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«Et bien, monsieur Holmes, cosa mi avete portato di bello questa sera?» trilla con allegria Lupin, avvicinandosi all'investigatore e girandogli attorno con visibile aspettativa.
«Smettete all'istante di burlarvi di me, signore» borbotta seccato. Sofferma un lungo momento lo sguardo sulla notte che si stende placida fuori dalla finestra del primo piano di quella casa e stringe gli occhi. «Avete notato che la dimora che avete di recente eletto a vostra attuale abitazione, per puro caso immagino, si trova proprio a fianco della Banca d'Inghilterra?» chiede sospettoso.
Arsène Lupin sbuffa una leggera risata. «Sì, l'ho notato. Ma come avete correttamente osservato voi stesso, si tratta di un semplice caso. Che volete, un gentiluomo deve pur trovarsi un luogo adeguato nel quale rifugiarsi per riposare le sue membra spossate, non pare anche a voi?».
«Sicuro» mastica Holmes, comunque irritato dalla tranquilla calma del padrone di casa. «Ho altresì potuto vedere i vostri incartamenti in questi ultimi, pochi minuti durante i quali vi siete assentato. E dite un po': come siete entrato in possesso di quella planimetria, tanto per cominciare?» indaga con diffidenza.
«Un amico» mormora Lupin, osservandolo con compiacimento. «Immaginavo me ne avreste procurata una copia voi stesso, questa sera, ma ho avuto l'idea di portarmi avanti con il lavoro. Sapete, ho di sicuro più di qualche giorno davanti a me, ma non sono certo a Londra per una vacanza di piacere, n'est-ce pas?».
«Un amico?» sibila Holmes, fulminandolo con gli occhi. «Che genere di amico può mai farvi avere la planimetria dell'abitazione privata di un segretario del governo inglese in una sola giornata?».
«Oh, beh, uno con parecchi agganci ai piani alti, per esempio» scherza Lupin, divertendosi un mondo a punzecchiarlo.
L'investigatore rimane qualche momento in silenzio, impegnato a riflettere. «Se avete conoscenze simili, perché prendervi la briga di farmi avere quell'invito a presentarmi qui da voi? Sono sicuro che qualcuno come il vostro amico possa esservi perfettamente sufficiente per stilare un piano d'azione che funzioni in maniera impeccabile» commenta con un tocco di acidità nella voce.
«Ah, e privarmi così della vostra piacevole compagnia? Perché mai dovrei pensare a una simile crudeltà nei vostri e nei miei confronti, monsieur?».
«Vi state di nuovo prendendo gioco di me» borbotta Holmes, seccato.
«Affatto. Perché credete sia venuto a Londra?».
«Per la curiosità di scoprire cosa mi ha spinto a scrivervi».
«Oui, aussi. Ammetto che è uno degli ottimi motivi che mi ha convinto a partire. L'altro, per vostra informazione, siete voi».
«Io?» trasecola Holmes, strabuzzando gli occhi.
«Oui, voi, proprio voi. Desideravo incontrarvi da diverso tempo, vous savez? Ma non sono abbastanza potente da influenzarvi e farvi venire da me (non ancora, per lo meno). Ma voi mi avete scritto, e quale occasione migliore perché fossi io, invece, a venire da voi?» esclama felice.
Sherlock Holmes sta cercando disperatamente di capire se Arsène Lupin parla sul serio oppure scherza come suo solito. Ma è talmente arduo decifrare quell'uomo intrigante e dall'animo complesso che si trova di fronte. Sospira.
«Non avete intenzione di recuperare per me quel documento, non è vero?».
Arsène Lupin ha un brusco sussulto, lo fissa sconvolto e scuote la testa, turbato e confuso. «Ma certo che sì. Non ve l'ho forse promesso? Credete che la mia parola non valga nulla, dunque? È vero, sono un ladro, vivo degli averi di chi è più fortunato. E con ciò? Forse per questo una mia promessa vale meno di quella di chiunque altro? Forse che quel vostro segretario sia più attendibile e degno di fiducia? Dimenticate che anche lui ha rubato. Ed è al servizio del vostro governo!» si inalbera d'un tratto, offeso.
«Sì, è vero, avete ragione» ammette pacato. «Dunque state veramente progettando di introdurvi nella sua abitazione?».
Con un deciso sforzo di volontà la sua espressione torna a distendersi e un lieve sorriso di soddisfazione balena sul suo giovane viso. «È così» conferma. «Ma non vi illudete, non ho certo cambiato idea, e voi non siete qui per partecipare» lo mette in guardia con bonomia.
«L'avevo immaginato» replica Holmes, suo malgrado divertito. Poi sbuffa. «Vi dispiacerebbe molto mettervi qualche cosa di più decoroso addosso?».
Lupin inarca un sopracciglio e ride piano, guardandosi di sfuggita. «Che gente puritana, voi inglesi. Ho un paio di pantaloni e una camicia. Dovrebbe essere sufficiente».
«Lo sarebbe senz'altro se non aveste ospiti, e se non andaste in giro a petto nudo e piedi scalzi in una casa che si regge a malapena su sé stessa ed è fredda come l'inferno».
«L'inferno è caldo» ribatte divertito.
«E sarebbe gentile da parte vostra se non vi impegnaste a controbattere a ogni mia singola affermazione» fa notare con stizza.
«D'avvero? E voi che cosa mi offrite in cambio della mia condiscendenza?» ribatte sfacciato.
Holmes arrossisce di nuovo e si chiede per l'ennesima volta se riuscirà a uscirne con sufficiente dignità oppure essa verrà fatta crudelmente a brandelli da quell'assurdo e strabiliante uomo che ha inavvertitamente sguinzagliato per Londra. «Lasciate perdere. Me la sono andata a cercare, suppongo. Purché siate così gentile da procurarmi ciò per cui mi sto evidentemente ricoprendo di vergona e disonore, sarò disposto ad accettare la sconfitta a testa alta».
Lupin rimane in silenzio, ma sorride, questa volta senza traccia di scherno. Accosta le mani al petto e sfarfalla le dita agili nell'aria mentre i polpastrelli fanno scorrere uno dopo l'altro i piccoli bottoni della camicia nelle rispettive asole. «Voilà! Comme ça c'est mieux?» chiede divertito, osservandolo annuire con comica convinzione. Infine si scosta dall'investigatore e raggiunge il tavolo, dove accende la lampada così da rischiarare finalmente la stanza altrimenti buia e cupa. Poi torna a rivolgersi a Holmes. «Quindi, vorreste ora mostrarmi ciò che mi avete gentilmente portato? Diamo un'occhiata per scoprire se c'è qualche cosa di interessante e utile ai nostri scopi, vi va'?».
Holmes annuisce e lo raggiunge al tavolo, poggiandovi sopra la sacca a tracolla che ha portato con sé e slacciandone la fibbia per estrarre il materiale.
In quel momento i due uomini vengono raggiunti da Cyril, il quale si schiarisce la voce con discrezione e attende di essere interpellato.
«Cyril, mon ami, ci porteresti qualche cosa di caldo. A tua discrezione» mormora, già fin troppo preso dallo scrutinio della documentazione raccolta dall'investigatore e che ora si trova sparsa sotto i suoi occhi attenti. «Ah, ma guarda! Non una, ma bensì due casseforti. Quest'uomo diventa seccante ogni minuto di più» lamenta, scuotendo la testa ma continuando a studiare gli incartamenti. Affila lo sguardo e sposta una mano accanto a un punto particolare del disegno. «Attend, c'est quoi ça? Troppo grande per un capanno degli attrezzi, troppo piccolo per una dépendance» riflette incerto.
«Si tratta di un recinto coperto» lo aggiorna Holmes, dopo aver spiato da dietro le sue spalle l'area in esame. «A quanto sembra ci rinchiude i cani quando riceve ospiti».
Lupin impallidisce leggermente. «Ah, mon Dieu... Cani! Mince! Bisogna trovare una soluzione».
«Basta avvelenarli prima che diano l'allarme» suggerisce con semplicità l'investigatore. Avverte però un intenso senso di disagio nel rendersi tardivamente conto dell'affilato sguardo di biasimo con il quale lo sta gratificando l'altro.
«Animale. Preferisco farmi sgranocchiare da una muta di cani, piuttosto che insanguinarmi le orecchie con le vostre proposte oscene. Non ho intenzione di uccidere alcun cane, che sia o meno inglese, così come non intendo far fuori un essere umano. C'est clair?» si accerta contrariato.
«Cristallino, direi» conferma mansueto.
«Bien! Allora, avete detto che li rinchiude quando riceve ospiti. Questo vuol dire che bisogna agire nel momento in cui è occupato a intrattenere suoi pari in casa sua. Il problema, ora, è come venire a sapere quando ciò avrà luogo. Qualche idea?».
Holmes, seppur crucciato da quella trovata stravagante ai limiti dell'incosciente, si risolve a mettere da parte lo scetticismo per concentrarsi invece sul modo per risolvere quell'intoppo. «Il vostro amico non potrebbe esservi di aiuto in questo caso?».
«No, troppo rischioso» nega scuotendo la testa con decisione. «Se venisse scoperto, dubito che ci sprecherebbero anche solo delle manette».
«Uh! In questo caso sarà necessario trovare qualcuno che sia idoneo a farsi invitare a queste serate mondane e che vi avverta per tempo» propone. Il suo gli era parso tutto sommato un buon punto di partenza, di certo un suggerimento sensato, ma si agita ansioso nel notare l'espressione eccitata del ladro francese. «Che cosa?» soffia, già presagendo ulteriori guai.
«Ah! Mais vous êtes brillant!» esclama questi colmo d'entusiasmo. «Sarò io stesso. Mi presenterò come un personaggio di spicco e sarà lui stesso a desiderare di invitarmi a casa sua. Oh, che bellezza! Pensate, non dovrò neppure scomodarmi a scalare il muro di cinta ed entrare dalla finestra! Verrò accolto in pompa magna direttamente alla porta principale» esulta divertito.
«Siete folle» rantola Holmes, fissandolo agghiacciato e livido di spavento. «Finirete col farvi ammazzare. O peggio che peggio, con il farci scoprire».
«Oh, beh, che caro siete nel mettere il vostro lavoro davanti alla mia misera esistenza» lo prende in giro Lupin.
«Fatela finita!» grida rosso in viso. «È una pazzia, e dovete pur vederlo con chiarezza anche voi».
«Lo è di certo» concorda con placida accettazione. «Ma credete, ho commesso follie ben più eclatanti di questa. Per esempio, sono qui in vostra compagnia a progettare un furto in casa di uno degli alti funzionari di Sua Maestà la Regina d'Inghilterra. Non vi sembra, questa, una vera follia?».
«Sì» soffia Sherlock Holmes, contrito e sommerso dai peggiori presagi. «Come, per dio, contate di potervela cavare?» esclama come ultima risorsa, nella quanto mai utopica speranza di ammansirlo e ricondurlo alla ragione.
«Oh, è molto semplice: sarò il Conte Bernard d'Andrésy, a Londra in viaggio di piacere e anche, pourquoi pas, alla ricerca di svago e di nuovi e piacevoli modi per sperperare i miei sostanziosi averi. Che ne pensate?» chiede, lieto della sua bella pensata.
«Ciò che penso voi già lo sapete: penso che siate matto come un cavallo».
«Oui, c'est vrai. Ma un magnifico cavallo purosangue» celia Arsène Lupin, gli occhi che brillano già di eccitazione a stento trattenuta per l'avventura che si sta preparando.
