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Prima di cena il suo coinquilino si è rincantucciato in un angolo del salotto e, con una certa sorpresa e molta soddisfazione da parte di John Watson, ha iniziato a mettere ordine nei suoi articoli e appunti, catalogandoli con gran perizia e pignoleria per aggiornare i suoi schedari. Poi la signora Hudson li ha chiamati in sala da pranzo per servire loro dell'ottimo agnello accompagnato con le verdure stufate e, incredibilmente, Holmes ha perfino trovato del tempo per commentare positivamente la qualità della cena. Sbalordito, il dottore lo ha poi seguito di nuovo in salotto, osservandolo tornare con accanimento al precedente compito di schedatura. Poiché è relativamente presto e non è troppo stanco, ha quindi deciso di rimanere e fargli compagnia mentre prova ad approfondire un articolo che tratta di chirurgia post-traumatica. La serata d'altra parte è piuttosto dolce, tant'è vero che nonostante l'autunno molto avanzato non v'è né l'aria pungente né la fastidiosa umidità che di solito scoraggia a uscire a passeggio. E di fatti fuori, guardando dalla finestra, può notare molti più passanti del consueto, alcuni dei quali abbigliati in modo elegante, forse diretti a qualche piacevole ritrovo o attività mondana. Mentre osserva, durante una delle pause dalla lettura che pure risulta interessante e istruttiva, nota una piccola carrozza chiara fermarsi a pochi passi dal loro palazzo e solleva le sopracciglia, incuriosito, allungandosi appena un poco per tenere d'occhio ciò che accade di fuori.
Di fatto il conducente del veicolo, dopo aver accostato di fronte al numero precedente, scende da cassetta e si affretta ad aprire lo sportello dal quale spunta uno stivaletto stringato a tacco alto, seguito dalla stoffa chiara di una lunga gonna. Una mano dal dorso parzialmente ricoperto dalla manica del vestito si posa in quella protesa del cocchiere, il quale porge aiuto alla dama che sta scendendo dal veicolo. A questa ne segue una seconda, più bassa e minuta, che sgambetta agile scendendo a piccoli balzelli senza bisogno di alcun sostegno; evidentemente si tratta di una ragazza nel fiore della sua giovinezza.
«Ma guarda un po'» mormora il dottore, seguendo con interesse la scena che si sta svolgendo sul marciapiedi sotto di loro.
Sherlock Holmes dardeggia lo sguardo sul viso dell'amico, prima di tornare al suo lavoro. «Aggiornatemi» chiede, divertito.
«Oh, si tratta di dame; due, per la precisione, e... Hum! Perbacco, vengono qui» soffia, sorpreso.
In effetti la più alta ha sollevato appena lo sguardo sulla loro entrata poi, attendendo che la compagna la raggiungesse, ha evidentemente congedato il cocchiere, il quale con un inchino profondo è tornato al suo lavoro, lasciando le due dame ai loro impegni. E quelle si sono dirette a piccoli, eleganti passi proprio verso la loro porta.
Holmes cruccia le sopracciglia, indeciso su come accogliere la notizia. Un nuovo impegno non sarebbe male, ma due donne non preannunciano granché d'interessante. «Staremo a vedere» commenta solo, riservandosi un giudizio solo dopo aver scoperto le carte.
Pochi minuti più tardi la signora Hudson sale ancora una volta le scale fino al loro appartamento e, dopo aver rispettosamente bussato, si affaccia e annuncia: «Avete visite, signori. Due donne vi richiedono». Si permette perfino un sorrisetto saputo, facendo storcere il naso dell'investigatore.
«D'accordo, dite pure loro di salire» acconsente, seppur poco attratto dall'idea.
«Oh, suvvia Holmes, non fate quella faccia da funerale. Pensate positivo: magari questa volta è morto qualcuno» scherza il dottore.
«Che fate, mi prendete per il naso?» borbotta, indispettito dall'insolenza.
«Un po'» ammette, dubitando che due dame possano portar loro notizie di qualche omicidio.
Poco dopo possono udire il suono dei tacchi lungo la scalinata e presto la porta si apre per far passare le nuove visitatrici. Dalla finestra non ha avuto modo di notarlo, ma ora Watson può vedere con chiarezza quanto effettivamente una delle due donne sia molto più alta dell'altra, e non solo perché la più giovane è minuta. Osservandola con un certo stupore ha la sensazione che riesca perfino a superare in statura il suo coinquilino. Ma forse ciò è dovuto ai tacchi e al cappello, che slanciano una figura comunque già di per sé notevole.
«Benvenute» si fa avanti, anche perché se aspetta che lo faccia l'amico dovrà con ogni probabilità attendere in eterno. «Prego, accomodatevi».
«Molte grazie» replica l'ospite più anziana, quasi in un mormorio.
Holmes è più silenzioso del solito, si rende a un tratto conto il dottore, e voltando lo sguardo nota anche che la sua espressione è ancora crucciata, e molto più di quanto non fosse prima dell'entrata delle loro ospiti. Non riesce però a immaginarne il motivo, e sgrana gli occhi quando vede quelli di Holmes assottigliarsi in un'espressione che crede di riconoscere come sospettosa.
«Holmes? Che cosa succede?» domanda, confuso.
L'interpellato si fa avanti, avvicinandosi alle signore più di quanto sia ritenuto socialmente lecito e appropriato. La donna alta piega il capo di lato con un gesto aggraziato e spalanca appena gli occhi, parzialmente in ombra sotto il cappello a larghe falde. Lo stesso fa Holmes, ma i suoi si sgranano con maggior vigore e Watson lo sente trarre un brusco respiro.
«Per la miseria!» esclama, a quanto pare sopraffatto dallo sbigottimento.
Poi, sotto lo sguardo attonito del dottore, annulla a grandi passi la già scarsa distanza che lo separava dalla dama e le afferra con forza le spalle, poi senza fermarsi trascina con impeto la sua preda contro l'uscio richiuso, facendovi cozzare contro la schiena della donna.
«Che diamine fate, Holmes?» esclama Watson, sconvolto.
«Ah, non immaginavo foste una tale testa calda, Monsieur» commenta la donna, ridacchiando nonostante sia ancora inchiodata alla porta. Solleva il capo sul quale il cappello ora pende un poco storto, fissando l'investigatore diritto negli occhi, e un ghigno si apre sul suo volto all'apparenza delicato e roseo. «Un vero bruto, n'est-ce pas?».
Il dottor Watson spalanca la bocca in un grido muto nel momento in cui riconosce il tono e la voce per quello che sono: Arsène Lupin. «Buon Dio, non ci credo» soffia, confuso e turbato.
Holmes finalmente lascia andare le spalle dell'altro, ma solo per precipitarsi allo scrittoio e recuperare il revolver. Lo punta in fretta sull'indesiderato visitatore, ma questi, capita l'antifona, si è già scansato; il proiettile trapassa solo il cappello che vola all'aria poiché Lupin si è abbassato con prontezza flettendo le ginocchia.
«Ohi, attento a dove puntate quell'arnese, perdinci! Stavate per colpirmi» protesta, acchiappando al volo la ragazza che ha condotto con sé e sospingendola fuori dalla porta che ha spalancato nel frattempo.
«Tanto meglio!» ringhia Holmes, a quanto pari fuori di sé. «Un problema in meno in questo mondo folle» sentenzia, seguendo con il mirino dell'arma gli spostamenti repentini del francese che, nonostante le vesti ingombranti e affatto comode, si muove per la stanza con notevole agilità. «Fermatevi, e crepate da uomo» ordina. Frase abbastanza fuori luogo, a parere di Watson, considerando che al momento il suo destinatario è vestito di tutto punto da donna.
«Fossi matto! Ci si vede più tardi» avvisa, prima di lanciarsi oltre lo specchio della porta e scendere a lunghe falcate le scale.
Un altro paio di spari andati a vuoto riecheggiano nell'aria e rovinano la parete già in cattivo stato. Watson, esasperato da quell'assurdo teatrino, raggiunge a passo deciso Holmes e gli strappa il revolver di mano, sospirando stremato.
«Per l'amor di Dio, piantatela! Prima o poi attirerete la sgradita attenzione di qualche guardia di notte» borbotta, ributtando l'arma nel cassetto dello scrittoio.
Holmes lo fissa con sguardo truce, ma infine decide di sedersi in poltrona, sbuffando forte e strofinandosi gli occhi con i polpastrelli. «Finirà col farmi diventare pazzo, quel maledetto Lupin» lamenta.
Watson rotea gli occhi, annoiato. «Sì, beh, era comunque piuttosto convincente, non trovate?».
«Non una sola altra parola sull'argomento, o vi giuro che trasferisco seduta stante il mio laboratorio nella vostra camera da letto» minaccia seccato.
Il dottore sorride, divertito, poi fa segno di cucirsi la bocca e tutto torna un minimo gestibile.
Nell'accogliente cucina della signora Hudson sono ora accomodate le due, una delle quali piuttosto che dama è un noto furfante parigino di nome Arsène Lupin, al momento preso nell'occupazione di sorbire a piccoli e graziosi sorsi il suo caffè nero, con la schiena diritta come un fuso, il piattino poggiato sul palmo di una mano e l'altra occupata a sorreggere la delicata tazzina. Il cappello, in seguito alla turbolenta avventura al piano superiore, è ora gravemente adagiato su di un lato della spalliera della sedia, più morto che vivo ma comunque deciso a resistere agli strali del destino. Il ladro francese è incipriato di tutto punto, facendo bella mostra di gote appena spruzzate di rosa pallido e labbra del colore delle pesche mature, le ciglia lunghe ripiegate ad arte in un arco perfetto che tende al cielo, i capelli raccolti in una crocchia ben composta che neppure la fuga precipitosa ha potuto scomporre di un solo ciuffo e il collo fasciato nell'alto e ricamato colletto del vestito.
Caitlin, seduta di fronte a lui, lo sta fissando mentre ingolla del tè bollente, agitandosi un poco nervosa sulla seggiola che la ospita e cercando come può di imitare le aggraziate movenze del suo tutore.
«Sapete, ho l'impressione che nel confronto fra voi e io siate mille volte più femminile voi».
Lupin prova con un certo successo ad affogarsi nel suo caffè, poi tossisce in maniera convulsa e, tenendosi una mano sul petto, solleva sulla ragazza un'occhiataccia assassina.
«Vuoi uccidermi anche tu, per caso? Dillo subito, così mi ci preparo» borbotta stizzito.
Caitlin arrossisce per l'imbarazzo. «Scusate, ho parlato a sproposito». Si perde nei meandri delle foglie di tè fradice sul fondo della propria tazza, pensierosa. «Non credete, magari, che abbiamo fatto male a venir qui così? Voglio dire, non sembrava molto contento di noi» tentenna.
«Oh, fosse per quello non so davvero se esista occasione che possa vederlo davvero contento, ma petite. Ma in fin dei conti dovrà proprio scendere a patti con la situazione, poiché il guaio è più suo che mio, e io tutto sommato sto ancora lavorando a suo beneficio senza che me ne venga in tasca un bel niente, a parte un poco di apprezzabile divertimento, s'intende».
«Ma forse era meglio se venivamo con altri mezzi» contesta, desiderando scavare nel fulcro principale della questione.
«Il problema, qui, sono io, cosa credi? Ma sta fresco se pensa che mi faccia vedere di fronte alla porta di casa sua in veste personale. Ammetto che questa mise è stata un poco un azzardo, ma di', in quanti pensi potrebbero decidere di indagare sotto le gonnelle di due dame? E chi credi penserebbe che dietro il mio cappellino con le piume ci sia il sottoscritto?».
«Oh, per quello proprio nessuno. Avete visto quel dottore, come ci spiava tutto interessato? A lui non è mica venuto per niente in mente che fossimo voi e io».
Lupin annuisce convinto. «Proprio così, bambina mia. E lo stesso discorso vale per tutti i guardoni appostati là fuori».
«E pensate che si deciderà a scoprire perché gli siam capitati tra capo e collo questa sera?» s'informa incuriosita e suo malgrado eccitata dall'avventura.
Lui sorride sornione. «Puoi contarci, ma petite, soprattutto dopo aver scoperto che siamo ancora accampati nel suo palazzo. Scommetto che si sta chiedendo che diamine mi sia venuto in mente. Tra poco gli andrà il cervello in ebollizione, da' retta a me».
Lei lo sogguarda scettica e scrolla le spalle, augurandosi che si spicci, l'investigatore, se proprio deve raggiungerli e farsi quattro chiacchiere con il suo tutore, ché inizia a essere stanca, dopo essere stata a zonzo per la città per tutta la giornata o quasi.
Bussano di nuovo. Watson guarda dapprima la porta, poi il suo coinquilino, e ancora la porta. «Vado a vedere che altro succede» annuncia, dato che l'amico non s'è mosso di un palmo né ha dato segno di voler scoprire chi li stia cercando questa volta.
Dietro l'uscio c'è la signora Hudson, di nuovo e per l'ennesima volta in quella lunga giornata. Ha per l'occasione un cipiglio un poco seccato e in parte frustrato.
«Dite pure, signora Hudson. Cosa è accaduto questa volta?» si informa il dottore, con fare gentile.
«Le vostre visitatrici, perché voi lo sappiate, sono ancora qui. In questo momento si trovano nella mia cucina. Non so quale sia il vostro problema, ma dato che vorrei appartarmi per la notte, gradirei che lo risolveste entro breve» si lamenta con espressione arcigna.
Watson abbozza un sorriso tremolante e con un certo disagio e un senso di disastro incombente si volta per cercare la figura di Holmes. Detta figura è ancora ferma in poltrona a fissare il nulla, si direbbe, se non che il suo sguardo promette funeste conseguenze a chiunque intenda mettersi sulla sua strada.
«Dovremmo proprio togliere dai pasticci la nostra padrona di casa, Holmes» si azzarda a interloquire il dottore.
Holmes, con un movimento brusco, si rimette in piedi, diretto verso la porta. La signora Hudson trasale e si scansa con prontezza, mentre il dottor Watson decide, con lodevole sprezzo del pericolo, di seguire l'amico, se non altro per provare a impedire che si saltino alla gola a vicenda. A passi rapidi l'investigatore scende le scale e quasi si avventa sulla porta d'entrata all'appartamento della signora Hudson. Dopo una rapida ispezione dei locali a portata di mano finalmente ritrova le tracce degli ospiti clandestini proprio dove aveva annunciato la padrona di casa, ovvero accomodati al tavolo della cucina, ancora presi nell'occupazione di riscaldarsi le budella con del tè e del caffè.
«Salite. Ora» ringhia Holmes all'indirizzo di Lupin e Caitlin, e senza attendere reazioni volta loro la schiena e torna sui suoi passi diretto al proprio appartamento.
Prima di fare altrettanto, lieto e commosso del mancato spargimento di sangue, il dottor Watson può scorgere Lupin ancora perfettamente agghindato da elegante dama dell'alta società e cogliere il suo fugace sorriso vittorioso. Sospira e scuote la testa, già prevedendo il tenore del resto di quella disgraziata serata che sembrava essere cominciata così bene, dopo tutto.
