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Heric Seldon, il capo di Scotland Yard, è molto più che felice, è in uno stato di euforia quasi maniacale, tanto che Holmes ha qualche remora iniziale nel consegnare il signor Prescott nelle sue mani. Infine, poiché è arrivato fino a lì, deve per forza di cose cederglielo e per fortuna senza doversene pentire poiché, come scopre poco dopo, lo strano e sinistro buon umore del poliziotto non è riservato solo a quella cattura, ma anche a buone notizie da parte del primo ministro.
«A quanto pare ce l'avete fatta. Mi dicono che avete recuperato quel documento» lo sorprende il signor Seldon, prendendolo alla sprovvista.
Boccheggia per una manciata di secondi, riflettendo su come abbia potuto verificarsi la straordinaria e curiosa possibilità che lui, ignaro di tutto, abbia spedito un avviso al cancelliere per confermare di essere rientrato in possesso del documento della principessa Alexandra. Questo fino al momento in cui rammenta l'occhiata imperscrutabile che gli ha regalato Lupin prima di sparire per recarsi alla villa. Allora tutto gli appare più chiaro e sbuffa, irritato per essersi lasciato raggirare in quel modo.
«Sì» strascica in tono annoiato, «in effetti non è ancora materialmente nelle mie mani, ma è stato fortunatamente sottratto dalle grinfie di sir Dominick e di certo molto presto potrà essere reso alla legittima proprietaria» media, maledicendo per l'ennesima volta le folli pensate di quel ladro da strapazzo, volte ovviamente a metterlo in imbarazzo.
«Fantastico» si rallegra il capo. «Un ottimo lavoro, come sempre».
Sospira, tenendo per sé i propri pensieri. «Mi auguro che questa volta il prigioniero rimanga dietro le sbarre per un tempo adeguato» si affretta a cambiare discorso.
«Ci potete scommettere. Non rivedrà la luce del giorno per molto tempo» promette solenne, congedando infine l'investigatore con nuovi e profusi ringraziamenti, fatto che concorre a irritare oltre ogni misura Holmes.
«Quel maledetto demonio. Io lo strangolo quando mi ricapita fra le mani; giuro che gli strappo tutte quelle sue stupide piume da pavone, una a una, e gliele faccio ingoiare» sbotta una volta fuori da Scotland Yard, seguito da un dottor Watson perplesso.
«Parlate di Lupin?» si accerta, per quanto in effetti non conosca nessun altro che meriti un tale epiteto.
«Di chi altri?» ringhia Holmes. «Ogni maledetta volta che credo di aver visto tutto, se ne salta fuori con qualche assurda trovata dell'ultimo minuto che mi fa uscire di testa».
Watson rotea gli occhi, in cuor suo divertito. «Che cosa ha combinato questa volta?».
Holmes utilizza i seguenti dieci minuti di cammino per aggiornare l'amico sulle recenti prodezze del ladro francese, non mancando di sottolinearne l'assurdità.
«Capite? Lo fa apposta. Si diverte a mettermi in difficoltà» protesta, gli occhi accesi di indignazione. Al dottore sfugge malauguratamente una risatina divertita che rinfocola la furia dell'investigatore. «Non vi ci metterete anche voi, mi auguro. Non è sufficiente che ci sia già lui a ridere di me?».
«Holmes, amico mio, lo sapete meglio di me che non è questo il vero problema» fa pacatamente notare Watson.
L'investigatore lo scruta con impazienza e un pizzico di sorpresa. «Di cosa state parlando?».
Watson si ferma di fronte a lui e sorride, confondendo ulteriormente Holmes. «Parlo del fatto che lui vi piace».
«Cosa accidenti andate dicendo ora?» si inalbera, le orecchie rosse per lo sconcerto.
«È davvero possibile che non vi abbiate prestato attenzione, voi che siete sempre così acuto e badate a ogni particolare all'apparenza insignificante? Da quanti giorni non vi vedo depresso e sfaccendato, con il muso lungo e lo sguardo smarrito? Ve lo dico io, se volete: da dieci giorni esatti. Vi dice nulla questo numero? Niente? Allora vi do un indizio: da quanti giorni Arsène Lupin si trova a Londra?».
Le labbra di Holmes si socchiudono di attonita sorpresa. «Voi... delirate» affanna, saettando gli occhi all'intorno senza trovare nulla a cui aggrapparsi.
«Affatto, amico mio. So di cosa sto parlando. Siete voi che, per una volta, sembrate incapace di comprendere» mormora pacato, poggiando con delicatezza una mano sulla spalla dell'investigatore.
«Vi sbagliate» replica asciutto.
«Holmes...».
«No. Non dite altro» sibila, riprendendo il cammino ad andatura sostenuta, inseguito dall'amico che si limita a stargli dietro e a osservare i suoi passi nervosi e la sua schiena rigida, scuotendo la testa con mestizia.
Lo sportello della carrozza viene aperto da uno dei domestici della villa. Una scarpa di pelle nera e lucida si poggia sul predellino. Una testa dai capelli scuri sormontata da un cilindro da sera sbuca dalla carrozza e un paio di occhiali ambrati si puntano sulla facciata illuminata della dimora di sir Dominick.
«Molte grazie» mormora, raccogliendo il bastone da passeggio e scendendo i pochi scalini per lasciare il veicolo e raggiungere il vialetto ghiaioso che conduce all'ampia scalinata frontale.
Il cielo è già tinto di indaco e violetto, però non v'è traccia di nuvole. È stata una giornata serena e altrettanto si prospetta la serata e il resto della notte. Inspira avvertendo odore di erba tagliata da poco e fragranza di resina. Avanza sulla ghiaia facendo ondeggiare mollemente il bastone e lancia una rapida occhiata al serraglio ove sono già rinchiusi i suoi quattro amici pelosi. A passi leggeri e decisi risale i gradini semicircolari di marmo rosato e sull'uscio aperto lo intercetta l'addetto alla portineria.
«Buona sera, signore. Il vostro nome, prego?» chiede con garbo affettato l'uomo in livrea.
«Bernard d'Andrésy» replica, mostrando l'invito.
L'usciere controlla la sua lista e dà un veloce sguardo all'invito, riconoscendolo a colpo d'occhio.
«Benvenuto, conte d'Andrésy. Vi auguro una piacevole serata».
Così detto si fa da parte lasciando che i suoi passi seguenti vengano guidati dal personale interno.
"Oh, lo sarà di certo. Ma non per il vostro padrone" pensa, accennando un fuggevole ghigno.
Si guarda intorno, ammirando per la prima volta i lussuosi interni della villa e registrando a mente le sue attrattive, ovvero ciò che avrebbe piacere di vedere fra le proprie mani piuttosto che nella casa del segretario. Lupus in fabula, da una delle scalinate scende sir Dominick con un largo sorriso, e gli viene incontro apparendo estasiato.
«Conte d'Andrésy! Vi attendevo con ansia, non avreste idea» esclama questi, tendendo una mano all'ospite in un benvenuto caloroso.
«Oh, beh, potevo forse mancare al vostro gentile invito?» replica Lupin, restituendo il saluto. «Una dimora meravigliosa, signor Ashley-Cooper. Ma forse dovrei chiamarvi sir Dominick».
«Perdonatemi, mio caro amico. Era una mattinata piuttosto insolita e frenetica. Temo di aver dato di me una pessima prima impressione, non è vero? Ma venite, vi prego; desidero mostrarvi alcune curiosità che spero valgano la pena di aver accettato il mio invito. Poiché siete in anticipo e devo dar retta per il momento a pochi invitati, ne approfitto per accompagnarvi in una passeggiata negli angoli meno frequentati ma sicuramente più interessanti della mia villa».
«E io ve ne sono estremamente grato, sir Dominick» replica, con un inchino e seguendo i passi tranquilli del suo anfitrione, riflettendo fra sé che quella del segretario è proprio una gentile offerta, di quelle che un buon ladro che si rispetti non può proprio esitare a cogliere al volo.
«Sapete, caro amico: un vostro conterraneo (o quasi) mi ha spedito una curiosa missiva giusto questa mattina. Molto bizzarri i francesi… senza offesa, naturalmente» interloquisce sir Dominick in un momento di pausa fra la visita di una sala privata e l'altra.
Lupin sorride dentro di sé e si volta a fissare con sguardo perplesso e interrogativo il padrone di casa. «Perché mai asserite questo? Cosa poteva avere di tanto bizzarro?».
Il segretario Ashley-Cooper, con una mezza risata divertita, raggiunge uno scrittoio nel quale sono sistemate con cura missive ricevute, oltre a carte da lettera e buste. Da uno scomparto estrae una busta dissigillata sulla quale si notano i resti di ceralacca blu recanti un qualche genere di disegno impressovi. Tale busta viene porta all'ospite con una smorfia di sufficienza.
Lupin inarca un sopracciglio ed estrae un foglio piegato a metà sul quale sono vergate poche frasi, che fra l'altro conosce piuttosto bene considerando che le ha scritte lui stesso il giorno precedente. Il suo occhio si posa sulla sua firma e arriccia il naso. «Mi auguro che siate assicurato, sir Dominick» commenta asciutto.
Evidentemente non era quella la reazione attesa dal padrone di casa, che a quel punto lo fissa stranito. «Non dite sciocchezze. È solo una burla».
«È il vostro punto di vista, e in quanto vostro ospite non posso certo farvene una colpa. Tuttavia mi sento in dovere di dissentire dalla vostra opinione. Non fraintendetemi: di norma potrei essere d'accordo con la vostra teoria, ciò non di meno la firma in calce mi suggerisce che dovreste iniziare a pensare alle contromisure» replica con serietà.
«Voi dite? Ma cosa potrei temere da un uomo che manda avvisi di questo genere? È assurdo anche il semplice indugiare nella possibilità di prenderlo sul serio. Perfino i nostri borseggiatori nazionali sono più discreti».
L'ospite scrolla le spalle, poco toccato da quell'idea. «I vostri borseggiatori, se mi è permesso dirlo, sono poco più che animali esotici da intrattenimento. Un fascinoso aspetto decadente del vostro paese, nulla più. Hanno una grave mancanza, a parer mio».
«Vale a dire?».
«Il cervello, sir Dominick. Il cervello» sospira, incitando il suo anfitrione che ancora appare perplesso a proseguire la visita della dimora.
Il ricevimento è ufficialmente iniziato da circa tre quarti d'ora, ovvero poco dopo l'arrivo dell'ultimo gruppo di invitati, e sono già passate le nove e mezza. Il rinfresco è gradevole, e il segretario a quanto pare guadagna bene con i suoi ricatti, visto che si può permettere di offrire champagne a tutta quella gente, per di più di ottima qualità. Sta giusto gustandosene un fresco sorso dal suo calice perché è piacevole aggiungere qualcosa di delizioso alle fatiche di quel lavoro, dopo tutto. Ha veduto passare di fronte ai suoi occhi attenti un numero incalcolabile di personalità di spicco della città e perfino qualche pezzo grosso giunto dal continente. Il suo sguardo ora segue con interesse discreto la camminata leggiadra e sinuosa di una fanciulla abbigliata in azzurro, con languidi occhi di un caldo color miele e dai capelli castani che, così a colpo d'occhio, sembrano indecentemente setosi. Sospira, imbronciandosi per un attimo perché purtroppo non ha l'opportunità di svagarsi a suo piacimento, non quella sera per lo meno; ma presta comunque attenzione per cercare di capire di chi possa trattarsi, ché ha tutta l'intenzione di ripescarla in un momento più propizio e guardarla a fondo in quei suoi occhi ammalianti (e non solo).
«Conte d'Andrésy».
I suoi muscoli guizzano tendendosi per una frazione di secondo, dato che la voce gli è giunta inaspettata non avendo sentito arrivare nessuno alle spalle. Davvero, deve prestare maggior attenzione a ciò che lo circonda e meno al grazioso incarnato di certe delizie del posto. A ogni buon conto ha riconosciuto il timbro, e quando si volta non è sorpreso di trovarsi di fronte all'occhiata sfacciata del padrone di casa.
«Vi vedo piuttosto interessato alle nostre bellezze locali, o mi sbaglio?» gli fa notare con insolenza.
"Ridete, fintanto che ve ne offro la possibilità. Il vostro tempo sta per scadere" pensa. Invece accenna un sorrisetto malizioso, sembrando stare al gioco. «Ammetto che alcuni scorci del posto valgono le spese del viaggio».
Sir Dominick ride apertamente e annuisce. «Non posso darvi tutti i torti, amico mio. E ditemi, avete già qualche preferenza?».
Lupin riflette per un istante sulla possibilità di approfittarne per ottenere l'informazione che desidera. Ciò nonostante la scarta, ritenendola troppo squallida per i suoi canoni. «Non ancora, sir Dominick. Sono in una fase di studio preliminare, al momento».
«Oh, capisco» replica il segretario, ammiccando. «Tuttavia, nel caso necessitiate di una consulenza, sarò ben lieto di offrirvela. A un prezzo ragionevole, s'intende».
Stira un sorriso che si augura convincente, nel mentre fa del proprio meglio per ingoiare la replica che gli è balenata in mente. «Vi ringrazio per l'offerta. Ora credo che uscirò qualche momento in terrazza; temo di aver ecceduto con lo champagne» si affretta, avvertendo prepotente il bisogno di levarselo di torno onde scongiurare una rissa imminente.
Passeggia con calma lungo un piccolo sentiero che dall'edificio principale conduce verso un gruppo di alberi e un candido belvedere. L'aria, fuori, è rinfrescata e raffredda un poco il suo viso e anche la sua rabbia. Esala un respiro che si addensa nella notte formando una piccola nuvoletta. Mentre riabbassa lo sguardo, che per qualche istante è rimasto sperso nel cielo buio e stellato, nota un fugace movimento oltre lo spazio occupato dal belvedere e aggrotta la fronte, incerto e incuriosito. Quando giunge nel punto in cui ha l'impressione di aver scorto l'ombra di dubbia natura, scopre con sua sorpresa e diletto che oltre la cancellata che delimita la fine dei giardini della villa è appostato niente po' po' di meno che l'investigatore privato Sherlock Holmes. Sorride e gli si fa incontro, in qualche modo rassicurato.
«Ecco la mia guardia del corpo» si annuncia, appoggiandosi alla recinzione metallica.
«Vi ho già detto di non farci l'abitudine, signor Lupin» mormora con discrezione Holmes, gli occhi che si spostano dal giovane uomo alla villa e viceversa.
«Lo so, ma datemi un minimo di soddisfazione ogni tanto» lamenta il ladro, accigliato.
«Mi sembra che ve ne prendiate già fin troppa di vostro» rettifica con lieve acidità.
Uno sbuffo divertito e un'occhiata maliziosa giungono da Lupin. «Devo dunque dedurre che non vi abbia fatto piacere la mia lettera al cancelliere. Avrei giurato che sarebbe stata ben accolta».
«Da lui può darsi» borbotta l'investigatore.
«Mai da voi?» si informa, con uno sguardo rammaricato e le labbra arricciate in un piccolo broncio deluso.
«Se quello era il vostro obbiettivo, temo abbiate usato un metodo poco proficuo». Cruccia le sopracciglia, interdetto, poiché la replica pronta e pungente che si aspettava non è arrivata. L'osserva, mentre gli occhi del ladro sono invece persi all'interno dei giardini, verso un punto imprecisato. Fruga nelle tasche interne del proprio cappotto, recuperando il suo portasigarette e porgendogliene una.
Arsène Lupin, distratto, fissa dapprima il palmo proteso dell'investigatore, incerto, poi socchiude le labbra in un lieve moto di sorpresa e allunga una mano ad accettare l'offerta dell'uomo. «Merci» soffia, piegando il capo mentre Holmes accende un fiammifero e con esso la sigaretta fra le labbra appena schiuse del ladro. «Dite, per caso avete ancora con voi la mia cordicella?».
Holmes sfarfalla le ciglia, colto alla sprovvista da quella richiesta, ma annuisce ed estrare l'oggetto da un'altra tasca. «Eccola a voi. Quanto rischierei se vi domandassi cosa vorreste farci?».
Lupin ridacchia e poggia il capo contro una delle sbarre della cancellata. «Non sono certo sarebbe un'idea eccellente mettervene a parte. E inoltre... vi rovinerei la sorpresa» protesta debolmente, suo malgrado divertito da quell'idea.
«Capisco. O meglio, preferirei non capire affatto, in questo caso. Immagino sia per stasera».
«Immaginate bene. Se tutto va come deve, potete dire ai signori del parlamento di iniziare a cercarsi un segretario sostitutivo».
Holmes sgrana gli occhi e poi li assottiglia, nervoso e turbato. «Non mi avevate accennato a questa vostra idea» fa notare.
«No, c'est vrai. Forse ho usato quel poco di prudenza che mi rimane per impedire che i miei scopi trovassero la via sbarrata. Ma, Monsieur, ve lo chiedo per favore: non intralciatemi. Non permetterò che quell'uomo vaghi libero per la vostra città come se nulla fosse, non se c'è qualcosa che posso fare per evitarlo. Se ciò non vi sta bene, vi prego di voler lasciare ora questo posto».
«Non sono certo si tratti di una buona idea» tentenna Holmes.
«Io sì, al contrario. Preferite starne fuori o mettervi contro di me?».
Holmes avverte un brivido gelato e stringe le dita contro le sbarre ancora più fredde. Quella che ha appena udito era una minaccia, e più aperta di quanto si potesse aspettare. «Non posso andarmene».
Lupin lo fissa con intensità. «Non potete, o non volete?».
«Non voglio. Tuttavia... Penso che la vostra precedente domanda vada riformulata?».
Lupin reclina la testa di lato, incuriosito. «Davvero? In che modo?».
«Ebbene, la domanda più corretta sarebbe: preferisco appoggiare la libertà di sir Dominick oppure la vostra?» mormora, umettandosi le labbra con nervosismo.
«Sta bene, Monsieur. E qual è la vostra risposta?» pretende di sapere, ricercando con invasiva insistenza i suoi occhi.
Un lieve incurvarsi delle sue labbra sorprende Lupin. «Per mia disgrazia, temo di dover scegliere voi».
«Il male minore, n'est-ce pas?» strascica sarcastico.
Holmes scuote piano la testa. «No, nessun male in questo caso. Solo voi. Ora, per l'amor del cielo, smettete all'istante di fissarmi in quel modo inopportuno e tornate là dentro» sbotta seccato. Quando però il ladro francese si accinge ad allontanarsi al fine di rispettare la sua volontà una mano dell'investigatore scatta avanti e gli afferra il polso. «Non fatevi ammazzare, d'accordo?».
Annuisce, con un accenno di sorriso. «Potete contarci, Monsieur Holmes».
Prima di fare ritorno al ricevimento, tuttavia, ha un'ultima faccenda da sbrigare; così, con calma, attraversa di nuovo il giardino senza fermarsi in prossimità dell'entrata alla villa ma proseguendo fino al lato opposto. Un uggiolio eccitato accoglie la sua visita e le sue dita si stringono alla rete che delimita il serraglio.
«Fate piano, mes amis. Ora, vediamo, io vi apro la porta, ma voi dovete stare in silenzio, d'accordo, o mi ingarbuglierete tutto e non sarà più una sorpresa. C'est bon?».
Da un taschino interno estrare un temperino fornito di una quantità spropositata di arnesi, di alcuni dei quali con tutta probabilità è l'unico a conoscere l'utilità. Una manciata di secondi dopo socchiude il cancelletto e ne sgusciano fuori quattro grossi cani grigi, che nell'oscurità della notte passano per neri, con occhi a mandorla ambrati e un sorriso tutto zanne bianche.
«Ecoutez, mes amis: non si morde nessuno questa sera. Ma mi serve molto rumore, di quello minaccioso, vous savez? Vediamo, sapete ringhiare, n'est-ce pas?». Per tutta risposta quelli uggiolano e scodinzolano. Scuote la testa e sorride, arruffando fra le dita il pelo dei cani. «Questo va bene con me, ma il segretario merita ben altro. Si deve abbaiare, fare i gradassi, i prepotenti, capite? Sì? Molto bene: conto su di voi, allora. A presto, mes amis».
Soddisfatto ritorna verso il ricevimento canticchiando fra sé un motivetto allegro e pregustandosi il dessert.
Uno scalpiccio appena accennato fa voltare su sé stesso l'investigatore, che poco dopo si ritrova di fronte il dottore. «Watson. Com'è la situazione sull'altro lato?».
Il dottore fa spallucce. «Tranquilla. Il personale, per lo più, è rientrato dopo che l'ultimo ospite è arrivato al ricevimento. Si vedono solo gli usceri sulle tre porte d'ingresso e al cancello principale. Le altre entrate sono state chiuse. Lui è dentro?».
Holmes annuisce. «È passato da qui non molto tempo fa, ma a quest'ora dev'essere tornato nella villa».
«Sembrate impensierito. Qualche cosa non va?» chiede Watson, incerto.
«Spero di no» soppesa l'investigatore. «Purtroppo ho tardivamente scoperto che ha degli ulteriori piani che riguardano in special modo il segretario, e non sono in grado di dissuaderlo dal portarli avanti».
«Pensate che si metterà nei guai?».
Stira le labbra, riflettendo su quella prospettiva. «Forse no, dopo tutto. Ma è una gran fortuna che nessuno abbia pensato di invitare alla festa qualche graduato della polizia». Scuote la testa. «Questa sera mi è parso essere più fuori controllo del solito» ammette con un leggero rincrescimento.
«Allora dovremo solo sperare che lo abbia sui suoi piani per la serata» replica, mentre Holmes si limita ad annuire e tornare a osservare le ombre degli invitati che si aggirano per le sale della villa.
