Riunione al vertice

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«Cos'è accaduto?» esclama preoccupato il dottor Watson nel momento stesso in cui vede rientrare Holmes nell'appartamento che dividono da anni. Gli si fa incontro, titubante, cercando di scorgere qualche segnale sul suo volto che, al contrario, non mostra alcun tipo di emozione al momento. «Ho fatto forse qualcosa che non dovevo? Se vi ho arrecato danno senza volerlo, ditemelo, vi prego. Posso...».

Solo a quel punto Holmes solleva lo sguardo, aggrottando le sopracciglia e sembrando accorgersi per la prima volta della presenza dell'amico. Scuote la testa e prova un piccolo stirar di labbra che, alla lontana, vorrebbe far le veci di un sorriso, affatto rassicurante per la verità. «No, nessun danno, amico mio. E dei due, temo di essere io quello ad aver commesso un errore. Vi chiedo perdono per avervi trattato in modo sgarbato. Ero molto poco in me, devo ammettere, ciò non toglie che non sia stato corretto da parte mia farvelo pesare».

Il dottore, seppur ancora molto turbato, sente di essersi tolto almeno un peso dal cuore e tira un esitante sospiro di sollievo. Poi, con estrema cautela, decide di abbordare l'argomento che ritiene più rilevante e al tempo stesso spinoso. «Ero convinto che fosse già in viaggio per la Francia. E invece vi ritrovo occupati a... discutere molto animatamente, come spesso succede fra voi due del resto» azzarda, senza potersi impedire una punta di sarcasmo, che comunque non sembra influire sull'umore del compagno.

«Ne convengo. Vi assicuro che anche per me è stata una sorpresa, e anche piuttosto destabilizzante, oserei dire».

«E posso chiedervi il motivo della sua presenza in camera vostra?» tenta, sentendosi piuttosto coraggioso.

Holmes incurva un sopracciglio, suo malgrado impressionato dall'audacia quasi sfrontata dell'amico dottore. «In effetti sì, ora che me lo fate notare. Potete chiedermelo in virtù del fatto che, in ogni caso e con molta probabilità, lo verreste comunque a sapere molto presto, ovverosia questa sera, quando il signor Lupin tornerà a farci visita».

«Oh?» si sorprende Watson, ma neppure molto, considerando l'umore stranamente conciliante del coinquilino.

Così l'investigatore, in breve, ricapitola i fatti salienti alla base della presenza nei loro appartamenti di Arsène Lupin, riuscendo come di certo si aspettava a stupire e meravigliare il suo buon amico dottore.

«Cyril, mon ami, seguitare a fissarmi con ansia e seguirmi come un cagnolino per tutta la casa non sarà di alcun aiuto a nessuno, te per primo. Ora, vorresti parlarmi di quello che ti turba tanto da starmi tra i piedi da questa mattina?» chiede Lupin, provando persino a usare un tono gentile e comprensivo che, visti gli accadimenti di quelle prime ore, è tutto fuorché nelle sue corde.

Cyril non è affatto ansioso. È fuori di sé dal terrore. Lo è, per la precisione, dalla notte appena trascorsa, quando il suo padrone è tornato a casa dalla sua spedizione alla villa dell'ex-segretario con una piccola parte del bottino e una strana, per non dire folle, luce nello sguardo, una di quelle che annunciano idee ai limiti del depravato e per lo più illecite. In seguito ha avuto modo di assistere al suo eloquio di fronte a sé stesso (e a Caitlin e Cyril stesso, che erano comunque spettatori non necessari agli scopi di Lupin, il quale avrebbe intrapreso la sua sceneggiata anche in solitudine), nel quale vagliava le possibilità concessegli per trovare una sistemazione ad alcuni oggetti a quanto pare ritrovati durante la spedizione. Venire a conoscenza del fatto che, fra le poche opzioni in vaglio, v'è anche quella di comparire fresco e sorridente negli uffici del British Museum non ha giovato affatto alla salute mentale del cameriere, tutt'altro.

«Sono molto in pensiero per la vostra incolumità, signore» si risolve a rispondere, dato che il padrone lo esige. Ma lo fa a bassa voce, sperando che oltre a loro due nessun altro possa udirli, e con nessun altro intende la signorina Caitlin, naturalmente.

Lupin rallenta un attimo il suo incessante girovagare per la casa utile ai suoi ragionamenti e alla sua forma fisica, ma molto scomodo per qualunque discussione civile, e si volta a osservare il suo cameriere. «Ti potrebbe interessare sapere che non sei l'unico ad avere pensieri di tal genere».

«Caitlin non...» affanna, sbiancando per lo spavento di quell'ipotesi.

«No, lei non è al corrente del problema» lo interrompe, rassicurandolo involontariamente. «Questa mattina ho avuto un incontro, che in verità sarebbe più corretto definire scontro, con il signor Holmes. Sappi che le vostre idee sulla mia sanità mentale collimano in maniera alquanto inopportuna» strascica velenoso.

«Signore, vi giuro che non ho mai...» tenta invano di protestare Cyril.

«Risparmia i piagnistei per qualcuno di bocca più buona. Conosco piuttosto bene il tenore dei tuoi pensieri. A volte mi basta guardarti negli occhi. Ma non ha importanza. Con un po' di fortuna il mio problema verrà risolto questa sera» annuncia, appena un poco incupito.

Cyril boccheggia, impreparato. «Non vorrete davvero capitare in quel posto, come se niente fosse, con i vostri trofei antichi!» esclama, colto da un malore al solo pensiero.

Lupin storna lo sguardo, facendolo roteare esasperato. «Niente di tutto ciò. Sherlock Holmes mi ha forzosamente promesso di rifletterci sopra e di cercare un modo per risolvere questo piccolo intoppo».

«Intoppo» rantola, non capacitandosi della noncuranza con la quale viene sminuito il progetto scriteriato del padrone.

«Sei troppo apprensivo, mon ami. Respira e prova a calmarti. Devo ricordarti che, nel tempo, ho fatto di molto peggio che non entrare in un museo per consegnare reperti rari? Per esempio, ne ho svaligiati un paio».

Cyril deambula a fatica fino alla prima sedia disponibile e ci si lascia crollare sopra. «Preferirei che evitaste di rammentarmelo, in tutta sincerità».

«Mon Dieu, che brontolone stai diventando» protesta il padrone di casa, però sorride e finalmente si siede lì accanto, lasciando perdere per il momento il suo peregrinare per la casa come un'anima in pena. «Questa sera, dopo cena, farò un'altra visita al 221B di Baker Street. Se sarò abbastanza fortunato per quell'ora avrà già trovato una soluzione». Si volta, fissando Cyril con uno sguardo intenso che sfuma per diventare birbante. «Dimmi, mio Cyril, sono fortunato a parere tuo?».

Il cameriere lo osserva a sua volta. Sospira. «Molto, signore. E anche notevolmente incosciente. Non credo di aver mai incontrato nessuno con un carico così ingente ed equilibrato di fortuna e incoscienza come da quando vi conosco».

«Che sfacciato» sbotta, ridendo gioioso come un bambino.

Hanno da poco terminato la loro cena quando la signora Hudson, trafelata, bussa alla loro porta ed entra in salotto con gli occhi grandi e il fiato corto.

«Vi cercano, signor Holmes» annuncia.

«Avete, per puro caso, anche un soggetto da accompagnare a quel vi? Sarebbe simpatico e senz'altro utile avere un'idea di chi stiamo parlando»

La padrona di casa si impermalisce e raddrizza le spalle, assottigliando gli occhi. «Questo è il suo biglietto da visita» comunica stizzita, piazzandogli in mano il suddetto oggetto.

Paul Sernine è la firma sopra riportata. Nonché Principe o sedicente tale. L'investigatore cruccia la fronte, pensieroso, poi sbuffa, quasi ridendo. «Sì, d'accordo, fatelo pure passare» acconsente.

Quando la signora Hudson si richiude la porta alle spalle, il dottor Watson si rivolge al coinquilino, incuriosito. «Conoscete questa persona?».

«Certo che la conosco, caro amico. E in effetti, a voler essere precisi, la conoscete anche voi» conferma, apparendo misterioso involontariamente.

«Io, dite? Mah, veramente non credo di averne mai sentito parlare» prova a protestare il dottore, manifestando le sue perplessità.

Bussano alla porta. Ne entrano due uomini, di cui uno (il più vistoso) abbigliato in maniera elegante e ricercata, come in effetti si conviene a un Principe degno di tale nome: una casacca grigio perla, decorata da ricami di seta e piccole pietre scintillanti, con il colletto alto e stretto, chiusa da piccoli alamari bianchi, forse d'avorio; le gambe sono ricoperte da pantaloni di velluto, grigi anch'essi, ma più scuri; poggiato sulle spalle un cappotto lungo lasciato aperto, bianco come gli alamari; alle mani guanti chiari di camoscio e sul capo un cappello rigido in feltro con una fascia nera in seta; stretto fra le dita regge uno spesso e pesante bastone del tutto nero a eccezione dell'impugnatura d'argento raffigurante una testa di lupo. D'aspetto appare come un uomo di circa trentacinque o quarant'anni, dai fluenti capelli castani ma già striati da riflessi argentei, un bel paio di baffi folti e accuratamente disegnati, oltre a basette appena accennate che lasciano spazio allo sguardo su di un volto roseo dai tratti pronunciati e decisi.

«Signori, buonasera» esordisce con un marcato accento russo quello che è chiaramente il proprietario del biglietto da visita.

«Buona sera a voi. Bel vestito» commenta Holmes con tono ironico.

«Lo credo bene. Sapeste quanto mi è costato» ribatte l'ospite utilizzando un tono burbero e profondo, quasi stizzito.

Nel frattempo sia l'investigatore che il dottore si sono alzati, quest'ultimo con l'intento di accogliere gli ospiti, mentre il primo a quanto pare incuriosito, più che altro. Si accosta al proprietario del bel vestito succitato e lo soqquadra con attenzione, annuendo, sembrando perfino ammirato.

«Immagino che nessuno vi abbia riconosciuto» indaga Holmes.

«Perdinci, ci mancherebbe altro. Trascorro ore a curare i dettagli perché poi il primo che passa possa additarmi e strillare ai quattro venti il mio nome? Vi sembra il caso?» protesta.

«Una buona obbiezione. Volete accomodarvi?» offre Holmes, indicando le poltrone libere.

Watson lo fissa quasi sconvolto da quello strano comportamento condiscendente, perfino lieto, e ha il dubbio di essersi perso qualche particolare del quale non è al corrente. «Holmes, ho paura di non aver ben compreso...» tenta, sentendosi un po' sciocco.

Holmes solleva lo sguardo su di lui, sorpreso, e poi sorride lasciandolo di stucco. «Vedete, a quanto pare avevate ragione ancora una volta. Neppure il mio buon dottore si capacita di chi mai possiate essere» commenta, rivolto ancora una volta all'ospite. Poi dando finalmente attenzione al dottore aggiunge «Paul Sernine? Non vi suona stranamente familiare? Si tratta di un anagramma. Se rimaneggiate la disposizione delle lettere ottenete...».

«Arsène Lupin» completa per lui l'ospite, sorridendo sotto i baffi posticci appiccicati con maestria sotto il suo naso arricciato dal divertimento.

«Signore benedetto!» esclama Watson, incredulo di essere stato gabbato ancora una volta dai giochetti istrionici del ladro francese. E pensare che l'attendevano entrambi, quella sera. Ciò nonostante, per quanto si sforzi, non riesce affatto a trovare l'ormai familiare aspetto di Lupin sotto l'attuale livrea. Scuote la testa, perplesso. «Non mi capacito di come riusciate a ottenere simili risultati» ammette sconfortato.

Il ladro scrolla le spalle, e quel gesto lo avvicina maggiormente alla sua normale essenza. «Ho studiato e lavorato diciotto mesi all'ospedale di Saint-Louis con il dottor Altier, esperto in dermatologia. E in seguito ho avuto modo di fare parecchia pratica sul campo» spiega, sogghignando.

Secondo Lupin questo con tutta probabilità dovrebbe poter far luce su ogni questione lasciata in sospeso sull'argomento. Inutile sottolineare che Watson è ben lontano dalla totale comprensione riguardo la dinamica di quel suo entrare nel personaggio che è piuttosto un trasformarsi in qualcun altro di completamente differente, più o meno sotto ogni aspetto eccetto l'essenziale. Non che il suo coinquilino non ci si sia applicato a sua volta ma, deve ammettere, non con gli stessi risultati.

Cyril, rimasto defilato fino a quel momento, si schiarisce la voce con discrezione, attirando l'attenzione del suo padrone. «Oui, mon ami, je sais. Il mio buon Cyril è molto in ansia e vorrebbe (correggimi pure se sbaglio) che arrivassimo al punto entro breve. Dico bene?».

«Non avrei saputo esporlo in modo migliore, signore» strascica Cyril, sarcastico.

Lupin rotea gli occhi, lo afferra per un gomito e lo trascina più o meno contro la sua volontà su una delle poltrone rimaste vuote, invitandolo senza troppe cerimonie e sedersi e portare pazienza. Nel mentre lui stesso prende posto lì accanto e si dispone ad attendere di buon grado che i due padroni di casa, dopo aver fatto altrettanto, si incarichino di dare inizio al discorso.

«In verità, voglio credere che il vostro cameriere personale sarà soddisfatto dell'accomodamento cui abbiamo pensato io e il dottor Watson» esordisce Holmes, le gambe accavallate e le dita delle mani incrociate in grembo. Watson annuisce, convinto, e rimane tranquillo sapendo che il coinquilino presto esporrà la loro idea.

«Oh?» si interessa Lupin, sporgendosi un poco avanti, in ascolto. «Eh bien, sentiamolo, dunque» lo sprona con garbo.

«In breve, si è stabilito che, visti e considerati i precedenti favorevoli, possa essere il dottor Watson stesso il più idoneo a recarsi sul posto, ovvero al British Museum, portando con sé il materiale che intendete consegnare loro. A quanto pare è in grado di ottenere inviti da almeno un paio dei loro ricercatori: studiosi di medicina, per lo più, che si occupano di ricerche in ambito umanistico, sui ritrovamenti fossili. È corretto fin qui, amico mio?».

«Sì, le cose stanno esattamente così. Poiché è già capitato in passato che venissi consultato, non vedo ragione per cui dovrebbero nascere dubbi o sospetti nel caso di una mia richiesta per essere ricevuto dai colleghi che vi lavorano» illustra il dottore.

«È un ottimo punto di partenza. Ma una volta lì, come spieghereste la presenza dei due manufatti che ho trovato alla villa di sir Dominick?» obbietta a giusta causa Lupin.

«La soluzione è molto semplice, e si tratta nient'altro che di mescolare un pizzico di verità con un'abbondante dose di fantasia pura. Il dottor Watson racconterà loro che mi sono recentemente occupato di un caso un po' particolare, conclusosi di recente, durante il quale oltre che imbattermi in utili prove e soluzioni mi sono imbattuto anche in curiosi ritrovamenti dei quali non avrei saputo cosa fare, pertanto ho pregato il mio buon amico di chiedere consulto al loro personale qualificato per ottenere consiglio, dato che al momento sono di nuovo occupato a gestire un'altra emergenza e pertanto non mi è proprio possibile occuparmene personalmente».

Uno sbuffo di risata proviene da Lupin. «Non so bene se augurarmi che siano abbastanza tonti da bersi la vostra panzana oppure sufficientemente svegli da trovare il bandolo della matassa che rappresentano questi oggetti. Sarebbe troppo pretendere entrambe le possibilità?».

«Eccessivo, sì, non lo nego. Ma se saremo fortunati verranno in seguito consultati ricercatori più preparati, supponendo che i primi falliscano nell'impresa» obbietta Holmes.

«In questo caso avrò fede nella mia buona sorte e nel fato sul quale spesso ho una certa influenza» asserisce Lupin, apparendo ora serio in maniera del tutto inattesa e sconcertante. Si rivolge a Cyril, chiedendo che gli porga la bisaccia che ha condotto con sé fino a quel momento, e da questa estrae ancora una volta il cofanetto metallico e l'involto in velluto. «La piccola lamina già l'avete veduta questa mattina. Vi raccomando, entrambi a questo punto, di porre la massima attenzione nel maneggiare il suo contenitore e, possibilmente, di evitare di esporne il contenuto prima che esso arrivi nelle mani di gente affidabile». Detto ciò mette da parte il cofanetto e, con estrema delicatezza, svolge lo spesso tessuto che ricopre la reliquia che ha potuto osservare lui solo fino al quel momento, mettendone infine in luce un consunto manoscritto dall'aspetto incredibilmente fragile e vetusto.

Sia Holmes che Watson si sporgono di parecchio, quasi raggiungendo l'orlo estremo delle loro rispettive poltrone, troppo occupati e incuriositi da ciò che sta mostrando loro Lupin. «Di cosa si tratta?» soffia l'investigatore, intrigato suo malgrado.

«Vorrei saperlo» ammette Lupin, timoroso di sfiorare il manoscritto. «Per quel poco che riesco a dedurre, sembrerebbe una trascrizione piuttosto antica, in una lingua arcaica molto simile all'islandese. Ho ipotizzato possa trattarsi di norreno, ma non sono in grado di darvene certezza, come spero possiate immaginare» spiega con contrizione. «Vi sono alcuni grafemi che mi ricordano una traduzione del Konungsbók che lessi qualche anno fa durante una spedizione nel nord Europa. Per questo ho pensato potesse trattarsi di uno scritto a esso inerente. Spero che i vostri studiosi possano venirne a capo, in qualche maniera».

Holmes ha le sopracciglia inarcate, appare perplesso. «Perdonate, non ho idea di cosa sia il Konungsbók di cui parlate».

Lupin sfarfalla le ciglia, sorpreso, poi annuisce. «Vuol dire Libro del Re. È la maniera in cui gli islandesi si riferiscono al Codex Regius. Si tratta di un manoscritto islandese scoperto nel 1643 dal vescovo di Skálholt, Brynjólfur Sveinsson. È in poche parole una raccolta di quarantacinque fogli di pergamena contenente ventinove antichi poemi e composizioni norrene che trattano di mitologia nordica e canti eroici, risalenti al 1200 circa. Fu donato al re di Danimarca Frederick III. Si ritiene che, dopo il trentaduesimo foglio, vi sia una lacuna di sedici pagine».

«Capisco» mormora l'investigatore, con gli occhi ora pensierosi e fissi sul manoscritto, fino a che stringe le labbra in una linea sottile, apparendo preoccupato. «In effetti sembra piuttosto rilevante. Nessuna idea del motivo per cui sir Dominick teneva qualcosa di simile nascosto nel suo studio?».

«Ci ho riflettuto» ammette Lupin, scuotendo la testa. «Ma, a dir la verità, non ho avuto alcun tipo di illuminazione. Il fatto che fossero nascosti, loro due soli, in quel nascondiglio del quale presumo conoscesse unicamente lui l'esistenza mi ha dato non poco da pensare. Non è come nel caso delle lettere rubate, da cui poteva trarre benefici immediati. Né come per i quadri appesi alle pareti, dai quali poteva trarre diletto ammirandoli. Non riesco a immaginare quale fosse l'utilità di possedere questo manoscritto e la lamina d'oro, purtroppo. Forse un giorno...» soppesa, lasciando il pensiero a metà.

«Se ne parlassimo con Seldon e l'incaricassimo di interrogare sull'argomento direttamente sir Dominick?» propone Watson pieno di buona volontà.

«Impossibile!» esclamano, in sincronia quasi perfetta, sia Lupin che Holmes, voltandosi a fissarsi stupiti.

«Hum! D'accordo, come non detto» borbotta Watson, scrutando i due ancora intenti a studiarsi, indeciso se essere offeso oppure divertito da quel loro comportamento assurdo. «Era solo un'idea» completa così il proprio pensiero, nell'estremo tentativo di difendersi.

«Non delle migliori» commenta Holmes con poco tatto, facendo arricciare le labbra del dottore.

«La questione è molto semplice: nessuno sa che ho trovato il nascondiglio segreto di sir Dominick, neppure lui stesso. Se ne parlaste con il capo di Scotland Yard, non solo la vostra bella pensata per accedere al British Museum diverrebbe inutile, ma presto o tardi tutti verrebbero a conoscenza della provenienza di queste reliquie, con tutta probabilità prima che si trovi per loro una buona spiegazione. Il mio presentimento è che fossero celate per un motivo ben preciso, quindi far sapere a tutti che non lo sono più non sono certo possa giovare» spiega Lupin.

«Capisco, ma se invece renderne nota la presenza potesse servire a spiegarla o, eventualmente, attirare l'attenzione di qualcuno di qualificato, che possiede le conoscenze giuste?» obbietta Watson.

«O attirare l'attenzione delle persone sbagliate. È perfettamente possibile che sir Dominick cercasse di nasconderne l'esistenza e l'ubicazione per motivi più seri della semplice smania da collezionismo» riflette Holmes.

Lupin annuisce, dicendosi d'accordo con l'ipotesi dell'investigatore. Abbassa lo sguardo e si sofferma a studiare il manoscritto. «Mi sfugge qualcosa» mormora fra sé. «Che cos'è? Come la trovo? Che cosa mi nascondi?». Pensieroso, struscia le dita contro la fronte.

«Vi sentite bene?» domanda la voce di Holmes, il cui tono appare preoccupato.

«Credo... Non lo so. È possibile che l'uno sia collegato all'altro? Sembra una possibilità remota: provengono, con tutta evidenza, da due mondi e due periodi differenti. Eppure... erano insieme, là dove non c'era null'altro. Questo, in qualche modo, li accomuna, n'est-ce pas?».

Holmes ci riflette sopra e infine sembra concordare, almeno in parte, con l'idea del giovane uomo seduto lì di fronte. «Forse potrebbe essere di maggior utilità attendere ancora qualche tempo prima di portarli al museo, e invece tenerli per provare a scoprire a cosa portano».

Prima ancora che l'investigatore completi la sua proposta il ladro francese ha cominciato a scuotere la testa, con lentezza ma senza tentennamenti. «Lo vorrei, ma temo sarebbe un errore. Sono trascorse meno di ventiquattro ore da quando li ho trovati, e già avverto l'urgenza di rimetterli al sicuro. È un fatto che non mi spiego, ma so di non poterli tenere con me, per quanto l'idea possa allettarmi».

«Come volete» accetta Holmes, nonostante l'evidente incomprensione per quella spiegazione che in realtà non spiega proprio nulla. «Intendete riportarli alla vostra abitazione?».

Lupin sgrana gli occhi. «Assolutamente no. Tre viaggi in questa città sono più che sufficienti. Il quarto dev'essere quello conclusivo, che li porti al sicuro, possibilmente dietro qualche sistema di allarme» protesta. Poi, soffermandosi a osservare il salotto, sente sorgere con una certa inquietudine un dubbio dell'ultimo momento. «Perdonate se mi azzardo: voi possedete, in questa dimora, un luogo in cui nascondere e proteggere questi oggetti nel tempo che servirà per condurli al British Museum?».

Holmes assottiglia gli occhi. Non è affatto sicuro di cosa pensare riguardo alla domanda del francese. A scanso di equivoci, pensa corretto informarsi, prima di perdere la pazienza come di norma gli capita in presenza del ladro. «State per caso cercando di insultarmi?» domanda pacato.

Lupin sfarfalla le ciglia, preso in contropiede. «No» replica soltanto, utilizzando un tono neutro che al contempo appare ovvio.

«Ottima notizia. La risposta alla vostra domanda, perché lo sappiate e, sperabilmente, perché evitiate di ripropormela una seconda volta, è sì».

«Ottima notizia» strascica Lupin, facendogli il verso con palese piacere personale e scatenando un'occhiata esasperata e uno sbuffo d'insofferenza nell'investigatore. «Ora, mi rincresce, ma temo proprio di dovermi congedare. Si sta facendo tardi e ho ancora alcuni impegni che pretendono la mia presenza». Ciò detto si rialza, imitato con prontezza da Cyril, e con più calma dai due coinquilini. Lancia un ultimo sguardo carico di rincrescimento al cofanetto e al manoscritto, poi volta loro le spalle, in modo brusco e irrevocabile, quasi a volersene staccare in maniera definitiva.

Di lì a pochi istanti viene raggiunto dall'investigatore che, non senza una certa titubanza, gli posa una mano sulla spalla. «Non abbiate timore» soffia impacciato.

Un piccolo sorriso gentile spunta sulle labbra del ladro francese. «Mi fido di voi» replica in un mormorio appena. «Cyril, andiamo. Aurevoir Messieurs!» esclama allegro, lasciando a passi rapidi l'appartamento del 221B.