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Mancano poco più di una manciata di minuti al rintocco delle undici di sera; gli invitati danno l'impressione di essere più rilassati e socievoli e meno propensi al ligio rispetto delle regole sociali imposte, tanto che si possono notare, in alcuni degli angoli più appartati del salone principale, piccoli tentativi di flirt che con ogni probabilità non vedranno mai la luce del nuovo sorgere del sole. Durante la cena a buffet gran parte delle persone si sono rimpinzate di stuzzichini mignon e di prelibatezze giunte dalle colonie, e quello è stato il momento in cui le signore sono partite alla caccia di un posto comodo in cui sedersi e gli uomini di un posto abbastanza in ombra nel quale fare i loro comodi senza dar spettacolo.
Ha deciso che quello debba essere anche il momento buono per trascinare il padrone di casa in una delle sale che ha potuto visitare all'inizio della serata e scambiarci qualche parola in modo serio. A questo scopo posa il proprio calice su di un grazioso tavolino in radica dopo averlo svuotato del suo contenuto residuo e va in cerca di sir Dominick dapprima con lo sguardo e in seguito ad ampie falcate una volta stabilitane la posizione all'interno del salone.
«Conte d'Andrésy» lo accoglie il padrone di casa, vedendolo arrivare con decisione e un'espressione risoluta. «Avete un cipiglio temporalesco, amico mio. Cosa vi è accaduto in queste poche ore, da turbarvi in questo modo?» si impensierisce.
«Mi rincresce darvi preoccupazioni, sir Dominick, tuttavia mi sono preso del tempo per riflettere e sono giunto alla conclusione che è necessario agire. Devo pertanto chiedervi di concedermi udienza, ho necessità di parlarvi con una certa urgenza, poiché sono al corrente che domani mattina lascerete il paese per il vostro viaggio in Europa».
Il segretario Ashley-Cooper lo scruta perplesso e turbato per un lungo momento, ma infine annuisce. «Naturalmente. Se volete seguirmi, andremo nel mio studio e lì potrete parlarmi liberamente di ciò che vi angustia tanto» propone, facendo strada all'ospite che lo segue dappresso, attento a chi li attornia e alle loro reazioni.
Uscendo dal grande salone nel quale sono ancora radunati tutti gli ospiti della serata e richiudendosi le porte alle spalle, sir Dominick si fa incontro a uno dei suoi servitori, spiegandogli per sommi capi la situazione e assicurandosi che badi a che nessuno degli altri invitati abbia a lamentarsi per quell'assenza. Nel tempo in cui il padrone di casa si occupa di tali incombenze, Lupin si avvicina con discrezione alle porte richiuse e armeggia rapidamente con la serratura, prima di raggiungere il suo anfitrione oltre l'atrio e lungo i corridoi e le scale che conducono allo studio personale del segretario.
Sir Dominick si fa largo nella stanza e invita il suo ospite a entrare e accomodarsi dove più gli aggrada. Lupin raggiunge a passi lenti e meditati la finestra chiusa che dà sul balcone, il quale a sua volta si affaccia sulla parte frontale del giardino che circonda la villa. Fuori il cielo è nero, ma gli alberi e il prato sono illuminati da eleganti lampade a gas, disposte con cura sia lungo il viale ghiaioso che in punti strategici del parco, così che eventuali ospiti possano godersi una passeggiata nel verde anche dopo il tramonto. Uno sguardo più angolato gli permette di individuare, in fondo sulla destra e più in basso di un paio di piani rispetto al balcone, l'ampia vetrata che di giorno fornisce luce al salone principale.
Sir Dominick si versa due dita di brandy in un grosso bicchiere e ne offre al suo ospite che tuttavia rifiuta, facendo accigliare il padrone di casa. «Dunque è davvero una questione seria?» ipotizza, basandosi sull'attuale atteggiamento del conte.
Lupin annuisce con gravità. «Lo è, mio malgrado». E senza ulteriori preamboli domanda «Che cosa sapete, esattamente, di colui che questa mattina vi ha fatto recapitare quella missiva che mi avete mostrato poche ore fa?».
Il segretario sembra sorpreso di scoprire l'argomento che a quanto pare preoccupa il suo ospite belga. «Per essere del tutto sincero non molto. Non ho avuto spesso occasione di approfondire certe faccende giuridiche, anche perché la nostra polizia non ha interesse nell'immischiarsi nei problemi della Francia. Conosco alcune storie che si raccontano, per lo più a livello popolare, ma che ritengo mere favolette e nulla più».
«Capisco» mormora, distogliendo lo sguardo dal segretario per lanciare un'altra occhiata fuori. Una delle finestre del salone è ora socchiusa, forse a seguito della lamentela di qualche ospite più caloroso (o più brillo). «Devo quindi dedurre che non abbiate idea del motivo per il quale abbiate ricevuto quell'avviso, né riteniate sia opportuno operare adeguate contromisure».
«È così. Francamente non ne scorgo l'utilità. Come ho avuto modo di farvi notare questa sera, trovo che sia una semplice montatura, di pessimo gusto e nessuna utilità per giunta. Motivazione? Quale potrebbe mai essere? La giusta domanda non sarebbe piuttosto: esiste veramente una motivazione? O è una semplice sciocchezza?».
«Date l'impressione di essere troppo rapido e poco accurato nei vostri giudizi, sir Dominick. Potrei fornirvi per lo meno due plausibili motivazioni, se foste disposto a prenderle in considerazione; ma poiché così non è, come posso ben vedere, mi risparmierò la fatica di discuterne».
«Voi dite di conoscerle?».
«Non ho mai sostenuto nulla di simile. Ciò che ho detto è che riesco a discernerne alcune» puntualizza, iniziando davvero a divertirsi. Purtroppo non può tirarla troppo per le lunghe, per quanto piacevole possa essere. Pertanto sospira, rammaricato per essere giunto troppo in fretta alla fine del gioco, e invece si prepara a portare a compimento i suoi disegni.
«A me sembra che voi sappiate, o per lo meno pensiate di sapere, qualche dettaglio di cui non sono evidentemente a conoscenza. Se così è, vi prego di mettermene a parte» pretende il segretario.
Invece di venire incontro alle esigenze del padrone di casa, apre la finestra che dà sul giardino ed esce sul balcone, respirando a grandi boccate l'aria pungente della notte e osservando le cime degli alberi che si scorgono appena nel buio dell'orizzonte. Appoggiato al parapetto si intrattiene qualche momento in contemplazione nella tranquillità notturna e mentre fa questo affonda una mano all'interno di una tasca della redingote, stringendo le dita attorno a un robusto moschettone, al quale è strettamente legata la sottile corda recuperata dalle mani dell'investigatore, e fissandolo alla balconata.
«Desiderate dunque delle spiegazioni, a quanto posso vedere» riflette ad alta voce, ancora con gli occhi fissi sulla notte. Scrolla le spalle e finalmente si volta, piantando gli occhi in quelli confusi e indispettiti di sir Dominick. «Ebbene, perché no, dopo tutto. Non cambierà nulla di ciò che deve essere. Partiamo dal principio, se non vi dispiace: Bernard d'Andrésy è stato un mio cugino materno; io non sono Bernard. Il mio nome è quello che avete veduto in calce alla lettera che mi avete mostrato questa sera: Arsène Lupin». All'espressione stranita e attonita del padrone di casa, sorride comprensivo. «Suvvia, non prendetela troppo a male, segretario Ashley-Cooper. Lo potete ben vedere: io esisto, e non solo esisto ma sono anche qui, di fronte ai vostri occhi. Ora, forse non vi aggrada di conoscerne il motivo, ma poiché mi sono prodigato nel venire fino a qui, credo proprio che ve lo dirò ugualmente, che voi lo desideriate o meno».
«Voi siete pazzo» rantola sir Dominick, indietreggiando di pochi passi.
«Ah, questo dev'essere il ritornello preferito di voi inglesi, deduco. Se può rendervi felice, non siete il primo ad affermarlo. Devo comunque insistere su un punto: prendendo per vera la vostra affermazione, questa verità non sarà in alcun modo in grado di influire sui fatti né sulle conseguenze che si verificheranno nel prossimo futuro. Io sono pazzo, sostenete. Può darsi, non dico che sia del tutto falso. Ma questo vi porta da qualche parte? Io penso di no. Credo, invece, che voi siate qui e dobbiate rimanerci fintanto che io ne avrò voglia. Come vi suona questa notizia?».
«Voi non potete. Non ne avete il diritto» protesta.
«È proprio qui che vi sbagliate. Non solo io posso. Lo sto facendo, proprio in questo stesso momento. E in quanto ai diritti, se volessimo essere puntigliosi, ne ho in maggior quantità rispetto a quelli che avevate voi nel portare avanti i vostri sudici affari».
«Di cosa state vaneggiando, ora?» sbotta sir Dominick.
«Non vaneggio di nulla, caro segretario. Io affermo, e in questo momento sto affermando che voi siete solo un insulso vigliacco che usa le debolezze altrui per procurarsi denaro e favori. Io rubo oggetti preziosi, voi rubate la dignità. Chi è peggiore in questa partita? Domanda superflua, lo saprebbe anche un bambino. Ma voi avete la pretesa di tenere per voi informazioni che non vi appartengono, e lo fate credendo che nessuno vi si possa rivoltare contro. Siete un imbecille».
Il segretario Ashley-Cooper sussulta e sgrana gli occhi, ma non accenna a muoversi, forse timoroso delle possibili conseguenze. «Che cosa volete?» annaspa, presagendo un confronto impari.
Lupin sogghigna. «Ciò che voglio lo otterrò senza la vostra collaborazione. Ma ciò che desidero sarete proprio voi a darmelo. Desidero che tutti conoscano la verità, quella che vi siete inutilmente affannato a nascondere, con l'ausilio di quella bellezza di camera blindata che occultate sotto la città. Ah, sì, vedo che iniziate a comprendere il guaio in cui siete caduto, dico bene?».
Di fatti il segretario è impallidito d'un tratto e ora vacilla, ricercando con le mani un appiglio inesistente. «Come… Voi non potete aver…» affanna, travolto dal terrore.
«Dimenticate con chi state parlando. Certo che posso. Anzi, molto di più: l'ho già fatto». Tranquillo e per certi versi curioso, osserva il lento ma inesorabile declino della mente dell'uomo di fronte a lui. Quando sir Dominick, barcollante, si trascina alla porta del proprio studio per tentare di sfuggire a quella situazione insostenibile, scuote la testa, divertito. «Voi pensate davvero di poter scappare con tanta facilità? Avanti, provate pure a uscire. Vedete? Non mi muovo. A voi questa mano, dunque».
Infatti il segretario, aggrappato con la tenacia che deriva dalla disperazione alla maniglia della porta, tenta senza successo di aprirla, strattonando e imprecando. Poi inizia a urlare, con l'intento di farsi udire dal suo personale di servizio, nella speranza che da fuori possano infine aprirgli e permettergli di allontanarsi da quell'uomo infernale.
E in effetti i suoi richiami attirano qualcuno fra la servitù, tuttavia nessuno sembra poter trovare il modo per aprire la porta dello studio e liberare sir Dominick, il quale, prostrato ma ancora infuso della speranza di sgusciare via dalle grinfie del ladro, arranca da un lato all'altro della stanza con la ferma intenzione di scoprire una falla nel suo controllo della situazione.
«Affannarvi in quel modo non vi sarà di alcuna utilità, segretario. Perdete il vostro tempo, e per buona misura anche il mio, e il mio tempo è di certo il più prezioso». Detto questo, e deciso a passare ai fatti, lascia la sua comoda postazione che poco prima lo vedeva languidamente poggiato schiena e gomiti sulla balaustra intento a godersi un placido momento di divertimento e si fa avanti, dirigendosi ad ampie e decise falcate incontro al padrone di casa, il quale non appare per nulla ansioso di stargli accanto e si scosta un momento prima di essere raggiunto. «State cercando di giocare a guardie e ladri con me? Vi avverto che sono un grande esperto in materia» scherza, seguendo con lo sguardo le brusche deviazioni del padrone di casa, atte forse a depistare i suoi sforzi. «Vi illudete se pensate che non sia in grado di catturare la mia preda nel momento in cui decido di averne una» lo avverte di buon grado. Poiché non sembra che sir Dominick intenda accettare a cuor leggero la sconfitta, irritato dalla perdita di tempo Lupin sbuffa e scatta avanti prendendo di sorpresa la sua preda e catturandola per il colletto della giacca. Il segretario gracchia la sua protesta e si divincola, ma non ottiene la libertà anelata, quanto piuttosto un principio di soffocamento che lo riporta a più miti consigli. «Ecco, vedete che quando decidete di essere collaborativo tutto diventa più semplice?». Senza attendere alcun tipo di replica, lo trascina alla finestra e in seguito sulla balconata. «Adesso parliamo, signor segretario» avverte, prima di sospingerlo con forza contro la balaustra, ottenendo dall'uomo un grido di sorpresa e sgomento.
«D-di cosa?» balbetta, la schiena premuta sul corrimano e lo sguardo fremente fisso sul proprio giardino, alcuni piani più in basso.
«Del vostro passatempo preferito, naturalmente. Guardate, sir Dominick, avremo anche un pubblico di tutto rispetto» fa notare, indicandogli gli invitati al ricevimento che si stanno radunando sulla terrazza, a quanto pare attirati dal tafferuglio fra i due uomini.
«Non potete costringermi a fare nulla» si impunta il padrone di casa, facendo un ulteriore sforzo al fine di scrollarsi di dosso la presa del ladro, sforzo che tuttavia non dà i risultati auspicati.
«Voi dite? Sentiamo, dunque: che cosa vi dà questa dubbia certezza, signor segretario? I vostri stessi domestici non sono stati in grado di farvi uscire dal vostro studio, dopo tutto. Pensate forse si tratti di un caso? Niente affatto. La porta è robusta e la serratura particolarmente obbediente a chi sa come trattarla; io lo so, a quanto pare. I vostri ospiti nemmeno verranno in vostro soccorso: dapprima perché guarda caso anche le porte del salone principale sono state chiuse e assicurate a prova di ladro, in secondo luogo perché troveranno di certo più interessante ciò che avrete da raccontare di qui a poco».
«Vi sbagliate. Non farò nulla di ciò che dite» ribatte testardo, ma subito strabuzza gli occhi mentre le dita di Lupin si conficcano con forza nella pelle delicata del suo collo.
«Vogliamo mettere alla prova quest'affermazione?» ringhia a poche spanne dal suo volto.
Senza ulteriori avvertimenti né futili minacce che lasciano il tempo che trovano, con la mano rimasta libera Lupin afferra un ginocchio di sir Dominick e con un movimento rapido lo solleva oltre la balaustra. La mano attorno al collo lascia la presa e dà una spinta decisa al petto del segretario, facendolo precipitare oltre il parapetto. L'urlo terrorizzato di sir Dominick è accompagnato da un coro di grida parimenti atterrite da parte di quella che è ormai una folla assiepata sulla terrazza. Il volo è tuttavia molto più breve del previsto: prima di gettarlo nel vuoto il ladro aveva fissato l'altro lato della corda attorno a una caviglia del segretario, e quella ne ha abbreviato di molto la caduta; il contraccolpo ha comunque rischiato di mandare in pezzi le ossa della gamba dell'uomo appeso a testa in giù dal suo balcone.
Lupin si affaccia dal parapetto e osserva con interesse sir Dominick ondeggiare poco sotto il balcone. «Siete ancora vivo? Quale inattesa fortuna» strascica sarcastico.
«Voi siete pazzo» rantola sir Dominick, con appena l'aria sufficiente per respirare.
«E voi siete noioso. C'è di peggio nella vita, dopo tutto. Per esempio ci sono i vostri affari. Parliamone, dunque».
«No, mai!».
Il ladro sospira. «Mai è una parola priva di significato in taluni casi. Il caso presente è uno di questi». Solleva lo sguardo poiché ha udito un fruscio che sembra riconoscere. Le sue labbra di arricciano in un sorriso deliziato. «Ecco, caro segretario; sono in arrivo altri spettatori. Non siete felice?» esclama, battendo le mani e salutando i suoi amici pelosi che stanno accorrendo di gran carriera sotto il balcone del segretario.
Quest'ultimo si contorce per cercare di capire di chi stia parlando, ma quando finalmente riesce a scorgere ciò che ha attirato l'attenzione del ladro impallidisce più di quanto già fosse in precedenza. I quattro cani, giunti alla loro meta, saltano, abbaiano con forza e ringhiano, nella speranza di riuscire a raggiungere l'uomo che penzola dalla corda e tirarlo giù in via definitiva. Sir Dominick non sa se se la caverà, in qualche maniera, ma al momento sente di non essere mai arrivato tanto vicino al suo limite, o forse di averlo addirittura oltrepassato.
«Tiratemi su, ve ne prego» soffia, tremando.
«A che scopo, segretario? Preferite dunque me ai vostri stessi cani?» lo deride sprezzante. Un gomito poggiato sul corrimano, il mento sulle dita, lo guarda, curioso in un certo senso di scoprire quale sarà la sua risposta. Invece, con un pizzico di delusione, non ne ottiene alcuna, ma solo patetici mugolii senza significato. Al quel punto, spazientito, sbuffa. «Cosa ne pensate se facessimo il gioco della verità? Il pubblico attende, dopo tutto; hanno pagato il biglietto per assistere allo spettacolo, quindi noi ora dovremo proprio offrirgliene uno che valga la spesa, non credete?».
«Andate al diavolo» borbotta, rabbrividendo ora per il dolore ora per lo spavento, senza mai distogliere lo sguardo dalla vista dei suoi cani con le zanne scoperte e gli occhi puntati su di lui.
«Dopo di voi, segretario Ashley-Cooper». Assottiglia gli occhi e con un balzo scavalca la balaustra, sedendovisi sopra e pungolando le gambe di sir Dominick con la punta di un piede. «Ora, rispondete alle mie domande, e forse più tardi sarete accontentato».
Oltre la cancellata, fermo sul marciapiedi che costeggia la proprietà di sir Dominick e celato fra le ombre fitte degli alberi, l'investigatore privato Sherlock Holmes segue con trepidazione l'evolversi del dramma, o per lo meno di quello che si prospetta tale ma che si augura non abbia conseguenze nefaste per sé né per quel folle francese. La situazione gli è piuttosto chiara: Lupin ha predisposto tutto per fare in modo di obbligare il segretario a vuotare il sacco di fronte a decine di personalità di spicco, così che, se mai dovesse per qualche strano motivo salvarsi, non abbia più la possibilità di nascondersi dietro la sua nomina intoccabile. Che nessuno, fino a quel momento, sia ancora intervenuto per mandare all'aria i suoi piani può solo significare che, prima di agire, ha provveduto ad assicurarsi che nessuno trovasse il modo di arrivare fino a loro due. Si chiede per quanto tempo reggerà il diversivo che si è evidentemente creato, e se sarà sufficiente perché il segretario si convinca a parlare.
«Quel ragazzo è proprio matto da legare» bisbiglia Watson al suo fianco. Annuisce, senza perder d'occhio la situazione. «Credete che riuscirà nel suo intento?».
Stringe le labbra, ansioso. «Non lo so. Me lo auguro».
«Non c'è nessun modo per intervenire, se mai si dovesse metter male?».
«Forse sì, ma temo non sia previsto un nostro intervento. Penso alla possibilità che, anzi, potrebbe finire con il danneggiare ciò che ha fatto finora, dato che non sappiamo con certezza quel che ha operato per ottenere l'attuale situazione».
«Allora ce ne restiamo qui con le mani in mano» protesta Watson, contrariato e nervoso.
«Non piace molto nemmeno a me, ma in questo momento non vedo alternative più promettenti» replica Holmes, affatto più tranquillo di quanto sia il suo coinquilino. E d'un tratto, per la seconda volta in pochi minuti, sbianca, scorgendo Lupin scavalcare il parapetto. «Se esiste un Dio, spero che possa proteggerlo» soffia, angosciato, mentre il dottore chiude gli occhi e poggia la fronte sulle sbarre della cancellata, forse disposto a spendere qualche preghiera al posto suo.
«Iniziamo con qualche cosa di facile, volete? Ecco tutta per voi la prima domanda: siete entrato in possesso di uno o più documenti, appartenenti a personalità di un certo calibro, che potrebbero comprometterne l'onore o la rispettabilità altrimenti irreprensibile? Rispondete pure con un semplice sì o no, posso tranquillamente accontentarmi».
«Voi come fate a...».
«Sì o no, prego. Non ho bisogno di piagnistei vari a condimento».
Sir Dominick stringe le labbra, ancora alla ricerca di un modo per tirarsi fuori da quel pasticcio colossale. Tuttavia ogni qualvolta si sofferma per qualche istante di troppo a guardare negli occhi del ladro un brivido di terrore lo assale e la speranza si ritrae lasciando il posto allo sconforto. «Sì» sputa seccamente. Il ladro sogghigna e lui rabbrividisce, chiedendosi se dopo essersi rovinato con le sue mani avrà la possibilità di andarsi a nascondere nel pozzo più profondo che gli riesca di trovare, oppure finirà con l'essere l'oggetto della derisione di tutta l'Inghilterra, o peggio ancora di tutta l'Europa.
«Molto bene. Un passo avanti. Ma la meta è ancora lontana, caro segretario. Camminiamo, dunque: la strada è lunga e in salita. La seconda domanda, a questo punto: ne siete entrato in possesso volontariamente, ovverosia con cognizione di causa?».
«Sì, è così».
«Fantastico, addirittura tre parole. Facciamo grandi progressi. Domanda numero tre: a che scopo avete deciso di impossessarvi di questi documenti?».
Sir Dominick boccheggia, si agita appeso, gemendo subito dopo per essersi procurato una stilettata di dolore proveniente dalla caviglia con tutta probabilità lussata, guarda alla folla radunata ormai al completo sulla terrazza con orrore e ai quattro cani appostati sotto di lui con terrore. Mugola e affanna, ma per quanto cerchi non trova via d'uscita. «Io non... io...».
«Ah, capisco. Una domanda aperta richiede sforzi mentali superiori alle vostre possibilità. Ritorniamo alla risposta univoca, a questo punto».
Al di fuori della recinzione Holmes ha distolto lo sguardo e ha voltato momentaneamente le spalle all'amico dottore, il quale lo fissa interdetto fino a che non ha la possibilità di notare il lieve sussulto delle sue spalle.
«Holmes, state ridendo per caso?» si incuriosisce, sporgendosi appena per cercare di dare un'occhiata allo strano fenomeno.
«Niente affatto» borbotta, tornando a voltarsi verso la villa e tentando di tornare serio nel concentrarsi su quanto vi accade.
«Volevo ben dire» commenta Watson, increspando le labbra in un sorrisetto divertito.
«Riformulo, dunque: avete preso possesso di documenti che non vi appartengono per scopi illeciti?». L'espressione attuale sul volto di sir Dominick dà l'idea che abbia appena dato un morso a un pezzo di limone non particolarmente maturo. Lupin lo pungola di nuovo con la punta di un piede e solleva gli occhi al cielo, esasperato. «Coraggio, segretario, è una domanda semplice. Vorrei una risposta, e a questo punto sarei pronto a giurare che la vorrebbero anche coloro che ci fanno da pubblico per questa sera. Non è vero, signori?».
In effetti, dopo che il padrone di casa ha dato le sue risposte alle prime strane domande di Lupin, gli invitati si sono fatti curiosamente silenziosi e attenti e a nessuno sembra più importare granché del fatto di essere attualmente rinchiuso in un salone senza l'opportunità di andarsene a piacimento. Pare, anzi, che siano ansiosi di udire il seguito di quel bizzarro confronto.
«Vedete: oramai siete un'attrazione in piena regola. Dunque parlate, ve ne prego, così che questa brava gente possa continuare a godere dello spettacolo. Quindi: è vero o non è vero?».
«È vero» soffia, rabbrividendo per l'ennesima volta.
«Temo che, a parte il sottoscritto, nessuno qui intorno vi abbia udito. A voce un poco più alta, per cortesia».
«È vero» sbotta, digrignando i denti a causa dello smacco.
«Ottimo. Non era poi così difficile, dopo tutto» si rallegra, compiaciuto, picchiettando una mano sulle gambe del segretario e facendolo così sussultare. «Vediamo, quindi: sapreste dirmi in cosa consistono i vostri scopi? No? Di nuovo necessitate di una versione meno impegnativa? Allora, sentite questa mia modesta idea: voi vi siete impossessato indebitamente di documenti non vostri al fine di ottenerne in cambio denaro o favori, o entrambi se fosse il caso? È corretto?».
«È corretto, sì» ringhia, cominciando a sentirsi veramente esausto nello starsene a testa in giù a quel modo.
«Oh, come siete squisitamente gentile nel confermare le mie povere supposizioni. E, ditemi un po', voi per caso sapete come viene definita un'azione del genere che abbiamo descritto pocanzi? Io una mezza idea ce l'avrei. Vorreste ascoltarla? Ebbene, sentite, sentite, è molto appassionante, sapete? Pare che la legge lo consideri appropriazione indebita e ricatto a scopo di estorsione. Sì, sì, proprio così. Non è divertente? Pensate, voi e io potremmo ritrovarci nello stesso carcere, un giorno. Ovviamente darei la precedenza a voi, non potrei mai togliervi questo onore, nevvero».
«Vi odio» sibila sir Dominick, tentando inutilmente di issarsi ripiegandosi su sé stesso, ma dovendo infine cedere alla superiore forza di gravità che lo respinge.
«Credete, signor segretario, mai quanto io odio voi. La gendarmerie, in Francia, mi chiama farabutto, ma io non mi diverto nel giocare con la vita della povera gente né degli onestuomini. Voi siete la feccia di questa società, voi spingete le persone per bene alla disperazione». Sogghigna, un'espressione a metà strada tra il divertito e il minaccioso, poi con un nuovo balzo sale in piedi sul parapetto e fissa gli occhi di sir Dominick con una sguardo duro. «Potete dire addio alla vostra carriera, segretario Ashley-Cooper. E fossi in voi inizierei a dire addio anche ai vostri averi di maggior pregio, poiché non ho nessuna intenzione di lasciarli nelle vostre mani indegne». Infilata una mano nel panciotto ne estrae un revolver e lo punta contro sir Dominick, il quale strilla come un vitello al macello, divincolandosi incurante del dolore. Lupin preme il grilletto, un lieve schiocco secco si propaga nell'aria e il padrone di casa, pietosamente, sviene. «Che stolto, siete. Si è mai sentito che Arsène Lupin andasse in giro ad ammazzare gente? Dimenticate che sono un gentiluomo, mio caro» mormora, più a proprio beneficio a quel punto. «Niente pallottole per voi, ma con un po' di fortuna una comoda suite con vista a righe nelle carceri di Londra. Che volete di più dalla vita?». Ripone la pistola, si sporge un poco dalla balconata e sorride ai cani in attesa sul prato. «Mille grazie, ragazzi. Fate buona guardia per me, siamo intesi?». Prima di abbandonare il campo, si volta in direzione delle persone assiepate sulla terrazza, come in cerca di qualcosa e dopo aver frugato per qualche istante un sorriso gioioso sboccia sulle sue labbra. Strizza un occhio e inspira una boccata di umida aria notturna, godendosi il tenue rossore sulle gote della graziosa ragazza dagli occhi di miele e i capelli di seta che aveva potuto ammirare durante il ricevimento. Infine, con un ultimo piccolo inchino, si allontana dai riflettori scalando l'ultimo piano della villa, raggiungendone il tetto e correndo via.
Con uno sguardo febbrile, Holmes si rivolge al dottor Watson, assicurandosi di avere la sua immediata attenzione. «Andate a Scotland Yard, subito. Avvertire il capo, o se non è disponibile uno dei suoi commissari, di quel che è accaduto, e fate venire qui una squadra. Presto, andate».
«Ma, voi, Holmes, dove...» tituba il dottore, un po' confuso da tanta premura. Tuttavia non ha il tempo di concludere la domanda che già l'amico e coinquilino si è allontanato di corsa, lasciandolo da solo sul marciapiedi a sbrigarsela con le proprie forze. «Ci risiamo: è partito per i fatti suoi e chissà mai quando si rifarà vedere» borbotta fra sé. Ma infine scuote la testa, arrendevole, e accenna un lieve sorriso, provandosi a immaginarne le intenzioni e non tardando a trovare una facile quanto ovvia spiegazione. «E va bene, andiamo a trovare Seldon, e auguriamoci che sia di buon umore». Deciso ciò ferma la prima vettura di piazza disponibile per recarsi, come poco gentilmente intimatogli da Holmes, a Scotland Yard.
Ultimamente ha come l'impressione di essere un poco fuori forma. Ma forse dipende dal fatto che era da parecchio tempo che non passava le sue giornate a correre appresso a scalmanati fuorilegge. Uno, in particolare, sembra trovare divertente l'idea di vederlo ansimare nell'intento di tenere il suo passo. I suoi occhi però non lo hanno ancora perso di vista e non ha intenzione di farlo accadere troppo presto, quindi senza fermarsi svolta l'angolo e prosegue l'inseguimento fissando un certo ladro francese sui tetti delle case mentre con la coda dell'occhio si occupa di tenere controllata la strada che sta percorrendo, almeno per evitare di finire sotto le ruote di qualche carrozza. E, certo, potrebbe provare a lanciargli un avvertimento, chiedergli di fermarsi, ma chissà perché dubita che gli darebbe retta. Pertanto vada per del jogging fuori orario.
Filando veloce accanto a una grondaia, Lupin sorride felice, avvertendo con un perverso piacere i brividi dati dall'adrenalina in circolo. Per quale motivo stia fuggendo, nonostante sappia che le intenzioni dell'investigatore non gli sono ostili, non è del tutto chiaro; eppure si sente bene, vivo ed entusiasta, quindi poco importa se quel che fa lo fa per una volta senza uno scopo preciso. Penserà in seguito a chiedere perdono, se sarà il caso.
Si aggrappa alla recinzione metallica di un'abitazione privata e si piega in due, respirando con affanno e strizzando le palpebre con un acuto dolore alla milza. «Buon Dio, non ho più il fisico per certe stravaganze» si rammarica, sentendo le ginocchia tremare sotto il suo peso. Un fruscio alle sue spalle lo spinge a voltarsi di scatto e ad allungare una mano, la quale si richiude con una ferrea morsa attorno al braccio del suo ladro. «Voi! Vi credevo già chissà dove, oramai» sbotta, la vista appannata per il recente sforzo.
Lupin lo osserva con dubbio e quel che sembra preoccupazione. «Vi ho perduto di vista, a un certo punto. Ho pensato potesse esservi accaduto qualcosa di male. Vi sentite bene?».
«Che bel coraggio avete nel farmi domande simili. Sono mezzo morto di fatica per starvi dietro» attacca, scorbutico, sembrando un cane da combattimento in pieno incontro. L'espressione contrita del ladro francese lo lascia tuttavia interdetto e senza altre recriminazioni sulla lingua.
«Avete ragione: ho esagerato. Temo di non essermi reso conto di aver corso troppo. Vi chiedo perdono». Quel che ottiene è uno sbuffo, che interpreta come seccato. «Vi ho molto deluso?».
Holmes sgrana gli occhi, incredulo, e onde scongiurare un possibile mancamento si siede sul muretto di cinta e passa le dita fra i capelli fradici di sudore, scuotendo poi la testa, sconcertato. «Se mi avete deluso, dite? Voi siete un folle, e non smetterò mai di pensarlo, su questo potete contarci. Quello che avete fatto questa notte è stato, semplicemente, un atto sconsiderato, e mi auguro che in qualche oscuro anfratto della vostra coscienza possiate rendervene conto e provare, un bel giorno, a porvi rimedio almeno in parte». Quando solleva lo sguardo sul ladro francese scopre che sta fissando con ostinazione il marciapiedi, la mascella serrata con forza e una smorfia afflitta in volto. Sospira. «Ma no, la verità è che non mi avete affatto deluso».
Lupin risolleva bruscamente gli occhi e li fissa in quelli dell'investigatore di fronte a lui, incredulo. E poi sorride, e il suo istinto incosciente gli suggerirebbe di abbracciarlo, ma il suo scarso eppur presente buon senso gli ordina in modo perentorio di astenersi, se non altro per rispetto dello sciocco pudore di un inglese un poco troppo rigido per i suoi gusti. «Grazie» soffia emozionato.
Con uno scrollo di spalle Holmes lascia intendere di voler dimenticare la faccenda, almeno per il momento, e una volta di più il ladro sembra disposto ad accontentarlo. «Intendente ancora svaligiare la villa di sir Dominick?».
«Sapristi, certo che sì. L'ho promesso» esclama Lupin, colto di sorpresa da una domanda a suo giudizio superflua.
«Ma davvero?» strascica sarcastico l'investigatore. «E a chi, se è lecito chiedere?».
«A me stesso, ovviamente. E anche al segretario, se può valere qualcosa. Oh, in effetti a questo punto dovrei considerarlo ex-segretario, dico bene?».
Holmes si limita ad annuire, concorde almeno su quel punto. «Avete tenuto conto del fatto che il posto sarà ben sorvegliato? Più del solito, per lo meno».
«Monsieur Holmes, quando ho mandato l'avviso a sir Dominick ero perfettamente cosciente delle difficoltà. Anzi, lo ero anche in precedenza. Il fatto che voi inglesi insistiate nel considerarmi un pazzo non significa matematicamente che io lo sia, o che anche essendolo la mia testa non sia in grado di gestire i dati in mio possesso in modo da creare uno schema logico e funzionale. Vi sono oggetti di valore, all'interno di quella villa, che desidero avere per me. Non importa quanti siano gli ostacoli che mi separano dall'averli, perché io li otterrò comunque. Potete starne certo».
«Lo so».
Lupin ammicca, interdetto, le labbra schiuse in un moto di sorpresa, poi una risatina tintinnante riempie la notte tranquilla. «Siete sempre sorprendente. Per questo non mi stanco mai di voi. Per questo vi apprezzo comunque, anche quando siete più rigido di un pezzo di ferro».
«Dovrebbe essere un complimento?» dubita Holmes, senza tuttavia sapersi trattenere dall'imitare la risata del ladro.
Con un sopracciglio incurvato, riflette sulla domanda e poi fa spallucce. «Non ne ho idea. Può darsi. È solo il mio pensiero».
Annuisce. Sospira di nuovo. Con una mano fa un gesto nell'aria, un gesto che vorrebbe significare di sgomberare il posto. «Andate, ora. Sciò! Se non ricordo male avete bisogno di dormire. E io ho assoluto bisogno di stendermi da qualche parte, possibilmente su un materasso, perché mi sento a pezzi».
Si china di fronte a lui, il ladro, quasi inginocchiandoglisi ai piedi, con negli occhi un'ombra di rammarico e apprensione. «Siete certo di star bene? Posso, se lo desiderate, accompagnarvi fino al vostro appartamento».
Un deciso cenno di diniego risponde per primo a quella proposta. «No, non credo sia opportuno. Dimenticate tutta la gente che ospito di fronte a casa mia. E poi sto bene, davvero». L'occhiata dubbiosa del ladro lo informa che le sue parole non sono state credute. Sbuffa. «Smettete di fissarmi in quel modo. Sapete bene quanto mi infastidisce. Ora toglietevi dai piedi, o giuro che vi sparo addosso; la mia pistola, al contrario della vostra, è carica».
«D'accordo» mormora, ancora in parte titubante. Ciò nonostante si rimette in piedi e fa qualche passo indietro per lasciare all'investigatore lo spazio vitale necessario. China la testa in un accenno di saluto e poi volta le spalle lentamente. Prima di correre definitivamente via porge un ultimo lieve sorriso e un «Aurevoir» che informa Holmes sulle sue future intenzioni.
