Erik POV
Erano passati tre giorni da quella notte, la notte in cui il suo cuore si era ineluttabilmente spezzato in mille pezzi, la notte in cui le aveva concesso la libertà, pur sapendo che questo avrebbe significato la morte per lui. L'aveva guardata allontanarsi con il suo Visconte, strettamente abbracciati, mentre l'acqua del fiume sotterraneo li spingeva lontano, lontano da lui, dalla sua oscurità, e con lei aveva visto allontanarsi e morire ogni suo sogno e speranza.
Sentendo di nuovo le voci dei due giovani che si giuravano amore eterno, come quella notte sul tetto, un gelo terribile aveva conquistato il suo cuore espandendosi ed estinguendo ogni piccola fiammella di speranza che ancora gli restava.
La sua Christine, musa e ispirazione, era scomparsa nel buio del labirinto sotterraneo, portandosi via non solo la sua musica, ma la sua anima stessa, ciò che lo aveva fatto sentire per poco tempo degno di essere amato.
Una fievole speranza nata troppo presto e morta ancora prima di avere avuto la possibilità di prendere forma, originata da quel bacio così tenero e dolce che aveva spezzato le catene della follia che lo avevano tenuto prigioniero.
Con quel bacio la sua povera anima aveva preso il volo e si era innalzata sopra ogni cosa, più in alto persino di quando la musica la trascinava con sé oltre le nubi della realtà, verso una felicità che aveva solo potuto desiderare e sognare fino a quel momento, sapendo che questa, però, non si sarebbe mai realizzata, perché nessuno avrebbe mai potuto amare un mostro come lui.
Non era nato per essere amato, sua madre e chiunque altro lo aveva dimostrato chiaramente, era solo un terribile mostro che aveva commesso atti orribili nella sua vita.
Ogni cosa proveniente da lui non sarebbe mai stata abbastanza, anzi avrebbe solo portato nel mondo ancora più oscurità e oscenità. Ogni cosa toccata da lui sarebbe stata rovinata per sempre, come anche la sua piccola dolce Christine.
Oh Christine, così innocente e buona, ricca di sogni e di speranze, piena di vita e allo stesso tempo così fragile… gli aveva donato l'unica cosa che desiderasse davvero: la sensazione di essere amato per un piccolo momento della sua vita.
Chiudendo gli occhi riusciva ancora a sentire la sensazione del suo palmo contro quell'orrida cosa che era il suo viso, la morbidezza dei polpastrelli, la dolcezza della carezza della sua mano contro ciò che nessuno prima di quel momento aveva mai toccato con amore.
E quel bacio, quel terribile, dolcissimo bacio che aveva resuscitato l'uomo in lui, la parte di lui capace di amare, di sognare oltre ogni confine conosciuto, e per un attimo si era sentito amato, al sicuro. Per un attimo il mondo era scomparso e lui si era sentito in pace, la sua anima si era quietata e nel silenzio di quel dolce momento aveva scoperto se stesso, il vero uomo che si celava dietro a quell'ammasso di carne putrefatta e orribile.
Ma poi tutto aveva ripreso il suo aspetto normale, il tempo aveva ricominciato il suo decorso e lui si era reso conto di quello che le stesse davvero chiedendo: abbandonare la luce, la sua vita, ogni cosa fino ad allora conosciuta e scappare con lui; vivere una vita in fuga, sempre nell'ombra della notte più nera avendo come unico compagno il suo orribile viso.
Non le avrebbe mai fatto una cosa del genere, non a lei. Così l'aveva lasciata andare via, lontano da lui, sapendo che senza lei la sua vita non sarebbe mai potuta essere completa.
Ed ora non era rimasto niente di lui, anche la sua ultima scintilla di vita era morta dentro il suo cuore dopo che lei era scomparsa.
Neppure la musica, sua unica compagna fin da quando ne aveva memoria, lo consolava più ormai, non riusciva neanche più a lasciare che le note prendessero forma per urlare nel buio il suo profondo dolore.
Ormai nulla gli era rimasto, né musica, né ispirazione, né arte o bellezza, nulla a cui attaccarsi per continuare a vivere, Christine si era portata via tutto.
E così si era arreso: dopo anni di lotte per vivere, per continuare a respirare, si era arreso all'ineluttabilità della morte, al nulla che ora dopo ora avanzava dentro di lui, togliendogli il respiro, ma promettendo, con il suo incessante incedere, una pace che lui ormai desiderava più della vita stessa.
Aggirandosi come un fantasma per il suo nascondiglio, Erik continuò a camminare sul duro tappeto di pietra. Il luogo in cui si trovava era un nascondiglio adiacente alla sua casa sotterranea che anni prima aveva costruito per poter scappare in situazioni pericolose.
Dopotutto, alla fine, si era rivelato utile: la sera in cui Christine lo aveva abbandonato per sempre era stato così sconvolto da non riuscire neanche a pensare ad un piano di fuga, così, sentendo il rumore di una barca che si avvicinava, si era nascosto nel suo nascondiglio, come un topo pauroso della morte, e aveva aspettato, cercando di sentire cosa stesse succedendo.
Il suo rifugio era però troppo ben isolato ed era riuscito solo a sentire alcune grida rabbiose provenienti da casa sua, poi dopo qualche ora tutto era tornato terribilmente silenzioso, ma Erik non era uscito dal suo nascondiglio per paura che lo stessero aspettando o che gli avessero teso una trappola per catturarlo. Così era rimasto lì, tormentato dalla solitudine e dal suo dolore, cercando di annullarsi nella nebbia bianca che gli aveva avvolto il cuore e gli concedeva una pausa dalle emozioni che lo tormentavano.
Ricordi della sua musa continuavano però a tormentarlo, ogni sorriso, ogni gesto gentile che lei aveva compiuto nei suoi confronti era come una stilettata al cuore, il ricordo della sua voce era una benedizione e un tormento insieme, perché gli ricordava ogni cosa che aveva sempre desiderato e che mai avrebbe potuto avere.
Tanto più i ricordi gli si affollavano nella mente, tanto più Erik sentiva il bisogno di muoversi, scappare, lasciarsi il dolore alle spalle e correre via, senza sapere dove o con quale scopo, solo correre via in un posto che gli avrebbe dato l'illusione di potersi dimenticare del dolore, della sofferenza, di lei.
Così improvvisamente, sentendosi come un animale in trappola, decise di uscire allo scoperto e tornare a casa sua a racimolare quei pochi averi ancora intatti e fuggire lontano, possibilmente in un altro paese o in uno dei tanti appartamenti che possedeva in giro per la Francia, un luogo dove si sarebbe potuto lasciar andare, in cui avrebbe potuto trovare la pace che tanto desiderava.
Con un gesto improvviso e repentino afferrò il suo mantello e si calò il cappuccio sulla faccia finché poté, la sua maschera era rimasta a casa sua e quella che aveva usato nella sua opera probabilmente era stata consumata dalle fiamme che avevano distrutto il suo teatro.
Con movimenti da gatto e un passo così silenzioso da sembrare quasi uno spirito, Erik si diresse verso la sua casa, muovendosi nell'ombra come se essa facesse parte di lui e acquattandosi negli angoli bui per controllare di non essere seguito o in pericolo. Con il suo passo veloce si ritrovò presto di fronte all'enorme cancello che fungeva da portone per il suo dominio, o quello che una volta lo era stato.
Attivando il meccanismo segreto fece sollevare la cancellata e si infilò nel buio della grotta con tale velocità e silenzio da fare sì che non sembrasse neanche che fosse mai passato attraverso l'apertura.
Con movimenti rapidi controllò ogni stanza, nel buio, per verificare che nessuno si fosse nascosto e lo stesse aspettando per tendergli una trappola, ma nessun ombra si mosse nel buio, così si rilassò e iniziò a raccogliere le sue cose cercando di fare meno rumore possibile.
La folla aveva distrutto il suo organo e la vista di quello strumento spezzato e piegato gli strinse il cuore, ora erano davvero simili loro due: piegati e spezzati dalla vita, incapaci di essere guariti o di comporre ancora melodie che avrebbero fatto tremare lo spirito delle persone. Erik si avvicinò per guardare un'ultima volta il suo vecchio compagno che lo aveva accompagnato e sostenuto per molti anni e gli disse addio, mentre il suo cuore si spezzava ancora un'ultima volta.
Poi il suo sguardo vagò intorno a ciò che rimaneva della stanza, notando che la maggior parte della sua musica era stata fatta a pezzi, la sua arte rovinata e le uniche cose che erano riuscite a salvarsi dalla furia della folla erano il suo violino e poco altro.
Con un sospiro pieno di dolore Erik raccolse le poche cose rimaste intatte e iniziò a camminare verso la sua stanza, quando colse un rumore alle sue spalle.
Era un rumore lieve, come quello di un animale ferito, ed Erik si preparò a combattere o anche ad uccidere nel caso in cui quel rumore avesse potuto rivelare un potenziale attacco. Tirando fuori il sottile laccio che teneva in una tasca della sua giacca, si avvicinò con cautela alla fonte del rumore fino a quando i suoi occhi non distinsero una sagoma per terra, sdraiata in un modo scomposto.
I capelli erano sparsi come morbide onde intorno alla testa, gli occhi erano chiusi ed il petto si alzava e abbassava a malapena, respiri affannati uscivano dalle labbra della figura accasciata per terra ed Erik si avvicinò ancora per distinguere meglio i tratti della ragazza.
I suoi occhi colsero le morbide onde dei capelli castani che amava tanto, il viso ovale, le palpebre chiuse dalle lunghe ciglia e il terrore lo afferrò in una morsa.
"Christine! Oh Christine… No, ti prego, ti prego… Non può essere vero… Ti prego, ti avevo lasciata andare!"
Con orrore Erik si rese conto dei lividi sulle braccia di lei e del sangue che era uscito copioso da una ferita alla testa, abbassando lo sguardo vide che il vestito che lui aveva realizzato per lei era stracciato all'altezza del petto e delle gambe, su queste ultime aveva lividi violacei dalla forma di mani, come se qualcuno avesse cercato di tenerle immobili mentre lei lottava.
"Mio Dio, no, Christine… questo non sarebbe mai dovuto succedere, mia piccola, dolce Christine… cosa ti hanno fatto?! Quei bastardi… oh Christine, non ti preoccupare, ora mi prenderò io cura di te… vedrai, ti riprenderai.. C'è il tuo angelo ora qui con te, Erik non ti permetterà di morire, si prenderà cura di te e ti rimetterai… Erik lo giura, Christine… Erik lo giura…"
Calde lacrime gli scendevano copiosamente dagli occhi e singhiozzi gli squassavano il petto, ma Erik si fece forza e prendendo Christine tra le braccia la portò nella sua stanza, quella che lui aveva preparato con così tanta cura solo per lei, per quando sarebbe venuta a trovarlo, e la adagiò con dolcezza sul letto a forma di cigno.
Era l'unica stanza che la folla aveva risparmiato, tutto era ancora esattamente come Erik lo aveva lasciato. Quando posò Christine sul letto lei emise un rantolo di dolore e lui cercò di calmarla con dolci parole, le disse che non l'avrebbe mai più lasciata, che si sarebbe preso cura di lei.
Con delicatezza Erik la ispezionò e scoprì che aveva un polso rotto, numerosissimi lividi intorno a gambe e braccia, una ferita alla testa e due costole incrinate, ma la cosa che lo portò negli abissi della più completa disperazione fu scoprire che quegli uomini l'avevano violata, avevano distrutto la purezza della sua bellissima Christine e giurò a se stesso che avrebbero pagato per questo, avrebbero pagato con le loro vite per quello che avevano fatto al suo angelo.
Con mani tremanti le accarezzò i capelli e si mise all'opera per guarirla e farla stare meglio, le fasciò il polso rotto con delle bende e una stecca, le lavò e disinfettò il taglio alla testa, mettendoci sopra una poltiglia di sua invenzione che avrebbe ridotto il rischio di infezioni.
Poi facendo un respiro profondo e cercando di essere quanto più scientifico possibile, senza pensare davvero a ciò che stesse facendo, la svestì e le fasciò il busto per tenere ferme le costole incrinate, infine con estrema delicatezza prese uno straccio pulito e immergendolo nell'acqua calda che aveva preparato iniziò a lavare via il sangue che si era cristallizzato sulla pelle di lei, con movimenti lenti e delicati le lavò le mani, il ventre, le cosce fino a quando anche l'ultima goccia di sangue fu scomparsa.
Dopo questo dovette fermarsi perché le lacrime avevano preso a scendere copiosamente e non riusciva a fermarle, poi una volta che queste si erano placate, Erik prese una sottoveste e con delicatezza estrema la vestì.
Christine non si mosse per tutto il tempo, anche se i suoi occhi continuavano a muoversi freneticamente sotto alle palpebre ed Erik si rese conto che la febbre stava salendo, così corse a prendere altre coperte e una volta che ebbe finito di vestire il suo angelo, la mise sotto di esse e si assicurò che fosse ben coperta, poi seguendo l'istinto iniziò a cantare una ninnananna per lei.
La melodia era dolce e sincera, ed Erik continuò a cantare fino a quando lei socchiuse gli occhi e mormorò: "Angelo…"
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Ciao a tutti, finalmente sono riuscita a trovare il tempo di scrivere e appena ho potuto ho caricato il nuovo capitolo...
Spero di riuscire a caricare il prossimo più velocemente, fatemi sapere cosa ne pensate se ne avete voglia!
Un saluto ;)
