Stravaganti idee

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Quando Arsène Lupin varca la soglia dell'appartamento di Sherlock Holmes quest'ultimo prende a fissarlo con insistenza e con un cipiglio che ne denota la scarsa pazienza e fa sembrare l'altro una sorta bestia rara e per buona misura immonda. Ciò non di meno il ladro francese non dà cenno di sentirsene turbato, al contrario appare del tutto tranquillo e privo di qualsiasi animosità, nonostante i fatti accaduti nemmeno un'ora prima proprio in quello stesso salotto nel quale sosta immobile, ancora in piedi accanto alla ragazza che lo accompagna, dato che nessuno li ha invitati ad accomodarsi in qualsivoglia seduta più o meno confortevole.

«A che scopo siete qui?» decide di rompere il silenzio l'investigatore, quasi ringhiando la sua domanda.

«La richiesta non è pertinente. Se sono qui è per fornirvi la mia collaborazione nel vostro caso, Monsieur» replica in tono annoiato.

Le narici dell'investigatore fremono, e il dottor Watson sta progettando di emigrare in Svizzera per i prossimi mesi. Poi Holmes sospira, apparendo stremato. «Qual è il motivo della vostra odierna visita?» riformula con tutta la calma che è in grado di racimolare.

Lupin sfoggia un repentino sorriso e annuisce. «Mostrarvi alcuni dettagli e farvi una richiesta» annuncia, voltandosi poi a ricercare con lo sguardo la sua giovane accompagnatrice. «Caitlin, ma petite, potresti gentilmente recuperarmi quei documenti?».

La ragazza non si sofferma a riflettere. Sgancia il fermaglio che chiude la borsa che porta con sé e ne estrae alcuni fogli ripiegati che porge al tutore. «Voilà!» esclama felice.

Un altro sorriso, più gioioso questa volta, destinato unicamente a Caitlin. «Merci». Solo quando torna a dare attenzione all'investigatore sembra rammentarsi di essere ancora in piedi in mezzo al salotto. «Vi dispiace se mi siedo al vostro scrittoio?» chiede. Come d'abitudine manca di attendere una replica e si reca direttamente alla sedia di fronte allo scrittoio, sul quale poggia le sue carte, invitando il suo ospite e raggiungerlo. Mentre lo attende dispiega alcuni fogli e nel momento in cui l'investigatore lo affianca allunga uno di essi verso di lui, mostrandoglielo.

Holmes lo osserva con un'occhiata breve e intensa che presto tramuta in una sbalordita. «Questo è ciò che penso sia?».

«Probabile, Monsieur» conferma Lupin.

Scuote la testa. «Non desidero affatto conoscere nel dettaglio di come ne siete venuto in possesso. Ho scoperto, da che vi ho fra i piedi, che esistono casi in cui l'ignoranza è più salutare» afferma, risoluto a non prestare occhio al sorrisetto divertito dell'altro. «Per quale ragione mi state mostrando questa riproduzione di una cassaforte di sir Dominick?».

«Ve ne sono altre, alcune ne mostrano gli interni. Il motivo per il quale le ho portate da voi è semplice, da un lato».

«Davvero? E da quale lato lo sarebbe?» indaga Holmes, sospettoso ma anche in parte divertito.

Lupin inarca le sopracciglia, si leva il cappellino piumato e posandolo sulla testa di Holmes prende finalmente posto sulla sedia, scegliendo con cura nel mucchio e mettendo in mostra i disegni che raffigurano la parte interna della cassaforte. «Osservate, Monsieur; vedete? Da queste riproduzioni non si nota con troppa precisione, com'è del resto ovvio aspettarsi, ma questo aggeggio ha dimensioni notevoli, meglio sarebbe definirle improbabili. Voi a cosa pensate possa servirgli disporre di tanto spazio?».

«Avevamo già stabilito, mi sembra, che il soggetto avesse un numero apprezzabile di creditori, per così dire».

«Oui, c'est vrai. Ma neppure se avesse accumulato le lettere d'amore di tutta Europa avrebbe bisogno di qualcosa di simile. Questa, Monsieur, non è una semplice cassaforte, è una camera blindata».

«Cosa?» soffoca Holmes. «Non è possibile, dove la terrebbe?».

«Ah, oui, questo è un bel problema, n'est-ce pas? Ci ho pensato, vous savez, e pensandoci ho scordato di dormire» ammette, tamburellando le dita sulla superficie liscia del tavolo. «Di certo all'interno della villa, per quanto grande possa mai essere, non ci può trovare posto qualcosa del genere. Le altre due casseforti sono molto petites, da muro, servono a poco se non a qualche oggetto di uso quotidiano, magari del semplice denaro contante da prelevare le matin, vous savez. Ma questa è un gran cruccio, Monsieur; è pur vero che vi è una cantina, al di sotto della villa, ma è troppo piccola, ci tiene i vini per lo più, e certo non v'è altro spazio idoneo. Allora… Allora… mi ci sono ben arrovellato, tanto che il caffè m'è quasi venuto a noia (regrettable!). E poi, voilà!» schiocca le dita nell'aria, ma non compare nulla, idee comprese. Eppure le sue labbra ora sono arricciate in un sorriso soddisfatto.

«Dunque? Le vostre conclusioni quali sarebbero?» sbotta Holmes, seccato da tanto temporeggiare.

«Ah, Monsieur, quel mauvaise humeur. Bon, Caitlin e io, ben bene abbigliati da grande soirée, ci siamo fatti un lungo e interessantissimo giro nei dintorni dell'abitazione del vostro segretario. Et savez-vous che cosa abbiamo scoperto?» domanda retorico.

Invece di attendere una replica o proseguire a voce con le spiegazioni estrare dal mucchio di scartoffie un piccolo plico di fogli piegati a metà e li apre posandoli sotto il naso dell'investigatore. Sulla carta altre mappe, con la differenza che queste raffigurano reti che si trovano nel sottosuolo, alcune delle quali si allargano in ampi locali per lo più in disuso, che in tempi più remoti avevano utilità andate via via perdute.

Holmes li fissa mentre i suoi occhi divengono sempre più grandi. «Che… maledetto» sibila, vibrando di indignazione.

Lupin annuisce con fare comprensivo. «Da noi in Francia si usa dire salaud, che significa…».

«Sì, grazie: so cosa significa» borbotta con un certo imbarazzo.

Un sorrisetto sfacciato fa la sua repentina apparizione sulle labbra del ladro francese, così come presto svanisce. «J'aime beaucoup les gens savantes» commenta.

«Dunque» soffia Holmes, umettandosi le labbra «la vostra presenza di domani alla festa del segretario non sembra più necessaria» considera.

«Oh, no! Au contraire, Monsieur. Servirà egregiamente per sviare i sospetti del padrone di casa, mentre la sua camera blindata viene svuotata. Temo che occorrerà parecchio tempo, viste le dimensioni».

L'investigatore lo osserva con una certa curiosità. «Pensavo aveste desiderio di essere personalmente sul posto e assistere alle operazioni. Dalle carte in vostro possesso si può dedurre che il luogo non sia a portata di mano: se voi sarete nella villa, è logico supporre non possiate al contempo essere nella camera blindata».

Lupin scrolla le spalle, apparendo quasi disinteressato alla faccenda. «L'invito del segretario Ashley-Cooper dice che il ricevimento avrà inizio intorno alle nove, ufficialmente, e che gli invitati, in base alle sue esperienze, inizieranno a presentarsi a partire dalle sette. Et bien, secondo le indagini fatte sulle sue abitudini, e dati gli impegni per il giorno successivo, diserterà per certo l'ufficio e con buona probabilità avrà già dato disposizioni perché i suoi affari vengano curati durante la sua assenza, pertanto si prenderà gran parte della giornata per occuparsi dei preparativi sia per la serata che per il viaggio della mattina seguente. Per conto mio non ho viaggi in programma, e neppure l'organizzazione di feste, quindi occuperò una parte del pomeriggio a mettere il naso nei suoi affari, in modo particolare nella sua camera blindata (dove suppongo conservi gli affari più importanti e delicati). Fatto ciò, e poiché sono piuttosto fiducioso nelle capacità organizzative della mia piccola squadra, avrò il piacere di trascorrere il resto della serata alle costole del segretario» illustra, tutto preso dai suoi piani.

A Holmes, che ancora lo sta osservando, sfugge un lieve moto di riso. «Ditemi la verità, signor Lupin: siete innamorato della vostra voce?».

Lupin schiude le labbra per la sorpresa, poi scoppia a ridere e, non contento, getta fogli sparsi contro l'investigatore. «Che maldicenze andate dicendo, Monsieur?» protesta, o per lo meno ci prova, se solo riuscisse a tornare un minimo serio.

L'investigatore scuote la testa, sconsolato. «Spero almeno che non intendiate presentarvi alla villa di sir Dominick nelle vostre attuali vesti. Sarebbe piuttosto imbarazzante, temo».

«Oh, davvero? Imbarazzante, Monsieur Holmes, o indecente?».

«Entrambe».

Per alcuni dei minuti seguenti Holmes sembra occupato a studiare le carte portategli da Lupin ed evidentemente a rimuginare sul lavoro che andrà fatto l'indomani. Nel mentre Lupin, un gomito poggiato alla spalliera della sedia, rimbalza la propria attenzione dall'investigatore a Caitlin e al dottore che invece danno l'idea di essere nel pieno di un consulto. "Chissà mai quale può essere il soggetto del loro parlare fitto fitto" si chiede mentre la curiosità che gli è tipica monta e lo rode da dentro.

«Queste piante del sottosuolo ve le ha procurate quel vostro famoso amico di cui mi avete largamente parlato?» lo distrae dalla sua morbosa osservazione Holmes.

Crucciato, torna a dar retta all'investigatore e posando un momento gli occhi sulle carte scuote la testa. «Niente affatto. Quelle vengono direttamente dagli archivi comunali. Non avreste idea di quante cose interessanti si possono trovare in quegli uffici polverosi, se le si cerca con il metodo giusto» spiega, concludendo con un occhiolino.

Come di sovente succede, Holmes lo fissa di sbieco con aperto sospetto. «Se è lecito, in che modo avreste persuaso gli impiegati comunali a rifornirvi di tali documenti?».

E forse, considerato lo scintillio nello sguardo del francese, avrebbe di gran lunga fatto meglio a evitare una domanda simile. Di fatti il giovane uomo abbigliato da gran dama sfarfalla le ciglia con un'aria un poco civettuola, gli si fa più accosto e quasi sfiorando la curva del suo orecchio vi mormora dentro il suo piccolo, sordido segreto.

Holmes si scosta con un gesto brusco e lo fissa con un certo orrore e il viso in fiamme. «Voi... siete un demonio» sbotta costernato, facendo sghignazzare Lupin.

«Affatto, Monsieur. Io sono Arsène Lupin, per l'occasione al vostro servizio».

«Non me lo ricordate, per carità: l'errore più infame e grossolano della mia carriera» lamenta amareggiato.

«Oh, suvvia, non siate così abbattuto. Sapete, dovreste provare a fare ciò che spesso dico al mio Cyril».

«Ovvero?» chiede sospettoso.

«Trovare il modo per divertirvi di più. Voi prendete la vita per il verso sbagliato» offre, a suo modo accomodante.

«Immagino che il vostro modo lo riteniate migliore, non è vero?» rimbrotta con sarcasmo.

«La vita è un'avventura, e io ne sono il regista» commenta solo Lupin con un tono stranamente serio.

E davvero Holmes non ha la più pallida idea di cosa diamine stia blaterando. Sbuffa, frustrato. «Avete detto, al principio, che oltre a mostrarmi qualcosa, queste carte quindi, dovevate farmi una richiesta. Dunque, sentiamola».

«Ah, oui. Suppongo sappiate che non sono solito lavorare unicamente per la gloria. Certo, spesso e volentieri anche per quella, che è una gran bella ragione, vi assicuro. Tuttavia...».

«Spero non intendiate, con il vostro discorso, darmi a intendere che vorreste essere pagato».

Lupin ridacchia e sventola una mano in aria come a scacciare qualcosa. «Monsieur, con tutto il rispetto che posso nutrire per voi e il vostro lavoro, devo informarvi che sono troppo caro per le vostre finanze». Holmes si inalbera, pronto a ribattere, ma viene placato da un gesto bonario dell'altro. «Pace, Monsieur! Non sono qui per insultarvi. Intendevo semplicemente mettervi al corrente delle mie intenzioni».

L'investigatore cruccia la fronte. «Non state per nulla risultando rassicurante, perché voi lo sappiate» tiene a precisare.

«Bien, suppongo di no. E quindi verrò al punto. Fra una settimana esatta tornerò nella villa del vostro segretario al fine di alleggerirlo di alcuni preziosi e oggetti d'arte».

Holmes lo fissa attonito, schiude le labbra, scuote la testa, sospira. «Già che ci siete potete mandare un annuncio al Times». Impallidisce, mentre osserva il ladro soppesare la possibilità. «Non scherzate, vi prego».

«Dite che è eccessivo?».

«Voi siete eccessivo!» esclama costernato. Prende una lunga boccata di ossigeno e raggiunge quasi a tentoni una poltrona poco distante, sulla quale quasi si distende.

«Bon, niente giornali. Avete ragione, troppa pubblicità mi rovinerebbe il resto del soggiorno a Londra» concorda Lupin.

Holmes geme e decide di accendersi una sigaretta, nella speranza che la nicotina lo riconduca a un'idea della situazione più appropriata. «Perché, in nome del cielo, lo venite a dire a me?» sbotta infine.

«Oh, è molto semplice: per chiedervi un parere. Secondo voi è meglio se mando l'avviso a sir Dominick prima o dopo aver recuperato i documenti dalla sua camera blindata?».

Holmes tossisce del fumo andatogli di traverso e osserva la sigaretta chiedendosi se dentro non ci sia qualcosa di più forte del tabacco. «Non... Avete intenzione di avvertire anche lui?» soffia rauco.

«Certo che sì. Lo faccio sempre, quando visito personalità importanti» dichiara con semplicità.

Terminata la prima sigaretta se ne accende una seconda, e mentre si riempie i polmoni di fumo riflette, e nel farlo posa gli occhi in quelli di Lupin. «Le vostre vittime non prendono adeguate precauzioni dopo aver ricevuto il vostro avviso?».

«Oui, com'è normale e giusto che sia. Ma è proprio questo il bello, n'est-ce pas? Voglio dire: riuscireste a immaginare se, ignaro di tutto, mentre il padrone di casa dorme beato nel proprio letto sentisse dei rumori e mi scoprisse, come dicono i giudici, in flagranza di reato? Sarebbe piuttosto imbarazzante, per entrambi. Invece in questo modo tutti sono al corrente di quel che deve accadere e sono preparati a farsi sottrarre quel che c'è di buono in casa. E vi assicuro che sono sempre tanto gentili da aspettarmi alzati».

«Voi siete pazzo».

«Questo, mi pareva, lo avevamo già stabilito. Ma non mi avete ancora detto cosa ne pensate. Avanti, sono venuto appositamente per ascoltarvi».

Holmes chiude gli occhi, soffia via del fumo e pensa, impegnandosi a lasciare fuori dalla sua testa l'immagine irriverente del ladro francese. Infine, con un lieve cenno di assenso, riapre gli occhi e li dirige con calma sulla figura a stento riconoscibile di Lupin. «Prima. Se avete davvero intenzione di avvertirlo, fatelo prima di recuperare quel documento, che almeno sia utile a distogliere l'attenzione del segretario dai suoi piani imminenti per dirigerla su fatti che riguardano tutt'altro».

Lupin sorride, e nonostante il trucco per un momento sembra proprio lui, e il suo sguardo non dà adito ad alcun dubbio. «Merci» mormora, rialzandosi dalla sedia e recuperando le carte sparse sullo scrittoio e in parte sul pavimento ove sono state gettate qualche minuto prima. «Ora è il caso che mi congedi. Forse riuscirò perfino a trovare del tempo per dormire, nell'attesa che sorga il sole». Prima però zampetta con i suoi stivaletti alla moda fino all'investigatore e recupera il suo cappellino con le piume ancora posato sul capo di Holmes. «Un'ultima questione, Monsieur: se, mentre recupererò per voi quel documento, trovassi, per ipotesi, ulteriore documentazione potenzialmente compromettente e, diciamo, decidessi di consegnarvela assieme a quella destinata alla principessa, credete voi di sapere cosa farne?».

Per una volta l'investigatore si permette un breve sorriso. «Di questo, signor Lupin, non dovrete dubitarne affatto».

Dopo un breve cenno del capo, Lupin raggiunge Caitlin e insieme si apprestano a lasciare l'appartamento. «Aurevoir Monsieur. Docteur, bonne nuit». Tuttavia, prima di lasciare definitivamente l'appartamento del 221B, Lupin tentenna e ritorna sui suoi passi, accenna un lieve ghigno, infila una mano all'interno della corta giacchetta che gli ricopre le spalle e ne trae un orologio da taschino.

«Pardonnez-moi Monsieur Holmes. Credo che questo sia vostro. Invero, non ho la più pallida idea di come sia finito nelle mie tasche. Questi aggeggi fanno il bello e il cattivo tempo, vous savez. Ecco qui, prendete» sussurra con un'occhiata deliziata, posando l'orologio nel palmo dell'investigatore e facendo roteare il cappellino nell'altra mano. «Aurevoir, Messieurs. À bientôt!».

Lupin finalmente scompare oltre l'uscio, seguito da Caitlin. Watson non sa trattenersi ed emette un lieve risolino, ingoiandolo subito dopo all'occhiata truce del coinquilino.

«Un giorno, quando meno se lo aspetta, esigerò il conto» borbotta infastidito.

«Era solo uno scherzo innocente, amico mio» tenta di protestare Watson.

«Sì, e di certo si divertirà un mondo nel riproporlo a tutti i secondini» prevede Holmes.