?
Quando Cyril sente bussare distoglie l'attenzione dal mobile accanto alla finestra che si sta dando da fare per lucidare da quasi venti minuti ormai e posa invece lo sguardo sulla piccola pendola che è stata appesa alla parete opposta da meno di una manciata di ore. Le undici passate da appena dieci minuti, lo informano le lancette. Storce il naso, seccato. Il suo padrone lo ha informato, già quello stesso pomeriggio, che sarebbe arrivato da loro un ospite, ma deve aver tralasciato di fargli sapere che suddetto ospite presenta la fastidiosa abitudine di arrivare con largo anticipo agli appuntamenti. Che farci, dopo tutto, considerando che lo stesso suo padrone gli appuntamenti li crea da sé senza consultare l'altrui parere? Bussano una seconda volta; Cyril sbuffa irritato ma decide, per la propria sanità mentale, di accertarsi che il seccatore sia in effetti chi deve essere e nel qual caso aprirgli. Ciò deciso posa lo straccio sul mobile che andrà terminato più tardi e si affretta all'entrata. Gira la chiave nella serratura, ma mantiene inserito il catenaccio e si limita a socchiudere l'uscio quel tanto da poter scorgere il disturbatore appostato sull'ultimo scalino del pianerottolo.
«Desiderate?» esordisce con tono annoiato e falsamente ossequioso, sapendo perfettamente chi si trova ad avere davanti ma volendo far penare il visitatore almeno la metà di quanto egli lo abbia maldisposto.
L'occhiataccia che gli rifila l'uomo oltre l'uscio la dice lunga su quanta poca sia la pazienza di cui dispone. «Ho un appuntamento con il signor d'Andrésy per questa sera. Il mio nome è...».
«Conosco il vostro nome, signore» lo interrompe con impudenza Cyril, ridendosela segretamente senza però palesare il minimo turbamento esteriore. «Voi siete l'investigatore Holmes. Il signor d'Andrésy mi ha avvisato che questa sera sareste passato. Ha in verità accennato a un orario differente, tuttavia non v'è ragione di farvi attendere fuori al freddo. Entrate pure, signore» offre con affettata cortesia, togliendo finalmente il catenaccio e aprendo il portone per permettergli di guadagnare l'atrio più asciutto.
L'investigatore si scuote di dosso la pioggia accumulata e si dà un'occhiata in giro. «In effetti sì» ammette replicando con un poco di ritardo all'osservazione del cameriere personale del padrone di casa. «Potrei essere un po' in anticipo».
«Senza dubbio» commenta distratto Cyril, poco preoccupandosi di farsi udire dall'ospite. In seguito tuttavia volta appena il capo nella sua direzione e con un leggero movimento delle mani offre «Se lo desiderate, posso prepararvi un tè, mentre attendete che il signor d'Andrésy si renda disponibile». In ritardo, però, si rende conto che l'investigatore si è già allontanato, senza dare credito alle profferte di ospitalità di Cyril, evidentemente in cerca del padrone di casa. «Scortesia ai massimi livelli» constata infastidito. Ma un sorriso storto sostituisce in fretta la smorfia contrariata. «Ben presto si pentirà di non aver accettato il mio tè» profetizza divertito, tornando alle sue precedenti mansioni con spirito più allegro.
Sherlock Holmes, disinteressato a sorbire un tè, seppur sarebbe egregiamente servito a riscaldarlo un poco dopo aver attraversato la città sotto la pioggia gelida, ha preso la prima deviazione disponibile per imbucarsi senza guida nella nuova casa e mettere il naso ovunque. Molti dei locali che percorre sono vuoti e a prima vista inutilizzati. Qualcun altro, comunque pochi rispetto alla gran quantità disponibile, con ogni evidenza in fase di ristrutturazione per poter essere degnamente abitato. La casa è piena di spifferi e rumori molesti di impianti cui servirebbe urgente manutenzione, ma considerato che è stata riaperta da solo mezza giornata, non se la sente di avanzare critiche inopportune riguardo la scarsa accoglienza del luogo.
Finalmente, percorrendo un corridoio al piano superiore che non presenta particolarità di rilievo (se non la scoperta che un gran numero fra le assi lignee di cui è composto il pavimento andrebbe sostituito, dato che cigolano in maniera imbarazzante, a volte persino senza che piede vi venga poggiato sopra), passa a fianco dell'ennesima porta, chiusa come tutte le altre, con la differenza che di questa la maniglia d'ottone è stata lucidata molto di recente e la serratura risulta oliata e priva di ruggine. Accostandosi all'uscio, poi, ha l'impressione di udire un suono vago, forse uno dei molti cigolii del caseggiato, o forse un fruscio di differente natura. Incuriosito dalla novità e senza starci troppo a pensare su, poggia una mano sulla maniglia e l'abbassa, socchiudendo appena l'uscio che, come si aspettava, non produce il minimo rumore molesto, segno evidente che c'è stato del lavoro dietro. Ciò che trova, sporgendo il viso oltre lo spiraglio creato, è però del tutto differente da quanto si aspettasse. Rimane fermo, interdetto e senza avere la prontezza di spirito di reagire in alcuna maniera, mentre si intrattiene a osservare.
Sul lato opposto rispetto alla porta, una finestra sotto la quale è disposto un ampio tavolo che occupa quasi l'intera parete a ridosso della quale è alloggiato. Sopra la sua liscia superficie, carte sparse di eterogenea natura: disegni, mappe, taccuini, libri aperti e chiusi, lettere, un mazzo di fogli vergini con a fianco un piccolo calamaio e un pennino, e su un angolo del tavolo una lampada, spenta. Sulla parete di sinistra fa bella mostra un armadio alto e spazioso, e al suo fianco un baule dall'aria robusta. Sul lato opposto della sala v'è solo un grosso specchio con sottile cornice in metallo lucidato, forse peltro. L'ampia superficie riflettente rimanda un'immagine che si muove al centro della stanza, la stessa immagine che ha congelato lo slancio deduttivo dell'investigatore: si tratta di Arsène Lupin, sospeso a mezz'aria come la gabbietta di un uccellino, ma senza sbarre e senza piume.
Sbatte le palpebre, interdetto e spiazzato, indugiando nell'osservare la scena che gli si presenta allo sguardo. I suoi occhi stanno vedendo, ma al momento non sembrano essere in grado di collegare ciò che viene impresso sulla loro retina con fatti concreti e scientificamente spiegabili. Sbatte di nuovo le palpebre, strizzandole leggermente, ma quando le riapre nulla sembra essere cambiato, e Arsène Lupin continua sfacciatamente a essere sospeso nel vuoto al centro della sala in barba alle più comuni leggi della fisica. Sospira e in quel momento è certo di aver commesso un'imprudenza madornale nel momento in cui ha spedito quel dannato telegramma a Parigi. Ciò nonostante rimane in silenzio e osservare con ostinazione ciò che accade, nell'inespressa speranza di trovarvi un significato che dia respiro ai suoi pensieri sconclusionati. Avrebbe dovuto dormire qualche ora in più, si ritrova d'improvviso a rimpiangere; negli ultimi giorni non ha quasi chiuso occhio, e forse è quello il motivo per cui ora vede certe cose.
Arsène Lupin, dal canto suo, è fin troppo impegnato nella sua attuale occupazione per rendersi conto di essere sotto lo sguardo indagatore di Sherlock Holmes. Ciò che a quanto pare l'investigatore non ha potuto notare (vuoi per la posizione svantaggiata, vuoi per la semioscurità della stanza, ma soprattutto perché il giovane ladro non ha trascorso mesi della sua vita al fianco di famosi e validi prestigiatori per divertimento personale) è che Lupin è sì sospeso a mezz'aria, ma per nulla nel vuoto bensì fermamente aggrappato a una serie di ganci, carrucole, corde e nodi; sistema che in teoria dovrebbe permettergli ciò che sta all'apparenza vedendo Holmes, potendo al contempo concentrare le proprie abilità in altre attività che non siano tenersi stretto ai sostegni per evitare di precipitare al suolo; ma in pratica dovrà giocoforza perfezionare la tecnica perché iniziano seriamente a dolergli i muscoli delle braccia dopo un certo tempo appeso a quella maniera. Deglutisce e per avere un poco di respiro mentre pensa a una buona soluzione per migliorarne la resa, crea una sorta di staffa a un'altezza adeguata e vi infila una gamba fino al ginocchio, poi finalmente può mollare la presa. Il risultato è che ora si ritrova a penzolare a testa in giù, ma almeno può far riposare le braccia indolenzite, il che è sicuramente un vantaggio in quel frangente.
«Così non va. Le mani mi servono, non le posso tenere occupate per restare attaccato. Allora come?» mormora fra sé, pensieroso, gli occhi chiusi nella concentrazione del momento e il sangue che inizia a irrorargli in maniera troppo abbondante il capo. «Tre, forse. Una per me, le altre due per salire» pondera, massaggiandosi le spalle. Inizia a spingersi avanti e indietro, come su un trapezio, e mentre dondola nell'aria allunga le braccia sopra la testa. «Oppure… Oppure… Ah!» esclama d'un tratto in tono soddisfatto. Riapre gli occhi di scatto e fa leva sugli addominali per raggiungere con le mani la fune che lo sostiene; poi fa scivolare fuori la gamba, liberandola dalla corda e inizia a salire, tirandosi su con la forza delle braccia ma aiutandosi anche con le gambe che si attorcigliano con destrezza alla fune. Arrivato in cima sgancia alcuni moschettoni e corde secondarie da un grosso gancio fissato al soffitto, poi lentamente si lascia scivolare fino a terra, inspira a fondo prendendo lunghe boccate d'aria e nel mentre raccoglie da terra l'attrezzatura recuperata e la porta al baule. Un movimento appena fuori dal suo campo visivo attira la sua attenzione ed è così che si ritrova inaspettatamente osservato dallo sguardo attento e impaziente dell'investigatore, il quale nel frattempo ha spalancato la porta per poter entrare.
«Monsieur Holmes! Quale inaspettata sorpresa. Non vi attendevo che di qui a...» occhieggia l'orologio da tasca agganciato accanto all'armadio, il quale segna le undici passate da appena venti minuti. «venticinque minuti, in effetti» conclude, sorpreso solo in parte a ben vedere, già immaginando il motivo per quell'arrivo anticipato. Sorride, divertito dall'espressione confusa di Holmes. «Et bien, benvenuto nella mia umile dimora!» esclama allegro e gioviale, accennando un inchino galante. A passo rapido si avvicina e offre una mano all'investigatore, il quale suo malgrado accetta. «Dovrete scusarmi, vous savez. Non sono troppo presentabile al momento» sembra rammaricarsi, poiché in effetti è abbigliato in modo molto spartano e per giunta sudato per l'attività fisica da poco conclusa. «Se non vi dà troppa noia, necessiterei di una doccia per levarmi di dosso un po' di polvere e fatica. Vi prometto che impiegherò il minor tempo possibile» annuncia, prima di infilare la porta senza peraltro prendersi la briga di attendere un assenso da parte dell'ospite.
Per quanto concerne Holmes, sbalordito, non ha avuto neppure il tempo di proferir verbo. Osserva il giovane uomo lasciare la sala, probabilmente diretto a quella famosa doccia di cui ha parlato, e poi scuote la testa per l'ennesima volta. Terminato il suo minuto abbondante di auto-commiserazione, solleva lo sguardo attirato dal marchingegno messo in opera dal padrone di casa, comprendendo in larga parte il meccanismo per cui potesse rimanere sospeso nel vuoto e giudicandolo piuttosto interessante. Alla fine del suo studio meccanico si avvicina al tavolo e inizia a passare in rassegna la documentazione ivi presente. Vi si trovano sparpagliati anche alcuni telegrammi, oltre alle lettere già notate in precedenza, e una di quelle che ha inizialmente giudicato come una mappa in realtà si rivela essere qualche cosa che lo lascia sconcertato quasi più dello spettacolo del ladro penzolante dal soffitto: una planimetria, di una dimora, e non una dimora qualsiasi ma la dimora di sir Dominick Ashley-Cooper, della quale conosce l'aspetto perché anche lui guarda caso è in possesso di una copia di suddetta planimetria, copia che fra le altre cose ha portato con sé proprio per offrirla al francese. Si aggrappa al bordo del tavolo per evitare di finire con il fondoschiena sul pavimento, poi si trascina alla finestra e la apre, inspirando a fondo l'aria inquinata e umidiccia di Londra.
«Non è possibile. Dev'esserci un errore» bisbiglia fra sé, intontito, se dall'aria malsana o dalle ultime scoperte non è dato di saperlo. «Non è possibile» ripete in una litania, incapace di processare a dovere l'informazione appena acquisita.
«Pardonnez-moi se vi arreco noia in un momento personale. Vi sentite bene?» si interessa Arsène Lupin, appena ricomparso nella stanza dopo aver fatto una doccia lampo nel suo nuovo tempo limite di sette minuti primi.
Sherlock Holmes si volta di scatto, non avendo egli udito l'approssimarsi del suo imprevedibile quanto imperturbabile anfitrione. Poi affanna, perché il suddetto è fuor di dubbio più pulito, ma deve aver trascurato nel percorso dalla sala bagno a lì un minimo di decoro, poiché gli si presenta a piedi scalzi, con indosso un semplice paio di scoloriti pantaloni grigi di lana e una camicia ben poco abbottonata (ma in compenso di pura seta e stirata alla perfezione). I capelli sono ancora umidi, tant'è vero che al collo è appoggiato un asciugamano con l'ovvio scopo di tamponarli. In vece di un abbigliamento più consono a un incontro fra gentiluomini, egli ha indosso un'espressione sorniona e sfacciata che verrebbe voglia di levagli a pugni in faccia.
«Vi detesto» sibila alterato Holmes, borbottando preda di incontenibile imbarazzo e arrossendo come una vergine quindicenne.
Fuori dall'uscio sosta silenzioso Cyril, e sul suo volto lo stesso, identico sorriso soddisfatto del padrone di casa.
