Appuntamento in città

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La casa che ha trovato Cyril è poco discosta dal centro e sembra perfino antica, ma è poco curata e alcuni vetri sono rotti così come alcune imposte. Ha solo due piani e nessuno dei due è abitato. Manca buona parte della mobilia, ma ha in compenso un enorme e sontuoso camino nel salotto al pian terreno e un'elegante scalinata di marmo bianco con il corrimano in bronzo e legno intarsiato che porta al piano superiore. In quel momento ha un aspetto un po' grigio e desolato che a prima vista mette tristezza, eppure Lupin annuisce e i suoi occhi scintillano soddisfatti.

«Très bien, Cyril. Un'ottima sistemazione».

«Ci sarà un poco di lavoro da fare per renderla un minimo accogliente, ma nessun vicino impiccione: pare che non amino girarle attorno» replica Cyril.

«Ah no? Come mai? Oh, già: sono pur sempre inglesi, dopo tutto. Qualche amena storiella di fantasmi, suppongo».

«Qualcosa del genere, sì».

«Oh, non ha importanza. Che facciano ciò che desiderano i morti, purché i vivi le restino alla larga» esclama Lupin, girando su sé stesso più e più volte e osservando tutto con cura. Inspira l'aria polverosa, socchiude un'imposta e infine si rivolge al cameriere personale. «Ho una commissione da sbrigare, Cyril. Credi di poter iniziare a sistemare il posto senza di me?».

Cyril sgrana gli occhi, sorpreso. «Certamente. Immagino di essere qui per questo, in fondo. C'è qualcosa in particolare di cui avete necessità?».

Il giovane uomo annuisce. «Oui: una stanza, quella più grande che ti riesce di scovare, con le finestre che abbiano vetri e imposte intatte e funzionanti. Deve avere un tavolo robusto e spazioso, e un armadio possibilmente, oppure un baule, secondo la disponibilità. Oh, e un grosso specchio da parete. C'est tout, per il momento» istruisce con attenzione.

«Farò il possibile» assicura Cyril. «Desiderate la mantella? Fuori ha ripreso a piovere».

«No, andrà bene il cappotto. La mantella mi impiccerebbe. Vado, mio Cyril». Si predispone a lasciare la nuova dimora quando un pensiero lo ferma. «Un'ultima cosa: se ne trovi il tempo, acquista del brandy, e forse delle foglie di tè rosso. Temo di averlo dimenticato mentre ero a spasso stamattina». Detto ciò si dilegua oltre la porta.

Cyril rimane qualche istante perplesso. Si guarda intorno alla ricerca di qualche dettaglio che sfugge evidentemente alla sua comprensione. Il suo capo, si rende conto in un secondo momento, ha mancato di portare con sé un ombrello, o forse non ne aveva alcuna intenzione; "Finirà con l'infradiciarsi" si rammarica. E perché il tè, quando di norma beve caffè nero? Stramberie inglesi? Scuote la testa e decide di lasciar cadere quelle domande cui non sa fornire risposte adeguate, invece si affretta a dare inizio ai lavori per rendere più piacevole e funzionale il loro soggiorno in quella nuova dimora.

L'omnibus che prende quel pomeriggio è meno affollato rispetto a quelli del mattino. Lo conduce in Outer Cir e quando scende si guarda attorno per assicurarsi di non essere sotto lo sguardo curioso di qualche passante. Fatto ciò percorre a passo lento quel che rimane della via e svolta l'angolo con fare svagato, poi semplicemente sembra svanire nell'aria bagnata e caliginosa di Londra. Qualche minuto dopo osserva Baker Street da un portico in fondo alla strada, tenendo d'occhio passanti e abitanti del quartiere. Dalla tesa del cappello scorrono già sottili rivoli di pioggia e il tessuto del cappotto è ormai pesante e bagnato, quanto i suoi occhi si accendono di improvviso e vivido interesse. Si scosta dal portico con una leggera spinta delle spalle e con poche falcate raggiunge il marciapiedi sull'altro lato della strada, avvicinandosi a un cencioso gruppetto di marmocchi dei quali il più grande avrà sì e no nove anni.

«Salute a voi, miei prodi. Se siete interessati, ho una missione per voi» esordisce con voce allegra e un bel sorriso candido e giulivo in volto.

Lo stesso ragazzino che aveva adocchiato in precedenza, quello più vecchio che dev'essere il capo della combriccola, lo scruta con malcelata diffidenza, ma a una seconda occhiata sembra notare la cravatta mezza nascosta dal cappotto, una cravatta di seta rossa, e la camicia candida come certe nuvole di primavera. "Denaro" lampeggia forte e chiaro nella sua piccola mente. Risponde al sorriso con uno similare ma composto da molti meno denti.

«Che vi serve?» chiede senza troppi preamboli mentre si fa avanti con atteggiamento arrogante e deciso.

«Una consegna. A un residente di qui» spiega, mostrando fra le dita un piccolo foglio estratto da una tasca interna e ripiegato con cura. Poi, subito dopo e come dal nulla, nell'altra mano che con un movimento rapido era svanita allo sguardo per pochi istanti scintillano due monete d'argento che brillano lucenti nelle pupille sorprese del ragazzino. «E queste sono per voi, se lo volete».

Il giovane capo banda deglutisce, indeciso. È un bel gruzzolo quello, ma nel suo quartiere può essere pericoloso accettare taluni incarichi. Allora decide di chiedere: «A chi lo si consegna?».

Lupin solleva un angolo delle labbra in un piccolo ghigno e fa sparire le monete in una tasca del cappotto. «A un uomo che abita al 221B, e che sono abbastanza sicuro conosciate di persona. Mi sbaglio? Comunque, si tratta solo di un indirizzo che a lui serve al più presto ma che non intendo consegnargli di persona. Decidete e ditemi cosa volete fare».

Quello è un uomo che non hanno mai visto prima da quelle parti, eppure sembra conoscere più di quanto dovrebbe. E forse è proprio vero che al 221B aspettano quel messaggio. Annuisce, convinto solo in parte ma ormai deciso a trarre profitto da quell'incontro così strano e inatteso. «Bene. Date qui, lo porto su io» assicura allungando una piccola mano sporca e un po' ammaccata.

L'uomo si china appena, posa il messaggio fra le dita del bambino e poi recupera una moneta dalla tasca e l'appoggia sul foglio. «Quando tonerai da me con la risposta avrai l'altra» spiega, retrocedendo di alcuni passi e osservando il ragazzino correre a rotta di collo su per la via, scansando con abilità passanti indaffarati e suppellettili varie, e bussare infine con un gran fracasso, che riesce a udire perfino dal punto riparato in cui si cela, alla porta dell'interno 221B. Ridacchia divertito nello scorgere da lontano la povera signora Hudson alle prese con quella piccola peste imbrattata dalla testa ai piedi che con gran impegno tenta invano di acchiappare per impedirgli di portare fango e sudiciume ovunque nel suo atrio immacolato. «Chiedo umilmente perdono, madame» mormora, appena un poco dispiaciuto per le sorti della donna.

Uno scalpiccio frenetico sulle scale, seguito da un bussare insistente e sfrenato, distolgono il dottor Watson da un articolo di medicina apparso solo il giorno prima su di una rivista specializzata. Solleva gli occhi e ammicca, sorpreso. Si guarda attorno e scopre che l'amico e coinquilino dev'essere ancora chiuso nella sua camera a non si sa bene cosa fare. Sospira e si decide a lasciare con un certo rammarico la poltrona per scoprire chi è il nuovo e affatto atteso visitatore. Ha giusto il tempo di togliere il chiavistello e socchiudere l'uscio che una macchia scura scivola rapida oltre le sue gambe e sguscia in salotto. Si volta, interdetto, e scopre che suddetta macchia altri non è che uno di quei piccoli e disgraziati straccioncelli di cui si serve Holmes di tanto in tanto per le sue indagini.

«Cerchi l'investigatore, ragazzo?» si accerta, prima di volgersi e raggiungere la camera del suddetto al cenno di assenso del ragazzino. «Holmes, vi vogliono di là in salotto» annuncia una volta individuato l'amico impegnato con i suoi alambicchi e le sue storte e circondato da nubi di vapore potenzialmente tossiche.

L'investigatore, per tutta risposta, grugnisce; segnale di assenso che oramai Watson ha correttamente imparato a interpretare come un "Arrivo subito, intrattenete per me la seccatura". A quel punto al dottore non rimane che richiudersi la porta alle spalle e tornare in salotto, dove trova il ragazzino impalato davanti al camino come un piccolo soldatino ricoperto di sporcizia. Sorride a quella vista e si riaccomoda in poltrona. «Il signor Holmes arriva subito» decide di rassicurarlo, per tornare poi al suo prezioso articolo.

Quando finalmente Sherlock Holmes si degna di fare la sua magica ricomparsa fra i comuni mortali, non appare in condizioni di molto migliori rispetto al ragazzo. I suoi capelli sono arruffati in fase terminale, ha gli occhi lucidi e arrossati, i vestiti stropicciati e le mani macchiate di il cielo solo sa cosa.

«Beh, questa è bella. Dawson, cosa ci fai qui?» esordisce inarcando le sopracciglia interdetto dalla presenza del piccolo irregolare di Baker Street nel suo appartamento.

Il ragazzino, Dawson a quanto sembra, raddrizza le spalle e leva di tasca un foglietto appena un poco stropicciato e leggermente macchiato, e lo porge con serietà all'investigatore. «Un messaggio per voi, signore» annuncia fiero.

Holmes si fa avanti, preleva il foglio e lo osserva con un certo interesse. «Carta da lettere, di buona qualità seppur non estremamente costosa» sentenzia a un primo esame. Accosta il naso e scrolla le spalle. «Solo odore di pioggia e fango» ammette un poco deluso, spostando un momento lo sguardo su Dawson. «Chi te lo ha dato?».

«Signore, è stato un signore elegante giù in fondo alla strada. Sapeva che vi conosco e mi ha dato una moneta d'argento. Vuol una risposta» spiega con buona volontà, augurandosi che l'investigatore si spicci a dargliela perché possa avere la sua seconda moneta.

L'investigatore si accosta alla finestra e fissa il fondo della via con attenzione, ma non è in grado di distinguere alcuna figura umana, a parte il piccolo crocchio di marmocchi che ancora affollano il ciglio del marciapiedi. Assottiglia gli occhi e un pensiero fugace lo coglie, prima di decidersi a dispiegare la missiva: «Lupin» mormora fra sé. E infatti quando abbassa lo sguardo sul foglio ritrova la sua firma in calce allo scritto e rinserra le dita sulla carta, turbato. Poche sono le parole attentamente riportate in bella grafia nel messaggio:

8 Princes Street

City of London EC2R 8HL

h. 11:45 p.m.

Arsène Lupin

Espira e torna a guardare fuori dalla finestra, ma un secondo esame non lo porta più vicino alla soluzione, pertanto distoglie lo sguardo e lo riporta sul messaggero. «Riferisci al questo signore che ci sarò» comunica telegrafico, facendo poi segno a Dawson che può ritenersi congedato.

Il ragazzino si limita ad annuire seccamente e a correre fuori nello stesso identico modo turbolento in cui è entrato.

«Qualche novità, Holmes?» si decide a informarsi Watson dopo aver atteso in rispettoso silenzio per un congruo lasso di tempo.

«Sono stato convocato» si limita a spiegare, senza specificare dove né da chi.

Sul dove il dottore non ha modo di pronunciarsi, ma per quanto concerne il da chi ci sono ben pochi dubbi, considerando l'espressione rabbuiata assunta dall'amico dopo aver ricevuto quel misterioso messaggio. «Volete che vi accompagni?» decide di chiedere per sicurezza.

Holmes sofferma gli occhi velati di dubbi sul dottore, mentre riflette. «No. Non ritengo sia prudente. Preferisco muovermi con la massima circospezione, visto il soggetto con il quale ho a che fare».

«Non credete possa essere pericoloso?» si impensierisce Watson.

«Francamente ritengo potrebbe rivelarsi ben più pericoloso il segretario Ashley-Cooper, almeno per la mia incolumità fisica. Il fatto che Lupin sia imprevedibile non significa che possa divenire un pericolo in tal senso. Per quanto se ne sa non ha mai ucciso nessuno».

«C'è sempre una prima volta» replica Watson, poco persuaso.

«Normalmente vi darei ragione, amico mio. Questo tuttavia è un caso particolare che non segue le normali evoluzioni di situazioni analoghe. Non preoccupatevi, mi ritengo in grado di badare a me stesso in maniera discreta».

Watson annuisce, senza nonostante tutto apparire sollevato. «Vi aspetterò comunque sveglio».

«Come desiderate, dottore» replica con un'ombra di ironia.

Dopo cena Holmes torna ai suoi esperimenti chimici, ma presto si rende conto di non avere la concentrazione necessaria a combinare qualche cosa di utile, pertanto interrompe il suo lavoro e, in un raro sprazzo di pignoleria domestica, ripulisce il materiale e rimette tutto sugli scaffali e negli stipetti appositi, in un ordine un po' sconclusionato ma certamente migliore di quanto sia solito fare. Non riesce a togliersi dalla mente quell'uomo e i suoi modi così eccentrici e imponderabili. È da quando ha scritto quel maledetto telegramma che si chiede se abbia preso la decisione giusta o se al contrario si sia trattato di una pazzia; e in tutto questo non ha ancora trovato una risposta decisiva, e certo quel francese non gli sta per nulla rendendo l'impresa semplice, tutt'altro in effetti. Soffia uno sbuffo irritato e poggia con eccessiva violenza una provetta nel suo contenitore rischiando di mandarla in frantumi, infine si decide a trasferirsi in salotto, dove spera di riuscire a occupare la mente in attività più consone e meno assillanti.