Capitolo Tredici

Ti ricordi di quando, poco tempo prima, avevi pensato che casa tua avesse corso il rischio di diventare un ufficio postale, ma che poi, fortunatamente, le tue quattro mura avevano scampato il pericolo.

E invece no.

Nei giorni seguenti alla visita al San Mungo, sia tu che O'Dampand vi siete soffermati su quanto era stato detto di sfuggita da uno di voi due. Non ti ricordi neanche esattamente chi sia stato. L'importante era che, ad un certo punto, fosse venuta fuori l'idea che sarebbe stato meglio che fosse Sherman a venire da te, ogni due settimane, piuttosto che tu da lui. Sempre per i motivi di sicurezza, ovviamente. Il viaggio al San Mungo era andato bene una volta, la cosa si sarebbe replicata di nuovo?

Oh… Probabilmente sì. Ma perché ammetterlo e toglierti la possibilità di godere di una tale comodità?

In effetti nessuno ti ha più disturbato, persino quando sei praticamente andato a passeggio con O'Dampand. Non l'avresti considerato possibile, qualche tempo prima.

Certo, sul momento ti sei ritrovato a pentirti di averle detto di sì il momento dopo che vi siete smaterializzati, ma poi… alla fine non è stata un'esperienza eccessivamente traumatica. Certo, anche perché ne hai di sicuro passate di peggiori. Ti ha portato fuori a pranzo. Tu hai preso la cosa così com'era, considerandola anche un tantino ironica, dati tutti i trascorsi che ci sono stati tra te e lei.

E, per tutta la durata del pranzo, non hai visto da nessuna parte alcuna persona molesta che vi fissasse in qualche modo anche solo minimamente sospetto.

Quando l'ennesimo gufo ticchetta sul vetro della finestra che dà sul vicolo, alzi la testa leggermente contrariato. Sei seduto in poltrona, e stai cercando di leggere, in mezzo a quel trambusto, tra tutti i gufi che arrivano e che se ne vanno. Poggi il libro sulle ginocchia, tenendolo fermo con l'unica mano che puoi usare, e alzi lo sguardo, puntandolo su O'Dampand, che cammina avanti e indietro per il salotto per andare a prendere piuma e calamaio.

"Quale sarebbe il problema?" dici, con tono leggermente esasperato, anche se non volevi davvero usarlo. Forse.

Lei si ferma, a quel punto, e ti guarda.

"Come?" dice, come se non capisse.

"Questo è il terzo viaggio che fa quel gufo. Prima che si sfianchi totalmente, posso sapere che cosa non riuscite a dirvi, lei e Sherman?"

"Oh, beh…" fa lei "Ci stiamo solo accordando. Stiamo anche considerando il fatto che potrebbe tornare definitivamente al San Mungo, prima della sua guarigione completa."

Questo non te l'eri aspettato, quando hai posto la domanda.

E non credi di esserne tanto contento, stranamente.

"Cosa?" chiedi, infatti, alzando leggermente il tono di voce, senza neanche rendertene conto "Prima mi avete sbattuto fuori dal San Mungo, e ora pensate di rimettermi nella mia vecchia stanza? Che è successo, è morto uno dei suoi occupanti?"

O'Dampand ti guarda sbattendo le palpebre un paio di volte, con sguardo attonito e le labbra leggermente dischiuse. Poi si schiarisce la voce e si avvicina a te un po' di più, fermandosi, sempre e comunque in piedi, proprio di fronte a te. In questo modo sei costretto ad alzare la testa, per guardarla.

"Ma che sta dicendo?" comincia "A parte che io non c'entro nulla nella decisione di trasferirla qui, quindi non vedo perché debba incolpare me di qualcosa, io sto solo seguendo le disposizioni che mi vengono date. Solo questo."

"Ah, solo questo?"

"Sì, esatto, perché deve prenderla sul personale? Crede che a me cambi qualcosa? È esattamente come quando mi hanno affidato l'incarico di venire qui da lei, niente di più. Lo sto facendo e basta."

Non sai esattamente perché, ma la sua ultima frase ti fa infuriare.

"Sì, invece." rispondi, sibilando ed assottigliando lo sguardo "E' ovvio che a lei cambi, e non solo qualcosa, ma molto di più. Se torno al San Mungo lei potrà liberarsi di questo peso mezzo morto che sono e tornarsene alla vita che ha lasciato. Crede che non lo sappia? Per cui la smetta di dire che si preoccupa per me, visto che quanto ha appena detto la smentisce. Lei non vede l'ora che possa scaricarmi in ospedale."

La vedi alzare gli occhi al cielo, per una frazione di secondo.

"Per cortesia…" commenta lei, allora "Lo so che lei non è un pacco postale, signor Piton. Nessuno vuole scaricarla da nessuna parte."

Tu, di tutta risposta, torni al tuo libro, che, sul momento, stava persino lentamente scivolando dalla tua presa; fortuna, almeno, che ciò non era successo. Ricominci a leggere, quindi, abbassando il capo, e non ti curi più di O'Dampand e del suo blaterare. Tanto finireste comunque per cercare di avere ragione entrambi per ore, in caso contrario, e farti saltare ulteriormente i nervi non è un'attività che brami in maniera particolare, al momento.

Sì, perché hai veramente i nervi a fior di pelle. Volendo, potresti prendere quel dannato libro e lanciarlo contro il muro da un momento all'altro, addirittura.

La cosa curiosa ma, allo stesso tempo, irritante e priva di senso è che non sai neanche perché vorresti farlo.

Sicuramente è per via del fatto che ogni venti minuti c'è un gufo che arriva e che poi se ne va, distraendoti la lettura, per non parlare del fatto che si sta parlando di un tuo ipotetico ri-trasferimento. Deve essere per forza per quello, anche perché, in caso contrario, non trovi altre motivazioni altrettanto efficaci. Che poi, dato il tuo momentaneo e alquanto imprevisto stato d'animo, questa lettura neanche riesci a portarla avanti per un tempo che sia decentemente lungo, e il fatto che tu debba tenere il collo piegato – con consecutivo indolenzimento – ti dà ancora più fastidio.

E così, a quel punto, chiudi il libro, alzando di nuovo la testa – forse troppo di fretta, dato il lieve dolore che viene subito dopo – e guardandoti intorno. O'Dampand se n'è andata di nuovo chissà dove a scrivere la lettera di risposta a Sherman. Oh, sicuramente le starà scrivendo qualcosa che nasconde una neanche troppo velata moina, e gli starà sciorinando tutti i pro e i pochi contra sul riportarti di nuovo al San Mungo.

Hai comunque sperato che, sbattendo il libro, avresti attirato la sua attenzione, in qualche modo, mentre, a quanto pare, lei neanche ti ha sentito.

"O'Dampand!" ti ritrovi a chiamarla, per forza di cose.

Fosse per te non l'avresti neanche fatto, ma, data la situazione, non puoi proprio farne a meno, c'è poco da contestare.

Lei, in ogni caso, dopo solamente qualche misero secondo esce dalla cucina, guardandoti in attesa.

Ah, era lì.

E non ti ha neanche sentito, sebbene si trovi praticamente nella stanza adiacente alla tua?

Bah. Ne hai davvero abbastanza, per quella giornata.

"Mi porti in camera mia." ordini, semplicemente.

Sì, glielo ordini: evidentemente non è il fatto che ci sia un gufo per casa – o il resto – che ti dà fastidio, è proprio la presenza di quella giovane donna.

Per un momento, durante lo scorrere dei giorni, hai pensato che tale giudizio nei suoi confronti si fosse affievolito, tanto da rendere quella stupida convivenza quantomeno… accettabile. Invece, ora, più la guardi più vuoi che se ne vada. E ti senti veramente furioso, tanto che quel libro, piuttosto che addosso al muro, potresti anche lanciarlo contro di lei. Forse ti avrebbe fatto bene, una cosa del genere. Non molto a lei, certo, ma a te forse sì.

Evidentemente, comunque, vuol dire che sei rinsavito.

Che ti riportino al San Mungo, allora. Che ti ci chiudano dentro a chiave. Sarebbe meglio.

In ogni caso, alla fine, ti ritrovi in camera tua, come da te richiesto; O'Dampand ti h lasciato nello spazio che c'è tra la poltrona ed il letto, sempre come da te richiesto. Posi il libro, che ancora tieni sulle gambe, sul comodino, e poi ti sposti sul letto, mettendoti seduto con la schiena appoggiata alla testiera e la schiena sorretta dai cuscini. Avresti dovuto metterti in poltrona, come fai sempre, in questi casi.

A parte ciò, comunque, prima di accomodarti definitivamente, hai ben pensato di posizionare quella dannata sedia a due ruote il più possibile accanto al letto, di modo da non doverti esibire in altre performance piuttosto umiliante, come era accaduto tanto tempo prima. Perlomeno, ti sembra che sia passato veramente tanto tempo, hai un po' perso il conto.

Prendi il libro, allora, effettuando anche una seccante torsione con il busto, per riuscirci, ma ormai dovresti esserne abituato.

Non che tu sia un uomo che si abitua facilmente mai a nulla, a pensarci: tu rimugini, e rinfacci, e digrigni i denti, ma soprattutto rimugini e ripensi alle situazioni che si sono susseguite nel corso della tua esistenza, riflettendo su quanto sarebbe meglio che fosse successa questa o quell'altra cosa. Il fatto che tu poi faccia esattamente ciò che la gente si aspetta da te è un altro discorso. Con Albus è sempre stato così: gliene hai dette di tutti i colori, ma alla fine hai sempre fatto ciò che voleva.

Non volevi davvero abituarti alla condizione in cui ti trovavi, ma, rassegnazione o meno, era quello il tuo posto, qualsiasi fossero state le tue momentanee aspirazioni.

I tuoi comportamenti, il tuo camminare per i sotterranei, anche il tuo togliere punti a Grifondoro erano diventati atteggiamenti d'abitudine, all'apparenza, ma, dentro, di te, invece, avevi sempre una qualche… fermento.

Anche ora ce l'hai, quando, invece, abituarti a tutto questo sarebbe la cosa più semplice.

E ti rendi anche conto di aver pensato una cosa veramente brutta, riguardo Albus. Ma lui avrebbe commentato il tutto con uno dei suoi sguardi azzurri, uno dei suoi mezzi sorrisi, e poi avrebbe bellamente cambiato discorso o glissato con qualche breve parola. Così finisci per fare tu, dirigendo i pensieri altrove. Anche se ammetti che, in quel momento, avresti preferito vedere fare una cosa del genere – tua irritazione annessa – ad un Silente ancora in vita.

Prendi nuovamente il tuo libro, e nuovamente ricominci a leggere. La rabbia che puoi provare per O'Dampand, sebbene indiscutibilmente assillante, non è tale da riempirti la testa oltre ogni dire, tanto da non riuscire più a farti concentrare sulle frasi scritte davanti ai tuoi occhi, per esempio. Era successo con Potter – rimembri – ma per O'Dampand ti dici che, in fondo, non ne vale proprio la pena. Così riprendi ad affascinarti di fronte alle descrizioni di varie vicende storiche che hanno portato alla creazione dei più banali incantesimi, e non pensi a nient'altro.

Riesci, fortunatamente, nell'intento, e ti accorgi che è sopraggiunta la sera solo perché, ad un certo punto, non riesci più a distinguere alla perfezione tutte le lettere del testo, mentre le pagine iniziano a sembrare grigie, piuttosto che bianche.

A questo punto tutto supporrebbe che tu debba, perlomeno, accendere una candela, se non di più, e, per far questo, dovresti sgolarti per chiamare O'Dampand, di nuovo, intenta chissà dove a fare chissà cosa. Sempre che non stia parlando epistolarmente ancora con Sherman. Il che potrebbe essere comunque possibile.

Dovresti procurarti una campanella, in qualche modo, e agitarla quando hai bisogno della ragazza. Sarebbe sadicamente divertente.

Non che tu, ora, sia con l'animo giusto per attuare una simile fantasticheria. Non di certo. Ma magari, più in là…

Stai, allora, necessariamente per gridare il suo nome – già pregusti la tua fantastica voce gracchiante – che, invece, bussano alla porta della tua stanza. Ti ha battuto sul tempo, non c'è dubbio, dato che è palese che si tratti di O'Dampand.

"Avanti." dici, semplicemente, e la tua voce non è poi così gracchiante, se non alzi il tono.

La porta si apre, e O'Dampand entra nella stanza. Notando anche lei la penombra che è calata sovrana, tira immediatamente fuori la bacchetta, e automaticamente accende la candela presente sul comodino accanto a te, e anche quella posata sul mobiletto all'altro capo del letto. Non hai dovuto neanche chiederglielo, meglio così.

Si avvicina a te, rimanendo comunque in piedi, con le mani congiunte sul davanti.

"Scende a cena?" ti chiede.

Non appena schiudi le labbra, nonostante tu non abbia ancora detto nulla, la vedi spostare il peso in avanti, impercettibilmente, come se già sapesse di volerti appoggiare alla sua spalla per poterti sedere sulla sedia e scendere di sotto, in salotto, e poi in cucina.

"Non ho fame." rispondi tu, invece, bloccando ogni suo proposito e, al contempo, movimento.

Sul momento lei ti guarda con uno sguardo che non riesci pienamente ad interpretare, forse per via di quella stessa penombra – la luce delle candele, d'altronde, è potente giusto per il minimo necessario – che confonde i suoi lineamenti, quasi fondendoli l'uno con l'altro.

"Non ha fame?" chiede, e la sua voce, a dispetto di quanto ti saresti invece aspettato, è piuttosto… neutra.

"No, non ho fame." ripeti, dunque, guardandola stavolta un po' più di sottecchi "Voglio rimanere qui, finire la lettura e poi andarmene a letto."

Passa qualche altro secondo, prima che lei ti risponda di nuovo.

"Oh, va bene. Si riposi, allora, ci vediamo domani mattina."

Alzi un sopracciglio, mantenendo gli occhi fissi su di lei.

Sì, non hai veramente fame, e non ti va di scendere dabbasso, né di stare in compagnia di O'Dampand, ma l'hai detto anche per darle, più che altro, fastidio, come lei lo sta dando a te durante tutta quella stessa giornata. Dopo tutto quello che è successo, proprio riguardo il cibo, credevi avrebbe iniziato a sbraitare, a dirti 'No, no, no, che ci eravamo detti? Non può indebolirsi!'. E invece non ha… fatto una piega – espressione che tende a descriverla meglio, al momento, secondo te.

Non fai neanche in tempo a dire qualsiasi cosa – in effetti, sei stato zitto fin troppo, e forse lei ha interpretato questo momentaneo silenzio come il non voler proprio più parlare – che lei, allora, si volta, dirigendosi nuovamente alla porta.

"O'Dampand." la fermi però tu, al che lei si volta, in attesa di qualche cosa, magari un cambio di idea da parte tua. Invece no, tutt'altro "A che conclusione è giunta, con Sherman?"

Lei si appoggia con una spalla allo spigolo della porta, mantenendo le mani sempre nella stessa posizione di prima.

"La situazione non è molto diversa da prima: ha detto che si informerà con chi di dovere e, domani pomeriggio al più tardi, ci farà sapere."

"Quindi… Niente."

"Esatto, tutto in sospeso, per ora."

"Fino a domani."

"Esattamente."

"Perché è così distante, O'Dampand?"

Non sai neanche perché gliel'hai chiesto, così di getto e senza pensarci, poi. Non avresti dovuto, e neanche ti interessa, in fin dei conti; probabilmente è per metterla a disagio, dev'essere per forza così.

Lei, comunque, assume un'espressione perplessa, stavolta.

"Distante? Distante da cosa?"

Anche tu fai una pausa. Qualsiasi cosa diresti, comincereste una conversazione che non vuoi intraprendere, specie su un argomento così… superfluo. Che utilità ha, d'altronde, quanto lei si senta coinvolta in tutta quella vicenda?

"Nulla. Lasci perdere." concludi, a quel punto.

Lei si stacca dall'architrave, rimettendosi in posizione eretta, allora.

"Buonanotte, signor Piton."

Tu rispondi con una specie di incomprensibile grugnito, prima di chinare nuovamente il capo sul tuo libro, e lei richiude la porta.

Dopo qualche minuto vi ricordate entrambi che, invece che salutarvi definitivamente, per quel giorno, c'era ancora una cosa, da fare, ovvero cambiare le bende al collo e medicare la ferita, per cui dopo non molto O'Dampand rientra in camera tua, si scusa, e si avvicina con la sua borsa, nella quale sai già che si trova anche la pozione che devi assumere oralmente.

Tu non dai segno di aver accettato le sue scuse, quasi non la consideri per niente, comportandoti, più che come un uomo arrabbiato, come un uomo apatico.

C'è chi reagisce di più ad una persona che lo – o 'la' – ignora, piuttosto che urlandoci contro. Potresti verificare se la cosa funziona anche con O'Dampand.

Ma sai già che sarebbe tutto tempo perso, dato che già qualche tempo prima non vi siete parlati per due giorni interi, e lei non ha dato assolutamente di matto in nessun modo. O, se l'ha fatto, non l'ha poi dato molto a vedere.

Quando lei esce di nuovo, dopo aver finito, per un momento rimani a fissare la porta. È rimasta in silenzio tutto il tempo, ha fatto quasi la sottomessa, come se volesse dartela vinta, mentre tu volevi solo che mostrasse un minimo di rabbia anche lei; o qualcosa del genere. O, magari, non era finta sottomissione, la sua: probabile che sia mancanza di qualsiasi emozione di particolare rilevanza e basta.

Lasci perdere, a quel punto, e sposti lo sguardo altrove. Motivi non ben definiti non valgono un'altra arrabbiatura a fine serata, specie se non puoi riversare la tua rabbia contro la sua destinataria principale.

Fai quanto hai preannunciato poc'anzi, allora: ti prepari per la notte, indossi la tua anonima e monotona – quanto consumata – camicia da notte e poi, una volta pronto, ti rimetti lentamente e prudentemente a letto, senza movimenti improvvisi e poco calcolati. Soprattutto quella sera vuoi limitare al minimo il 'rischio di disastri domestici'; ti infili direttamente sotto le coperte, rimanendo seduto, però. Con la mano sinistra ti sistemi la gamba destra, inerme, che ha assunto una posa piuttosto strana – lo noti dalla piega delle coperte stesse – senza provare a risparmiarti una smorfia e un digrignare di denti, e solo in quel momento, finalmente, riprendi il tuo libro per continuare la lettura. D'altronde è troppo presto, a tuo parere, per metterti proprio a dormire, e il fatto di trovarti a letto non ti preclude comunque la possibilità di fare altro, o sbagli, per caso? Certo che no.

La casa, al di là della porta della tua stanza, è silenziosa.

Oh, lo è sempre stata, di sicuro la cosa non ti sorprende, ma il fatto che, comunque, tu non viva più da solo ti rende particolarmente sensibile a qualsiasi tipo di rumore, e le tue orecchie si tendono neanche siano dotate di autonomia. Eppure nessun suono ti arriva. Comprensibile, O'Dampand sta sicuramente cenando in silenzio, in cucina, quindi nel punto della casa più lontano da te.

Certo, a meno che, approfittando della tua assenza, non si sia messa a mangiare seduta sul divano come una ragazza irriverente, ma, in quel caso, qualche rumore avresti dovuto percepirlo. Lo presumi, almeno.

Proprio perché non odi alcunché, in ogni caso, ricominci a leggere, conscio del fatto che il tuo udito ti avviserà direttamente di ogni sorta di anomalia, o, più semplicemente, di ogni rumoroso movimento al pianterreno.

Finalmente, nel tempo immediatamente successivo, le parole stampate che hai di fronte fanno il loro dovere: ti estraniano da quella serata che nulla fa se n on renderti insofferente, e per un po' riesci anche a dimenticare O'Dampand, Sherman, e tutto il San Mungo.

Hai sempre trovato i libri estremamente affascinanti; il tuo naso era sempre immerso nelle polverose pagine della biblioteca di Hogwarts, e non solo perché dovevi adempiere ai tuoi obblighi di studente. Ti piaceva. Ti piaceva e ti piace; tutto, nei libri, lo trovavi spiegato a chiare lettere, a volte tramite frasi impregnate di fronzoli lessicali, ma era tutto : nero su bianco, indelebile, ogni considerazione poteva essere riletta ed appresa in innumerevoli modi differenti l'uno dall'altro. Non c'erano sottintesi, le parole dei libri non mentivano, non potevano compiere gesti che ti avrebbero turbato, erano pure e semplici verità, manifestazione di quello stesso mondo che avevi attorno che, al di fuori delle pagine stampate, era, invece, così difficile da capire.

Sapendo ciò nessuno si sarebbe sorpreso nel constatare che, piuttosto che sdraiarsi sull'erba, sotto quel sole che la tua pelle pallida non vedeva quasi mai, tu preferissi adibire una angolo della biblioteca a tuo personale luogo di estraniazione, un castello nel castello, dalle invisibili fondamenta letterarie che, però, serviva a farti provare un quarto d'ora di tranquillità.

Specie dal quinto anno di scuola in poi, quell'angolo l'hai bramato quasi tutti i giorni.

Solo dopo un po', a quel punto, senti nuovamente qualcosa: O'Dampand sta distintamente camminando sulle 'scale' con passo piuttosto pesante, e anche leggermente… strascicato. La stanchezza, forse. O il senso di colpa, magari.

E sta anche parlando da sola, e non sottovoce, per di più: se il suo fosse, di per sé, un impercettibile bisbiglio, tu, dal tuo letto, con la porta chiusa, non sentiresti proprio niente. Per percepirlo in questo modo, quindi, sta ben più che mormorando, lei. Peccato che tu non riesca comunque a distinguere le sue parole, riuscendoci potresti provare a risalire al motivo primario dalla sua fulminante pazzia.

Una porta si chiude, nel corridoio, e capisci che O'Dampand è appena entrata nella camera che sta momentaneamente occupando. Dopo non molto, comunque, la senti riuscire in corridoio, stavolta con passo più svelto, ed un momento dopo è la porta del bagno che si apre e che, infine, si chiude.

Ormai è diverso tempo che girovaga il casa tua come se fosse in casa propria, andando da una parte all'altra con assoluta naturalezza. Allora forse è veramente meglio che ti inchiodino di nuovo ad un anonimo letto del San Mungo. Questo tipo di implicita confidenza a te non è mai piaciuta a sufficienza.

Sì, l'hai chiamata 'confidenza', ma ritieni che non sia proprio il termine più adatto, a pensarci. Quello che sai, però, è che la cosa ti stranisce.

Dopo un tempo indefinibile catturi, sempre… uditivamente parlando, la sua uscita dal bagno, e la sua consecutiva quasi corsa di nuovo in camera da letto, e, infine, il rumore della porta, per la terza volta.

Poi, più nulla. La serata, a quanto pare, per O'Dampand, si è conclusa così.

Ah, no, è vero: ha comunque a sua completa disposizione il vecchio televisore di tuo padre.

Chiudi il libro di scatto, senza neanche premunirti di procurarti un segnalibro o di fare una piccola orecchia all'angolo superiore della pagina. Per la stanza ha anche echeggiato, per un secondo o due, il tonfo che hai causato, ma stavolta non l'hai fatto per attirare l'attenzione di qualcuno. Anche perché, al momento, non ti è di nessuna convenienza.

Posi il libro, quindi, ti corichi con una serie per te illimitata di evitabili movimenti e, alla fine, decidi che è arrivato il momento di dormire. Ti sembra giusto, oltretutto, di far decadere il tuo udito dai suoi consueti doveri, per quella notte.

La mattina, quando apri gli occhi, senti che un po' di quella rabbia del giorno prima se né andata. Addirittura, all'inizio, non ti ricordi proprio nulla di quanto accaduto, tanto che ti chiedi se per caso ti stesse sfuggendo qualcosa di importante. Un attimo dopo, però, sebbene il sentimento sia praticamente lo stesso, lo percepisci meno… asfissiante, meno invadente, meno pesante. C'è sempre, certo, ma quella mattina, dopo ore di sonno, il motivo che lo provoca non ti sembra più così importante. Fondamentale, diciamo.

O meglio – ti ritrovi a correggerti praticamente da solo – stai indirizzando la tua giustificata negatività vero il destinatario sbagliato. Se il San Mungo vorrà… riospitarti ancora, è con la sua organizzazione che dovrai prendertela, perché non sarebbero coerenti e rispettosi della salute psicologica del paziente.

Non che tu ti senta instabile anche mentalmente, ma, secondo te, avresti tutte le carte in regola per far credere di esserlo diventato a causa loro.

Concentrare tutto il tuo livore su O'Dampand, quindi, lo trovi quantomeno egocentrico.

Dal suo punto di vista.

Perché, d'altronde, dovresti darle tutta questa importanza? La colpa è anche sua, ovviamente, dato che questo colpo di genio pare averlo partorito lei stessa – quindi, di sicuro, non farai il simpatico con lei – ma proporre qualcosa ai 'livelli superiori' era suo di diritto. Chi approva la proposta è colui che si prende la maggiore responsabilità.

Dal tuo, di punto di vista, parte della colpa continua a cadere comunque su O'Dampand, dato che è lei che ha avuto l'iniziativa, dato che è la sua, di proposta, ad essere stupida.

Quella mattina, almeno, hai due colpevoli contro cui inveire, e puoi non focalizzarti su quella di rango inferiore.

A parte tutto questo, in ogni caso, questa considerazione ti dà, almeno, l'impulso di chiamare O'Dampand, come ogni mattina. Quando arriva le lanci solo un'occhiata fugace; ti sei già messo sulla solita, odiosa sedia metallica – non ha neanche un minimo di estetica o, magari, di eleganza, per Salazar – e tieni i vestiti che dovrai indossare sopra le ginocchia, con le mani poggiate su di essi, quasi a schiacciarli.

"Buongiorno" dice lei, con tono decisamente piatto, non squillante come tutti gli altri giorni.

Così la guardi meglio, prima che si metta in piedi dietro di te. Non le rispondi neanche al saluto, sul momento – non che brami farlo, comunque – perché, più che altro, noti qualcosa di insolito sul suo viso: due profonde occhiaie, proprio sotto i suoi occhi verde chiaro.

Lo si percepisce nell'aria, che è stanca.

"Non ha dormito?" chiedi, allora, tanto per toglierti la curiosità.

Lei ti risponde mentre, come sempre, ti conduce verso il bagno.

"Quasi per niente."

"Attacco improvviso di insonnia?"

"Oh, no, ho avuto da fare."

Per quanto puoi, ti volti leggermente all'indietro, cercando di guardarla. Sì, ha proprio lo sguardo stanco, sei sicuro che, se potesse, crollerebbe sul letto nel giro di un paio di minuti, eppure, allo stesso tempo, sei anche sicuro che stia nascondendo qualcosa; e immagini che questo qualcosa non ti faccia piacere neanche un po'. Dato che, tra l'altro, noti anche l'ombra di un quasi impercettibile sorriso sulle sue labbra.

"Ha parlato con Sherman?" chiedi, mentre ti giri nuovamente per guardare di fronte a te con attenzione.

Ci manca solo che, per il sonno, ti faccia andare a sbattere contro il muro.

"No." è la risposta di lei "a proposito, dovrà farci sapere qualcosa entro oggi, stando a quando ha scritto nella sua ultima lettera."

"Mmh."

Non ti va di commentare la cosa, stranamente.

Ti lascia in bagno e chiude la porta, aspettandoti fuori. Come sempre.

Potresti cominciare a soprannominarla 'Cane da guardia'; sarebbe… divertente notare il mutamento delle sue espressioni; ma, di sicuro, la cosa non sarebbe accaduta quel giorno.

La giornata va avanti rimanendo completamente avvolta in quell'atmosfera. Tu che non le parli, e lei che, stanca, compie i gesti a cui ormai è abituata in maniera totalmente meccanica. E neanche lei parla, in ogni caso. Non puoi dire se il suo mutismo sia causato dal fatto che tu non voglia intavolare nessuna conversazione e, per questo, lei si sia offesa, oppure perché muovere la bocca, al momento le risulterebbe troppo faticoso.

"O'Dampand." la chiami, ad un certo punto, dopo pranzo, guardandola sufficiente e con un pizzico di rimprovero "Sta dormendo in piedi."

Non è proprio vero, solo che se ne sta impalata così, a fissare il nulla, in piedi – appunto – accanto al camino.

Lei scuote velocemente la testa, in ogni caso, come a volersi svegliare, facendo così.

È proprio andata.

"Mi scusi." è tutto quello che dice, prima di andarsi a sedere sul divano.

Potresti dirle semplicemente di andarsene a dormire, lo sai. D'altronde non avrai bisogno di nulla, nelle successive ore: potresti comportarti come tutti gli altri giorni, durante i quali rimani per ore a leggere, mentre lei potrebbe andarsene per circa un'ora sul letto e chiudere gli occhi. E magari attenuare un po' il gonfiore di quelle orribili occhiaie che si ritrova.

Ma tu sei Severus Piton, per cui, invece, rimani semplicemente in silenzio. E basta.

Alla fine, arriva la sera, tra i silenzi. Gli unici rumori che si percepiscono, adesso, sono quelli fuori da casa. È come se tra quelle mura sia stato risucchiato tutto, non fai neanche caso al rumore delle lancette dell'orologio. Il silenzio che intercorre tra di voi è talmente pesante e pressante che sembra nascondere tutto il resto. Te lo immagini, sul momento, come un'enorme macchia grigiastra, il silenzio, che si attacca alle pareti, si espande inglobando al suo interno tutti gli oggetti, i mobili, i libri, voi due stessi, ricoprendovi di una sorta di patina gelatinosa che vi impedisce di udire e di pronunciare alcun suono.

… Forse sei stanco anche tu, supponi, dato il pensiero.

Ma comunque, in ogni caso, quel viscido velo che vi avvolge rimane attorno a voi – e attorno a tutto il resto – per tutto il pomeriggio, e poi per tutta la serata, fin quando non ti prepari nuovamente per la notte.

E non è che tu ti stia lamentando della situazione, d'altronde sei tu che l'hai voluta, ergo… a te sta bene così. È quello che volevi, non ti stai lamentando.

Ma in quel momento devi per forza porre fine a quel silenzio, specie perché urge precisare determinate questioni che ancora sono rimaste decisamente irrisolte.

Tu sei sul letto, in ogni caso, e O'Dampand sta preparando le cose necessarie per medicarti la ferita. Ringrazi Merlino che il suo compito sia solo quello: dovesse usare un bisturi, al momento, non saresti così… docile.

"Sherman non ha mandato nessun messaggio." dici, allora.

Ed è vero, quell'idiota di Sherman non vi – ti, le, poco importa – mandato una stupida lettera per tutto il giorno, quando, invece, aveva annunciato il contrario, quando, invece, avrebbe dovuto far chiarezza su tutta quella questione per la quale il tuo malumore è salito alle stelle.

"Sì, è vero…" mormora semplicemente lei, concentrandosi il più possibile su quanto sta facendo "Gli scriverò fra qualche minuto, allora, sperando che mi risponda."

"Sperando?" sbotti nuovamente con tono irritato.

"Potrebbe aver avuto un problema." risponde O'Dampand, mentre ti sciogli le bende attorno al collo.

"Lo vedremo non appena risponderà, allora." concludi – discutere anche su quello sarebbe stato inutile. E poi immagini che di questo dovresti parlarne direttamente con Sherman e basta.

La conversazione si chiude davvero in quel modo, e O'Dampand si impegna solamente nel portare a termine il proprio lavoro. La medicazione ti fa bruciare tutto, come sempre; forse leggermente di meno, ma potrebbe anche darsi che è perché ti stai abituando al dolore. Ma fa male comunque, e sei costretto a chiudere gli occhi e a digrignare i denti ogni volta.

Poi tutto finisce, O'Dampand ti sistema le nuove fasciature attorno al collo e poi mette tutto a posto.

"Buonanotte, signor Piton." dice, mentre sta per uscire dalla tua stanza.

Ma quale 'Buonanotte', tu devi sapere ancora qualcosa, durante quella serata.

"Mi informi non appena riceverà la risposta da Sherman." rispondi tu, invece.

"Va bene."

E, detto ciò, a quel punto esce davvero dalla tua stanza, mentre tu ti sistemi meglio, sotto le coperte, consapevole che, comunque, dopo non troppo tempo – almeno così immagini – O'Dampand rientrerà per eseguire quello che le hai appena chiesto.

E speri che dopo anche lei se ne vada a dormire. Non per altro, ma è quantomeno irritante trovarsi qualcuno vagamente simile ad un Infero che vaga per casa con passo strascicato. Ti dà un senso di inutilità meramente inappropriato.

Dopo quel momento, però, la volta successiva in cui vedi O'Dampand è direttamente la mattina dopo.

Tu l'hai aspettata per un tempo che hai ritenuto fin troppo considerevole, ma poi, alla fine, il tuo corpo ha deciso di addormentarsi. E O'Dampand ti ha forse fatto sapere qualcosa? No, ovvio che no.

Ormai non riesci proprio a capire che cosa gli stia passando per il cervello.

E questo ti urta terribilmente, perché si sta comportando in un modo che stai facendo fatica ad interpretare.

Non che tu sia… preoccupato. O meglio, lo sei, ma per te, dato che ti trovi praticamente nelle sue mani.

"O'Dampand!" la chiami, allora.

Comportamento strano o meno, ti ha deliberatamente ignorato in maniera alquanto poco professionale.

Tu sei esattamente come la mattina precedente – e come tutte le altre, di nuovo – ovvero seduto sulla sedia, i tuoi vestiti poggiati sopra di te.

Stranamente il fatto che tu, ormai, riesca a muovere la caviglia destra sembra rendere tutto un po' più facile da compiere. Sai che potrebbe essere tutto frutto semplicemente della tua immaginazione. Magari non è cambiato niente e basta, però…

Non finisci di formulare il pensiero, però, che O'Dampand entra nella stanza. E tu non puoi che guardarla sentitamente… perplesso. Estremamente perplesso, tanto che, nell'osservarla, inclini anche un po' la testa da un lato.

È in vestaglia, lei. Cos'è, non ha fatto in tempo a vestirsi? Si è appena svegliata, per caso? Magari l'hai persino svegliata tu, chiamandola. E, considerando il modo in cui sono sistemati i suoi capelli – ovvero alla bell'e meglio – lo consideri anche abbastanza plausibile.

"Mi scusi, signor Piton." è la prima cosa che dice lei, mentre si sistema meglio il nodo della propria vestaglia rosa pallido "Ho fatto tardi."

"Questo l'avevo già notato da me."

Sì, si deve proprio essere svegliata da poco, anche se, sul suo viso, le occhiaie non è che siano meno profonde o meno scure del giorno prima. Anzi.

"Mi sono addormentata solo un paio d'ore fa."

"Oh, mi fa piacere saperlo, specie considerando che, stando a questo, ciò vuol dire che lei ha avuto praticamente tutta la notte per darmi una qualche indicazione su cosa mai Sherman e colleghi abbiamo dannatamente deciso di fare."

Lei sbatte le palpebre un paio di volte, prima di parlare nuovamente. Sembra confusa, addirittura, quando tu, invece, non saresti potuto essere più chiaro di così. E poi, secondo te, non potrebbe proprio permetterselo, di essere confusa.

"Sì, io…" fa, allora. Con aria solo lievemente colpevole "Ho parlato, tramite gufo, con il professor Sherman, e si è trovata una soluzione. Sì. Sono anche venuta a riferirgliela, ma lei dormiva già."

"E con questo?" sbotti, inarcando un sopracciglio "Svegliarmi avrebbe infranto una clausola di un qualche inesistente regolamento etico-comportamentale?"

"No." controbatte, guardandoti leggermente assonnata.

"Quindi avrebbe potuto svegliarmi."

"Sì, signor Piton, lo so. Ma quanto è emerso dallo scambio di lettere tra me e il professor Sherman avrebbe potuto benissimo aspettare questa mattina, dato che non dovrà preoccuparsi di preparare bagagli di nessuna sorta, né lasciare questa casa."

Il tuo sopracciglio torna ad inarcarsi verso l'alto.

"Ah, no?"

"Sarà il professor Sherman a venire direttamente qui, per visitarla. Se, poi, si converrà che ci sia bisogno di un'altra sistemazione, per lei, allora… beh, se ne parlerà."

"Quindi resterò qui."

"Esatto."

"E anche lei."

"A quanto pare."

"Che peccato." sibili, e le labbra ti si arricciano in un ghigno.

Dopo non molto scendete per la colazione, e lei ne approfitta, invece che per mangiare, per andarsi a vestire. Quando torna in cucina, almeno, è un po' più presentabile.

"In ogni caso." dici, allora, non appena mandi giù l'ultimo sorso di caffè "Perché Sherman non si è fatto sentire, se non dopo che è stata lei, a contattarlo?"

O'Dampand si siede con un'enorme tazza di caffè nero tra le mani, caldo, ed è speranzosa – glielo leggi in faccia – che questo possa darle una svegliata.

Tu opteresti per un 'Aguamenti' gelido in pieno viso, piuttosto, ma tant'è.

Comunque risponde solo dopo essersi leggermente strofinata l'occhio destro.

"Mi ha detto che è stato molto impegnato, ieri." risponde, poi "Era ancora in ospedale, quando mi ha risposto, e mi ha detto che sarebbe stata sua intenzione scrivermi non appena fosse arrivato a casa."

"Certamente. E magari anche dopo aver cenato ad aver giocato a scacchi con suo figlio, se ne ha uno."

"Suvvia, signor Piton, la questione si è risolta." tenta di tagliare corto lei "In tempi un po' più lunghi, sì, è vero, ma adesso sa che, per lei, non cambierà proprio niente, quindi può tranquillizzarsi."

"Lei può tranquillizzarsi, forse, dato che, da quanto posso notare, addirittura ha perso il sonno per questi ultimi avvenimenti. Io, invece, non smetto di sentirmi come chi non ha avuto e non ha assolutamente voce in capitolo."

O'Dampand sospira.

Forse lei avrebbe sul serio preferito che ti venisse trovato un altro letto al San Mungo; così lei se ne sarebbe tornata alla sua, di vita.

Oh, povera, povera O'Dampand.

In ogni caso, poi, lei punta lo sguardo su di te; nei tuoi occhi, per essere più precisi.

"Lei conosce il giuramento di Ippocrate, signor Piton?" chiede, allora, con voce fin troppo calma per i tuoi gusti.

Tu ricambi lo sguardo in modo vagamente sospettoso.

"Sì, lo conosco."

"E beh, quello stesso giuramento viene pronunciato anche da noi medimaghi, sa? Non solo da alcuni medici babbani. E quando diciamo 'In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario', beh, ci crediamo. Io ci credo. E anche Sherman. Quindi non dica che di lei non ci importa nulla."

"Potrei controbattere dicendo che vi sono notevoli differenze tra ciò che fanno i maghi e ciò che fanno i Babbani, specie in campo medico."

"Oh, lo so, infatti la frase che le ho citato è un estratto dell'antico giuramento di Ippocrate, non di quello successivamente modificato dai Babbani. I medimaghi si rifanno al primo – leggermente modificato anch'esso certo – piuttosto che al secondo."

"Cosa cambia? Ippocrate era comunque un Babbano."

O'Dampand fa un piccolo sorriso, prima di rispondere per l'ennesima volta.

"Sbagliato, Ippocrate era un mago. Anche se, ovviamente, i Babbani non lo sanno."

Tu non dici più nulla, sul momento. Anzi, non dici più nulla neanche dopo. Sai che per O'Dampand la discussione si è risolta con la sua ultima considerazione, e a te, per una volta, stranamente, va persino bene così. Solo perché non ti va più di discutere, solo perché ne hai abbastanza del fatto che voglia per forza avere ragione. Ti sfianca e ti irrita.

Durante il pomeriggio O'Dampand si è ritirata in camera propria.

Non ti ha detto perché ti ha lasciato lì, seduto in poltrona, per andarsene al piano di sopra, ma immagini che sia per riposare un po'. Almeno, adesso, non deve struggersi nell'attesa di scoprire in cosa consisterà il suo immediato futuro; ora può mettersi l'anima in pace, lei.

Così ti ha lasciato lì da solo, ma tu non te ne lamenti, non hai bisogno di essere osservato costantemente, dopotutto.

Neanche un paio d'ore dopo, però, senti nuovamente i suoi passi sopra la tua testa, ergo non sta dormendo affatto. Un minuto dopo te la trovi proprio davanti, addirittura. Solo che, rispetto a poco prima, noti qualcosa di diverso sia nei suoi occhi che nella sua espressione: non è cambiata molto, nel suo complesso – è ovvio – ma la stanchezza sembra aver lasciato posto ad una qualche sorta di soddisfazione, e il sorriso che le increspa le labbra tende a confermarti tale supposizione.

"Che ci fa già qui?" chiedi, quindi, per te più che legittimamente.

"Oh, so che vuole liberarsi di me, ma ho semplicemente concluso un piccolo progetto che vorrei mostrarle."

Inarchi le sopracciglia, continuando a guardarla, rimanendo in silenzio. Solo in quel momento noti che ha un libro tra le mani, però. Che sia qualcosa di accademicamente rilevante? O'Dampand, però, dato il tuo silenzio, riprende a parlare.

"E' una cosa a cui stavo lavorando già da diverso tempo, ma ho pensato di potermici dedicare un po' di più in questo periodo."

"Per fare questa cosa, a quanto pare, ci ha perso il sonno, perché ha pensato che fosse il momento più adatto, di grazia?"

Altro che preoccuparsi di Sherman…

"Beh… Ho pensato che la cosa l'avrebbe interessata."

Non rispondi, e lei, allora, ti porge il libro che sta tenendo in mano, accompagnandolo con un 'Per lei' solo lievemente sottotono. Tu lo afferri con una mano e lo poggi sulle tue gambe, prima di aprirlo, e la prima cosa di cui ti accorgi è che quel libro l'hai già visto diverse volte; perché, semplicemente, è tuo.

"Che significa?" chiedi, perplesso.

"Stavo pensando all'incantesimo della penna prendi-appunti. Non so perché ci stessi riflettendo su, ma il fatto è che ho pensato che sarebbe potuto tornarmi utile il suo stesso principio, ovvero far muovere un oggetto magico, semplicemente parlandogli. Quindi… Beh, provi a dire 'avanti'."

"Spero" pronunci, invece, tu "che qualsiasi cosa lei abbia fatto non andrà a compromettere l'integrità dei miei libri. Altrimenti potrei sul serio non rispondere più di me"

"Oh, no, no, prima ho perfezionato l'incantesimo su alcuni miei oggetti, ci mancherebbe."

"Quindi ha incantato il mio libro…"

Lei annuisce, e tu la guardi con una nota di rimprovero negli occhi, solo che ti senti anche… curioso, così sposti lo sguardo da lei e lo dirigi su quanto tieni sulle ginocchia.

"Avanti." mormori, infine, proprio come ti ha detto di fare lei.

Quasi immediatamente l'angolo inferiore della pagina destra comincia a tremare; dapprima in una maniera che definiresti addirittura timida, ma poi prende a farlo con maggiore intensità, come se fosse appena arrivata una forte e improvvisa folata di vento; un momento dopo la pagina si solleva totalmente, per poi posarsi dal lato opposto. Niente si muove più, adesso.

"In questo modo…" riprende lei "Può continuare a tenere il libro con una mano sola e sfogliarlo senza doverlo poggiare in continuazione da qualche parte. Immagino sia fastidioso."

"Sì, lo so." mormori di nuovo, alzando gli occhi su di lei.

"Appunto." fa un altro piccolo sorriso lei "Ed è un incantesimo applicabile su tutti i libri che vuole, ovviamente; e funziona solo se questi sono effettivamente aperti, altrimenti ogni volta neanche immagino cosa possa accadere."

"Mmh." è tutto questo quello che dici, prima di tornare a fissare il libro.

Dovresti ringraziarla per questo? Forse. Eppure…

"Non le ho mai chiesto di fare una cosa del genere, O'Dampand."

Sembra quasi, da come lo dici, un voler giustificare il tuo poco… entusiasmo. È solo che non te lo aspettavi neanche un po'.

"Si figuri." risponde lei, come se tu le abbia appena detto un 'grazie' che, invece, dalle tue labbra non è uscito "E poi…" stavolta la sua espressione si fa un po' più… contrita "Ammetto di non essere stata la coinquilina ideale, in questi due ultimi giorni. Lo so che l'ho fatta arrabbiare più volte e… E' un modo anche per scusarmi. Mi scusi, quindi, signor Piton, le prometto che sarò meno nervosa."

Tu non dici niente, di nuovo.

Lei allora si siede su divano, e tu, a quel punto, non puoi esimerti dal cominciare a leggere. Oh, non importa, adesso, che un altro libro stia aspettando di essere concluso quello non è stato incantato appositamente per te.

Forse anche tu, dopotutto, per qualche minuto puoi metterti l'anima in pace.