?
Sherlock Holmes e il dottor John Watson sono infrattati fra le frasche di un parchetto di fronte alla villa del segretario Ashley-Cooper da più di un'ora e mezza oramai, e ancora non si sono veduti movimenti significativi. Watson sbadiglia con ostentazione e Holmes gli lancia occhiate indignate.
«Smettetela. Finirete con il far venire sonno anche a me» lamenta, digrignando i denti per impedirsi di seguire l'esempio del dottore.
«Non date la colpa a me se mi avete svegliato all'alba per fare la posta ai cespugli del quartiere di sir Dominick» risponde per le rime.
«Era necessario» si difende con ostinazione l'investigatore.
«Sì, certo. Lo vedo» replica con acidità, limitandosi a osservare il placido via vai del quartiere e sperando in cuor suo che qualcosa davvero si muova, o si addormenterà sul prato e si prenderà un raffreddore con i fiocchi, nonostante per una volta la giornata sia tiepida e piuttosto soleggiata.
«Quel folle finirebbe con il farsi ammazzare. E addio lettera della principessa» rimbrotta, seccato da tante lamentele.
Watson distoglie l'attenzione dal suo studio delle aiuole e la sposta sul compagno mentre un sorrisetto divertito e bonario gli increspa le labbra. «Forse, perdonatemi se ve lo faccio notare, dovreste ammettere in modo chiaro che temete semplicemente per l'incolumità del nostro ladro. Sarebbe quantomeno umano».
«State di nuovo diventando sfrontato, Watson» ringhia, tentando di fulminarlo con lo sguardo.
«Holmes, caro amico, lo sono sempre stato, solo che voi eravate sempre troppo impegnato con qualche assassinio per farci caso».
L'investigatore trae un sospiro stremato e decide di astenersi dal replicare, nella speranza che la spiacevole discussione in atto cessi del tutto. Il suo silenzio, tuttavia, non è poi così necessario, poiché di lì a pochi minuti da uno dei cancelli secondari della villa esce un uomo che non è il segretario, ma qualcuno di cui entrambi hanno potuto vedere le fotografie sui quotidiani.
«Quello è... ?» prova Watson, suo malgrado stupito, nonostante dovesse esserci preparato.
«Sì, è Prescott. Finalmente, aggiungerei» borbotta Holmes, preparandosi a non perderlo più d'occhio neppure per un istante.
Si accucciano entrambi meglio dietro i cespugli perché il loro uomo ha attraversato la strada e non intendono correre il rischio di essere individuati prima del tempo. Prescott è scuro in volto, ha un'espressione contrariata e sta parlando a sé stesso, ma lo fa a bassa voce e dei suoi soliloqui possono comprendere solo poche parole: prigione, guardia e serata. Nel mentre si allontana, seguito dagli sguardi invisibili dei due coinquilini, e si accende una sigaretta, poi passa un omnibus e lui lo prende al volo.
«Dannazione» sbotta Holmes, precipitandosi in mezzo alla strada, seguito a ruota dal dottore.
Poco dopo sopraggiunge una piccola carrozza scoperta trainata da un cavallo e con a bordo un uomo anziano. Il cocchiere è costretto a frenare bruscamente la cavalcatura per evitare di investire due squinternati comparsi di fronte al veicolo. I suddetti sono giusto l'investigatore e il suo compagno di disavventure.
«Signori, che cosa fate in mezzo alla strada?» protesta il vetturino, sollevandosi dalla sua panca.
«Ci serve immediatamente un passaggio» taglia corto Holmes, senza alcuna intenzione di scansarsi. «Abbiamo fretta di seguire quell'omnibus» spiega, indicando il veicolo che si sta allontanando lungo la via.
«Che avete? Siete ammattiti? Aspettate la prossima corriera» si inalbera il passeggero.
«Signori, stiamo pedinando un criminale. L'uomo in mia compagnia è Sherlock Holmes» si fa avanti Watson, credendo di abbreviare i convenevoli con la semplice verità dei fatti.
Sia il vetturino che il passeggero strabuzzano gli occhi. Il primo fischia. «Potevate dirlo subito. Signore, vi spiace scansarvi un poco?» chiede, rivolto al proprio passeggero. Quando sia Holmes che Watson sono saliti a bordo il cocchiere sprona il suo cavallo e riparte all'inseguimento dell'omnibus, e mentre fa correre la vettura si volta appena all'indietro a scrutare i suoi nuovi passeggeri. «E, dite, voi siete il dottor Watson?».
L'interpellato arrossisce fino alla punta delle orecchie. «Sì, sono io» borbotta imbarazzato, non trovandola più una così grande idea dopo tutto. «Ma, se non vi dispiace, badate alla strada, non a me».
La corriera non va troppo lontana prima che il passeggero che interessa loro ne discenda. Holmes balza giù dalla carrozza e si rimette all'inseguimento del loro uomo, mentre Watson si attarda a pagare la corsa e ringraziare della collaborazione sia il vetturino che l'anziano passeggero. Quando raggiunge l'investigatore quest'ultimo è già sulle tracce di Prescott, il quale si sta addentrando in un giardino recintato.
«Dove siamo?» affanna alle sue spalle il dottore.
«Non ne sono certo. Suppongo su un terreno comunale al momento in disuso. Guardate, sembra che il nostro sicario sappia bene dove andare» commenta.
In effetti l'uomo dirige i passi decisi in un punto all'interno del parco, dove all'apparenza non sembra esserci molto altro se non piante che crescono incolte, edera in ogni dove ed erba alta fino alle ginocchia.
«Che cosa ci sarà venuto a fare in questo posto?» si domanda Watson .
«Lo stiamo per scoprire, immagino» replica a voce bassa Holmes.
Un momento dopo il dottore lo sente a malapena inveire e lo scruta incerto, senza ben comprendere il suo turbamento.
«Questo dev'essere il famoso luogo in cui il segretario nasconde i suoi affari» ragiona l'investigatore, indicando al compagno l'entrata appena visibile alla quale si sta evidentemente dirigendo il sicario.
Watson boccheggia. «Ma questo è terribile. Se la squadra di Lupin è già qui finiranno con lo scontrarsi».
Holmes annuisce tetro. «A quanto pare è questo il motivo per cui il segretario ha tirato fuori Prescott. Intende assicurarsi che fino a domani mattina nessuno possa avvicinarsi ai suoi affari. Una volta che sarà partito per qualunque sia la sua destinazione, con i documenti che gli interessano, si lascerà la preoccupazione per l'esistenza e la segretezza di questo posto alle spalle».
«Sì, ma noi dobbiamo fare qualcosa. Se non hanno ancora recuperato quel documento, per noi finisce male».
«Aspettiamo, amico mio. Abbiate pazienza. Non abbiamo idea se ci sia qualcuno là dentro, né in quanti possano essere. E non ce l'ha neppure il nostro signor Prescott».
A sorpresa, nemmeno due minuti dopo lo scorgono tornare fuori dalla stessa entrata celata che aveva imboccato in precedenza con tanta sicurezza, ma in questo caso con evidente nervosismo e più cautela del normale. Il dottore estrae la propria arma e lancia una veloce occhiata all'amico, il quale però scuote la testa impercettibilmente.
«Non ancora» mormora, facendosi a malapena udire dal compagno.
«Allora quando?» si trova a chiedersi Watson, senza tuttavia provare ad agire, supponendo che l'investigatore abbia un suo piano (o almeno sperandolo).
Prescott dal canto suo si è posizionato a non troppa distanza e sembra intenzionato ad attendere esattamente come loro. Lo possono vedere solo di schiena, perché è accucciato di fronte ai due coinquilini, ma sta con tutta evidenza sorvegliando l'uscita che ha lasciato poco prima. A che scopo? Holmes, con lentezza, ha nel frattempo estratto a propria volta il suo revolver, ma appare indeciso se servirsene (o quando).
«Che facciamo?» soffia Watson vicino all'orecchio di Holmes.
«Ucciderlo non possiamo. Deve rispondere a qualche domanda, prima» lo avverte in un bisbiglio.
«Bisogna catturarlo, allora. Un modo migliore per complicarci l'esistenza non ce l'abbiamo, vero?» protesta Watson.
Holmes si volta verso l'amico, un cipiglio decisamente contrariato e sulle labbra forse un rimprovero, ma in quel momento accadono una serie di fatti che levano dalla testa dell'investigatore qualunque rimbrotto fosse in procinto di esternare. Per primo sopraggiunge un allegro fischiettio alle loro orecchie, che ha la curiosa peculiarità di far irrigidire come statue tutti e tre gli uomini appostati nella verzura. Per secondo il loro signor Prescott decide subitaneamente di armarsi a sua volta. Per terzo dall'entrata ai sotterranei compare una figura, dando una proprietà fisica e materiale a quell'inopportuno fischiettare.
«Dannazione» sibila al suo fianco Holmes.
Si solleva da terra, comparendo come un pupazzo a molla fra gli arbusti, il mirino puntato sulla schiena del sicario. Ma all'ultimo momento esita; con la coda dell'occhio ha notato un movimento strano da parte della persona appena comparsa dal cunicolo, persona che altri non è se non il loro fantomatico ladro francese. Quest'ultimo, infatti, si è bloccato al limitare della soglia, zittendosi senza apparente motivo e indietreggiando di un passo. Holmes socchiude gli occhi, incerto su cosa stia realmente accadendo, poi nota qualcosa che evidentemente è ciò che ha attirato l'attenzione e spronato la cautela di Lupin: un piccolo brillio fra le foglie fitte della boscaglia. "Ah! La canna di metallo dell'arma di Prescott ha riflesso il sole di questa mattina", comprende infine, mentre un sorrisetto divertito spunta sulle sue labbra. Il sicario si sta innervosendo, da quel che può vedere, ma il suo obbiettivo non è più a portata di tiro e non ci può far nulla fino a che non si deciderà a tornare ad avanzare (possibilità di cui Holmes dubita, francamente: pazzo forse sì, ma di certo non stupido).
«Tiro a indovinare» si fa sentire a sorpresa la voce di Lupin da oltre l'entrata. «Voi siete Samuel Prescott».
Holmes e il citato Prescott, ignari l'uno dell'altro, sgranano in simultanea gli occhi. Poi mentre quest'ultimo digrigna i denti e sputa a terra, il primo trattiene a stento una risatina, giusto per evitare di farsi scoprire prima di averlo acciuffato.
«E voi chi accidenti sareste, per conoscermi?» replica il sicario.
«Signore, con tutto il rispetto, se già non lo sapete da voi non vedo motivo alcuno per cui dovrei essere io a risolvere la vostra ignoranza».
Holmes torna a celarsi sotto i cespugli e lancia un'occhiata scintillante a Watson. «Lo catturiamo di certo, questo qui. È un idiota» afferma sicuro e con un'aria stranamente serena.
«Adesso?» si accerta Watson.
«Sì, adesso. Ma lasciate perdere la pistola» gli ricorda Holmes.
Il dottore fa spallucce. «Come volete» conferma, rimettendosi l'arma in tasca e preparandosi eventualmente a menar le mani.
Insieme si rimettono in piedi, e mentre Prescott è impegnato a ricoprire di epiteti poco edificanti il ladro francese ancora ben nascosto, ne approfittano per raggiungerlo alle spalle. Prima che il sicario se ne renda conto, l'investigatore e il dottore sono sopra di lui e lo fanno rovinare al suolo. Prescott lancia un grido di sorpresa e allarme, ma è già disarmato da Holmes mentre Watson gli trattiene le braccia dietro la schiena e l'investigatore ci si siede sopra.
I grugniti di protesta del sicario attirano la curiosità del ladro francese, che con cautela si affaccia dal suo nascondiglio e strabuzza gli occhi nello scoprire di come sia stato neutralizzato dai coinquilini del 221B.
«Perbacco! Un ottimo lavoro signori miei!» esclama entusiasta e ammirato, raggiungendo l'improbabile trio a lunghi passi, con un largo sorriso sulle labbra. Notando che sia il dottore che l'investigatore hanno il loro bel da fare per tenere bloccato il sicario al suolo, con un'occhiata divertita e sorniona fruga nelle tasche e ne estrae una cordicella sottile che porge all'investigatore. «Ecco, tenete, usate questa. Vi assicuro che non se ne andrà più da nessuna parte».
Holmes raccoglie l'offerta e la osserva con interesse per un lungo istante prima di servirsene per legare Prescott mani e piedi. Fatto ciò recupera il fazzoletto dal taschino di Watson e lo usa per tappare la boccaccia seccante del sicario che non fa altro che brontolare la propria stizza e tediarli. Quando sia lui che Watson hanno finalmente la possibilità di rialzarsi e darsi una spolverata, Holmes incespica appena indietro, travolto da Lupin che ha deciso di scombussolarlo una volta di più, intrappolandolo momentaneamente in un indesiderato abbraccio.
«Lasciatemi, sciocco!» protesta Holmes, tentando di divincolarsi dalla stretta.
Incredibile a dirsi, Lupin esegue l'ordine perentorio con una subitaneità sconcertante, e quando l'investigatore si azzarda a scrutarlo scopre che tanto per cambiare sta sorridendo, ma se non altro in quel caso specifico lo fa in modo gentile e senza farla sembrare una burla.
«Volevo solo ringraziarvi. E anche... beh, chiedervi scusa per il modo indegno con cui vi ho cacciato la notte scorsa» asserisce, mentre il sorriso si attenua e diviene più esitante e imbarazzato.
Holmes sospira e scuote la testa. «Lasciate perdere. Non lo ritengo un problema. E comunque posso comprendere le vostre ragioni».
«Dunque mi perdonate?» chiede in tono malizioso.
«Diamine, certo che no!» sbotta Holmes, lasciandosi sfuggire un lieve risatina. «Lo farò solo quando mi darete ciò che mi avete promesso».
L'occhiata con la quale lo gratifica Lupin ha il potere di metterlo a disagio come nient'altro al mondo. «Davvero, Monsieur? E quale delle mie promesse, esattamente?».
Un altro sospiro, più sconfortato questa volta. Lentamente si passa le dita sul viso e fra i capelli. «Di nuovo me la sono cercata, non è così?».
«Temo di sì, Monsieur Holmes» acconsente con pacata dolcezza. «I miei ragazzi stanno ancora lavorando per radunare tutto ciò che vale la pena di essere preso. Volete rimanere per prelevare quel che vi preme?».
Holmes lo osserva con attenzione, registrando i dettagli che lo differenziano dal suo aspetto normale. «Vi state recando da sir Dominick?».
«Sì, devo dare un'ultima occhiata speculativa al posto, prima che arrivino gli altri invitati a complicarmi la serata» conferma Lupin.
«Bene. Se non vi disturba rimarrò fuori dalla villa a controllare che non capitino altri fatti spiacevoli».
Lupin lo osserva con una punta di sorpresa. «Ho una guardia del corpo ufficiale» esclama, esaltato dalla prospettiva.
Holmes sbuffa. «Non fateci troppo l'abitudine» ringhia, provando a suonare minaccioso senza tuttavia esserne in grado.
«Vi aspetterò con grande impazienza, Monsieur» promette Lupin, accennando un inchino e lanciandogli un'ultima occhiata enigmatica, prima di precipitarsi fuori dal parco di corsa.
«Che ne facciamo di questo qui?» lo riporta al presente Watson, che nell'attesa è tornato a sedersi sulla schiena di Prescott.
Con un'occhiata storta e una smorfia di derisione Holmes si china a guardare negli occhi del sicario. «Lo portiamo a Scotland Yard direttamente da Heric Seldon, naturalmente. Sono certo che sarà felice di riaverlo dopo meno di ventiquattrore dalla fuga. Non è così, signor Prescott?». L'interpellato borbotta e distoglie lo sguardo. «Francamente assoldare un sicario per sorvegliare una camera blindata mi pare uno spreco di fondi».
«Sono soldi del segretario, dopo tutto».
«In realtà è denaro di qualche sfortunato finito nelle grinfie di quel disonesto. Andiamo, Watson. Prima ce ne liberiamo e prima avrò la possibilità di trovarmi alla villa di sir Dominick».
«Siete ancora in pensiero per quel ragazzo?».
Holmes ci pensa su per qualche momento, poi scrolla le spalle. «Non ne sono più granché sicuro, in tutta sincerità. Di questo passo quello nei guai finirà con l'essere il segretario». Un ghigno balugina sul suo viso, prima di far segno all'amico di mettersi in marcia.
Una mano afferra uno dei tanti svolazzi che compongono la cancellata di cinta; vista dal basso appare infinitamente alta, quasi insormontabile, ma già a metà strada sembra nient'altro se non quello che è: una seccatura di poco conto. La punta di una scarpa appoggiata a un ricciolo di metallo dà il giusto slancio alla figura aggrappata alle sbarre; entrambe le mani si stringono poco sotto gli spuntoni di quelle che sembrano lance, come quelle dei gladiatori nei teatri romani. Queste però pungono meno e anche se un polso ci si struscia inavvertitamente contro quel che rimane è solo un vago rossore irritato. Le braccia fanno leva e portano il resto del corpo a sollevarsi fino oltre la sommità della recinzione, e un balzo calibrato lo fa superare indenne lo sbarramento e atterrare silenzioso sul prato dal lato opposto. Un fruscio sottile si avvicina e poco dopo compaiono quattro sagome basse e slanciate, le orecchie diritte e gli occhi lucenti che fissano con bramosia il nuovo arrivato. Quando uno dei nasi curiosi e umidi si appoggia contro il suo fianco sorride divertito.
«Piano, ssshh, non fate rumore» bisbiglia Arsène Lupin, accarezzando il collo peloso e morbido dei cani giunti a vedere che cosa succede di nuovo nei paraggi. «Sapete, mes amis, non dovrei essere qui. Ma volevo farvi una piccola visita, e dare un'altra sbirciatina intorno. Allora, come ve la passate?». Il fiato caldo di uno dei cani lo solletica sul collo facendolo ridacchiare piano. «Una noia, n'est-ce pas? E questa sera vi rinchiuderanno, poveri cucciolotti. Bien, state a sentire, perché io avrei una bella idea alternativa al programma per la serata, una che credo proprio servirà ad animare la festa» mormora eccitato alle orecchie interessate dei suoi quattro amici pelosi mentre un bagliore dispettoso anima i suoi occhi.
