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Il sole è un pallido disco lattiginoso ancora basso nel cielo bianco e grigio sopra Londra. Sono già rintoccate le otto di mattina sulla pendola nel salotto, ma ancora il padrone non si vede. Cyril si muove nervoso avanti e indietro, portando sulla tavola della sala da pranzo vettovaglie pulite, spostandole di posto, scrutandole con fastidio e rispostandole di nuovo. Serra le labbra e cruccia le sopracciglia. Si rigira un'ennesima volta a fissare le scale, ma ancora nulla si muove.
«Perché non scende? Perché si attarda?» si chiede pensoso e suo malgrado preoccupato.
E sa bene che dovrebbe occuparsi solo delle sue personali incombenze, ma non può in alcun modo evitarsi di pensare non sia affatto abitudine del suo padrone fare così tardi la mattina, lui che di norma è sempre pronto a qualunque evenienza prima ancora che sorga il sole o che Cyril si sia fatto la toeletta e cambiato per il nuovo giorno. Un'altra occhiata alle scale, un ultimo disperato sforzo per trattenersi in sala da pranzo. Infine, vinto, volta le spalle alla tavola imbandita e del tutto inutile e si precipita su per le scale, tentando comunque di fare meno chiasso possibile. Giunto di fronte alla porta della camera da letto del padrone, e dopo aver esitato ancora per alcuni infiniti secondi, si decide a bussare con discrezione. Altri lunghi attimi scorrono senza che nulla cambi; poi, d'un tratto, la voce del giovane uomo si fa udire da oltre l'uscio, attutita dalla distanza e da qualcos'altro che Cyril sul momento non comprende. In ogni caso ora può entrare, poiché gli è stato dato il permesso ufficiale, e ciò che trova lo lascia basito e perplesso per un minuto buono.
«Signore?» chiede per sicurezza.
L'uomo che si trova nella camera da letto non ha l'aspetto consueto del padrone di casa, eppure quando si volta sono i suoi occhi grigi e lucenti che lo fissano, e il sentimento che li anima è con ogni evidenza divertimento.
«Oui, Cyril. Chi altri ti aspettavi di trovare? Giovanna D'Arco?» si burla di lui Lupin.
Cyril arrossisce di imbarazzo. «Mi perdoni, signore. È solo che... non l'avevo riconosciuta, sul momento» tentenna spiazzato.
Lupin sorride, lieto. «Questa è un'ottima notizia. Merci, Cyril! Cosa farei senza di te?» esclama gioioso.
L'interpellato sospira mesto e scuote appena la testa. «Temo non lo sapremo mai, signore, poiché non ho alcuna intenzione di abbandonarvi a voi stesso per nessuna ragione al mondo» afferma serio.
Schiude appena le labbra, evidentemente sorpreso da tale dichiarazione, ma presto si abbandona a una lieve, gentile risata melodiosa. «Ne sono lieto, mio Cyril» ammette con candore. «E dunque, cosa te ne pare?» chiede solo a quel punto, curioso ed eccitato, avanzando di pochi passi e facendo lentamente un giro su sé stesso al fine di mostrarsi nella sua interezza.
Cyril si sofferma a osservarlo con molta attenzione, sentendo il dovere di fornire al suo padrone una risposta concreta e sincera. I sottili e chiari capelli castani, di norma sempre così difficili da tenere a bada, sono stati non solo ripiegati all'indietro e fissati con del gel in morbide onde disciplinate, ma sono decisamente più scuri, quasi neri. Curiosamente sul suo volto fanno bella mostra un paio di sottili baffi in tinta con i capelli e due discreti favoriti a tono, evidentemente posticci in entrambi i casi. La sua carnagione è più chiara di almeno due tonalità (e Cyril non è in grado di immaginare come ciò sia possibile) e sotto gli occhi figurano due lievi borse che fino alla sera precedente non c'erano. A un'occhiata attenta può notare che il suo busto appare più imponente e le sue gambe, di norma piuttosto slanciate, danno l'idea di aver guadagnato massa. Forse è più alto di qualche centimetro, ma per esserne certo dovrebbe avvicinarglisi maggiormente, e al momento non se la sente, ancora troppo intimidito dalla sorpresa di quella mattina. Indossa un completo scuro, blu zaffiro, con abbellimenti d'argento e una camicia grigio perla sotto una cravatta cobalto.
«Siete molto elegante, signore. Non che di solito non lo siate, bene inteso, ma questa mattina luccicate... magari appena un po' troppo» aggiunge incerto.
Arsène Lupin ghigna, sapendo perfettamente di risultare parecchio vistoso all'occhio. «È proprio ciò che mi aspetto di apparire. C'è altro che vorresti farmi notare?» si informa ilare.
«I vostri occhi» mormora Cyril.
Lupin cruccia le sopracciglia (per l'occasione colorate di scuro come i capelli). «I miei occhi, Cyril? Che cos'hanno?».
«Sono... Beh, vostri. Credo che quell'investigatore saccente vi riconoscerebbe al primo sguardo» fa rispettosamente notare.
Quegli stessi occhi così duramente sotto esame si sgranano, stupiti. Ridacchia, sollevato. «Oh, l'ho notato anche io, non temere. Ho preso una piccola quanto semplice precauzione» ammette. Con garbo si volta e torna verso lo scrittoio, raccogliendo un astuccio fra le dita, dal quale estrare un paio di occhiali dalla sottile montatura in argento.
Quello che Cyril non si aspettava è che, una volta indossati e sistemati con cura sul naso, si rivelano dotati di lenti di un tenue color ambra che deruba gli occhi dietro cui si celano sia del colore naturale che di quella particolare scintilla di vitalità che di norma li anima.
«Oh» soffia Cyril, impressionato.
«Soddisfatto?» ribatte Lupin, ammiccando divertito alla reazione del suo cameriere personale.
«Sì, signore. In questo modo è perfetto».
Sorride. «Lo spero bene. Per l'occasione ho anche una romantica allergia alla luce violenta, che spiega le lenti colorate» illustra, per poi voltarsi e recuperare una redingote dal taglio raffinato che indossa con cura.
«Non farete colazione?» si informa Cyril, osservandolo ormai quasi pronto a uscire.
«Non qui, Cyril. Se devo attirare l'attenzione delle persone giuste tanto vale che inizi dal principio» annuncia, afferrando il bastone. «Pertanto farò colazione in uno dei cafè più in vista della città, che per la cronaca pare sia anche il più costoso. Ma, che vuoi, non sono miei i soldi, perché quindi dovrei preoccuparmi di scialacquarli, se è per un'ottima causa?» chiede allegro e pronto a sgambettare per le vie di Londra.
Cyril sospira e scuote la testa, ma in questo caso non sembra in grado di trattenere un piccolo sorriso divertito. «Desiderate che vi accompagni, signore?».
«Più tardi, mio Cyril. Dopo colazione tornerò a casa e andremo a farci notare alle corse dei cavalli. Attività nella quale sembra che questi britannici eccellano: buttare al vento soldi puntando sui cavalli, intendo» chiosa, strappando una risatina a Cyril.
È estremamente spossante la vita mondana, in particolare se ci si deve impegnare a essere sempre al centro dell'attenzione. Bene inteso, Arsène Lupin è molto portato nella complessa arte di rendersi noto, o per meglio dire, famigerato. Di norma, tuttavia, è la sua idea (più o meno astratta) a essere nota, e quella la considera fama accettabile, persino auspicabile. Ciò che sta cercando di fare ora è tutt'altra questione: attirare l'attenzione del pubblico su di sé, sul sé fisico, reale, è sfiancante e ha diversi lati negativi; uno fra tutti è quello di trovare enormi difficoltà a sganciarsi dai crocchi di persone che ricercano la sua compagnia a ogni costo. Perbacco: deve pur farsi notare dal segretario ricattatore, non certo mettere in piedi un seminario sulle sue molteplici qualità, che diamine. È già passata la mezzanotte quando, finalmente, gli riesce di rimettere piede in casa propria, barricandosi dietro la porta accuratamente chiusa con il chiavistello. Sospira, stremato, e si fa largo per il salotto, fino al sofà sul quale si lascia ricadere scomposto e con un piccolo gemito di piacere.
«Giornata pesante, signore?» lo riporta alla realtà la voce ironica di Cyril.
«Non immagini quanto. T'assicuro che preferirei mille volte essere inseguito per tutta la Francia dalla Sûreté al completo piuttosto che ripetere l'esperienza di oggi. Per mia disgrazia è proprio ciò che sarò obbligato a fare» mormora senza aprire gli occhi.
Annuisce, comprensivo. «È solo che non siete avvezzo a questo genere di attenzione» commenta pacato. Senza una parola di più di inginocchia ai suoi piedi e scioglie i lacci delle scarpe.
Lupin sussulta, preso alla sprovvista. «Che fai?» ansima confuso.
«Vi tolgo le scarpe. In questo modo vi assicuro che vi sentirete molto meglio».
«Oh... Grazie» soffia, riappoggiando la testa sul morbido cuscino.
«Non c'è di che, signore». Messe da parte le calzature, raccoglie da terra il bastone perso durante il tragitto per guadagnare la morbida promessa del sofà e torna accanto al padrone, osservandolo con attenzione. «Vi piacerebbe qualche cosa di caldo da bere?» propone, alla ricerca di un modo per fargli cosa gradita.
Si mordicchia un labbro, indeciso. «Pensi si possa avere una cioccolata?» tenta.
Cyril sorride, divertito da quel particolare che non sembra voler lasciare il giovane uomo, nonostante il tempo che passa e le esperienze vissute. È goloso, soprattutto di cioccolato. «Certo. Vado subito a prepararvene un po'» assicura, dileguandosi e lasciandolo al suo riposo.
Quando fa ritorno in salotto lo ritrova tuttavia assopito e rimane alcuni minuti in piedi poco distante, indeciso. Si accosta, in silenzio, poggiando il vassoio su un tavolino a fianco del divano, e sembra essere sufficiente quel lieve suono per ridestare il padrone.
«Cyril?».
«Sì, signore. Vi chiedo scusa, non era mia intenzione disturbarvi» ammette contrito.
«Non importa. Ho il sonno leggero, non è colpa tua». Il suo naso freme, interessato. Solleva la testa e si guarda attorno. «È profumo di cioccolato quello che sento?».
«Lo è. Vi ho portato la cioccolata calda che mi avete chiesto».
Mentre Arsène Lupin si serve una generosa tazza di cioccolata, Cyril decide di sedersi su una seggiola non lontana dal sofà. «Signore, se non sono indiscreto, vorreste parlarmi di ciò che vi è accaduto quest'oggi?».
«Perché no? Vediamo un po': dopo la colazione al cafè e l'ippodromo, mi sono fermato a un circolo i cui associati pare si occupino di falconeria, o per lo meno della sua idea, poiché non mi è parso fossero particolarmente propensi a faticare per addestrare falchi da preda. In seguito sono stato invitato a pranzo da un tale sir Hector Bloomingtale nel suo appartamento in città (perché ha ovviamente appartamenti anche fuori città, per non menzionare quelli oltremanica, eccetera, eccetera). Lì ho conosciuto la graziosa nipote di sir Hector, lady Mathilde: deliziosa fanciulla, con occhi grandi e blu, e labbra del colore delle pesche mature, e...». Viene interrotto da un discreto schiarirsi di voce del suo cameriere personale, e si imbroncia. «Oh, ma insomma, una volta tanto che posso pensare a cose amene! Sei proprio crudele» si lamenta. Lancia un'occhiata all'espressione divertita sul viso di Cyril e scuote la testa, sconsolato. «Bene, d'accordo, hai vinto tu. Torniamo alle questioni importanti. Dopo pranzo sir Hector mi ha trascinato nell'orribile salotto di una sedicente maga, sostenendo fosse molto famosa fra i nobili della città. Inutile sottolineare quale pessima impressione ne abbia tratto. Ma ho finto condiscendenza e comprensione, e per mia fortuna sono stato raccolto sull'orlo del baratro della noia da una gentilissima dama, lady Arabelle Prescott, moglie del famoso banchiere, fra l'altro. Sai, bisogna coltivare certe conoscenze, tornano comodo quando meno te lo aspetti. Dicevo? Ah, sì, lady Arabelle è una donna molto intelligente e dai modi schietti che catturano immediatamente le simpatie di chiunque. Così è accaduto che in compagnia sua e di una sua amica intima sono stato condotto (mi malgrado, bada bene) in un altro salotto. Niente maghe, in questo caso, ringraziando il cielo, ma solo alcuni poeti principianti che giudicherei comunque di un discreto talento artistico. Probabilmente non vedranno mai il becco di un quattrino grazie ai loro versi, ma l'essenziale è che intrattengano le dame, n'est-ce pas? Oui, bene; da lì, non ho ben chiara la dinamica dei fatti, ma in sostanza sono finito a teatro, scortato da due coppie, i coniugi Barckeley (lui è un armatore) e i coniugi Riley-Scott (lei, Louise, fa la scrittrice di romanzi rosa, lui invece è un broker alla borsa). In seguito c'è stata la cena, cui ho avuto l'obbligo morale di presenziare per non dover lasciare sole lady Sophia Delrose e lady Priscilla McDugalle le quali, disgraziatamente, si sono ritrovate abbandonate a loro stesse dopo che i rispettivi coniugi sono dovuti tornare ai loro precedenti obblighi. Al tavolo cui sono stato scortato erano presenti anche quattro segretari, ma nessuno dei quattro era il nostro uomo, purtroppo. Non dubito tuttavia che la voce si spargerà e presto potrò fare la conoscenza anche di sir Dominick Ashley-Cooper» conclude, ributtandosi scompostamente sul divano e cercando di levarsi dalla testa il pensiero di dover affrontare il giorno seguente e le sue probabili insidie.
Sono trascorsi altri due giorni; due lunghissimi, sfiancanti, orribili giorni senza un solo minuto di pace e tempo per stare da soli con sé stessi. Il terzo giorno, con i nervi che minacciano di saltare per l'eccessiva pressione sociale, ha saggiamente deciso di portare con sé Cyril, nella speranza che possa aiutarlo, o per lo meno impedirgli di strapparsi i capelli e mettersi a gridare di frustrazione nel bel mezzo dell'ennesima cena in alta società. Per fortuna porta ancora quegli utili occhiali dalle lenti ambrate, così che nessuno è in grado di notare i suoi occhi iniettati di sangue che fissano l'ennesimo sir Vattelappesca che lo abborda nel momento meno indicato e cercano il modo più pulito per privarlo del soffio vitale.
«Cyril» sibila in tono basso e alterato in un dato momento della sera che volge ormai a notte.
L'interpellato, che si è tenuto sempre a ragionevole distanza ma in disparte per non finire inavvertitamente invischiato in certi intrallazzi, si accosta con prudenza avendo notato che qualche cosa non va. «Sì, signore?».
Arsène Lupin sta per voltarsi e parlare al suo cameriere personale, ma all'ultimo secondo sir Jonas Barker, il direttore di una multinazionale del tabacco con quattordici filiali sparse per il globo, gli si fa vicino e lo prende per il gomito, trascinandolo incontro a un piccolo gruppetto di altri uomini, tutti più o meno della sua risma, occupati a discorrere di tassi d'interesse e di importazioni. Cyril, devotamente, lo segue standogli alle calcagna, nemmeno troppo segretamente angosciato dalla rigidezza della sua camminata. Inaspettatamente, pochi secondi dopo essersi fermato alle sue spalle ed essersi dato una veloce occhiata attorno per giudicare le sue probabilità di riuscire ad allontanarlo senza destare sospetti, si ritrova fra le mani un minuscolo pezzetto di carta stropicciato e appallottolato. Cruccia le sopracciglia, incerto sulla sua provenienza, ma dopo averlo accuratamente svolto, vi ritrova poche parole scritte a matita dalla mani del suo padrone, e suddette parole sono: "Diversivo. 4 minuti da ora. Tagliamo la corda. L.". Messaggio che lo manda per lunghi istanti in deliquio. Questo prima di notare le linee tremolanti che formano quelle poche parole. A quel punto assottiglia le labbra e si prepara all'allarme generale e al caos che seguirà la loro fuga.
Sposta gli occhi sulla pendola al centro della parete stretta in fondo al salone e non li distoglie che a pochi secondi dallo scadere dei famosi quattro minuti. In quel momento li riporta sulle spalle del padrone giusto in tempo per notare di sfuggita l'ombra di un oggetto di piccole dimensioni che schizza via dal gruppetto di uomini e raggiunge rapido, rotolando lungo il pavimento lucidato a specchio, una parete quasi sgombra di esemplari umani accanto alla finestra che dà sul giardino. Poco dopo da quello stesso punto inizia a levarsi una nube fumosa. Allora spalanca gli occhi e comprende. Prende una grossa boccata d'aria, serra gli occhi per un attimo interminabile, poi grida con tutto il fiato che ha nei polmoni: «Al fuoco!».
Da quel momento in poi è il panico generale, e a nessuno viene in mente di guardare né dove stiano andando loro due, né tantomeno da dove venga il fumo, ovvero da un piccolo aggeggio (comunemente definito dispositivo fumogeno) tondeggiante e metallico che non emette fuoco, quanto piuttosto si limita a spargere fumo grigio tutto attorno. Nel mentre loro due corrono come lepri, nemmeno avessero alle calcagna tutta quanta Scotland Yard, fino a quando riescono a raggiungere il lato opposto dell'isolato che per loro fortuna è frequentato da gente comune, di cui nessuno interessato a dare retta a due damerini vestiti da dandy e intenti a darsela a gambe levate lungo le strade umide e un po' fangose della città.
Solo dopo aver attraversato un altro isolato Arsène Lupin si decide a rallentare, fino a fermarsi a un incrocio, con un lieve fiatone ma, stranamente, un largo sorriso soddisfatto dipinto in volto. Si volta e attende con pazienza che Cyril lo raggiunga, dato che è rimasto un po' indietro, e quando lo vede finalmente arrivare da lui non esita a far sfoggio di tutta la sua esuberante allegria.
«Hai visto, mio Cyril? Oh, è stato uno spettacolo magnifico, n'est-ce pas?» trilla tutto felice e orgoglioso della sua bravata.
«Sì» rantola a stento il povero Cyril. «Ma temo che fra qualche momento dovrete trascinarmi a casa, perché stramazzerò a terra stroncato da un infarto» borbotta tra un ansito e l'altro.
«Oh, suvvia, come sei melodrammatico. Per così poco» minimizza, dandogli gentili buffetti sulle spalle piegate. «Chiameremo una carrozza di piazza, d'accordo?» tenta di consolarlo.
Come prima ricompensa al suo pensiero riceve uno sbuffo. «Non mi avevate accennato che avevate intenzione di partecipare agli inviti di società portando con voi fumogeni, oltre al vostro cameriere personale» lamenta, un filo irritato.
«Possono sempre far comodo» si difende Lupin.
«Come le conoscenze».
Rotea gli occhi. «Non ti facevo così piantagrane. E comunque il mio piccolo scherzo innocente è stato molto utile; ci ha permesso di svignarcela senza dar conto a nessuno» fa notare caparbio.
Questa volta tutto ciò che ottiene è un mugolio poco convinto e nessun commento, cosa che lo fa ammutolire a sua volta, scornato. Ora scuro in volto riprende a muoversi per strada, in questo caso a passo lento e indolente, fatto che comunque lascia un po' di respiro a Cyril che è costretto a seguirlo nel suo peregrinare senza un'ovvia meta.
«Signore» si azzarda a rompere il silenzio Cyril dopo lunghi minuti trascorsi a passeggiare nel silenzio più tetro.
«Stiamo raggiungendo la strada parallela dove potremo trovare una carrozza che ci riconduca a casa» spiega Lupin, in tono forse un po' troppo brusco e scontroso.
«Capisco» replica in un bisbiglio appena udibile. Solleva gli occhi che un attimo prima erano concentrati sui propri piedi che avanzano sul lastricato umido e li sofferma sulla schiena dell'uomo che gli cammina di fronte. «Signore» ritenta tentennando, incerto se il padrone lo stia effettivamente ascoltando. Rassicurato da un grugnito di risposta si decide a dar seguito ai propri pensieri. «Vi domando perdono, signore. Non era mia intenzione rattristarvi» prova a spiegare con un poco di impaccio.
«Lo so» borbotta Lupin, ingobbendo le spalle. «Sono solo stressato. Quella dannata canaglia di segretario non si è ancora visto in giro e ho l'impressione di perdere il mio tempo senza ottenere alcun risultato» ringhia frustrato.
«Credo dovreste prendervi una pausa. Magari anche solo un giorno» fa notare con cautela.
«E se comparisse proprio mentre me ne sto a casa con i piedi in aria? Sarebbe una bella fregatura!» protesta.
«Se anche dovesse comparire proprio allora, voi siete comunque già sulla bocca di tutti quelli con cui potrebbe avere a che fare. Non è così necessario che vi incontriate di persona, perché sia tentato di invitarvi a una delle sue serate» gli fa presente ragionevole.
Lupin si ferma di botto nel bel mezzo del suo peregrinare e per un soffio Cyril non gli piomba addosso. «Ma sicuro!» esclama, voltandosi di colpo verso il suo cameriere con un nuovo sorriso sulle labbra. «Imbecille che sono. Hai ragione! Lui vorrà conoscermi, ormai, e lo desidererà a maggior ragione se non riuscirà a incontrarmi alla prima occasione disponibile» esulta lieto. Poi, con un improvviso slancio imprevisto, si getta su Cyril e lo abbraccia, ritrovandosi a stringere uno allocco imbalsamato e costernato. «Oh, grazie, mio Cyril! Se non ci fossi tu!».
Cyril a quel punto desidererebbe sprofondare sotto tre metri di terra, soprattutto in considerazione del fatto che i passanti si sono voltati più o meno tutti alla prima esclamazione del suo padrone e ora li stano fissando chi con divertimento, chi con contrarietà, ma comunque tutti un po' troppo interessati agli affari loro.
