Hidden Truth chapter 4

Ombre spaventose e grida di rabbia affioravano nella sua mente come immagini di un lontano passato ormai sepolto, pronto però a riaprire le vecchie ferite credute guarite.

Mostri e mani cariche di violenza continuavano ad inseguirla nell'oscurità della follia in cui era precipitata e nulla l'avrebbe potuta salvare dall'essere catturata. Non c'era nessun luogo dove lei si sarebbe potuta nascondere, persino il suo Angelo, quell'uomo che le aveva donato la musica, l'aveva abbandonata ed ora a Christine non restava più nulla, nessuna musica dolce da cui attingere la bellezza della vita, nessun luogo a cui fare ritorno. La luce era scomparsa per sempre dalla sua vita, come una candela che prima tremola spaventata e poi si spegne sotto gli incessanti attacchi del vento di burrasca.

Il buio dell'anima è il posto più temibile in cui ci si possa ritrovare, è un luogo dove paure nascoste e rimpianti crescono e si fortificano come rampicanti, pronti a soffocare ogni altra cosa intorno, spinti dalla disperazione di un cuore perduto nel labirinto delle scelte.

In questo non luogo, popolato da mostri e ricordi, dolore muto e lacrime silenziose sono le protagoniste indiscusse di un macabro spettacolo che mette in scena la disperazione della miseria umana, un'immagine storpiata e spezzata della realtà, pronta sempre a intrappolare nei suoi meandri ogni uomo o donna, per poi strappargli ogni senso di completezza e felicità.

Persa nell'oscurità del suo cuore, Christine vagava per la palude dei ricordi, senza una meta, la pelle diafana che riluceva nel buio, gli occhi indagatori di chi crede di non essere prigioniero di un sogno.

Il vestito bianco le abbracciava il corpo, unico punto di luce in una notte senza fine, e le mani erano tese in avanti come per riuscire a sentire la consistenza di ciò che le si stava per porre di fronte.

Vagava su quello che pareva essere uno stretto sentiero, perso in una scura foresta, in cui i rami degli alberi si tramutavano in mani crudeli che cercavano di afferrarla per portarla con loro nel cuore delle tenebre, nell'abisso oscuro del Tartaro. Strane creature la osservavano dai loro nascondigli, persi nelle vegetazione, lei poteva sentirne i loro sguardi sulla schiena: la squadravano e la soppesavano come farebbe un animale affamato con un pezzo di carne e, vedendo questo, un brivido di paura le corse lungo la schiena.

All'improvviso nel buio risuonò una cacofonia di urla, grida e strepiti carichi di odio e rabbia. Christine si voltò e vide uomini dal volto irriconoscibile inseguirla, i loro piedi erano leggeri e veloci, rendendo impossibile la fuga, come lupi affamati dietro a una preda succulenta.

Nessun sotterfugio, nessuna strada nascosta li avrebbe ingannati, come se essi fossero in grado di fiutare le colpe e le insicurezze del suo fragile cuore, che le rimbombava spaventato nel petto.

Christine si mise a correre, i piedi che sprofondavano in un abisso nero, ogni passo sempre più difficile del precedente, il respiro sempre più affannato mentre cercava con tutte le sue forze di allontanarsi dai suoi inseguitori.

La logica continuava a gridarle : "Corri! Più veloce, ancora più veloce o non ce la farai …." Ma ad ogni falcata una forza oscura sembrava frenarle le gambe, che diventavano mano a mano sempre più pesanti, ed era sempre più difficile proseguire, sfuggire al buio che la circondava.

Dita le sfioravano i capelli e glieli afferravano, tirando con forza le ciocche e ferendole la cute; le mani erano poste davanti al viso come per tentare di infrangere la cruda sostanza del buio intorno a lei, ma le dita erano percorse da tremiti di paura e sudore freddo le colava lungo la spina dorsale.

Nessuna luce sembrava illuminare la palude piena di orrori e Christine continuava a inciampare ogni volta che una radice nodosa incontrava il suo cammino.

All'improvviso nel buio risuonò il grido acuto di una donna, la voce così terribilmente carica di dolore da sembrare che quest'ultima fosse stata messa sotto tortura.

Christine, sentendo il grido, ebbe un sussulto e, con orrore, si rese conto di aver appena sentito la propria voce gridare, e per un attimo distratta, inciampando nel nulla, cadde nel buio.

Sentendo quel grido, infatti, qualcosa dentro di lei si era infine spezzato, come se un dolore solo parzialmente dimenticato si fosse risvegliato e con il suo ritorno avesse portato con sé anche il dolore di un cuore sofferente, di un corpo spezzato, della disillusione che accompagna le speranze infrante.

Così Christine Daae, scontratasi con il ricordo del suo futuro, si lasciò cadere nell'abisso nero della paura, e lì rimase, persa nel labirinto dei suoi ricordi, dal quale non sarebbe mai riuscita a fuggire.

Una parte distante della sua coscienza pensò a Dedalo e a suo figlio Icaro, a come, nel desiderio folle di conquistare la libertà, quest'ultimo si fosse lanciato verso il sole, solo per poi sprofondare con un grido di orrore nel mare che tutto cancella.

Forse Icaro e Christine erano simili: entrambi avevano aspirato alla libertà, si erano spinti troppo oltre ed erano stati abbattuti con violenza dalla forza del destino, che come un'onda li aveva trascinati con sé verso gli abissi più scuri.

Accasciata sul nero pavimento, Christine aspettava di essere infine raggiunta e presa, distrutta da quegli orrori che inconsciamente sapeva non essere reali, ma che ugualmente le instillavano nel cuore un terrore freddo e profondo, tale da immobilizzarla e renderla incapace di alzarsi e correre nuovamente verso una salvezza illusoria, tangibile come la visione di un'oasi nel deserto dopo giorni di peregrinazioni senza acqua né ombra.

E così si arrese al mare di tenebra che tentava di roderle il cuore, lasciando che la paura la pervadesse, che anche la più fioca speranza svanisse nel nulla.

Christine Daae chiuse gli occhi e si arrese.

Ma poi, all'improvviso, tra i rami risuonò un soffio di vento, portando con sé un sussurro flebile, ma luminoso come un raggio di sole, simile allo stormire delle foglie d'estate:

"Christine"

E nell'ombra apparve una piccola luce, una fiaccola tenue di speranza, che rischiarò le tenebre come se queste non fossero altro che frammenti di una realtà ormai dimenticata;

Come la stella del mattino, colei che annuncia la venuta di un nuovo giorno, un nuovo sole, una nuova speranza.

Lentamente la luce andò allargandosi, portando calore e pace nel suo percorso: l'alba si fece strada in quella desolata landa, i rovi si ricoprirono di fiori mentre una dolce esplosione di fuoco avvampava nel cielo tingendo ogni cosa di una calda luce rosata.

Il cuore di Christine rallentò la sua corsa e sulle sue labbra sorse un'unica parola, appena sussurrata nel silenzio circostante, come se temesse che perfino il più piccolo rumore potesse infrangere l'illusione che aveva spazzato via le tenebre:

"Angelo…"

Con estrema lentezza, ancora timorosa che tutto potesse essere solo un sogno, Christine aprì gli occhi e si sollevò da terra, dove era ancora raggomitolata.

Ciò che vide le tolse il fiato: ciò che prima era oscuro e pieno di orrori, ora splendeva di incredibili colori sotto la dolce luce dell'alba che rischiarava il cielo.

La natura si era risvegliata dal lungo sonno che l'aveva conquistata ed ora non c'era nulla che non risplendesse di luce propria nel chiarore del mattino: ogni singola goccia di rugiada, incastonata nei petali dei fiori e negli interstizi delle piante, rifulgeva come un minuscolo diamante sotto i raggi del sole, facendo sembrare ogni cosa più splendente.

I colori erano così intensi da ferire quasi gli occhi, così brillanti da spingere l'osservatore a distogliere lo sguardo.

Migliaia di rose campeggiavano sullo sfondo di una dolce campagna ricoperta di vegetazione verde brillante, come il colore dell'erba d'autunno, e insetti di ogni forma e dimensione si apprestavano a raggiungere ogni fiore, ogni pianta, per poterne conquistare il dolce nettare. Le loro ali ricoperte di rugiada rifulgevano nel chiarore del mattino.

Un bombo le passò vicino al viso e lei lo seguì con lo guardo, ammaliata dal semplice, ma incredibile movimento della piccola creatura, così terribilmente piena di bellezza da farle venire un nodo alla gola.

Christine si lasciò conquistare da quella semplice e bellissima manifestazione di vita, così brillante da far impallidire ogni altra cosa.

"Un essere così piccolo e fragile, ma capace di una tale bellezza" penso tra sé guardandolo volare su un fiore di lavanda color indaco come il colore del cielo di una serie estiva.

E poi, così come era venuta, la paura scomparve lasciando il posto a lacrime di gioia che, sconsideratamente, le salirono agli occhi nel vedere quel magnifico esempio di vita, la grandezza delle cose più semplici, come il canto degli uccelli tra i rami ed il soffio del vento fresco sulla pelle scaldata dal sole.

"Christine."

Una voce risuonò di nuovo, un suono familiare, il ricordo di un luogo dimenticato.

Christine chiuse gli occhi nuovamente e si lasciò guidare dal suono di quella voce, così soave e dolce, come una preghiera nel silenzio della notte, come una speranza lanciata a fior di labbra verso un cielo ricoperto di stelle.

Una voce cara, abbandonata, ma mai dimenticata.

Così Christine si fece strada sulla via dei ricordi, guidata dal canto di quella voce così lontana eppure immensamente vicina, conquistata da un fuoco interiore che la spingeva avanti, sempre più oltre la barriera del sogno.

Un viaggio per andare avanti e per tornare indietro, nel luogo in cui tutto si era fermato, in cui ogni sogno che era stato infranto e spezzato.

Così Christine, trasportata da quel suono, ritrovò la strada di casa, il sentiero per il luogo che nel terrore si era lasciata alle spalle, la via che conduceva a lui.

E nel silenzio infranto solo dal canto di una ninnananna, in una grotta sottoterra, Christine aprì gli occhi e scoprì di averlo ritrovato, ma di essersi perduta nelle tenebre che avevano avvolto nell'oscurità il suo viaggio.

Perché quando aprì gli occhi non vide nulla, malgrado sentisse la voce del suo Angelo accanto a sé, solo ombra e buio infinito;

Prigioniera della notte eterna, era cieca.