Non faccio in tempo a varcare la soglia che mi metti subito in guardia dal chiederti di fare supposizioni, ma il tuo tono non è scocciato, vuole solo stemperare la tensione che sai accompagnerà questo momento.
Si perché dopo quella sera, non ci siamo viste fino a questa mattina. Dopo la nostra lite sei partita subito, senza lasciare tempo, o forse proprio per lasciarmi tempo. Sapevi che non sarei tornata sui miei passi, non mi sarei rimangiata quello che avevo detto, per quanto fosse l'unica cosa che desiderassi fare.
La cosa che più ti avrà straziata sarà stata la causa poco chiara di quello che è successo: tu che vai di logica, escludi le alternative e non dai mai una risposta senza avere la certezza che sia quella esatta, hai dovuto sentirti dire che semplicemente non ti amavo più. Come se fosse un motivo tangibile, verificato, oggettivo in un certo senso.
Inizi a sezionare il cadavere, ma non come al solito facendo la cronaca in tempo reale delle tue azioni, usando un sacco di paroloni. Resti in silenzio per qualche minuto, poi mi dici nell'ordine: causa del decesso, angolazione del colpo e calibro dell'arma usata. Inoltre ci fornisci alcune informazioni sull'assassino, che riferisco subito al telefono a Frost per il confronto con i sospettati.
Potrei andare di sopra e dirgliele, ma ho bisogno di stare nella stessa stanza con te ancora un po'.
Mentre sono al telefono ti guardo, ti studio, ma tu non alzi gli occhi un solo secondo dal cadavere. Attacco la telefonata e vedo che continui a fare altro pur di non guardarmi. Con tutto l'autocontrollo che ho, ti dico:
"Ok, Maura...se non c'è altro io andrei allora"
Allora alzi gli occhi e mi guardi, resti a fissarmi per qualche secondo, che mi sembra durare tantissimo e, ora capisco: anche tu come me stai cercando di controllarti, di trattenere i muscoli facciali in modo da sembrare impassibile, ma non arrabbiata, e mi dici un molto cortese:
"Certo Jane, buona giornata! Fammi sapere se ci sono sviluppi" mi rispondi, prima di tornare a lavorare sul corpo.
E mi sento morire non una ma cento volte. Vorrei dirti che non ho potuto fare altrimenti, che la parola "fine" l'ho scritta io sulla nostra storia, ma che l'ho fatto perché non c'erano alternative. Vorrei dirti che la spalla su cui sei andata a piangere è la stessa di chi mi ha convinto fosse la scelta giusta da fare, per te e per la tua felicità.
E così mi ritrovo, senza nemmeno rendermene conto, in ascensore seduta a piangere con la schiena appoggiata alla parete, proprio come quella sera hai fatto tu appoggiata alla porta di casa tua che avevi appena chiuso dietro di me.
