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Al suo rientro Watson ritrova Holmes ancora sprofondato in poltrona, con gli occhi chiusi. A un'indagine più accurata scopre che non solo non si è mosso di un ciglio alla sua comparsa, ma è impegnato in modo irrevocabile a dormire.
«Bene, speriamo che al risveglio sia più trattabile» pondera, pur contandoci poco.
Comunque sia lui ha una fame da lupi, per questo motivo esce di nuovo, scendendo al piano inferiore e bussando con discrezione alla porta d'entrata della signora Hudson, la quale apre celere e offre un sorriso comprensivo al dottore.
«Vi ho veduto uscire, ma ho perso il vostro rientro. Posso servirvi la colazione?».
"Santa donna" pensa il dottore, rispondendo al suo sorriso. «Sarebbe meraviglioso. L'unico disguido è che il mio coinquilino dorme, al momento».
Annuisce. «Lascerò allora la sua parte in caldo e porterò di sopra solo la vostra» progetta.
«Vi ringrazio. Ora torno di sopra anche io, a presto».
Nel salotto tutto è in ordine per quanto possa esserlo ospitando loro due, l'investigatore in particolare. Holmes, nel sonno, stringe ancora la scatola di sigari quasi ne andasse della sua vita, ipotesi non poi così distante dalla realtà, a ben pensarci. Si accosta all'amico perché sente il bisogno di controllare che sia in buone condizioni, o per lo meno accettabili; e in effetti è così: il suo esame non rivela nulla di preoccupante, la qualcosa lo tranquillizza e gli permette di gustarsi con maggior rilassatezza la sua abbondante colazione, finalmente.
«Watson» mormora l'investigatore, stropicciandosi gli occhi semi abbagliati dalla luce che filtra nel salotto.
«Ben svegliato, Holmes. Come vi sentite?».
«Assonnato. Un poco meglio. Che ore sono?» si informa, confuso.
«È da pochi minuti passato il mezzogiorno. Se ne avete voglia, c'è della carne fredda» propone il dottore, sperando che accetti.
Holmes, invece, replica con una smorfia poco allettata. «Preferirei attraversare Londra a piedi e di corsa, di nuovo» ammette, abbassando lo sguardo sulla scatola che regge sulle ginocchia. «Avete qualche novità riguardo al cancelliere?».
«Oh, sì. Gli ho telegrafato: vi ha dato appuntamento per un incontro questo pomeriggio, per le tre in punto. Personaggio fiscale» commenta divertito.
«È un'ottima notizia. Il pensiero di tenermi intorno questo documento un minuto in più del necessario mi dà l'angoscia».
Watson annuisce comprensivo. «Vi credo senza problemi. Ma, Holmes, dovreste davvero provare a mangiare qualcosa; siete piuttosto sciupato».
«È un consiglio da medico, il vostro?» sogghigna l'investigatore.
«No, uno da amico» ammette, sospirando.
«Forse più tardi, al mio ritorno» tituba, per nulla propenso.
«Volete che vi accompagni a questo appuntamento?».
Holmes scruta l'amico e mordicchia l'angolo di un labbro. «Mi farebbe piacere, lo sapete. Ma non sono certo che a loro ne farebbe altrettanto» si rammarica.
«In questo caso, sempre che non vi disturbi, verrò con voi e rimarrò ad attendervi al di fuori del palazzo» propone volenteroso.
L'investigatore annuisce e stiracchia un mezzo sorriso. «È un'offerta gentile, vi ringrazio e accetto con piacere».
Watson si sente sbalordito e soddisfatto al contempo. O il sonnellino fuori orario ha giovato in modo imprevisto all'umore dell'amico, oppure durante la sua assenza qualche cosa è accaduto per mutare la sua propensione al pessimismo autodistruttivo in timida accettazione delle positività della vita. Propende per quest'ultima opzione, poiché dubita che poche ore di sonno operino tali miracoli.
Il cancelliere è un personaggio, in ogni accezione del termine: minuto, secco come la mummia di un qualche faraone dimenticato, ma dagli occhi enormi e rapaci, esattamente come il suo naso a becco, la bocca grande dalle labbra sottili e radi capelli grigi ma acconciati con una cura maniacale così da ricoprire alla perfezione il cranio sproporzionato rispetto al resto del corpo. Ha mani non troppo grandi, ma dalle dita lunghe e sottili che sembrano in grado di afferrare tutto, come farebbero gli artigli di un falco. La sua voce è secca e a tratti sibilante, ma ha l'abitudine di scandire ogni parola con attenzione ed è quindi impossibile lasciarsi sfuggire ciò che esce dalla sua bocca.
All'arrivo di Holmes, il cancelliere ha fissato contrariato e con durezza (si sarebbe potuto tranquillamente parlare di astio, se solo i rapporti fossero stati più personali, ma grazie al cielo così non è) il suo accompagnatore, distogliendo lo sguardo quando ha scoperto che suddetto non è intenzionato a seguire l'investigatore fino alla camera delle udienze.
«Vi aspettavamo con ansia, dopo che ci era stato annunciato, ieri pomeriggio, che eravate finalmente rientrato in possesso del documento» esordisce il cancelliere rivolto a Holmes.
«In verità, signore, il documento è giunto nelle mie mani solo questa mattina. Questo è il motivo per il quale ho tardato a chiedere udienza» spiega Holmes, un poco seccato.
«Capisco. Ciò che importa, dopo tutto, è che sia finalmente tornato in nostro possesso senza ulteriori danni né ritardi» considera in tono distratto, camminando a passo svelto per i lunghi corridoi del palazzo.
Giunti di fronte a un grande portone a due battenti il cancelliere si ferma e suona il campanello, restando in attesa per qualche tempo senza degnare di attenzione l'ospite che reca con sé. Quando finalmente da dentro un cameriere apre loro, fa segno all'investigatore di aspettare un momento nel corridoio mentre lui entra e lascia che richiudano le porte alle sue spalle. Holmes fissa i due battenti di nuovo sigillati con una certa vena d'astio e spera che quella manfrina non abbia a prolungarsi troppo, ché non ha certamente tutto il pomeriggio da sprecare per consegnare quel benedetto documento a un qualche lord con la puzza sotto il naso e le mani di velluto. Quando le porte si riaprono e lo stesso cameriere di prima lo invita finalmente a entrare, tutto si aspettava l'investigatore, tranne quello che si ritrova di fronte: la principessa Alexandra lo sta scrutando da dietro una grossa scrivania e quando, con passo incerto, si fa appena avanti, si alza e gli si fa incontro.
«Vostra Maestà» boccheggia, a occhi sgranati, i piedi piantati per terra che ora sembrano pesanti più del piombo. Che diamine, potevano almeno avvisarlo che gli sarebbe comparsa davanti agli occhi la legittima proprietaria della lettera che reca con sé! Giusto per non fargli prendere un colpo al cuore di quella portata.
«Così, voi siete il famoso investigatore Sherlock Holmes. Siete più giovane di quanto immaginassi» considera la Principessa, avvicinandosi di qualche altro passo e fermandosi abbondantemente fuori portata.
"Convenevoli?" si chiede confuso, senza proferire verbo.
«Se Vostra Maestà vuol avere la compiacenza, il signor Holmes si trova qui perché possiate finalmente tornare in possesso delle carte che vi appartengono» si intromette il cancelliere, facendo storcere il naso sia a Holmes che, curiosamente, alla Principessa.
«Non ci crederete, caro Edmond, ma l'avevo intuito. Ora, se cortesemente voleste lasciarci qualche minuto, ve ne sarei immensamente debitrice» replica con una punta di ironia.
«Vostra Maestà non è tenuta a...» prova il cancelliere.
«Sono tenuta, Edmond. Ora, vi prego, andate pure». E questo era un ordine da qualsiasi angolazione lo si voglia guardare.
Il cancelliere si esibisce in un ostentato inchino e sgombera finalmente. La Principessa sembra trarre un discreto sospiro di sollievo e torna a dare attenzione all'ospite.
«È un ottimo cancelliere, in verità; il signor Holstein, o come mi ostino a chiamarlo io Edmond, è il figlio del vecchio consigliere di mio padre, e tuttavia a volte (per non dire in quasi ogni occasione) è tedioso in modo insopportabile. Ma sto abusando del vostro tempo, temo. Se volete accomodarvi, quella sedia accanto alla mia scrivania è molto confortevole; l'ho provata io stessa in più di un'occasione» offre, con un sorriso appena accennato, girando poi le spalle all'ospite il tempo di raggiungere di nuovo la sua postazione.
Poiché non ha una vasta quantità di opzioni fra le quali scegliere, si risolve a seguire il desiderio della Principessa e a sedersi in poltrona, scoprendo che non erano chiacchiere di circostanza, ma la pura verità: decisamente comoda. Quando solleva gli occhi su di lei, scopre anche che lo sta osservando con evidente curiosità e si agita sul posto, innervosito.
«Vorreste, ora, mostrarmi quel documento?».
«Volentieri. Dopo tutto è vostro» acconsente, estraendolo con cura da una tasca interna del cappotto e posandolo sulla scrivania.
La principessa Alexandra dapprima lo studia con attenzione, poi annuisce. «Riconosco il mio sigillo» conferma, allungando infine una mano, raccogliendo la busta e rigirandola per studiarla meglio, per poi finalmente aprirla e farne scivolare fuori le carte contenute. «È lei» mormora con un'emozione nella voce che Holmes non è in grado di identificare. «Quella vera». Solleva gli occhi sull'ospite e annuisce di nuovo. «L'ho scritta io stessa, sapete? Non lo sapeva nessuno, neppure mio padre, quando ne ho steso con cura il contenuto. E ora è qui, di nuovo sotto i miei occhi. Inutile» commenta con rammarico e asprezza, forse delusione. «Vi ringrazio per avermela riportata. So che avrete un onorario per il vostro lavoro, e che Edmond vi avrà già pensato, ma desideravo comunque guardarvi in faccia per farvi comprendere quanto fosse realmente importante questo risultato». Con cura, ripiega il documento e lo ripone nella sua busta, poggiandola di nuovo sulla scrivania. Allora torna a guardare l'ospite. «Ora, a voi. C'è qualche cosa che vorreste?».
Holmes sussulta e sgrana appena gli occhi, scuotendo la testa. Tuttavia si ferma, pensieroso, e quando torna con gli occhi su di lei, piano, accenna un assenso. «Vorrei parlarvi di un particolare che il cancelliere non conosce, né è conosciuto da chiunque altro sia implicato ufficialmente nella ricerca di quel documento».
«Bene, vi ascolto» lo incoraggia, poggiando la schiena sul cuscino della sua poltrona.
Mordicchiandosi un angolo delle labbra, soppesa il modo migliore per spiegarsi, ma poiché non esiste davvero un modo migliore, si rassegna a esporre i fatti per quello che sono. «Qualcun altro ha recuperato per voi quel documento; qualcuno che non è Scotland Yard, né un qualsiasi deputato, né il sottoscritto. Ma temo che potrei complicare la situazione se ve ne parlassi apertamente, e davvero non me la sento di metterlo nei guai più di quanto non ci si metta di sua volontà. Ciò che desideravo era unicamente che voi foste cosciente di questo particolare, nient'altro. Sarebbe stato ingiusto tenere per me un merito che non ho, o che al più ho solo in parte».
«Che cosa accadrebbe se voi mi diceste di chi si tratta?» domanda incuriosita e intrigata.
«Non lo so. Ed è proprio questo il lato terribile. Potrebbe essere accettabile, per voi e per il nostro governo. Oppure qualcuno potrebbe prenderla male e allora...».
«Allora si metterebbe male anche per il signor nessuno che mi ha riportato questo, dico bene?».
«Esatto» conferma, riabbassando lo sguardo.
Lentamente annuisce e sembra prendersi del tempo per riflettere. Quando infine giunge a un verdetto si rimette in piedi. «Verreste con me? Vorrei proporvi una soluzione, ma in un luogo che non abbia possibili ascoltatori clandestini non graditi».
Holmes schiude le labbra, sorpreso. Vorrebbe rifiutare perché già avverte odore di guai, ma se lo può permettere? Non lo crede affatto. Pertanto annuisce, suo malgrado, e a sua volta si alza per seguire la sua futura sovrana.
La principessa Alexandra perde pochi secondi nel confabulare con uno dei camerieri con cui sembra essere maggiormente in sintonia, poi lo guida verso un'uscita secondaria e oltre, lungo un corridoio che non ha l'aspetto di quelli ufficiali, e che conduce verso una portafinestra che dà su quelli che l'investigatore giudica dei giardini interni, attraverso i quali proseguono fino a giungere presso un pozzo in fondo al quale trova spazio solo l'aria, essendo ormai asciutto.
«Ecco qua. Qui ci vengono solo i giardinieri, la sottoscritta e i miei figli. Ora i miei figli sono in viaggio e i giardinieri non si trovano al lavoro, come potete notare voi stesso. Se qui, ora, vi promettessi di non fare mai parola con nessuno di quanto vorreste dirmi, voi accettereste di parlarmene liberamente?».
Una trappola. Lo sapeva, accidenti. Perché ha accettato di seguirla? Perché rifiutare sarebbe stato impensabile. Ma ora: può rifiutare? Probabilmente non più di quanto potesse prima. Eppure lei lo sta guardando in attesa di una sua decisione. E questa decisione spetta unicamente a lui. Sospira, si guarda intorno con l'illusione di accertarsi che siano veramente da soli, infine annuisce, di nuovo, e si augura per l'ultima volta in quella giornata senza reali scelte.
«Avete letto i giornali di questa mattina?» chiede, fissandola negli occhi con gravità.
Lei, a quanto pare, non si attendeva una tale replica, e impiega qualche lungo momento per capire cosa possa avere a che fare con ciò di cui tratta il loro piccolo colloquio privato. «Naturalmente. Come ogni giorno» conferma, ancora nel dubbio.
«L'ex-segretario Ashley-Cooper è stato arrestato. C'è chi ringrazia il cielo, chi la provvidenza, chi la giustizia. Purtroppo (o per fortuna) nulla di tutto ciò è esatto. I fatti parlano dell'intervento di una persona esterna. Lui è francese, anche se si era fatto passare per un nobile belga. Arsène Lupin ha messo in atto la sua trappola per sir Dominick. Lo stesso Lupin, qualche ora prima, ha sottratto dal nascondiglio dell'ex-segretario quel documento per voi, e in un secondo momento lo ha fatto recapitare al mio appartamento».
La principessa Alexandra lo sta fissando con aperta sorpresa, contribuendo a innervosirlo più di quanto già non fosse. «Voi state affermando che un famigerato ladro francese ha rubato il mio documento a sir Dominick e me lo ha reso tramite voi? È possibile?» dubita, ritenendola un'ipotesi molto inverosimile.
«Molto più che possibile: è la verità così com'è accaduta». E d'un tratto si irrigidisce, con il sospetto di aver commesso un terribile errore. «Ma, vi scongiuro, nessun altro deve venirne a conoscenza. Sarebbe orribile se dovesse accadergli qualche disgrazia solo perché ho parlato troppo».
«Dunque è vero» si stupisce la Principessa. Poi, con sorpresa e costernazione di Holmes, ridacchia. «Ammetto che è un peccato non poterlo raccontare in giro. Conosco molte fanciulle che pagherebbero per essere collegate in qualche modo a quell'uomo».
«Oh, no» geme Holmes, coprendosi gli occhi, se per disperazione e contrarietà non è dato di saperlo.
«State tranquillo: non ho intenzione di rompere la mia promessa per civetteria. D'altronde non ho più l'età per questo genere di cose. Inoltre avete ragione voi: sarebbe difficile riuscire a perdonarsi una o due parole di troppo» decide di rassicurarlo, vedendo che è impallidito di colpo.
«Vi ringrazio, Vostra Maestà».
«Per la verità dovrei essere io a ringraziare. E a tal proposito, poiché sembrate avere un certo genere di rapporto che non so bene come inquadrare con il signor Lupin, vorrei chiedervi un altro piccolo favore: sareste così buono e gentile da volergli porgere da parte mia i miei ringraziamenti?».
Con la sensazione di ineluttabilità che lo sommerge, Holmes è costretto ad accettare ancora. Ma prima di andarsene rammenta un altro particolare e, chiedendo un ulteriore momento alla Principessa, fruga nelle tasche e recupera un piccolo cartoncino color panna, che porge a lei con un inchino un poco impacciato.
«Questo è suo?» domanda interessata, osservando il biglietto da visita di Lupin e leggendo con interesse e un sorriso il breve messaggio scritto sul retro.
«Lo è. Me lo ha fatto avere assieme al vostro documento. Come potete vedere, in un certo senso sperava di non passare del tutto inosservato ai vostri occhi» spiega Holmes, in un goffo tentativo di giustificarsi.
«Così voi avete trovato un modo per accontentare sia lui che me. Siete furbo, mio caro amico» commenta la Principessa, divertita.
Holmes arrossisce e distoglie lo sguardo. Poi finalmente si congeda, recuperando il biglietto e facendosi riaccompagnare attraverso il dedalo di corridoi da un cameriere fino all'uscita e all'amico dottore che ancora lo sta attendendo, paziente, a bordo della carrozza che li ha condotti entrambi fino a lì.
