La stella di Napoleone

?

Quando Cyril, ancora in attesa nel salone al piano terra, vede l'investigatore scendere a passo pensante le scale e uscire dalla porta di servizio con il volto scuro e sbattendo l'uscio, comprende che qualche cosa dev'essere accaduto e che non può trattarsi che di un'ennesima sciagura. Appurato ciò si affretta a percorrere all'inverso la strada presa dall'investigatore e sul corridoio del primo piano si trova di fronte alla porta spalancata che dà allo studio del suo padrone, ove il succitato è ancora fermo nel punto in cui lo ha lasciato l'investigatore dopo aver ricevuto il brusco benservito. Quel che è peggio è che l'espressione che ha in volto è perfino peggiore di quella che mostrava poco prima l'inglese. Con una grave sensazione che gli pesa sulla bocca dello stomaco, a passi lenti si avvicina all'uomo, affatto sicuro che egli si sia reso conto della nuova presenza né che possa essere gradita.

«Signore» mormora Cyril, trattenendosi a una distanza che ritiene ragionevolmente sicura. L'occhiata che riceve in cambio è vacua e serve all'unico scopo di aumentare il suo nervosismo. «Signore, cos'altro è accaduto?» insiste, cosciente di star commettendo un possibile errore, ma comunque deciso a ottenere qualche indicazione.

Questa volta Lupin lo fissa con cognizione di causa e le sue labbra si storcono in una smorfia di disappunto. «Diciamo che c'è stata una nuova evoluzione della situazione. Può darsi che le cose vadano in modo diverso da quanto preventivato, questo pomeriggio».

«Non credete dunque sarebbe più prudente rimandare il vostro progetto a un momento più tranquillo?» tenta Cyril.

Lupin scuote la testa, mandando in fumo le vane speranze del suo cameriere personale. «Questo non è possibile. Se questa sera mancassi di presentarmi, l'indomani sarebbe già tardi. Sir Dominick non rimanderebbe di certo la sua partenza senza un buon motivo, e quello lo devo creare io, oggi stesso. Non c'è altra alternativa».

«Ma se andasse male?» protesta Cyril.

Gli occhi grigi del suo padrone si sollevano, conficcandosi con grave decisione nei suoi. «Allora mi farai l'immenso favore di prendere con te Caitlin e di portarla a Parigi, più velocemente che potrai, poiché l'Inghilterra non sarà più abbastanza sicura né per te né per lei».

È da poco l'alba quando John Watson si ridesta con un sussulto, spalancando gli occhi e posandoli, costernato, sulla figura diritta e in piedi accanto al suo letto.

«Holmes... Che altro accade? Quando siete tornato, non vi ho udito ieri sera?» borbotta, ancora mezzo addormentato.

«Oggi, Watson. Erano da poco rintoccate le tre di notte» lo ragguaglia con voce atona. «Alzatevi, ora. Non c'è tempo da perdere».

Il dottore lo fissa con espressione incerta, a bocca aperta. «Perché? Cosa...?» tenta.

«Dopo, Watson. Ora vestitevi e preparatevi a uscire» taglia corto, lasciando in fretta la camera dell'amico senza ulteriori spiegazioni.

Si sofferma sulla porta lasciata aperta e sospira, esasperato da tutta quella storia e dal modo oscuro in cui viene gestita. Con un ultimo borbottio seccato si risolve a rimettersi in piedi e a darsi una lavata, prima di scendere per scoprire cos'altro è crollato sulle loro teste durante la notte sciagurata appena trascorsa.

Quando, ripulito e rivestito ma ancora molto assonnato, discende le scale fino al loro piccolo salotto, trova il coinquilino occupato a sbocconcellare una fetta di pane abbrustolito e a leggere il giornale. Ma alla sua entrata mette da parte entrambi i suoi passatempi e gli offre la sua completa attenzione.

«Vorreste spiegarmi, ora?».

Holmes risponde dapprima con una smorfia amara, poi con il riassunto epurato dei particolari più scabrosi della sua avventura notturna. Watson lo ascolta con attenzione, decidendo a un certo punto del racconto di doversi proprio sedere. Quindi, dalla sua poltrona, segue l'esposizione dei fatti che li hanno portati all'attuale situazione. Infine sospira.

«E ora, dunque, che cosa avete in mente di fare?» chiede, più per cortesia che per reale necessità, avendo già una vaga idea di come agiranno a quel punto, per quanto poco gli vada a genio.

«Ci troveremo in prossimità dell'abitazione del segretario per sorvegliare al fine che tutto si svolga come programmato e non capitino imprevisti spiacevoli a complicare o, peggio, rendere impossibile l'attuazione di quanto progettato e stabilito».

Watson si passa una mano sulla fronte. «Holmes, non sarebbe più saggio avvertire Scotland Yard del fatto che con buona probabilità quel Prescott sarà presente al momento del ricevimento?».

Holmes sbuffa e nega con forza. «Dottor Watson, se volessimo mandare a monte i piani del signor Lupin lo farei di certo. La presenza della polizia allontanerebbe sicuramente quel sicario (e forse non riuscirebbero neppure a riprenderlo), ma metterebbe maggiormente sul chi vive il segretario. Ne consegue che il documento per cui ci stiamo tanto dando da fare ci sfuggirebbe di mano così come sir Dominick» spiega, più pacato di quanto sia normale aspettarsi.

«D'accordo» sospira Watson. «Ma la squadra di Lupin? Loro non desterebbero troppi sospetti».

«Sono occupati con la camera blindata, se l'aveste dimenticato. Nel caso in cui avesse necessità dell'ausilio di qualcuno dei suoi uomini, suppongo sarebbe in grado di organizzarsi da sé di conseguenza. Per quanto mi concerne intendo essere presente. Se non ve la sentite, non c'è problema: mi ci recherò da solo».

A occhi sgranati il dottore fissa l'amico. «Non dite sciocchezze! Nel caso non ve ne siate accorto, sono preoccupato per la vostra incolumità» lo redarguisce con durezza.

Holmes stiracchia una pessima imitazione di sorriso. «E io lo sono per quel demonio francese. Così saremo in due a stare in pensiero e potremo farci buona compagnia» lo prende in giro con fare macabro.

«Nemmeno per sogno, tu resterai qui al sicuro, bambina mia».

«Ma avete detto che ci sono complicazioni. Forse potrei...» prova a ragionare Caitlin, dopo aver ascoltato con attenzione le novità di quella mattina.

«Potresti star fuori dai guai e lasciarmi un pensiero in meno per quest'oggi, per esempio» replica Lupin, scrutandola con durezza.

«Se vi capitasse qualche cosa di brutto?» immagina lei, angosciata quasi quanto Cyril ancora imbambolato sull'entrata ad ascoltare le infauste notizie.

«Devi perdonarmi la franchezza, ma non riesco a vedere come la tua presenza potrebbe apportare miglioramenti nella situazione poco promettente che mi si presenta quest'oggi» ribatte con freddezza.

Caitlin si rabbuia e mette un piccolo broncio che è più di dolore che di irritazione. «Se non mi volete al ricevimento, potrei rimanere con gli altri alla camera blindata e attendervi lì. Per favore, non desidero rimanere per tutto il giorno da sola in questa casa senza sapere nulla».

L'espressione contrariata del padrone di casa promette spiacevolezze. Cyril, turbato, si fa avanti e con discrezione si schiarisce la voce. «Forse, signore, potrei accompagnarla io e rimanere con lei mentre i ragazzi lavorano» propone a voce bassa.

Lupin lo scruta con un pizzico di sorpresa nella quale fa capolino anche del sospetto. «Così, sembra che nemmeno tu abbia voglia di startene tranquillo in casa, n'est-ce pas?».

«Perdonatemi, signore. Sono sicuro che la signorina non intenda procurarvi ulteriori grattacapi, e per conto mio è di certo l'ultimo dei miei desideri. Tuttavia voi rimarrete lontano per gran parte della giornata e il nostro umile ruolo nello stare in pensiero è davvero troppo scomodo e stretto, capite?».

Sospira, ché si sente indicibilmente stanco e ha al suo attivo non più d'un paio d'ore di sonno agitato. «Se mi riuscisse di tornare tutto intero e dovessi trovare uno solo di voi due con un capello fuori posto, un graffio, un misero livido, giuro che vi affogo nel maledetto Tamigi, entrambi. Sono stato chiaro a sufficienza?».

Cyril e Caitlin si lanciano un'occhiata d'intesa e sorridono, annuendo quasi in simultanea e facendo levare gli occhi al cielo al padrone di casa. «Chiarissimo!» esclamano all'unisono, ridacchiando un momento dopo.

«Povero me, che cosa ho mai fatto di tanto orribile da meritarmi che questi due si coalizzassero ai miei danni?» borbotta, scuotendo la testa con mestizia e tornando di sopra per prepararsi al grande giorno.

Nel momento in cui si osserva allo specchio non riesce a riconoscere quel che vede. In molti casi ciò è bene, perché significa che nemmeno gli altri lo potrebbero riconoscere. Quel giorno, tuttavia, avverte una sorta di vuoto all'altezza del centro del petto. Sembra sciocco, eppure il vuoto è lì e ha l'impressione di soffocare. Distoglie lo sguardo dall'immagine riflessa, un'immagine che non gli appartiene, e trae un lungo e profondo respiro. Poi si volta, raccoglie il bastone dalla rastrelliera e oltrepassa a veloci falcate la porta, scendendo rapido per la scalinata e lanciando un'occhiataccia a quei due sfrontati che lo attendono pieni di sciocca speranza.

«Chiudete quelle bocche, che vi entrano le mosche! Si va, ora, e fate in modo di non farmene pentire» borbotta con acidità, sorpassando entrambi e ritrovandosi nel vicolo al quale conduce l'uscita di servizio. Lì ad attenderlo c'è una piccola vettura sulla quale monta con un balzo e nella quale si accomoda mentre attende che Cyril richiuda dietro di sé la porta e che lo raggiunga assieme a Caitlin.

«Non siete troppo in collera con noi, vero?» soffia Caitlin, guardando il suo profilo serio con occhi grandi e imploranti.

La vettura si mette in marcia e Lupin si ostina a fissare lo sguardo sul paesaggio che scorre dai finestrini. Caitlin si volta verso Cyril, affranta, e quest'ultimo si mordicchia un labbro, indeciso sul comportamento da tenere. Il problema è che se provasse ad aiutare la ragazza finirebbe con l'indisporre ulteriormente il padrone, mentre se provasse a trattare con il padrone finirebbe con il sentirsi in colpa nei confronti della ragazza. Un bel dilemma. Nel momento in cui crede di aver trovato una soluzione adatta al loro problema e sta per rivolgersi al padrone si rende conto che questi ha gli occhi chiusi e una tempia appoggiata al finestrino. Socchiude le labbra, stupito, e svelto fa segno a Caitlin di non dire una parola, mentre con le labbra sillaba in silenzio «Dorme».

Sono necessari circa tre quarti d'ora per raggiungere il punto di accesso ai varchi sotterranei. La carrozza rallenta gradualmente, fino ad accostare la recinzione che circonda un parco non troppo vasto e poco curato, pieno di alberi ricoperti di edera, terreni incolti ed erbacce. Qua e là si scorgono i resti in pietra di un qualche edificio oramai distrutto e crollato molto tempo prima, e in un punto piuttosto distante dalla strada vi è un'apertura rettangolare, senza porta, che dà l'accesso a un corridoio digradante con una dolce pendenza.

Il cocchiere scende da cassetta e apre lo sportello della sua vettura. Nello stesso momento Cyril, di fronte al padrone, poggia con gentilezza una mano sul suo braccio e scuote appena. Gli occhi di Lupin si spalancano di scatto e il suo corpo per un istante si tende, poi ritorna tranquillo riconoscendo il viso noto del cameriere personale.

«Siamo arrivati, signore» lo avvisa Cyril.

Lupin annuisce e segue Caitlin e Cyril oltre la recinzione, poi fino all'entrata e lungo il corridoio che li conduce infine a una sorta di salone tondeggiante. Lì ritrova alcuni dei suoi ragazzi, impegnati a lavorare su una delle porte che si affacciano lungo le pareti curve del salone; quella porta in particolare è completamente di metallo e non presenta alcuna maniglia né serratura in evidenza, quanto piuttosto una qualche sorta meccanismo composto da manopole che probabilmente devono essere maneggiate in una specifica combinazione al fine di far scattare la serratura e quindi avere accesso a ciò che si trova oltre la porta.

«Qualche progresso?» si informa Lupin appena raggiunto il piccolo gruppo di persone che già si trovava sul posto.

«Andrew è quasi certo che misuri circa due pollici di spessore. In quanto alle possibili combinazioni, non abbiamo molto su cui basarci, e a meno di non voler rimanere quaggiù per i prossimi trent'anni, direi che ci vorrà un bel po' di fortuna per aprire questa porta» spiega Lewis, un uomo non troppo alto e tarchiato, dai capelli brizzolati e gli occhi da lupo. Ingegnere meccanico e siderurgico.

Lupin distoglie lo sguardo da Lewis e lo posa sulla porta blindata, incuriosito dalla sua disposizione. Conta, infatti, dieci manopole ottagonali dispose in un ordine piuttosto inusuale, più quello che a tutta apparenza sembra un piccolo pulsante. Con il naso che quasi sfiora la superficie fredda dello sbarramento, rimira la composizione, scuote la testa e si allontana di qualche passo, osservando a distanza e rimbalzando lo sguardo sulle differenti manopole. Infine sorride.

«L'étoile de Napoléon» mormora, più a sé stesso che ai presenti, in effetti.

«Capo?» interviene Lewis, perplesso.

L'unica reazione che ottiene è un gesto impaziente della mano seguito da un silenzio sospeso. Scrolla le spalle e torna a discorrere con Andrew sulla possibilità di smantellare la porta per poter accedere alla camera.

«La porta resta in piedi, Lewis. Si può tranquillamente aprire» lo informa Lupin, tornando ad avvicinarsi.

«D'accordo, ma come?» si chiede Lewis, sapendo che la domanda è passata anche nella testa del resto degli uomini presenti.

«Con una combinazione, come tutte le casseforti che si rispettino, mon ami. È un pentagono, inscritto in un pentagramma geometrico, o pentalfa: dieci angoli, una manopola per ogni angolo. La stella di Napoleone, mai sentita?».

«Ehr… no» replica Lewis, imbarazzato.

Lupin inarca un sopracciglio e sogghigna. «Eh bien, alors tant pis. In questo caso ritieniti fortunato, perché due pollici di acciaio ti avrebbero portato via un'incalcolabile quantità di tempo, per non parlare delle probabili trappole, con il serio e concreto rischio di perdere il contenuto della camera. S'il te plaît, fa silenzio, ora» comanda, reclinando la testa e iniziando a calcolare a mente. «Nove angoli. Uno resta scoperto» mormora fra sé, pensieroso. Solleva lo sguardo sulla porta e decide di partire dal vertice, ovvero dalla punta superiore del pentagramma, quindi prova a ruotare la manopola in un senso, e dato che non si muove la gira in senso contrario. Poi passa all'angolo seguente, e così via, fino a ruotare nove manopole su dieci. Alla nona, tuttavia, nulla accade. Crucciato, si mordicchia un labbro. «Ah, quel imbécil» borbotta fra sé, passando le dita su quello che sembrava un piccolo pulsante e scoprendo che invece si può tirare verso l'esterno.

Quando infine la serratura scatta, dando libero accesso alla camera blindata, ogni singolo paio d'occhi è puntato su Arsène Lupin, il cui sguardo è invece tutto dedicato al possibile contenuto che potrebbe celarsi oltre la porta blindata, e solo quando si volta per dare nuove disposizioni scopre che in quel momento a nessuno sembra importare granché del contenuto, e che tutti sono invece molto più interessati a lui.

«Ebbene? Che vi prende ora?» indaga con un sopracciglio inarcato e un'occhiata interrogativa. Siccome non riceve alcuna risposta e coloro che gli sono attorno continuano imperterriti a tacere e fissare, si spazientisce. «Si può sapere, per l'amor del cielo, perché ve ne state tutti lì impalati come baccalà? Muoversi! Al lavoro, scansafatiche!» sbotta indispettito.

I presenti, dopo una fugace occhiata ai propri vicini, si stringono nelle spalle, rassegnati a non ottenere ulteriori delucidazioni e quindi si mettono all'opera per setacciare nella camera e sgraffignare tutto ciò che potrebbe tornare utile. Lupin, sulla soglia, è intento a catalogare a mente il contenuto della stanza. Al suo fianco Caitlin, sbalordita per la quantità di scartoffie, osserva il lavorio dei ragazzi a bocca aperta e ogni tanto si volta a osservare invece il suo tutore, provando invano a indovinare il tenore dei suoi pensieri.

Nella camera non trovano posto unicamente documenti, ma anche cassette di legno e di metallo, al cui interno sono custoditi oggetti di limitate dimensioni, manoscritti antichi, libri ancora più antichi, persino qualche gioiello. Dopo diverso tempo Lupin si fa più accosto e fa scorrere le dita su di una piccola scatola tondeggiante di legno intarsiato riposta fra una pila e l'altra di documenti. Con delicatezza la sfila e, una volta nel palmo della sua mano, si sofferma ad ammirarla con un sorriso quasi sognante.

«Che cos'è?» domanda a un certo punto Caitlin, avvicinatasi incuriosita da tanta attenzione dedicata a un così piccolo oggetto.

«Un porta incenso. Asia, XII secolo. Ne ho veduto un esemplare simile, un poco più grande, in un museo del Cairo quattro anni fa. Come puoi immaginare, avrei trovato non poche difficoltà a sottrarre quel manufatto, così mi ero quasi rassegnato a dimenticarmene. Oggi, dopo tutto, non è un giorno così sfortunato come prometteva d'essere» commenta trasognato e visibilmente più felice di quanto non fosse al momento di uscire di casa. Abbassa gli occhi sulla ragazza e il suo sorriso si fa più ampio. «Posso affidartelo, nel tempo in cui sarò al ricevimento? Avrei piacere di metterci gli occhi sopra una volta tornato sano e salvo dall'avventura. Credo mi sarebbe di consolazione dopo tante fatiche».

Caitlin, che per tutta la mattina è stata in tesa apprensione temendo di aver offeso in maniera irreparabile il suo tutore, senza starci troppo a pensare si getta d'impulso fra le sue braccia con un gridolino di gioia. «Prometto! Vi giuro che non permetterò a nessuno, nemmeno alla polvere, di sfiorarlo» dichiara con solenne esuberanza.

«Très bien» si compiace Lupin, posando il piccolo scrigno fra le ancor più piccole mani della ragazza. «Merci, ma petite».

Caitlin, raccogliendolo con estrema cura, si sente commossa perché è tornato a parlarle in francese, fatto che le dà un pochino alla testa ma anche un incomparabile piacere.

«Capo, guardate qui!» esclama uno dei ragazzi al lavoro.

Il ladro francese si volta a dare retta al richiamo e si avvicina. Fra le mani dell'altro una busta con un sigillo rotto. I suoi occhi si accendono e raccoglie il documento, aprendolo con cura e scorrendo velocemente il testo. «Ah, molto bene, Daniel. Sembra proprio che abbiamo ritrovato quel che cercava il nostro caro investigatore, n'est-ce pas. Mettetelo da parte e fate in modo che non sparisca fino a che non verrà consegnato nelle mani della legittima proprietaria o in alternativa del signor Holmes. Tutto chiaro?».

Una volta date le opportune e necessarie istruzioni ai suoi ragazzi, essersi raccomandato per l'ennesima volta che mettessero al sicuro il documento per la principessa Alexandra, ed essersi altresì raccomandato con Cyril e Caitlin che prestassero la massima attenzione e non si cacciassero nei guai, con o senza il loro benestare, infine si predispone a lasciare i cunicoli sotterranei per tornare in superficie e ai suoi più pressanti doveri, ovverosia alla spinosa questione del segretario e del suo sicario poco simpatico.