro. Dobbiamo imporci, Castle", aggiunse con forza.
"Vuoi rivolgerti a un giudice?"
Non vedeva altre soluzioni ed era strano in effetti che ancora non ci fossero finiti davanti. Nessun uomo o donna di legge chiamati a decidere su quella specifica questione avrebbe avallato il divieto di Josh, che non era supportato da valide motivazioni e, in più, non teneva conto del bene del minore.
"Potrei farlo, ma verrebbe fuori che tra di noi non c'è nessun accordo definito e Josh coglierebbe l'occasione per ottenerlo. E a meno che non dimostriamo la sua indegnità come genitore, qualsiasi tipo di affido gli garantirà dei diritti su Tommy che io non intendo concedergli. Tommy non è in grado di affrontare suo padre da solo per più di un minuto, figuriamoci un intero weekend. Mi sento male a pensarci".
Naturalmente era solo il potere quello a cui ambiva. Il potere su di loro.

"Tommy è terrorizzato alla sola idea di incontrarlo, non basta?"
"Non abbiamo prove concrete che dimostrino che si sia comportato in modo violento, fisicamente o psicologicamente, e io non voglio far subire a Tommy tutta la trafila necessaria a valutare la sua idoneità come padre. Sarebbe comunque traumatizzato, anche se il giudice desse infine ragione a noi e gli imponesse delle visite con un supervisore. Cosa tra l'altro molto improbabile da ottenere nella nostra situazione, se vogliamo essere realisti". Che era il motivo per cui aveva preferito agire senza il supporto della Legge sperando che lui non si impuntasse. Era un gatto che si mordeva la coda.
Sospirò. Era stanco. Stanco, stanco. Voleva solo vivere in pace la vita che Josh non aveva mai desiderato, gettandola via come se non avesse nessun valore. Ma a quanto pareva non era possibile, si doveva sempre essere pronti a reagire, combattere, farsi valere. Era estenuante.
"Se le condizioni sono queste, Kate, tanto vale prendere la strada ufficiale, invece che continuare con un accordo informale che gli dà spazio per i ricatti. Non potrà essere peggio di adesso e in più ci saranno regole precise, che lui odierà, come odia tutte le imposizioni, ma solo se lo riguardano da vicino".
Lo guardò dubbiosa, soppesando le sue affermazioni. "Sì, forse hai ragione".
Le strinse una mano, riconoscendo in lei il suo stesso sfinimento. "Ehi, lo so che è dura. Ma non dobbiamo fare il suo gioco e lasciare che ci rovini la vita".

Annuì e gli sorrise. "Hai voglia di fermarti a pranzare in un vero bar di poliziotti, prima di proseguire, per immergerti completamente nell'atmosfera? Ti avviso che di norma sono affollati, rumorosi e non particolarmente puliti".
Spalancò gli occhi. "Deve essere il mio giorno fortunato. Vada per il bar degli sbirri. Possiamo anche accendere la sirena quando arriviamo?"
Gli fece una linguaccia prima di immettersi di nuovo nel traffico, ma, con suo grande rammarico, la sirena rimase ostinatamente spenta.

Ciao a tutti/e. Ho pubblicato oggi il capitolo perché mi prenderò una pausa dalla pubblicazione (ma non dalla revisione/scrittura) durante le vacanze natalizie. Vorrei darvi una data precisa su quando ritornerò, ma a questo punto non so ancora quali saranno le regole e quindi non posso organizzarmi. Al massimo lo comunicherò aggiornando questo capitolo, che è l'unico modo che ho di comunicare con voi.
Di solito a questo punto avrei augurato buone feste e vacanze, ma quest'anno mi sento a disagio a farlo, perché è stato un anno mediamente sgradevole per tutti, se non addirittura terribile per qualcuno.
Quindi vi saluto augurandovi di stare bene, al sicuro e sereni nel limite del possibile e delle circostanze.
Con affetto, Silvia