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Per tutto il tragitto che la loro carrozza percorre fino al palazzo nel quale risiede il ladro francese, quest'ultimo mantiene un ostinato silenzio incupito, mentre l'investigatore fissa a tratti la città che scorre attraverso il finestrino e a tratti il suo cocciuto compagno di viaggio, tentando invano di attirare la sua attenzione. Quando il veicolo accosta all'entrata della dimora, Holmes si allunga appena verso di lui, deciso a incontrarne lo sguardo.
«Signor Lupin» sibila, non avendo ottenuto alcun risultato. Il ladro spalanca lo sportello prima ancora che il veicolo si sia fermato del tutto e balza a terra senza alcuna esitazione, nonostante l'abbigliamento scomodo ne intralci i movimenti. Holmes si sporge dalla carrozza. «Lupin!» sbotta, mordendosi subito dopo la lingua e guardandosi attorno nervoso. Poiché quello, lungi dal dargli retta, si è già addentrato nel vestibolo del palazzo, masticando un paio di imprecazioni fra i denti, scende di tutta fretta dalla carrozza, getta al vetturino una congrua quantità di monetine e a passo svelto raggiunge l'entrata del palazzo, scoprendo che la porta è stata lasciata socchiusa. «Maledetto Lupin» esclama, per l'ennesima e con ogni probabilità non ultima volta, oltrepassando la soglia e richiudendosi l'uscio alle spalle. Fa correre una rapida occhiata all'ormai familiare atrio, individuando in fretta la figura ancora in movimento del ladro francese che, proprio in quel momento, si sta arrampicando a passi rapidi sulla scala che porta alle camere del primo piano. «Accidenti a voi, volete fermarvi una buona volta? Dobbiamo parlare» ringhia, riprendendo quell'inutile inseguimento.
«Non vi sto certo impedendo di dar fiato ai vostri polmoni, Monsieur Holmes» borbotta il padrone di casa, scomparendo oltre l'ennesimo uscio del corridoio.
«Ma non mi state ascoltando» recrimina l'investigatore, avvicinandosi titubante all'uscio. «A che serve che parli, se non prestate attenzione a ciò che dico?».
«Non vedo motivo per cui dovrei darvi ascolto, quando non sono interessato alle vostre lamentele. Tanto più che non ho proprio nulla per cui sentirmi in fallo. Ma se proprio ci tenete, almeno che lo facciate guardandomi in faccia» sbotta, da oltre la porta socchiusa.
Holmes si acciglia e rinserra le labbra, contrariato, già prevedendo i guai che ne verranno da quella storia. Infine sbuffa e allarga le braccia, prima di farsi avanti. Per provare almeno a salvare le apparenze, bussa discretamente e attende con pazienza un invito che non giunge. Digrigna i denti e, piano, apre la porta, si affaccia con un rapido movimento e altrettanto subitaneamente si ritira, snocciolando alcuni pregevoli e molto esotici improperi dedicati al padrone di casa. «Vi avevo pregato di non rifarlo, signor Lupin» sibila contrariato.
«Non ho fatto assolutamente nulla, Monsieur Holmes. Questa è la mia camera e quella che avete aperto, senza il mio permesso, è la mia porta. E io devo levarmi questa roba, perché inizia a essere soffocante. Che voi abbiate deciso di dovermi parlare a quattrocchi proprio ora non è certo mia responsabilità».
Sospira, già ampiamente stremato. «Detesto quando vi comportate in questo modo».
«Sono lunatico, Monsieur Holmes. Ma voi dovreste sapere molto bene come vanno queste cose, n'est-ce pas?».
Leva gli occhi al cielo, sbuffa, si appoggia all'uscio e chiude gli occhi. «Non possiamo lasciare le cose come stanno. Lo sapete meglio di me».
«Dame! Possiamo eccome. Vorrei farvi notare che abbiamo fatto i salti mortali per ottenere quella benedetta udienza che ci concedesse l'opportunità di avvertire la vostra Principessa dei possibili rischi. Che altro vi aspettate che si possa escogitare? Prima fate storie all'idea di dover inoltrare richiesta di udienza, e ora che abbiamo portato a termine i nostri doveri siete qui a spaccarmi la testa, ma a quale scopo? Cosa, per l'amor del cielo, vi proponete di mettere in atto?» affanna, ringhiando a tratti incastrato fra stupide trine e merletti.
«Il fatto è che quell'uomo potrebbe costituire davvero un problema. Non possiamo restarcene a guardare mentre fa i comodi suoi» protesta Holmes, crucciando la fronte a ogni grugnito mezzo soffocato che gli giunge dal padrone di casa.
«Ma si tratta pur sempre di una decisione che spetta alla Principessa, o tuttalpiù ai suoi consiglieri, o a suo marito. Che cosa c'entriamo noi? Non le abbiamo forse fornito le informazioni che potevamo darle considerate le nostre esigue certezze? Non ha forse affermato che avrebbe esaminato il caso?».
Holmes sbotta in una risata sarcastica. «Quando? Riuscite a immaginarvi tutta la burocrazia che ci sarà dietro? Nel tempo che impiegheranno a organizzarsi, quell'uomo avrà già trovato il modo di aggirare il pericolo, o nel migliore dei casi fatto perdere le sue tracce».
Pochi minuti dopo, nel completo silenzio che è seguito alle sue parole, la porta della camera si spalanca, facendolo barcollare indietro, e sulla soglia compare il padrone di casa, ora nelle sue consuete vesti di ladro francese, con indosso un comodo paio di pantaloni in lana e una camicia candita, intento ad asciugarsi il viso e i capelli umidi con una salvietta. «Mon Dieu, siete esasperante! Pensare che ero convinto non esistessero altri individui più ingestibili del sottoscritto. Sacrebleu! Devo proprio ricredermi!» sbotta, le braccia e gli occhi levati al cielo.
Sherlock Holmes reclina la testa e lo osserva con un lieve sorriso sulle labbra. «Non avete idea di quanto io sia desolato per la vostra amara scoperta».
Lupin sgrana gli occhi, sbuffa una risatina e gli getta in faccia la salvietta bagnata. «Entrate, e spiegatemi quel che avete in mente».
Sono perlomeno cinque minuti abbondanti che Lupin è impegnato a fissare in silenzio Holmes, dopo aver ascoltato con attenzione e inusuale pazienza i suoi progetti. L'investigatore sta iniziando a innervosirsi: l'attesa non è mai stata il suo punto forte.
«Ebbene, che vi prende?» sbotta infine, dopo aver pazientato pochi altri minuti, nella speranza che si decidesse a dargli un segno di vita, uno qualsiasi, anche un insulto gli sarebbe andato a genio più del silenzio.
Come risvegliato da una stasi, Lupin sogghigna. «Quel che avete in mente ha una sua attrattiva, non posso negarlo. Tuttavia non posso neppure fingere di non aver notato che, se solo ve l'avessi proposto io, con buona probabilità la vostra prima reazione sarebbe stata quella di darmi del pazzo» fa notare con tono pacato. Holmes aggrotta le sopracciglia e sta per replicare, ma Lupin mette le mani avanti. «Ah, no! Risparmiatemi i vostri futili tentativi di negare. Lo avete già fatto, in passato, e per molto meno. Ma non sto affermando che sia una cattiva idea, tutt'altro. Solo, devo ammettere che mi infastidisce un poco il suo avvio; sembrerebbe stiate cercando di emulare sir Dominick».
«Sarebbe un bluff. Non si tratterebbe di un vero ricatto, poiché non disponiamo di vere basi sul quale porlo, in sostanza non abbiamo fra le mani nulla che ci consentirebbe di costringerlo ad agire contro la sua volontà» tenta di spiegare.
Lupin annuisce, soprappensiero, distogliendo lo sguardo dall'investigatore per posarlo sulla strada trafficata che si può osservare dalla finestra della sua camera. «Ma questo lui non lo può sapere» considera.
«Esatto. E su questo conteremo per convincerlo a incontrarci, o meglio, incontrare me, poiché non ne sa nulla di voi». Poi, trepidante, rimane in silenzio aspettando una conferma oppure un rifiuto, in entrambi i casi di certo meglio del dubbio nel quale versa attualmente.
Il padrone di casa solleva gli occhi, ancora offuscati da pensieri contrastanti che sembrano rispecchiare il cielo londinese del colore dell'acciaio, fino a che un guizzo li fa scintillare. «Sta bene: potete contare sul mio appoggio» decreta con un lieve sorriso, prendendo alla sprovvista il suo ospite.
Holmes sfarfalla le ciglia, si alza dalla poltrona con un movimento brusco e un arricciarsi di labbra sfugge al suo controllo. «Ottimo. Allora sarà il caso che vada a preparare la missiva...».
«Domani» lo interrompe Lupin, tornato nel frattempo a fissare il traffico della City londinese.
«È opportuno muoversi in fretta» prova a protestare.
Lupin scuote la testa. «Domani, Monsieur Holmes. Oggi vi ha veduto attraversare i corridoi del palazzo reale per incontrare la Principessa. È già abbastanza imprudente attendere domani; oggi sarebbe dannoso, oltre che inutile. Fate piuttosto in modo che gli giunga la sera, dopo la chiusura degli istituti di credito».
Holmes annuisce. «D'accordo: domani sera, poco dopo le cinque».
Lupin ridacchia, sorprendendo il suo ospite. «Giusto in tempo per il tè, n'est-ce pas? E nel frattempo io mi metterò in contatto con alcuni dei miei ragazzi per predisporre la partenza». Torna a guardarlo, ma questa volta il suo sembra uno sguardo incuriosito e divertito. «Sedete pure, non è necessario che vi affrettiate. Farò portare da Cyril qualcosa di caldo, magari nello studio a fianco, hein?».
Holmes avverte il viso scaldarsi un poco e sa di essere arrossito, così per autodifesa gli rivolta contro un improperio a caso, di quelli poco impegnativi. Meno di un quarto d'ora dopo sono entrambi presi nell'occupazione di sorbire della cioccolata bollente all'interno dello studio del padrone di casa, piacevolmente riscaldato dal camino acceso.
«Posso accompagnarvi, domani sera?».
«Parbleu! Certo che no, ma petite» esclama Lupin, fissando con sguardo attonito e inorridito Caitlin, che a sua volta lo sta osservando mentre prepara gli abiti adatti alla serata successiva.
Caitlin si imbroncia e incrocia le braccia sotto il petto, indispettita. «Ma quando potrò venire con voi, dunque?» chiede sfacciata.
Lupin interrompe ancora una volta ciò che sta facendo e si volta, assottigliando le palpebre con manifesta contrarietà. «Per esempio quando non vi sarà il rischio di rimaner uccisi da criminali senza scrupoli. Non mi dire che ti sono già venute a noia le tranquille passeggiate per la città».
Lei è indecisa tra la crudele verità o una menzogna pietosa. Trae un brusco respiro e decide per la crudele verità. «Decisamente sì. Quasi era più emozionante borseggiare i passanti».
Lupin spalanca gli occhi, spalanca la bocca e pesta un piede per terra. «Ah, ça! Inaudito! Per poco non ci rimettevo la pelle, in quel tuo abominevole quartiere puzzolente, e questo è il ringraziamento!» sbotta allucinato.
Caitlin si porta le mani tremanti alla bocca e con gli occhi liquidi scuote vigorosamente la testa. «Oh, no! Non intendevo quello che... Perdonatemi, ho detto una sciocchezza. Vi giuro che non lo pensavo sul serio, ve lo giuro» esclama spaventata, cercando di avvicinarsi a piccoli passi cauti al suo tutore. «È solo che, vedete, senza di voi non è la stessa cosa. Quando mi permettete di accompagnarvi è più... più... Oh, non so... Divertente, credo».
Lupin, ancora accigliato, con le labbra strette e pervaso dalla stizza, si prende qualche momento per tentare di darsi una calmata e riflettere sulle ragioni della fanciulla. Infine, evidentemente giunto a qualche buona conclusione, sospira e abbozza un sorriso, massaggiandosi pensoso la nuca. «Capisco quello che intendi, più di quanto tu possa immaginare. Tuttavia vi sono casi in cui non è sufficiente arrivare a comprendere; si deve trovare un compromesso, una strada alternativa. Comunque sia quel che mi aspetta domani sera è una faccenda molto delicata, una che non ammette distrazioni di alcun genere. Quindi devi promettermi che non farai assolutamente nulla per darmi ulteriori pensieri, non domani per lo meno. Siamo intesi? Il giorno seguente, se lo vorrai, potrò dedicarti del tempo e sarai tu stessa a decidere come trascorrerlo. D'accordo, ma petite?».
«D'accordo, grazie» soffia Caitlin, sollevata di non aver provocato troppi danni con la sua lingua lunga. «Mi dispiace di avervi fatto arrabbiare» pigola, sbattendo le ciglia come ha veduto fare al suo tutore in casa dell'investigatore.
Lupin sbuffa una ristata divertita e scuote la testa, scrollando le spalle. «Non importa. Come potrei non perdonarti, con quell'irresistibile musetto che ti ritrovi, hein?».
Caitlin sorride raggiante e gli si avvinghia stretta come una bertuccia per secondi interminabili, lasciandolo infine andare prima che il padrone di casa crolli a terra senza più ossigeno nei polmoni. Infine si precipita fuori dalla camera decisa a preparare un itinerario degno per i prossimi giorni da sottoporre al suo tutore. Al suo posto sull'uscio compare Cyril, crucciato.
«Signore...» tentenna, mentre osserva il padrone che è tornato ai suoi preparativi.
Lupin solleva appena il capo, senza interrompere la sua attività. «Quello che ho detto a Caitlin vale anche per te, Cyril» lo anticipa, sapendo perfettamente quel che passa per la testa del cameriere personale.
Cyril arrossisce un poco, comprendendo di essere stato colto a origliare la loro conversazione. «Tuttavia potrei...».
«Potresti farmi il favore di rimanere in casa e controllare che Caitlin non si cacci nei guai in mia assenza. Questo sì che mi farebbe comodo. Qualunque altro intervento mi creerebbe possibili problemi che non avrei il tempo materiale per risolvere prima che degenerino. Tutto chiaro?».
«Sì, signore» mormora Cyril, ancora una volta sconfitto.
«Molto bene. Va', ora» ordina, attendendo di udire la serratura scattare e godendosi il successivo, benedetto momento di assoluto silenzio come una vera manna dal cielo.
È l'una di notte, il Tamigi è un nastro nero sotto il cielo coperto dalle nuvole e se ne avverte solo lo sciabordio contro le paratie del porto; i Docks sono al contrario silenziosi e attendono l'alba per potersi rianimare del frastuono degli operai; negli angoli più riparati dei magazzini alcuni senzatetto hanno trovato rifugio per dormire. Accanto alla banchina del molo nove, una figura alta e sottile, coperta di un pesante pastrano di lana e un cappello a falde larghe, è poggiata con le spalle contro una grossa cassa di legno arrivata quella sera sul tardi, troppo perché si trovasse il tempo di portarla nei magazzini; ci penseranno i facchini l'indomani mattina a terminare i lavori su quell'ultimo sbarco. Dieci minuti trascorrono nel silenzio e nell'immobilità, poi venti. Il viso dell'uomo, ancora appoggiato alla cassa, non si distingue dal resto delle ombre, il capo è reclinato in avanti e la falda anteriore del copricapo ne cela i tratti. Trenta minuti dopo dei rintocchi rapidi risuonano sull'assito che dai magazzini porta alle banchine, il loro riecheggiare si spande nell'aria ferma come una promessa; il volto dell'uomo si solleva di poco e l'ombra del cappello retrocede fino agli occhi che si conficcano duri sul punto in cui, poco dopo, compaiono altre figure. Ne conta cinque in totale; doveva essere una sola, ma scrolla le spalle perché in fondo non si attendeva nulla di troppo diverso.
«Siete puntuale, ma affatto di parola» commenta, mentre le figure si avvicinano alla sua postazione.
«Non rammento di aver mai dato alcuna parola, e se ve lo aspettavate siete uno sciocco» replica la voce di uno dei nuovi arrivati, una voce che ha già avuto modo di ascoltare in altre due occasioni e che appartiene alla figura più minuta nel centro del raccolto gruppo.
«Per la verità no, non me lo aspettavo affatto, conoscendovi» afferma con sarcasmo.
«In questo caso non siete sciocco, quanto piuttosto sconsiderato nel presentarvi da solo».
Un fugace arricciarsi di labbra fa capolino sotto l'ombra della falda. Quando tutti e cinque i nuovi venuti si sono fermati di fronte a lui, solleva del tutto il capo e li fissa con i suoi occhi grigi e indagatori, valutandoli brevemente e facendo di nuovo spallucce.
«Vi preoccupate troppo per la mia incolumità. Non dovreste. È la vostra, qui, a essere in discussione» fa notare in tono calmo.
«Signor Holmes, non giocate con me. Mi avete fatto recapitare un telegramma, questa sera, e quello che vi ho letto non mi ha reso per nulla felice. Non amo che mi si costringa ad agire contro la mia volontà, e voi oggi mi state obbligando a starvi di fronte, a parlarvi persino. Sono un uomo molto impegnato, signor Holmes, e il vostro comportamento non è accettabile».
«Hum! Sul serio? Mi rincresce avervi fatto scomodare e distolto dai vostri impegni. Purtroppo ho assoluta necessità di chiarimenti, e per questo voi unicamente potete aiutarmi...».
«Si tratta di nuovo di quella noiosa questione del documento sottratto alla Principessa?» lo interrompe in malo modo il cancelliere.
L'investigatore storce il naso. «No. Quella è ormai storia vecchia. Si tratta di voi, di ciò che avete in mente, degli individui che frequentate e di cui vi servite, di quello che nascondete e che fate nascondere ad altri. Si tratta del posto cui aspirate, pur non avendone il diritto. Ecco, ciò di cui si tratta».
«Non ho idea di cosa stiate farneticando».
«Lo sapete, invece. E a me servono risposte chiare. Questo è il motivo per cui vi ho costretto a venire fino a qui».
«Ottimo, pertanto ora, poiché mi reputo del tutto estraneo ai vostri grattacapi, posso congedarmi senza la preoccupazione di risultare scortese» replica con un sorrisetto ironico, e nel mentre compie il gesto di allontanarsi.
«Temo di no».
Il cancelliere e i suoi quattro accompagnatori sollevano gli occhi scrutando nell'oscurità, poiché la voce appena udita non appartiene all'investigatore, ancora fermo in attesa contro la cassa.
«Chi diavolo ha parlato?» sbotta uno degli uomini da poco giunti.
«Domanda pertinente. Risposta non altrettanto semplice. Devo tuttavia consigliarvi di abbandonare l'idea di tornare alle vostre comodità a breve. Abbiamo altri piani».
Holmes annuisce, senza distogliersi dall'osservazione dei cinque uomini che ha di fronte.
«Uscite fuori. Non stiamo giocando» intima il cancelliere.
«No, su questo concordo: non stiamo affatto giocando» replica la voce in tono duro.
«Era il 1875 quando entraste al servizio del principe ereditario Cristiano IX» riprende la parola Holmes, scostandosi dalla cassa e passeggiando avanti e indietro lungo la banchina. «Quello che il futuro Re di Danimarca non sapeva è che voi non eravate semplicemente il diretto successore di vostro padre in qualità di cancelliere e consigliere. Voi potevate vantare un legame diretto con la famiglia reale di Danimarca, ma un legame che non conduce al trono, purtroppo per voi, poiché i vostri avi non erano nella linea di successione diretta. Ditemi, è tutto corretto fino a ora?».
«Quello che state insinuando è reato» sibila il cancelliere.
«Sì, certo che lo è. Ed è curioso, perché anche quello che state provando a fare voi lo è, solo un poco più grave. Mi chiedo, quindi: siete certo di avere vantaggio sufficiente da scommettere di poter vincere? Io, fossi in voi, non ne sarei altrettanto sicuro».
L'occhiata con cui lo trafigge il cancelliere è dura ma possiede anche un riflesso di disperazione. «Dunque è questo che avevate in mente. Che cosa volete? Denaro, forse?».
Holmes inarca un sopracciglio e scuote la testa. «La risposta è errata. Siete del tutto fuori strada».
«Allora cosa?» insiste, innervosendosi.
«Se vi preme tanto saperlo, eccovi accontentato: vi voglio fuori dal palazzo reale, dal parlamento, da ogni contatto di governo. In breve, lontano da qui».
«Voi siete pazzo».
Holmes sbuffa. Sembra perfino divertito. Solleva gli occhi al cielo. «Sentito? Mi auguro siate soddisfatto».
«Non ne avreste idea» replica la voce senza volto di poco prima con un tono allegro molto fuori luogo nell'attuale atmosfera tesa.
«Voi non potete davvero credere che io accetti. Non dopo quanto ho dovuto fare per arrivare fino al punto in cui mi trovo» protesta il cancelliere, adirato.
«E dove vi trovate, se è lecito? Io vi vedo su un pontile, a trattare con un investigatore privato. Ma voi dove pensate di essere?».
«Adesso basta. Non tollero che vi rivolgiate a me in maniera simile».
«Dunque è no?» si accerta Holmes.
«Ovvio che no! Potete scordarvi che, dopo tanti sforzi, ora mi pieghi alle vostre richieste folli».
«Folli, dite. Al contrario, quel che state progettando voi è perfettamente normale, dico bene?».
«È la giustizia. La mia giustizia, dopo secoli di ingiustizie».
«La vostra giustizia» soppesa Holmes, pensieroso. Poi accenna un buffo sorrisetto storto e allarga le braccia. «Ma io sono qui, mi vedete. Non penserete sul serio che possa accettare la vostra giustizia come fosse una parola sacra, mi auguro».
Il cancelliere lo fissa con furia. «Non dovrete per forza rimanerci a lungo davanti ai mie occhi. Chi diamine ha bisogno di voi?» sbotta adirato, facendo un segnale ai quattro uomini in sua compagnia.
«Lasciate che indovini: vorreste uccidermi. Pensate di risolverli in questo modo i vostri problemi?» chiede, con un tono canzonatorio e fin troppo allegro data la situazione. «Dimenticate che non sono solo come credevate».
«I miei uomini sono armati di pistole» fa notare con semplicità il cancelliere, come se quella constatazione risolvesse tutti i dubbi.
«Hanno delle pistole, mi si dice» ripete Holmes a beneficio del cielo notturno.
«Che gente ignobile c'è a questo mondo» commenta la voce da qualche punto imprecisato del molo.
«Concordo. La Principessa ne sarà molto contrariata» afferma Holmes, non sembrando tuttavia particolarmente impensierito dalla situazione.
«Quella povera donna. Pensare che riponeva tutta quell'inesauribile fiducia in questo piccolo uomo miserabile» rincara la voce. «Forse dovremmo parlargliene» soppesa.
«Fatica sprecata. Ci penseranno i giornali a ragguagliarla. Troverà il tempo di dolersene mentre cerca un nuovo candidato alla cancelleria reale» replica l'investigatore.
Il cancelliere ha un'aria attonita e confusa, ma dura poco. D'un tratto si volta ai suoi tirapiedi e intima loro di liberarsi di quel pagliaccio e anche di quello a cui appartiene la voce, chiunque egli sia. I quattro, ancora perplessi per come volge la situazione, cercano comunque di riorganizzare le idee e, per cominciare, estraggono le loro famose e anticipate pistole. In quel momento, quello davvero atteso con ansia dalla voce incorporea, il suo proprietario sbuca dalla cima della cassa con un grosso idrante e, azionando opportunamente una leva al suo fianco, dà una bella e salutare annaffiata alle quattro teste calde e, già che c'è, anche al loro gran capitano. I cinque uomini, fradici ed esterrefatti, gocciolano penosamente e si guardano attorno stralunati sbattendo le palpebre e sputacchiando acqua, venendo subito sommersi da una nuova provvidenziale ondata.
«Avevano le pistole» corregge Holmes in un basso mormorio, restando in disparte a godersi lo spettacolo.
«Potrebbe essere opportuno interrompere il flusso, a questo punto. Non vorrei che finissero con l'annegare» pondera l'investigatore, ancora occupato ad assistere allo spettacolo con un sorriso storto sulle labbra.
«Sarebbe una perdita irreparabile» bercia Lupin, ancora allegramente appollaiato in cima alla cassa. Tuttavia smette di azionare la leva che è evidentemente collegata a una pompa che raccoglie l'acqua dal Tamigi e lentamente l'afflusso diminuisce fino a esaurirsi, mentre i cinque uomini sono a terra troppo occupati a tossire e boccheggiare in cerca di ossigeno.
«Vorreste ora scendere, gentilmente, e onorarci della vostra presenza?» propone Holmes, occhieggiando il ladro francese con insolita indulgenza.
Lupin sorride amabile. «Se me lo chiedete con tale garbo, posso fare qualunque cosa voi desideriate» assicura, ghignando al lieve imporporarsi del viso dell'investigatore.
D'un tratto però sgrana gli occhi e si getta a lato con un brusco movimento, scomparendo di nuovo alla vista ed evitando di stretta misura di far da bersaglio alla lama di un coltello lanciato da uno dei quattro uomini che hanno accompagnato fino a lì il cancelliere. Una detonazione rimbomba sul molo e tutti i presenti si bloccano sul posto, gli uomini del cancelliere con i palmi in vista e l'investigatore con il mirino di un revolver puntato alternativamente sui cinque individui.
«Siete intero?» si accerta, questa volta senza distogliere lo sguardo ma tenendoli sotto tiro.
«Mi par di sì» borbotta Lupin, sbucando dalla sommità e lasciandosi scivolare sul suolo lastricato della banchina. «Sarà il caso che li impacchettiamo, prima di ritrovarci con un coltello piantato fra le scapole» considera.
«Mi trovate del tutto concorde» ammette Holmes, infilando una mano nel pastrano e recuperando un po' di corda, una parte della quale lancia al ladro francese perché possa prendersi in carico un paio dei loro prigionieri. Un rapido ragionamento però lo induce a una variazione sul piano originale. «Tenete. Meglio che pensiate voi a legarli, mentre io li tengo sotto tiro. Non si sa mai» spiega, lasciando all'altro tutte le corde in suo possesso.
«Buona pensata» conferma, piegandosi e iniziando con quello che ha provato a farlo allo spiedo poco prima.
Ha appena concluso l'ultimo nodo, tra sentiti grugniti di protesta del salame appena impacchettato, quando un sibilo lo distrae dalla sua opera. Con la coda dell'occhio scorge una figura minuta che sguscia fuori dal gruppetto. Lesto si rimette in piedi e dà una veloce occhiata al suo fianco: l'investigatore è palesemente indeciso se tenere sotto tiro i tre uomini rimasti o sparare al fuggitivo, vale a dire il cancelliere, che in qualche maniera ha sottratto uno dei coltelli nascosti negli abiti dei suoi uomini e lo ha quasi piantato della gamba dell'investigatore.
«Tenete d'occhio questi tre. Al nostro cancelliere penso io» lo avvisa Lupin.
Ciò nonostante, invece di seguirlo rimane ben piantato sul posto e affonda una mano nella tasca posteriore della redingote sotto il cappotto, recuperando un bizzarro oggetto formato da due piccole sfere di rilucente metallo collegate da un sottile filo di acciaio. Facendo presa al centro del filo, fa roteare al proprio fianco le due piccole sfere e quando molla la presa queste schizzano nell'aria come proiettili e, raggiunto il loro obiettivo, ovverosia le caviglie del cancelliere, vi si attorcigliano attorno. La preda perde l'equilibrio e rovina al suolo con un sonoro tonfo, mentre la lama sottratta al suo uomo finisce con un ultimo tintinnio nelle acque del Tamigi.
«Un centro perfetto» si compiace Lupin, balzellando allegramente verso il cancelliere accartocciato a terra. Quando lo raggiunge scuote la testa. «Non sta bene andarsene in questo modo, e senza neppure un salutino. Avete davvero delle pessime maniere».
«Andate all'inferno» rantola il cancelliere.
«Quanta fretta. A voi la precedenza, se non vi dispiace». Detto ciò lo raccoglie per le caviglie e lo trascina di peso fino al gruppetto ancora in stallo poco più indietro. Solleva gli occhi e li posa in quelli interdetti e al tempo stesso sollevati di Holmes. «È una vera anguilla quest'omino. Siete ferito?» tituba, scorgendo del sangue sul tessuto dei pantaloni dell'investigatore.
«Sì, ma nulla di grave. Spero solo che questa serata termini in fretta».
Lupin annuisce e torna a occuparsi dei loro prigionieri, e solo nel momento in cui sono tutti assicurati ed è certo che non possano giocar loro ulteriori scherzi, trae un sentito sospiro di sollievo e raggiunge Holmes, ancora con il suo revolver spianato.
«Credo non sia più necessario, sapete?» prova a far presente in tono pacato e gentile.
Holmes storce le labbra in una smorfia poco convinta. «Se non vi dispiace, preferirei attendere che il vostro battello attracchi prima di voltar loro le spalle» protesta in un borbottio.
Lupin emette un piccolo sospiro. «Posso dare un'occhiata alla vostra gamba?» azzarda. Quel che ottiene è un'occhiata sospettosa. Accenna un lieve sorriso. «Voglio solo controllare se sanguinate ancora. Nessun trucco, promesso».
«Come volete» sbuffa Holmes, tornando con ostinazione a tenere sott'occhio i cinque che, per evitare inutili noie, hanno anche imbavagliato.
«È un gran bel taglio, ma non troppo profondo. Ha quasi smesso di sanguinare» considera con calma, osservandolo da vicino, forse un po' troppo per i gusti dell'investigatore. Sembra prendersi un minuto per riflettere, poi si rimette in piedi. «Mi aspettereste qualche minuto? Torno in fretta, promesso».
E come al solito, senza lasciare a Holmes il tempo per registrare la richiesta né replicare, si allontana di gran carriera, lasciandolo da solo con l'unica compagnia di cinque uomini legati come altrettanti salami. Per sua consolazione questa volta è di parola e lo vede fare ritorno dopo non più di tre minuti, con un orcio di terracotta fra le mani e uno sguardo scintillante che lo fa rabbrividire.
«Che cosa avete in mente? Se pensate di...» tenta invano di protestare Holmes, già prevedendo spiacevolezze.
«Siete sempre così sospettoso. Vi ho detto che non ho intenzione di giocarvi scherzi di cattivo gusto, non vi basta?» protesta Lupin.
«Per niente» afferma con convinzione.
«Che uomo di poca fede» soffia, levando gli occhi al cielo. «Ho trovato dell'alcol fra le scorte dei magazzini. Credo sia gin, ma non ne ho la certezza. Quel che è evidente è che sembra piuttosto forte. Volete provare?» offre, porgendo l'orcio.
Holmes storce il naso e scuote la testa. «No, grazie» rifiuta seccamente.
«Saggia decisione» concorda Lupin, togliendo il tappo di sughero e arricciando un poco il naso all'odore pungente che ne esce. Si siede a terra, incrociando le gambe, infila una mano all'interno del cappotto e sfila dal taschino della redingote un fazzoletto, reclina un poco l'orcio e inzuppa il fazzoletto, infine solleva gli occhi.
«Scordatevelo» sbotta Holmes, facendo un mezzo passo indietro.
«Oh, suvvia, non siate così reticente».
«Nemmeno per tutto il tesoro della Corona» rifiuta categoricamente l'investigatore.
«Santi numi, che testa dura» lamenta Lupin, con un mezzo passo avanti. «Voglio solo assicurarmi che non si sporchi».
«Assolutamente no. Se proprio ci tenete, usatelo voi».
«Ma io non sono ferito» fa ragionevolmente notare.
«Voi avvicinatevi di un altro passo con quella roba, e vi assicuro che vi ritroverete con una certa quantità di buchi in soprannumero».
Lupin, esasperato, solleva le mani in aria. «D'accordo, mi arrendo. Problema vostro».
Gli volta la schiena, l'investigatore trova giusto il tempo per sospirare e abbassare di una frazione l'arma, le sue palpebre sbattono una volta sugli occhi un poco appannati dalla stanchezza, al secondo battito di ciglia il ladro francese è scomparso dalla sua visuale, un momento dopo si sente trarre all'indietro da una stretta al collo, mentre una mano sottrare dalle sue dita il revolver e, incapace di comprendere come, si ritrova con il fondoschiena a terra e la canna della sua stessa pistola puntata contro.
«Io dico che avete perso» annuncia Arsène Lupin con un tono affilato e beffardo insieme.
Dopo di che si infila il revolver in tasca e, trattenendo l'investigatore a terra con un ginocchio, recupera il fazzoletto poggiato sull'orcio e lo stringe con forse eccessiva forza attorno alla gamba di Holmes. Non contento riapre il contenitore e versa un altro po' di liquido sulla benda improvvisata, strappando un mugolio e un sibilo dalle labbra contratte dell'investigatore.
«Non era poi così difficile, dopo tutto».
«Un giorno o l'altro pagherete per tutto questo» promette Holmes in un ansito sfiatato.
«Probabile. Ma quel giorno non è ancora arrivato, per vostra sfortuna».
Nell'attesa che l'imbarcazione prevista giunga infine al molo nove per caricare il cancelliere, Lupin ha lasciato Holmes a sorvegliare la gentaglia legata e si è issato sulla cassa, in cima alla quale si è disteso, sprofondando un momento dopo in un placido sonno. L'investigatore ha tentato di protestare, per tutta risposta il ladro francese gli ha voltato la schiena e ha ripreso a sonnecchiare beato.
«Incosciente» borbotta Holmes, fissando il cancelliere e i suoi uomini come se intendesse affogarli.
Dato che non ha idea di quanto lunga possa ancora essere l'attesa, decide a quel punto che, se non altro, può concedersi il lusso di sedersi e dare così un poco di respiro alla sua povera gamba maltrattata. In tal modo non si rende affatto conto di scivolare in un dormiveglia poco riposante fino a quando viene scosso leggermente per una spalla. Con un brusco soprassalto riapre gli occhi e brontola parole senza significato, guardandosi attorno per cercare di capire cosa stia accadendo. Allora ritrova Lupin in piedi lì accanto che, con un lieve sorriso sulle labbra, gli indica un'imbarcazione in avvicinamento.
«Sono arrivati?» mormora.
«Così sembra» conferma Lupin, scostandosi dal suo fianco e raggiungendo il pontile, in attesa che l'imbarcazione attracchi.
Sposta lo sguardo sui prigionieri, ritrovandoli tutti e cinque ancora perfettamente legati come li aveva lasciati prima di finire invischiato nel sonno. Scuote la testa e, con una smorfia, si rimette in piedi, pencolando e borbottando fino ad affiancare il francese diritto sul limitare della banchina.
«Avreste fatto meglio a rimanere seduto. Se la prenderà a morte, il vostro dottor Watson» prevede Lupin, senza voltarsi.
«Me la caverò» commenta Holmes, scrollando le spalle.
«Con la gamba, o con il dottore?».
Un piccolo sorriso increspa le labbra dell'investigatore. «Con entrambi».
Con attenzione l'imbarcazione si accosta al molo e due uomini robusti si affrettano sul ponte. Uno dei due salta sulla banchina, l'altro lancia le cime e infine l'imbarcazione viene saldamente ormeggiata al molo. Poco dopo dalla cabina spunta la figura un poco ingobbita di quello che, a giudicare dall'abbigliamento, è il capitano.
«Monroe! Perdinci, sei in ritardo di almeno due ore» lo apostrofa Lupin in luogo del benvenuto.
«Eh, che volete, Mio Capitano? Abbiamo avuto qualche contrattempo» si giustifica il sopracitato Monroe.
«Sì, contrattempo, come no. Scendi giù, irlandese bugiardo, ché dobbiamo fare due chiacchiere».
Holmes soqquadra per primo il sedicente capitano Monroe, poi Arsène Lupin. «Siete sicuro che quel tizio sia affidabile?».
Lupin sbuffa una risata e gli punta addosso uno sguardo allucinato. «Quello lì? Volete scherzare? A suo confronto io sono un chierichetto. Vi sconsiglio di prestargli qualunque cosa, compresa l'attenzione».
Holmes gli rimanda indietro un'occhiataccia stralunata. «E voi intendete affidargli il cancelliere?».
«Non siate sciocco. A lui, mai; lo affideremo a Donald Craig, il capitano in seconda, nonché il peggior incubo di Monroe. Lui è affidabile, molto più di quanto potranno mai esserlo i nostri governi messi insieme». Scosta bruscamente lo sguardo da Holmes per fissarlo sul capitano, appena sceso sulla banchina. «Dov'è Craig?» lo aggredisce senza neppure prendersi la briga di salutare.
«Ma, Mio Capitano...» protesta Monroe.
«La domanda è facile. Voglio una risposta chiara. Adesso».
«Ehm... In cabina. È indisposto».
Lupin gli affibbia un'occhiataccia urticante e lo pianta in asso sul molo, raggiungendo a passo spedito la passerella che porta sull'imbarcazione e, con un balzo, il ponte. Un attimo dopo è scomparso all'interno della cabina. «Donald?» mormora, guardandosi attorno nella cabina semibuia.
«Lupin? Siete voi?» giunge una voce fievole da qualche punto imprecisato del buio.
«In carne e ossa. Dove vi siete andato a cacciare?» borbotta, inciampando in qualcosa abbandonato a terra. «Questo posto è un attentato alla salute» lamenta, allungando le mani a tentoni per cercare la scrivania e la lampada che dovrebbero trovarsi pressappoco lì nei paraggi, da quanto rammenta.
«Mi dispiace. Sono stato malato negli ultimi giorni, e questi scansafatiche se la sono goduta».
Alla fine Lupin ritrova il piano liscio della scrivania e, tastando con le dita, la lampada a petrolio che accende con uno dei suoi zolfanelli. «Voilà, molto meglio!» esclama soddisfatto. «Hélas! Che aspetto terribile avete, mon ami» constata, facendosi più vicino e trovando suddetto amico disteso a letto con un'aria un poco malaticcia.
«Già, il medico dice che mi sono beccato una bronchite. Sapete, l'umidità ultimamente mi dà noie».
«Oh là là! Che brutta notizia, mon pauvre ami. Ora almeno si spiega perché la vostra nave è arrivata tardi».
«Ah, che disgrazia quel maledetto Monroe. E pensare che mi ero tanto raccomandato. Perdonatemi se vi ha arrecato danni» si rammarica Donald.
«Non molti, per la verità. Ma sono un po' preoccupato per il nostro carico, a questo punto. L'idea di lasciarlo in balia del vostro capitano non mi sorride per nulla. Sapete, quell'uomo è una vera grana, e non vorrei che ne combinasse qualcuna delle sue con attorno Monroe. Forse farei meglio a cercare una buona alternativa» ragiona, incupito.
«Oh, per carità! Non potrei mai lasciarvi in mezzo ai guai in questa maniera. Se me lo impacchettate per benino, io lo faccio stivare sotto la cabina, chiudo la porta a chiave e me ne resto qui con la pistola a portata di mano, così se qualcuno vuol fare il furbo io gli regalo un poco di piombo in omaggio. Intanto fra un paio di giorni al più tardi potrò di certo tornare in piedi e prendermi cura del vostro carico come si deve. Che ne dite?».
«È una proposta assennata. D'accordo, mi fido di voi, Donald. Se accade qualche sciagura, però, avvertitemi subito, intesi? E anche se non accade, una volta giunti a destinazione a Santa Luzia, scrivetemi, così non sto in pensiero».
«Potete contarci» assicura Donald.
«Un'ultima richiesta, dopo di che giuro che vi lascio riposare».
«Dite, senza problemi».
«Bien, mi servirebbero un paio dei vostri uomini più robusti, ché ci siamo sobbarcati cinque salami al prezzo di uno: il nostro carico s'era portato appresso quattro teste di legno che hanno cercato di farci la pelle. Così, vous savez, li abbiamo dovuti impacchettare per bene. Ora però ci tocca scaricarli ai geni di Scotland Yard, ché io non saprei che farmene».
Donald annuisce, abbozzando un piccolo sorriso affaticato. «Non c'è problema: prendetevi chi vi piace di più. È anche tempo che tornino a sgobbare un po', questi fannulloni».
«Merci, mon ami! Ora vado. Prima che salpiate tornerò a salutarvi» promette Lupin, contento, correndo via alla velocità della luce per acchiappare gli uomini di cui abbisogna.
Holmes scorge, dopo diversi minuti trascorsi a sorbirsi il confuso e fastidioso chiacchiericcio del capitano, Lupin scendere dalla passerella quasi saltellando; ha l'aria soddisfatta, in effetti, come quella di una volpe alla quale spuntano ancora piume di fagiano dalle fauci. Poco dietro al ladro francese, seguono due uomini dell'equipaggio dalla schiena e dalle spalle larghe e con i capelli tagliati cortissimi, che a dispetto di come appaiono, stanno dietro a Lupin come farebbero dei pulcini implumi con la propria madre.
Lupin si ferma a poca distanza da Holmes, un largo sorriso a contorno della sua spiegazione: «Ho portato rinforzi» esclama giulivo. Si volta, rivolgendosi a suddetti rinforzi, e fa loro un chiaro segno con la mano. «Voi due aspettate qui, mentre io vado a recuperare il carro su cui caricherete questa gente. Torno subito». Di nuovo si volta a Holmes, il quale inarca un sopracciglio. «Torno subito» ripete in un mormorio, facendogli un occhiolino e lasciandolo basito.
Prima di appostarsi sul molo, in effetti, Holmes e Lupin hanno lasciato il veicolo con il quale sono arrivati (un carro scoperto a quattro ruote trainato da un cavallino agile) dall'altro lato dei magazzini. Certo, si aspettavano che si presentasse loro almeno un uomo in più rispetto a quanto richiesto, ché difficilmente il cancelliere sarebbe venuto da solo, ma nessuno dei due si attendeva che arrivasse con addirittura quattro energumeni da dover avvoltolare nelle corde e poi caricare sul provvidenziale carro. Quindi Holmes, tutto sommato, comprende la soddisfazione di Lupin nell'aver trovato anche della manodopera a costo zero che risparmi loro la fatica almeno di caricare i bagagli. Per quanto riguarda lo scaricarli al termine del viaggio, non se ne dà affatto pensiero: un paio di buoni calci assestati nel punto giusto basteranno allo scopo. Si chiede piuttosto se Lupin intenda portare il tutto di fronte all'entrata di Scotland Yard, ma conoscendo il soggetto dubita che si faccia troppi scrupoli nel presentarsi sfacciatamente perfino dovesse farlo di fronte al capo Seldon stesso. Scuote la testa, rassegnato, e scopre che mentre era impegnato a rimuginare il capitano ha proseguito nel suo incessante chiacchiericcio senza scopo, ignorato sia dall'investigatore che dai suoi stessi uomini. Pochi minuti dopo il rumore delle ruote e dello scalpiccio degli zoccoli sul selciato lo avvisa che Lupin è in arrivo
I due manovali presi a prestito dall'imbarcazione non hanno un'aria particolarmente sveglia, ma di contro sono piuttosto efficienti. In meno di dieci minuti i quattro uomini che hanno condotto fin lì il cancelliere vengono caricati sul pianale del carro e assicurati ai lati di modo che non rotolino giù durante il tragitto o che, peggio ancora, non cerchino di darsi alla fuga. Su indicazione di Lupin, si caricano infine il cancelliere in spalla e lo trasportano a bordo della nave, sotto lo sguardo un po' indispettito del capitano Monroe che in tutto quel viavai non è stato interpellato una singola volta, e quando prova a suggerire un posto appropriato in cui stivarlo per tutta risposta riceve un'occhiata raggelate dal ladro francese che lo convince in modo definitivo a desistere dalle sue idee e dall'offrire soluzioni non richieste; al contrario Lupin lo trattiene per il colletto della divisa facendogli chiaramente intendere che la sua assistenza non è gradita, mentre accompagna a bordo i due dell'equipaggio.
Una volta tornato in cabina, Lupin rimane un poco in disparte, allungando l'occhio per accertarsi che nulla vada storto e che il loro cancelliere non sgusci via all'ultimo momento come l'anguilla che è. Solo quando la botola sotto il pavimento della cabina viene richiusa e assicurata con un chiavistello si permette di trarre un debole sospiro di sollievo.
«Da come vi muovete sembra che quell'uomo sia una gran bella gatta da pelare» commenta Donald Craig, osservando con curiosità il suo ospite.
«È una vera canaglia. Fate attenzione con lui, e non distraetevi mai quando vi ritrovate in sua compagnia» suggerisce con la massima serietà.
«Seguirò il vostro consiglio. E non mancherò di mettermi in contatto con voi al più presto possibile» promette Donald.
Lupin annuisce. «Grazie infinite. Spero di rivedervi in circostanze più liete, alla prossima occasione».
«Lo spero anche io. Addio».
«Arrivederci» replica Lupin, accennando un fugace sorriso e congedandosi con un lieve inchino.
