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In seguito a breve e silenziosa riflessione privata avvenuta unicamente all'interno della sua testa, Arsène Lupin risolleva lo sguardo sui due uomini che lo ospitano, e che lo stanno osservando non senza una certa dose di morbosità, e inarca un sopracciglio in una maniera eloquente e un poco buffa. «Immagino che in questo caso poco si possa fare per risolvere la questione in maniera pacifica. Mi sbaglio?».
«No, non sbagliate. Di sicuro Scotland Yard non ha spazio di manovra, e lo stesso può dirsi per i deputati al governo» conferma Holmes.
«E hanno richiesto i vostri servigi per trovare il modo di venirne a capo».
«Corretto anche in questo caso. Giunti a questo punto, qual è il vostro parere?» richiede Sherlock Holmes, osservando con intensità negli occhi di Lupin.
«Penso che abbiate tentato dapprima con una logica per buona misura pacifista, cui hanno fatto probabilmente seguito le inevitabili maniere forti, poi un lodevole tentativo di contro-ricatto andato a vuoto; e suppongo che in seguito a quest'ultimo approccio fallito vi siate infine reso conto di non avere nulla di sufficientemente valido in mano che vi permettesse di confrontarvi con questo signore. Pertanto...». Tentenna, assottiglia le palpebre in preda a una sorta di dubbio, socchiude le labbra in un moto di sorpresa, poi getta la testa indietro e scoppia a ridere allegramente. «Voi intendete chiedermi di rubare quel documento!» esclama, estasiato e per nulla turbato dalla scoperta appena fatta.
«Cosa?» sbotta il dottor Watson, balzato in piedi illividito dall'incredulità. «Voi... che cosa?» balbetta rivolto all'amico ancora rintanato nella sua poltrona, taciturno e scuro in volto. «Sta scherzando, non è così? Voi non potete seriamente aver... considerato... Oh, buon dio, lo avete fatto» mormora, lasciandosi ricadere seduto.
«Dite, monsieur Holmes: avete un piano?» domanda incuriosito.
Sherlock Holmes, senza mai distogliere lo sguardo, scuote la testa. «No, non ce l'ho. Ma ho raccolto svariate informazioni sul caso, invece; e proprio grazie a queste voi avrete un piano». E rabbrividisce, suo malgrado, osservando il sogghigno sfrontato del giovanotto accomodato sulla poltrona del loro modesto salotto.
«Consideratemi a vostra disposizione, monsieur Holmes».
L'investigatore inglese avrebbe molto gradito discutere dell'operazione con il ladro francese, tuttavia questi ha fermamente rifiutato la proposta, informandolo in modo succinto e irrevocabile che Lupin non progetta nulla in collaborazione con chicchessia, foss'anche l'imperatore in persona.
«Desiderate quel documento, n'est-ce pas? Ebbene, voi avrete quel documento, ma l'avrete solo alle mie condizioni e senza interferenze. Oh, non datevi pensiero, monsieur Holmes: non ho alcuna intenzione di mettere a repentaglio la vostra preziosa reputazione, sapete? Ma, con tutto il rispetto, se aveste avuto le doti necessarie a un buono scassinatore non avreste spedito quel telegramma al mio indirizzo. Vedete anche voi che non si può tenere le redini di tutto, vous comprenez?» spiega, il tono pacato e ragionevole, forse persino dolce.
«Sì, capisco» borbotta Holmes. «Ma ciò non lo rende più accettabile» ammette contrariato.
Ridacchia, divertito. «Oui, c'est vrai. E vi comprendo, anche se voi vi ostinate a fissarmi come se fossi un male; per la precisione il male minore, dico bene? Allora, solo per mostrarvi che, al contrario di voi, vi stimo molto, dopo che avrete riottenuto quel documento che tanto anelate e lo avrete riconsegnato alla legittima proprietaria la principessa Alexandra, io verrò qui, sì proprio qui nel vostro piccolo e accogliente appartamento, mi siederò su questa stessa confortevole poltrona accanto al camino, e vi racconterò cosa ho fatto e come l'ho fatto. Ma voi, monsieur Holmes, dovrete giurarmi di non riferirlo mai a nessuno, neppure al docteur Watson. Se deciderete di darmi la vostra parola, allora io non esiterò a offrirvi la mia, senz'altre condizioni. C'est bon pour vous?».
Ancora Sherlock Holmes si sofferma a scrutarlo con lo stesso identico sguardo che ha pocanzi descritto così bene Arsène Lupin, sospettoso e indagatore. Ancora una volta, nonostante il suo ardente impegno, nulla trova che gli possa dare aiuto in quel frangente. Lancia un'occhiata quasi di sfuggita all'amico dottore, atta a giudicarne rapidamente le condizioni e l'umore: "Uhm, non buoni, a quanto pare" pondera con distacco. Decide, infine. Un passo avanti, un braccio disteso, porge la mano e tenta di dare ai propri occhi una parvenza di quella tranquilla accettazione che sembra necessaria ma che non prova affatto. «Acconsento ai vostri termini, signor Lupin».
«Posso farvi chiamare una carrozza? Avete già una camera per i prossimi giorni?» si interessa Holmes mentre il loro ospite fa mostra di voler riprendere la sua strada.
Lupin si inchina leggermente e scuote la testa. «Ho spedito Cyril (è il mio cameriere personale, vous savez) a prenotare una camera per questa notte giusto un momento prima di bussare alla vostra porta di casa. Ma troverò di meglio per domani, siatene certo. E comunque la mia carrozza mi attende già, proprio giù all'uscita» assicura, facendo loro segno di osservare fuori dalla finestra.
In effetti di fronte al portone del 221B è in sosta quella che sembra la medesima carrozza di piazza che lo aveva portato da loro non molto tempo prima.
Holmes si stringe brevemente nelle spalle. «Stando così le cose, non mi resta che augurarvi una buona serata» temporeggia. «Quando pensate di far ritorno così da prelevare il materiale necessario?».
Un fuggevole sorriso brilla sul volto di Lupin. «Non ne ho intenzione alcuna, monsieur Holmes. Tornerò in questa casa solo a lavoro terminato».
«Ma…» dubita Holmes sgranando appena gli occhi perplessi.
«Cyril vi farà avere entro domani pomeriggio l'indirizzo al quale portare quelle vostre prove. Per domani sera avrò un'idea piuttosto precisa riguardo alle tempistiche occorrenti a portare a termine l'impresa e, salvo impedimenti, ve ne metterò a conoscenza. Per adesso, bonne soirée, messieurs!» esclama, facendo volteggiare nell'aria pesante e odorosa di tabacco la mantella ora asciutta e uscendo a passo svelto dalla porta varcata poche ore prima.
L'investigatore e il dottore, fermi in mezzo al salotto, possono ancora udirne i passi rapidi lungo le scale, poi il fievole sbattere del portone d'entrata, e infine la carrozza che lo ha condotto da loro lo allontana inesorabilmente nella notte nebbiosa di Londra.
L'investigatore ha giusto il tempo di riaccomodarsi sulla sua poltrona che ode la voce incerta dell'amico dottore. «Holmes… lungi da me interferire con il vostro lavoro; tuttavia non posso fare a meno di palesarvi la mia… titubanza» tentenna Watson.
Sherlock Holmes solleva uno sguardo pensoso sull'amico Watson. Attende qualche istante, in osservazione, prima di parlare. «Giudicate ch'io abbia commesso un'imprudenza, mi par di capire. Forse persino una follia». Accenna un vago stirarsi di labbra. «Se vi dicessi che, in alcuni momenti, l'ho creduto io pure? Ciò servirebbe forse a rendervi più tranquillo?».
«Non in modo particolare, in effetti» replica Watson, per nulla rassicurato. «Quell'uomo… Voi pensate ci si possa fidare di lui? Voglio dire: lo avete pur veduto, quel suo modo di fare così…» si interrompe, non sapendo come definirlo con parole che risultino appropriate al soggetto.
Tuttavia Holmes annuisce, comprendendo comunque. «Imprevedibile, immagino possa calzare in maniera discreta».
«Sì, esatto: imprevedibile. E ciò non dovrebbe indurci alla preoccupazione, forse?» ribatte, con un cruccio preoccupato che solca il suo viso.
«Mio caro dottor Watson, avete ascoltato con sufficiente attenzione le sue parole? Quel significativo momento in cui ha chiaramente mostrato di conoscere le nostre comuni preoccupazioni. Il male minore, ha suggerito; e mai espressione fu più azzeccata, amico mio. Voi conoscete i miei passati successi così come i miei fallimenti. Ebbene, in questo caso il mio è stato un fallimento, ma al quale dovevo trovare assolutamente un rimedio».
Watson lo osserva un lungo momento, provandosi a comprendere. «Lupin è il rimedio?».
Uno sbuffo di risata fa fremere le labbra contratte dell'investigatore. «Arsène Lupin non potrà mai esser considerato un rimedio, ma può essere invece un mezzo per giungere al rimedio» asserisce, mentre i suoi lineamenti si induriscono. «Mi auguro solo che non mi sfugga totalmente di mano».
