Capitolo Diciassette
L'unica cosa positiva di tutta quella faccenda - l'unica - è che non hai dovuto portare le valigie. Come avresti fatto, dopotutto, anche se tu avessi voluto? Anche se. Magari prendendone una e posandotela sulle ginocchia? Tanto, in fin dei conti, data la tua… condizione, neanche lo avresti sentito, un eventuale troppo peso.
… Ma ovviamente non l'hai fatto, ci sarebbe mancato altro.
Ci ha pensato O'Dampand, a portare le valigie. Idea sua, ci avrebbe pensato lei, come era giusto che fosse. Anche se forse, del tutto casualmente, ad un certo punto, una volta arrivati nel suo quartiere, dopo che vi siete smaterializzati in un vicolo deserto, hai pensato che avrebbe potuto almeno farle lievitare, quelle valigie. Anche se in realtà si parlava solo della sua, di valigia. Lei ha infilato tutte le tue, di cose, in uno zaino piuttosto capiente.
"Dove l'avrebbe trovato, quello?" hai detto quando hai posato gli occhi, con un sopracciglio alzato, sul suddetto zaino.
"Si ricorda quando sono salita in soffitta, tempo fa, e ho trovato un televisore?" ha risposto lei - con un'altra domanda.
"Rigirando le mie regole e facendo quel che voleva e andando a curiosare in giro senza il mio permesso? Sì, me lo ricordo vagamente."
Lei ha sorriso. "Ebbene, mi ricordavo di aver visto questo zaino, posato in un angolo, in solitudine, per cui sono andata a prenderlo."
"Quindi è salita di nuovo in soffitta."
"Beh, sì."
"Imparerà mai, O'Dampand?"
"Oh, le prometto che, per tornare in una situazione di parità, in casa mia potrà fare quello che vuole. Non metterò regole."
"Magra consolazione, lo sa anche lei."
E quindi siete davvero giunti fino a casa sua.
Paddington, questo era il quartiere. Non centralissimo, no, ma di sicuro non era periferia. Ma proprio per niente.
E, una volta che vi fermate momentaneamente di fronte al portone di ingresso del palazzo in cui è situato il suo appartamento, mentre lei cerca le chiavi di ingresso nella sua borsa - producendo anche un certo qual rumore di oggetti mossi più e più volte - tu alzi gli occhi ad osservare l'edificio. Ciò che attira la tua attenzione non sono tanto i balconcini tondi che spuntano fuori dall'alto muro di tanto in tanto, non sono quelle decorazioni con tanto di testa umana poste sotto tutte le finestre del primo piano, non sono neanche i fiori spropositatamente enormi di una delle finestre al quarto livello, no.
"E' rosa." commenti.
O'Dampand alza la testa da quasi dentro la propria borsa, osservandoti subito.
"Come dice?"
"Sono rosa. I muri, intendo."
"Oh." anche O'Dampand alza la testa per guardare, come fosse la prima volta che posa lo sguardo su casa sua "Sì, beh… Non le piace il rosa?"
La guardi con un'occhiataccia più che eloquente.
"Lo supponevo." è il commento di lei.
Hai già visto una tonalità simile di rosa. Forse era leggermente più scuro. Ma d'altronde in quella stanza erano presenti sfumature e sfumature di rosa in quantità incalcolabile.
Stai parlando dell'ufficio del professore di Difesa contro le Arti Oscure, ovviamente. Anzi, della professoressa, considerando l'anno in questione in cui la stanza è stata tramutata in un confetto. Pieno di gatti, poi.
L'orrore.
Fortuna che l'anno dopo quell'ufficio è toccato a te, e ne hai giustamente fatto tornare le mura di un colore più umano.
… Chissà che fine ha fatto quella donna. Dopo che ha ricoperto il ruolo di professoressa lo sai cosa ha fatto; oh, lo sai benissimo. Intendi dopo la fine della guerra.
Ma ti interessa, poi?
Solo a pensare a questa domanda ti viene da scuotere il capo in un cenno di diniego.
Alla fine O'Dampand riesce a trovare le chiavi, così apre il portone, alto, grande e apparentemente di legno - ma forse neanche è veramente di legno, in realtà - ed entrate. La vostra andatura non è delle più spedite, dato che lei, oltre allo zaino sulle sue spalle, sta portando la propria borsa a tracolla e la sua valigia praticamente con il polso.
Forse ti senti leggermente in… colpa, se così si può dire. Ma solo leggermente.
"Non può farla lievitare?" dici, dunque, e la tua voce rimbomba un po' nel piccolo corridoio che vi sta portando o alle scale o all'ascensore, a discrezione del visitatore.
"E' un condominio babbano." risponde O'Dampand a bassa voce "Credo sia meglio di no, dovesse comparire qualcuno all'improvviso."
"Sì, certi Babbani hanno la capacità di comparire pur non usando e non conoscendo la Smaterializzazione."
"Mi sono sempre chiesta come facciano. Passo leggero?"
"Soprattutto, sì. Respiro fino e movimenti pacati."
"Sembra un esperto, lei."
"Lo sa che una volta camminavo, sì, O'Dampand, e che lavoravo in una scuola? Diciamo che mi dilettavo a comparire senza Smaterializzazione."
Salazar. Cosa stai dicendo? 'Una volta camminavo'. Da quanto hai iniziato a parlarne così? E da quanto le stai dando tale confidenza?
Non appena queste domande ti affiorano alla mente, senti un opprimente peso sul petto.
Stai impazzendo. Stai dando aria alla bocca come facevano quei ragazzini decerebrati dei tuoi studenti. Stai regredendo. Non puoi permettertelo, non puoi. Non puoi ad arrivare ad Azkaban già in queste condizioni.
Merlino.
"Felice di non essere stata una sua studentessa solo per questo. Età a parte. Ho evitato tanti piccoli infarti, credo."
"Mh." è tutto ciò che dici.
Basta parlare a sproposito.
Salite in ascensore, comunque - la valigia l'hai lasciata a lei, ormai - e questo cigola leggermente, mentre salite al secondo piano dell'edificio. E, quando vi ritrovate sul pianerottolo, di nuovo si ripete la trafila della ricerca delle chiavi di casa.
Tu osservi prima O'Dampand e poi la porta del suo appartamento: è marrone, quasi nera, ma non di legno. Si vede che è di un qualche metallo rinforzato.
Ti chiedi, per un attimo, come faccia O'Dampand a sapere alcune cose dei Babbani mentre altre no. Ti viene in mente che lei ti abbia detto, qualche tempo prima, se ricordi bene, che la madre di lei è una strega. Forse anche suo padre era Babbano? Però non si spiegherebbe il perché lei alcune cose le sappia mentre alcune altre le ignori. Forse lui se n'è andato, una bella mattina, e sua madre ha ricominciato a vivere come una vera strega? O forse è la nonna di O'Dampand ad essere una Babbana e ad averle inculcato quindi certe conoscenze nella mente?
Ma, cosa ancora più importante: perché hai fatto tutti questi ragionamenti? Che cosa ti interessa?
Continui a farti da solo delle domande senza senso. Forse è il cambio di ambiente. Anzi, lo è sicuramente: questo trasferimento ti ha scombussolato più di quanto avevi previsto, e andare direttamente a casa di O'Dampand è stato più incisivo sulla tua riacquistata - più o meno - quotidianità più di quanto ti aspettavi prima di uscire dalla tua, di casa.
Anche quelle chiavi vengono recuperate, infine, e la porta di casa viene spalancata. Entrate. È tutto buio, per cui non riesci a vedere ancora nulla, ma senti distintamente O'Dampand prima praticamente gettare tutti i bagagli che ha tra le mani rumorosamente a terra e poi chiudere la porta - altrettanto rumorosamente.
"Non so quanto lei tenga effettivamente alle sue cose, ma almeno le mie non le lanci in un angolo come un sacco della spazzatura."
Se non fosse buio sei sicuro che la vedresti sobbalzare, data la leggera interruzione del suo respiro che senti subito dopo.
"Ma cos'è, ci vede al buio?"
"No, ma le mie orecchie ancora funzionano, loro."
Stavolta la sua bacchetta viene usata, grazie al cielo, e finalmente tutte le finestre vengono aperte. Sia gli scuri che direttamente i vetri, per far entrare l'aria pulita; in effetti si sente parecchio l'odore di chiuso. Per quanto l'aria di Londra sia pulita, comunque.
Ma almeno adesso puoi guardarti intorno. A quanto pare questa giornata sarà dedicata soprattutto all'osservazione.
Vedi, appunto, che giusto qualche piede più in là, sempre in corrispondenza della porta di ingresso, vi è uno dei due divani, girato di spalle; l'altro è posto accanto al primo, in modo da formare una 'L'. Davanti ad essi, proprio al centro dello spazio creatasi, riesci giusto ad intravedere un tavolino con sopra giusto un paio di cornici. A sinistra della porta, invece - te ne accorgi quando ti volti leggermente verso O'Dampand - una libreria, e poi l'apertura di un corridoio che porta ad altre stanze. In ogni caso, dietro il secondo divano, più verso le finestra, vi è un tavolo con sei sedie. A terra, mattonelle grigie.
"Quanta gente ci vive qui, solitamente?" chiedi.
"Solo io."
Non commenti, ma cambi lievemente argomento.
"E il colore ocra dei divani l'ha scelto apposta o ha detto un colore a caso?"
Stavolta lei compare nella tua visuale, andando verso il corridoio.
"Ehi, sono belli quei divani, si abbinano con le pareti color…?"
Sul momento non riesci a capire cosa voglia, così continui tu la sua frase.
"… Avana?"
Lei sparisce in una stanza, e subito dopo senti il rumore e vedi la luce di altre finestre che vengono aperte. Lei però continua a parlare.
"Di solito i miei amici maschi dicono semplicemente 'giallo chiaro' e 'giallo scuro'."
Tu alzi gli occhi al cielo tra te e te.
"Sono un pozionista," eri, sei, non lo sai. Amici, poi? "io devo sapere necessariamente distinguere i colori, mi pare elementare, ne va dell'esatta preparazione di un composto."
In ogni caso, la vedi aprire tutte le altre finestre della casa, mano a mano che si addentra in essa. Ogni volta che la luce compare, illuminando la stanza, si riflette nel corridoio, che è la sola parte della casa, oltre il salotto, che al momento ti è concesso osservare. E ogni volta che la luce compare vedi tanti piccoli pulviscoli muoversi frenetici. Evidentemente non si aspettavano di venir svegliati così presto. Come fossero animali, credevano che la casa sarebbe stata loro ancora per un po', qualche altra settimana, magari, qualche altro… mese, non lo sai, ma così non è stato.
Sì, ce n'è di polvere, tra quelle poche pareti.
Poi O'Dampand torna da te, allora, e riprende da terra i bagagli. O meglio, hai pensato, osservando i suoi improvvisamente lenti movimenti, che avrebbe afferrato ogni borsa, esattamente come poco prima, e invece prende solo lo zaino.
Merlino, uno stupido zaino, per le tue cose, nemmeno una quantomeno misera valigia; la cosa non ti va giù.
E a quel punto ti conduce lungo il corridoio; e in questo modo passi di fronte a tutte le stanze: la cucina è semplicemente una cucina, il bagno è semplicemente un bagno. Poi entrate nella camera da letto. E anch'essa è semplicemente una camera da letto.
Beh, tutto questo è ovvio.
È solo che ti eri aspettato che quella casa fosse un minimo… personalizzata. Insomma, è l'abitazione di una donna, ti immaginavi mobili bianchi, fiocchi attaccati ai pomelli, cuscini a pois, fiori ovunque, quadri e più o meno un miliardo di fotografie.
Di fotografie ce n'erano, in effetti, ma più 'un po'' che 'un miliardo'.
Ma per il resto sembra un appartamento che potrebbe appartenere a chiunque.
Ecco, forse si salvava il divano di quell'orribile colore.
La camera da letto è dunque molto semplice: due armadi a doppia anta, alti fino al soffitto - o quasi - addossati al muro opposto a quello provvisto di finestra, comodino e letto matrimoniale.
"Qui ci vive qualcuno?" ti viene da chiedere, quando vi fermate accanto al letto - tu gli sei praticamente attaccato.
O'Dampand, mentre risponde, posa il tuo zaino proprio sopra la coperta.
"Me l'ha già chiesto, sa? Perché questa domanda?"
"Vedo un letto matrimoniale, non un letto singolo."
"Oh, beh," O'Dampand parla e si siede sul letto, vicino al tuo zaino "semplicemente preferisco stare più comoda. E poi non si può mai sapere cosa può riservare la vita, no?"
Lei fa un lieve sorrisetto. Tu una specie di smorfia.
"La lascio sistemare le proprie cose, dunque." continua poi lei.
Tu annuisci, sul momento, ma poi la trattieni. "O'Dampand." e poi non dici più niente, ti limiti a guardarla.
"Mi dica, signor Piton." ti incalza.
"Se può… Ma lei effettivamente può, comunque… uhm, lasciarmi la sua bacchetta? Solo… momentaneamente."
Lei ti guarda solo un istante, prima di togliere, allora, la propria bacchetta dalla tasca posteriore dei pantaloni.
Sorvoli sulla suddetta posizione.
"E' per… sistemare questo mio ingombrantissimo bagaglio."
"Sì, sì, lo immaginavo. Non pensavo che la volesse per uccidermi all'improvviso."
Inarchi giusto un angolo delle labbra.
"Ne è sicura?"
"La vittima che consegna al carnefice l'arma del delitto. Sarebbe alquanto stupido."
"Per lei. Per me sarebbe alquanto divertente."
O'Dampand fa un leggero sorriso e, senza aggiungere altro, sta di nuovo per uscire dalla stanza. Tu, però, in un gesto che credi lei finirà per segnarsi sul calendario, la blocchi nuovamente.
"Ha quindi un'altra camera da letto? Nonostante, da quanto sembra, lei non utilizza questo appartamento quasi mai?"
"Che non lo uso quasi mai non c'entra molto, il desiderio di poter invitare altre persone può esserci lo stesso, no?"
"Quindi ha una camera degli ospiti."
"In realtà no. No."
Tu alzi semplicemente gli occhi al cielo.
Salazar.
"Quindi siamo tornati al punto di partenza."
"No, non è vero, alla fine ho risposto, ma in maniera un po' più divertente."
"Non c'è nulla di divertente, in tutto ciò."
"Vedere la sua espressione, signor Piton."
Ti ritrovi ad inarcare un sopracciglio, mentre continui a fissarla.
"E dire che per l'intera popolazione a me conosciuta io sono sempre stato l'uomo senza espressione. Quello imperscrutabile."
"Avere un'espressione dura o seria, come lei può spesso assumere, è… beh, è comunque avere un'espressione." è la risposta semplice di lei, ma poi il suo discorso prosegue "E, se nel resto del tempo, lei dice di non avere nessuna espressione - o meglio, di averne una neutra - è ancora meglio: così ogni movimento sul suo viso è quasi un evento."
"Ora non esageri."
"Beh, ma di sicuro su di lei si nota molto di più un'alzata di sopracciglio, o quando rivolge gli occhi al cielo, o qualche sorriso, seppur raro, rispetto a quando tutto ciò avviene sulla mia faccia."
"Ah, ma io lo noto, sul suo viso."
Ed ecco. Silenzio.
Ti rendi conto di quanto sei imbecille solo a frase ormai completamente pronunciata.
Ti chiedi se questo pensiero si sia tramutato a sua volta in una qualche sorta di espressione.
Subito dopo smetti di pensarci.
Anche perché O'Dampand fa un sorriso, dondolando appena, e solo per un piccolo momento, sulla punta dei piedi.
"La lascio sistemare, allora." dice lei, e non sai se ringraziarla o no di aver cambiato discorso; immagini sia stata la cosa più opportuna da fare e basta "E - ah - io dormo sul divano, non si preoccupi. A dopo."
Vorresti precisare che non te ne stavi affatto preoccupando, ma lei è già sparita, ed ha persino già accostato la porta. Non l'ha chiusa, l'ha solo… sì, accostata, come fa sempre.
Allora posi la bacchetta di O'Dampand sul letto, proprio accanto a te, e sempre con la mano sinistra apri lo zaino per far prendere aria al tuo vestiario.
Che poi… non è il tuo solito abbigliamento quello che ormai ti stai abituando ad indossare negli ultimi tempi. Negli ultimi mesi, quindi.
Ti rendi conto che l'ultima volta che hai chiuso tutti i bottoni della tua solita casacca è stato il due Maggio passato. La stessa casacca che ti hanno tolto più tardi quelli del San Mungo, piena di sangue e oramai inutilizzabile.
Magari l'hanno direttamente bruciata.
Un'altra cosa di cui sono piene le tue casacche sono i bottoni, poi. Forse sono stati quelli una delle cose che ti hanno attirato, tanti anni prima, in gioventù, di un tale indumento. Ve ne erano sul petto, ovviamente, e poi sui polsi, e i pantaloni con cui la indossavi li avevano sulle caviglie. Ma è stato sempre piuttosto facile prepararsi, la mattina.
'Erano', pensi. Perché, come hai già precisato, sono mesi che una casacca neanche la vedi. E pensi passeranno altrettanti mesi, prima che ne sentirai nuovamente la morbidezza del tessuto sotto le dita.
Il collo, sì. Rinchiuderlo in una morsa, seppur di stoffa, non sarebbe affatto una bella esperienza.
Non ora, almeno.
Per non parlare del mantello.
Sistemi quelli che, quindi, sono i componenti del tuo guardaroba ormai babbano e, lentamente come hai imparato a fare, riesci ad uscire dalla camera da letto di O'Dampand e ad attraversare il corridoio. Getti un'occhiata alla cucina, che trovi vuota, ma prima sei passato di fronte alla porta chiusa del bagno, quindi O'Dampand potrebbe essersi rintanata momentaneamente lì dentro. E saresti anche quasi giunto direttamente in salotto, se prima tu non ti fossi fermato, lievemente incuriosito; ma anche perplesso: dal lato opposto del corridoio a quello su cui si aprono le altre varie stanze, c'è un'altra porta. Un po' più stretta, in verità. Non aspetti che O'Dampand esca dal bagno, qualunque cosa stia facendo, e allunghi una mano, giusto a sfiorare il pomello tondeggiante.
La porta si apre, dunque, ma tu ne rimani deluso: hai capito subito che non poteva trattarsi di una vera e propria stanza, ma poi, quando la luce ne ha illuminato l'interno, hai fatto una smorfia.
Mensole. A partire da circa due piedi di altezza fino ad arrivare praticamente al soffitto. Ma non è una semplice serie di mensole ad essere… strana. È che è pieno di scarpe, lì dentro, di tutti i tipi. Tu le guardi tutte mantenendo le sopracciglia inarcate per tutto il tempo.
E l'hai pensato parecchie volte, ma quella parola ti torna alla mente anche adesso: donne.
E poi O'Dampand non ce la facevi, sinceramente, come collezionatrice seriale di scarpe, ecco perché come cosa ti è sembrata strana.
Stai proprio per chiudere la porta di quella sottospecie di sgabuzzino che senti, invece, aprirsi quella del bagno, di porta.
"Che sta facendo?" è la voce di lei che consecutivamente arriva subito dopo.
In un certo qual senso ti viene di rispondere con estrema sincerità, sebbene la tua preannunciata risposta sarà ben poco loquace:
"Sto… curiosando."
"Ah, ed è soddisfatto di quello che ha trovato?"
Tu ti stringi nelle spalle. O meglio, nella spalla.
"Forse anche lei ha un lato femminile. Ben nascosto, di certo non visibile ad occhio nudo, ma evidentemente lo ha."
"Ah, grazie tante."
Tu fai un ghigno, uno dei tuoi. "Prego."
Non passa molto tempo, da quel 'prego', a questo punto, che vi ritrovate in salotto. Tu sei seduto su uno degli orribili divani ocra; quando ti ci sei… accomodato hai guardato il cuscino di seduta prima accanto alla tua coscia destra e poi accanto a quella sinistra. Il tutto mantenendo sempre un'espressione meramente perplessa sul viso.
Che gusti.
D'accordo, tu non sei affatto l'uomo adatto a poter esprimere un giudizio riguardo un tale argomento cromatico, fosse per te tutto il mondo sarebbe nero e, magari, grigio. Anche se, nell'esatto momento in cui ti sovviene questo pensiero, davanti ai tuoi occhi compaiono schizzi di rosso e di verde.
Scuoti la testa chiudendo forte gli occhi, quando questo accade, ma solo per un breve e misero attimo. Non appena li riapri, vedi O'Dampand; perlomeno presumi che, concentrandoti su altro, certi pensieri possano volare via.
Oh, torneranno e già lo sai, proprio quando meno te li aspetti, come avvenuto giusto poco prima. Come un rapace che vuole la sua preda, quando quest'ultima riesce a nascondersi, il falco si appollaia sui rami più alti degli alberi, dietro le foglie, in attesa che la sua cena torni all'aria aperta, mossa dalla troppa incoscienza.
Non che i ricordi per te siano crudeli, ma fanno male come gli artigli delle aquile. O dei corvi. Ti hanno anche paragonato spesso ad uno di loro.
O'Dampand è china sul tavolino, e sta accendendo delle candele che prima non avevi notato: tre candele, di quelle grosse e inutili che vengono accese così, tanto per. E sono verdi.
I colori ritornano.
Ma è un verde diverso, noti, un verde più chiaro, quasi più… acquoso, un po' come è diverso il verde degli occhi di O'Dampand, per esempio. Guardi prima le candele, le cui fiammelle vibrano appena, e poi proprio O'Dampand, che si è appena rimessa dritta, la bacchetta di nuovo nella sua tasca.
Ed è l'altro verde che torna, ora, già di nuovo in picchiata, che ti osserva e ti giudica con rimprovero.
Distogli lo sguardo, tu, sperando che sparisca all'istante qualsiasi sensazione che adesso ti sta attraversando.
Non sai se O'Dampand noterebbe qualche cambiamento tra i tuoi lineamenti. Ti servirebbe uno specchio.
A proposito di specchi, è già da tempo che non chiedi a O'Dampand di farti vedere come sta messo il tuo collo. E ti rendi comunque conto di averlo giù pensato non molto prima.
Nel frattempo ringrazi i voli pindarici.
Ma sì, devi chiederlo ad O'Dampand prima che ti passi di mente, sicuramente lo farai quella sera stessa, al momento di prendere l'ormai solita pozione dall'odore di caffè.
E, in fondo, non ci vuole poi molto che la sera finalmente sopraggiunga.
"Io di solito mangio sul divano." ha esordito ad un certo punto lei, proprio verso l'ora di cena.
"Io no." rispondi laconicamente.
E non solo perché non è tua abitudine. Già O'Dampand si è… ingegnata con quell'incantesimo per far girare pagina ai libri. Figuriamoci cosa dovreste fare per farti cenare sprovvisto di tavolo.
Stringi il bracciolo della sedia, quando ci pensi. Ti chiedi perché non sia venuto in mente anche ad O'Dampand.
"A che sta pensando?" le chiedi, così, nell'istante successivo.
Lei, mentre tu sei seduto sul divano - sempre seduto, ormai non sai fare altro - sta dando quella che sembra una sistemata a quella casa disabitata da mesi. Almeno la polvere smetterà di solleticarti il naso.
"Come, scusi?"
"A che sta pensando." ripeti, ormai senza più l'intonazione della comune domanda.
Odi ripetere le cose. Ti fa sentire… non ascoltato davvero. E non sei stato ascoltato per così tanto tempo…
Ma è diverso, in altri casi sei stato tu a non farti sentire.
Smetti di pensarci.
Anche perché non pensi varrebbe la pena cercare di farsi sentire, di farsi ascoltare, di parlare, specie ora, specie così.
Non ne avresti motivo. E nessuno con cui farlo.
"Come mai me lo chiede?" è O'Dampand che ti fa tornare nel polveroso salone, reale "Mi ha vista strana?"
"Sì. Sovrappensiero."
Lei si volta verso di te, dunque, la bacchetta stretta in pugno, reduce dal lancio dell'ennesimo 'Gratta e Netta'.
"Quindi è vero che mi osserva."
Silenzio, per la seconda volta in quella strana giornata. Non credi che riusciresti a sopportare questi silenzi molte altre volte.
Nessuna, credi, in realtà.
Tu, di tutta risposta, continui a guardarla assottigliando visibilmente lo sguardo, abbassando appena le palpebre.
"Sa, O'Dampand, se ci fosse un gatto mi metterei ad osservare quello. Spero sia a conoscenza del fatto che l'occhio umano è attirato da ogni movimento che riesce a percepire. Non ricerchi… attenzioni."
Lei inarca entrambe le sopracciglia, con la bacchetta ancora alzata a mezz'aria.
"Quindi mi sta paragonando ad un semplice gatto."
"O a una mosca. Anche le mosche si muovono."
Lei alza gli occhi al cielo, e, quando lei fa così, ti ritrovi ad aggiungere qualche altra parola:
"Qualche tempo fa mi hanno detto che in realtà essere paragonata ad una mosca non è… dispregiativo."
Non sai neanche perché tu glielo stia dicendo.
"E chi gliel'ha fatto presente?"
Tu ti umetti le labbra solo con la punta della lingua, ricordando. "Un pazzo."
O'Dampand alza nuovamente gli occhi al cielo, andandosi poi a rintanare in cucina senza aggiungere niente.
Non sai se il pazzo in questione lo sia, ma può succedere che certi pazzi siano comunque molto intelligenti.
Meno di te, ma questo è un altro conto.
E pensi anche che, sebbene non molto intelligente, a tuo parere, nel tuo caso quello specifico pazzo poterebbe in qualche modo avere avuto ragione.
Dopodiché, senza neanche il tempo di una ulteriore aggiunta di parole, cenate. Forse in realtà non c'era neanche troppa voglia di approfondire l'argomento. E sì, cenate al tavolo della cucina.
Se appena entrato in casa avevi supposto che quella stanza fosse semplicemente funzionale al suo scopo e basta - così come tutti gli altri ambienti, d'altronde - ora devi ricrederti.
Oh, ma solo leggermente. Non è successo che, appena entrato, siano comparsi soprammobili a forma di cane e gatto o fiocchi o cuori o chissà quale altra disgustosa chincaglieria priva di senso.
No.
Solo che noti dettagli che, ad una certa distanza, non salterebbero affatto all'occhio, invece.
Così, quando prendi posto al tavolo, osservi dei minuscoli - o quasi - puntini rossi dipinti sugli angoli di alcune mattonelle bianche del muro; o due vasi colmi di quella che sicuramente è lavanda secca.
Non hai idea se sia stata essiccata di proposito o per negligenza della proprietaria - il che sarebbe anche possibile - ma tant'è.
La cosa più interessante, però, è il tavolo stesso. Quando ci fai caso smetti anche di considerare la zuppa verdognola che O'Dampand ti ha appena messo davanti.
Il legno del tavolo - perché di legno è - è pieno di tanti piccole linee verticale od orizzontali od oblique sparpagliate ovunque, come se quel mobile fosse stato in passato utilizzato per l'allenamento di un lanciatore di coltelli poco preciso.
Passi l'indice sopra uno di questi solchi, percependo il dislivello del legno sotto il polpastrello. Lo accarezzi lentamente, prima di allargare le dita e di posare il medio sul taglio immediatamente successivo, comportandoti con esso come hai appena fatto con il suo gemello.
Quanti tagli.
In un lampo di pura e semplice immaginazione ti passa davanti agli occhi la scena: un torturatore dal sorriso crudele e dagli occhi spiritati che seziona il tavolo, che però non è fatto di legno, ma di carne. Il tavolo si agita, ma non possedendo faccia non si può osservare il terrore della sua espressione, non avendo occhi non ci si può accorgere del suo sguardo pieno di dolore, non possedendo bocca non può urlare; può solo far stridere le proprie gambe contro il pavimento, ancora e ancora. Quasi riesci a vedere delle gocce di sangue fuoriuscire da quelle piccole ferite, poche, sì, ma gli affondi sono stati talmente numerosi che il sangue finisce per creare rivoli rossi che si uniscono tra loro e che scivolano sino al pavimento. Fiumi rossi che cadono nel vuoto circondante la Terra piatta su cui si trovano. E il corpo che il realtà è tavolo supponi continui a lamentarsi, senza però riuscire mai a manifestarlo, e l'intagliatore continua la sua crudele opera, mentre il pavimento è ormai quasi completamente allagato…
"Signor Piton?" la voce di O'Dampand ti chiama.
Il sangue viene magicamente risucchiato via, il tavolo-uomo smette di agitarsi e torna di legno e il torturatore svanisce nel nulla.
Ti volti lentamente verso la guaritrice, molto lentamente, mentre togli le dita dal legno e poggi la mano sulla tua coscia.
"Mh?" è tutto ciò che dici, sul momento.
"Le si fredda."
Dicendo ciò O'Dampand sta indicando il tuo piatto, e, dunque, quella pseudo-brodaglia verde.
Tu fissi proprio quest'ultima, dunque, con occhio attento e scrupoloso. Ti porti il piatto al naso con attenzione, in modo da non sporcarti la mano. Senti lo sguardo di O'Dampand su ogni tuo piccolo movimento.
"Suvvia, da quando si comporta in maniera così sospettosa?"
"Da sempre, giorno più o giorno meno."
Posi il piatto.
"Ma non nei confronti della cena."
"Errore mio, avrei dovuto pensarci settimane e settimane fa." dici, tanto per farla innervosire; e poi aggiungi, prima che possa replicare: "E comunque ho ragione ad essere sospettoso, come dice lei: questa zuppa ha un odore strano. Pungente, quasi."
Ti volti verso di lei, e la vedi osservare prima te e poi il tuo piatto e viceversa.
"Certo… Pungente direi che potrebbe essere l'aggettivo adatto, dato che si tratta di zuppa d'ortica. E deduco, quindi, che non l'abbia mai assaggiata."
"Ma cosa… Ortica? Vuole avvelenarmi, per caso?"
"Allora sarei proprio una pessima avvelenatrice, dato che le ho detto che cos'è nel momento in cui gliel'ho posata davanti. Non mi stava ascoltando?"
Fai solo passare un momento di pausa.
"No."
Anche O'Dampand fa passare un secondo di pausa, ma ti sembra un secondo più lungo del tuo.
"Ho capito."
"Si è offesa?"
Ti rendo conto di averglielo chiesto quando ormai hai finito di pronunciare l'intera frase, per quanto breve.
O'Dampand, in ogni caso, scuote la testa. Anche se forse ce ne mette un po' troppa, di convinzione, nel farlo, perché la sua solita coda bionda si scuote talmente tanto da sfiorarle entrambe le spalle, e da davanti. Potresti dirle che non le credi, a questo punto, ma… a che pro? Prenderla in giro? Oh, possibile, d'altronde è praticamente il tuo passatempo preferito, ma… non lo fai. In quel momento non ne senti semplicemente la necessità, a dire il vero.
… E poi non fai in tempo a parlare che lei ti precede. Per quanto questo valga.
"Allora mi dica a che cosa stava pensando, su."
Tu inarchi il sopracciglio come tuo solito.
"Non credevo si prendesse la briga di darmi ordini. Anche se in effetti non sarebbe neanche la prima volta…"
"Ma non era un ordine, ho aggiunto 'su', alla fine. Era un… invito."
Tu rimani con il sopracciglio alzato per più di qualche breve attimo, di nuovo.
Poi sospiri appena, e le tue sopracciglia tornano entrambe ad essere al medesimo libello.
"Stavo constatando il grado di negligenza che ha nel prendersi cura della sua mobilia."
"… Eh?"
"O'Dampand, se prima mi chiede delucidazione e poi dorme in piedi mentre parlo, dovrebbe provare a farsi visitare da uno dei suoi colleghi."
"Ma la smetta di dirlo. E di fare l'antipatico, lei non ha puntualizzato abbastanza."
"O'Dampand, io sono antipatico."
"Questo non l'ho detto."
"Ma quasi. E poi è una verità universale, come quali sono i sei usi del sangue di drago."
"Non mi importa se continua a ripeterlo, io non desisto. Anche perché lo so perché lo sta dicendo in continuazione."
"Ah, sì?"
"Perché in realtà lei non vuole parlare, ma io sono più cocciuta di lei, dovrebbe averlo imparato, ormai."
"Ad essere precisi, noi stiamo parlando…"
Ghigni.
"Signor Piton!"
Tu continui a ghignare, e questo pare mettere fine alla conversazione. Anche perché O'Dampand non è che piò continuare a parlare da sola. A quanto pare il tutto mette fine anche alla curiosità di O'Dampand stessa.
E, sebbene ancora non ti attiri per i giusti e già esplicati motivi, cominci a mangiare la zuppa verdognola.
Anche perché, in caso contrario, sei sicurissimo che O'Dampand comincerebbe di nuovo a parlare, e a raffica e con ben altri toni. E non ci tieni, ad essere sincero con te stesso.
Ortiche. Bah.
Supponi che il primo uomo - o la prima donna - che abbia tentato di produrre questo… infuso fosse perché stava cercando di suicidarsi.
Beh, tentativo palesemente fallito. Ti spiace.
Ti spiace di meno, però, quando la cena riesce a definirsi finalmente conclusa. Nessuno è morto, poi, quindi in realtà potresti anche non lamentarti.
Forse.
È strano quello che hai appena pensato.
Nell'ultimo periodo, d'altronde, qualsiasi riferimento - verbale o non - al… trapasso ti ha fatto più effetto rispetto agli ultimi anni.
… Ma ora che ci hai fatto caso, ti percepisci più accigliato senza neanche che ci sia il bisogno che tu ti guardi allo specchio.
Evidentemente non ci hai fatto caso, prima. Sei stato molto stupido.
Lapsus, credi si possa definire; una volta hai sentito Albus utilizzare questo specifico termine.
Ti accigli di più.
Ora sei sul letto, in ogni caso, e la solita pomata sul collo sta bruciando, per cui smetti momentaneamente di pensare.
A dire il vero mano a mano che sono passati i giorni il suddetto dolore è andato diminuendo, segno che la situazione sta… migliorando, sì, si può dire così. Ma se ci si brucia un dito con il fuoco del camino o con una candela accesa, sempre bruciore si prova, ed è un po' quello che percepisci tu, al momento, sia per quanto riguarda il dolore in sé sia per fatto che, alla fine, bruciore è proprio quello che senti.
Ti viene in mente un'altra occasione durante la quale hai provato un bruciore intenso, quasi insopportabile; ti ricordi di come hai stretto la mascella e hai sfregato i denti tra loro sino a farli scricchiolare, di come hai cercato di tenere gli occhi aperti ad ogni costo. D'altronde… essere Marchiati a fuoco capita una volta, nella vita.
Marchiato a fuoco, già. Come le vacche. Sul momento, anni e anni prima, una tale similitudine non ti sarebbe mai saltata alla mente; nel caso in cui, pensandola, tu l'avessi espressa ad alta voce, sei sicuro che avresti volentieri offerto la lingua per fartela tagliare.
Ma non vuoi pensarci, non ora, non adesso che provi altri bruciori, non adesso che sai che verrai processato proprio per questo, non adesso che O'Dampand dice che il passato può essere gettato alle spalle quando il passato, invece, in realtà non ti abbandona mai.
Così dici la prima cosa che viene in mente.
"O'Dampand, me la faccia vedere."
Lei ha appena richiuso il barattolo della pomata e si è anche tolta i guanti.
"Come?" ti chiede, ritornando da chissà quali meandri della sua mente.
"La ferita. O… quello che è adesso. Prenda uno specchio, me la mostri."
A questo punto O'Dampand annuisce. Appallottola i guanti e li bette nella borsa, poi si alza ed esce dalla camera. Senza dire nulla. D'altronde a cosa servirebbe commentare ogni singola frase e avvenimento?
Dopo poco, comunque, torna, non hai dovuto attendere a lungo, e in mano lei ha lo stesso specchietto avete già usato in una situazione analoga, mesi prima.
"Cosa mi devo aspettare?" ti viene istintivo chiedere.
Lei si sede nuovamente sul letto - ha la coperta blu, a proposito - e posiziona lo specchio quasi nella maniera giusta.
"L'inizio della formazione di una bella cicatrice." risponde.
Tu alzi la mano e le afferri il polso, facendole velocemente spostare le specchio in modo che tu possa vedere bene.
Ha la pelle fredda.
E così è, in ogni caso: Nagini ti sta lasciando un bel souvenir, non c'è che dire.
