Ultime incombenze

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Una volta tornato sul molo, Lupin e Holmes si soffermano a osservare l'imbarcazione che riprende lentamente il largo in un silenzio meditativo. Solo quando il suo profilo è ormai a distanza e sta per svanire nella bruma, Lupin trae un leggero sospiro.

«Siete certo che sia al sicuro?» chiede solo a quel punto Holmes.

«Monsieur, con rispetto parlando, non sono neppure certo che domani sarò ancora vivo. Ho fatto ciò che era nelle mie possibilità perché quell'uomo non possa ritrovare la strada per l'Europa troppo facilmente, ma nulla al mondo ci assicura che non abbia mezzi suoi per provarci. Non c'è altro da fare che avere un poco di fiducia» considera serio.

«Ho fiducia nel fatto che, con un poco di buona sorte, a Capo Verde lo elimineranno prima che abbia il tempo di pensare a come tornare a casa» sibila Holmes.

«Ottimo argomento» concorda Lupin con un sogghigno storto.

A quell'ora della notte perfino le strade principali di Londra sono deserte, o quasi. Lo scorrere delle ruote e lo scalpiccio dei cadenzati passi del cavallo sul lastricato umido rimbomba in un modo che, visto il silenzio circostante, suona quasi sinistro, di sicuro molto fuori luogo. Quando Holmes ferma il carro di fronte al palazzo che ospita Scotland Yard, ha l'impressione di sentire ancora nelle orecchie tutto quel frastuono. Lupin si issa senza perder tempo sulla panca del vetturino e scavalca il basso inframezzo di legno che lo separa dal cassone posteriore; una volta lì, con agili movimenti delle dita slega i nodi che ancora assicurano i quattro uomini al veicolo, sgancia i perni che chiudono il retro del cassone e, senza troppi complimenti, sospinge fuori, uno alla volta, i quattro corpi che ancora a tratti si dimenano, facendoli rotolare e finire a terra con tonfi sordi e mugolii di protesta. Senza una parola si siede qualche momento sul fondo del cassone ed estrae un lapis e un biglietto da visita.

«Che diamine intendete fare?» sbotta Holmes, fissandolo accigliato.

«Sapristi! Preparo un messaggio per il vostro capo di Scotland Yard. Sarebbe scortese da parte nostra lasciargli gentaccia simile di fronte a casa senza una sola parola di spiegazione» fa notare con una scrollata di spalle.

«Vi proibisco categoricamente di lasciare quel biglietto. Non ho intenzione di leggere altro che porti il vostro nome, domani mattina, sul giornale».

Lupin si imbroncia, sbuffa, ma infine sospira e leva le braccia al cielo. «Come volete» borbotta, un poco contrariato. Torna alla panca, sulla quale è ancora accomodato Holmes, e gli allunga il suo lapis. «A voi. Una spiegazione dobbiamo comunque dargliela, a quel poveruomo. Scrivetegliela voi, dato che i miei messaggi non vi vanno a genio».

Holmes lo sogguarda, incuriosito, e si lascia sfuggire un lieve sorriso, prima di accettare l'offerta di Lupin, recuperare un foglietto dal suo taccuino e iniziare a comporre un messaggio chiaro per Heric Seldon; poche parole, un conciso ricapitolare la sua posizione e quella dei quattro prigionieri, accompagnato dalla sua firma in calce, che poi porge a Lupin perché possa dargli una veloce occhiata prima di lasciarlo accanto ai quattro uomini legati.

Infine i due riprendono la strada, di molto alleggeriti, mentre Holmes conduce il carro per le vie londinesi, dirigendolo verso la dimora prescelta dal ladro a suo quartier generale. Trascorrono diversi minuti nel silenzio disturbato unicamente dallo sferragliare del veicolo e solo tempo dopo, quando oramai non manca più molta strada per giungere a destinazione, l'investigatore si volta attirato dall'inusuale silenzio del compagno di viaggio, rendendosi conto che non solo non ha aperto bocca lungo il tragitto, ma ha anche un'espressione accigliata per la quale non comprende il motivo.

«C'è qualche problema?» prova a informarsi, suo malgrado impensierito da quell'atteggiamento.

Lupin serra strettamente le labbra, continuando a guardare fisso davanti a sé la strada che scorre. «Più d'uno» replica telegrafico.

«E posso sapere di cosa si tratta?» insiste Holmes, affatto tranquillizzato da quella risposta.

«Avete pensato a cosa far sapere alla Principessa?» lo sorprende Lupin.

Holmes scuote la testa in un ovvio diniego. «Giudico non sia il caso di fornire spiegazioni al riguardo. Dopotutto, per quanto abbiamo agito a suo beneficio, non ne avevamo l'autorizzazione» spiega tranquillo.

Lupin arriccia il naso. «Bene» soffia secco.

«Non mi sembra che ne siate soddisfatto» contesta Holmes. Poiché non ottiene replica, si fa sospettoso. «Avete in mente qualcosa». E non è neppure una domanda la sua, ma direttamente un'affermazione.

«Anche se fosse, non credo sia qualcosa di cui io mi debba sentire in obbligo di far parola» si intestardisce Lupin.

Le orecchie di Holmes si imporporano. Sta per lasciare le redini e stringere le dita attorno al collo di Lupin, ma si trattiene all'ultimo secondo e soffia un tremulo sospiro. «È perché vi ho impedito di lasciare quel biglietto?».

Il sogghigno che riceve in risposta non concorre affatto a tranquillizzarlo, men che meno la replica a voce che gli fa seguito. «Monsieur Holmes, nessuno al mondo può impedirmi alcunché. Ho creduto di farvi cosa gradita, semplicemente accettando il vostro parere personale. Ho forse creduto male?».

«No, ma...» tentenna Holmes.

«Ottimo. Come da vostra richiesta, domani mattina non sarete costretto a leggere il mio nome sui giornali inglesi» si limita a commentare Lupin, ritenendo conclusa la discussione poiché di lì a pochi metri il calesse raggiunge la strada laterale che costeggia la sua attuale abitazione e lui l'abbandona saltando a terra prima che possa fermarsi. «Bonsoir, Monsieur. È stata un'interessante esperienza lavorare al vostro fianco» esclama, salutando con uno svolazzo di mano e scomparendo oltre il porticato prima ancora che Holmes trovi il tempo di replicare.

L'investigatore arriccia le labbra in un ringhio. «Dannato Lupin» sibila, facendo schioccare le redini per far ripartire il veicolo e poter finalmente far ritorno a casa.

Quando rientra in casa scopre, con un poco di sgomento, che il dottor Watson non solo è ancora sveglio, ma lo sta attendendo con visibile ansia nel loro salotto, e non appena compare sulla soglia scatta in piedi e gli pianta addosso uno sguardo preoccupato.

«Dio del cielo, siete tornato. Ero in pensiero per voi».

Holmes grugnisce, con un vago fastidio ma, suo malgrado, commosso per l'evidente preoccupazione dell'amico. «Ce la siamo cavata, dopo tutto» commenta, convinto che sarebbe potuta andare molto peggio.

L'inconveniente è che, a dispetto delle sue rassicuranti parole, quando avanza per fare il suo ingresso in salotto, lo fa zoppicando leggermente, fatto che allarma ulteriormente il dottore il quale, dopo aver tirato in ballo santi e compagnia bella, gli si fa incontro e, irremovibile e impermeabile alle proteste dell'investigatore, lo trascina nella camera da letto di quest'ultimo insistendo nel dover assolutamente controllare le sue condizioni, all'istante. Holmes sbuffa, ché la stanchezza per la giornata trascorsa inizia a farsi sentire in modo abbastanza penoso, ma poiché non c'è verso di far ragionare l'amico, si mette il cuore in pace e, nell'intento di abbreviare il più possibile quell'incomodo, decide di collaborare con il massimo della solerzia che riesce a metterci considerati i precedenti. E mentre Watson, parlando e lavorando nello stesso tempo, esamina la ferita e si congratula per essere riuscito a non infettarla (commento per il quale si guadagna un'occhiataccia omicida dall'investigatore), Holmes coglie l'occasione per fare il punto della situazione e riflettere sul modo in cui si sono lasciati lui e il ladro, poiché non è affatto convinto dei buoni propositi di quest'ultimo e gradirebbe vederci chiaro. Il dottore, occupato a ricucire il taglio e poi fasciare la gamba, non lesina in domande, curioso di sapere come si sono svolti i fatti e in che modo si è procurato quell'affatto piacevole ricordo della nottata appena trascorsa, così che Holmes si vede costretto a ripercorrere i fatti accaduti e lo fa di buon grado anche nella speranza di trarre qualche utile indizio che possa suffragare le sue perplessità e preoccupazioni, ma si addormenta prima che l'illuminazione sopraggiunga, sopra alle coperte, con Watson che scuote la testa e suo malgrado sorride, lieto che in un modo o nell'altro l'amico sia riuscito nel suo proponimento e abbia fatto ritorno senza riportare danni di più grave entità.

La mattina seguente, più tardi del solito, si risveglia un po' frastornato e con un fastidioso torcicollo, omaggio dell'umidità londinese e della sua pessima pensata di non coprirsi a dovere la notte. Di malumore si cambia ed entra in salotto, trovandovi Watson corredato da un gentile sorriso che lo fa sbuffare di incredulità.

«Spero che sia dovuto a buone notizie» borbotta acido, dimenticando di rispondere al buongiorno dell'amico.

«In realtà non ci sono buone notizie, ma dato che non ce ne sono nemmeno di cattive, si può dire che non vada poi così male» media Watson, cercando di tenere allegra l'atmosfera per entrambi.

Holmes si accomoda sulla sua poltrona con un piccolo gemito e allunga la mano con un gesto imperioso, fissando il giornale che il dottore trattiene ancora sulle ginocchia. Il coinquilino non sa fare a meno di ridacchiare dello scetticismo manifestato dall'investigatore, ma comunque lo accontenta, passandogli il quotidiano. E mentre Holmes lo spulcia con furore, scuote la testa e apre alla signora Hudson che ha appena bussato con discrezione alla loro porta, accogliendola con un largo sorriso di benvenuto e mostrandole gli occhi spiritati dell'amico, ancora immerso nella sua lettura mattutina. Entrambi a quella vista levano gli occhi al cielo, poi lei, con passo marziale, si dirige verso la poltrona dell'investigatore e gli strappa dalle mani il giornale, fissandolo truce e fissata di rimando.

«Le notizie restano sempre lì. Mangiate, ora, o si fredderà tutto» intima, senza smettere di fissarlo mentre lui si rimette in piedi, borbottando, e sempre borbottando si accomoda su una delle sedie al tavolo. Annuisce, compiaciuta, e prima di lasciare l'appartamento lo gratifica di un ultimo sguardo ammonitore che Holmes ignora senza troppi complimenti, esaminando svogliato i viveri che ingombrano la tavola.

«Avete trovato qualcosa di interessante?» si informa Watson, spalmando di burro il suo scone.

«Nulla. E non so decidere se ciò sia un bene o meno» considera Holmes, sorseggiando del tè.

«Cosa intendete dire? Vi aspettavate qualche notizia in particolare?».

«No. Non lo so, in realtà. Il fatto è che non so mai cosa aspettarmi, quando si tratta di lui».

«E questo vi preoccupa» comprende Watson.

Holmes scuote la testa, incerto. «Sono sicuro che abbia in mente qualcuna delle sue sorprese, ma ancora non mi è chiaro di cosa possa trattarsi. E quel suo commento, il modo in cui si è congedato...» considera pessimista.

«Aspettiamo?».

Annuisce. «Temo di sì. A meno ch'io non intenda chiedere delucidazioni direttamente a lui». A quella prospettiva storce il naso, per nulla allettato.

«Che cosa pensate di fare di questa casa?» s'informa Cyril, seguendo il padrone attraverso una delle sale al pianterreno.

«Una dimora sicura in una grande città come Londra può sempre far comodo. Ne affiderò la gestione a qualcuno di fidato».

«Magari alla prossima occasione riuscirà a essere meno fredda» commenta Cyril, sarcastico.

Lupin ride, scuotendo la testa esilarato. «Sei proprio ottimista, quest'oggi. Per ottenere un simile risultato bisognerebbe provvedere a un nuovo impianto di riscaldamento. Forse in futuro, se le cose andranno bene e potrò permettermelo».

«Quando partiremo?».

«Fra tre giorni. Ho ancora un paio di questioni da sistemare. Ma puoi iniziare a prenotare i posti sulla nave, così che non si rischi di rimanere a terra all'ultimo minuto. Tre belle cabine, con il bagno e la vista sul mare, per cortesia».

Cyril sorride, felice come mai potrebbe ammettere di essere all'idea che il tempo che lo separa dal rivedere Parigi si può contare sulle dita di una sola mano. «Provvederò immediatamente» esclama, congedandosi con un inchino e filando via alla velocità del pensiero, inseguito dalla risata del padrone di casa.

Quest'ultimo si volta e scorge, appena dietro l'angolo dell'arco che dà sul corridoio, il profilo del volto di una certa ragazzina dai capelli fiammanti.

«Caitlin, ma petite. Che succede?» si incuriosisce, facendole segno di avanzare, così da poter discorrere con più agio.

«Tornerete a Parigi?» mormora la ragazza, con lo sguardo basso.

«Oui, ma petite. Ma di certo non da solo: tu e Cyril verrete con me. Cyril, a questo proposito, è decisamente su di giri all'idea» scherza Lupin.

«Io a Parigi?» si sorprende Caitlin, guardandolo con occhi enormi. «Non ho mai visto la Francia. Pensate che... potrò andare bene?».

Lupin reclina la testa e la osserva con curiosità. «Andare bene? Vuoi forse scherzare? Ovvio che sì; non dobbiamo certo vivere alla reggia di Versailles. Se può esserci posto per gente come quella che compone la Sûreté, puoi contare sul fatto che ci sia un posticino anche per te, ma petite».

Caitlin abbozza un timido sorriso, attorcigliandosi una ciocca di capelli attorno all'indice. «Solo che... non sono granché brava a fare nulla» tentenna.

«Questo non è vero» protesta Lupin, rabbuiandosi un poco. «E anche se fosse, si può sempre imparare, e tu sei ancora molto giovane e ne avrai tutto il tempo. Sono certo che scoprirai che ci sono molte opportunità, per una ragazzina sveglia e deliziosa come te. E ora smetti di angustiarti e inizia a prepararti: stamattina ce ne andremo piacevolmente a zonzo per la città e poi, fra tre giorni, saremo sulla nave che parte da Dover per Calais. Vedrai, ci sarà di che divertirsi» promette allegro, facendo evaporare gli ultimi dubbi di Caitlin.

Il mattino seguente, inconsapevoli l'uno dell'altro, sia Arsène Lupin che Sherlock Holmes si svegliano di buon'ora ed escono di casa per accaparrarsi una copia delle principali testate giornalistiche ancora fresche d'inchiostro, che poi spulciano con grande attenzione. Ma mentre il primo si imbroncia deluso per il misero trafiletto di non più di tre righe che cita il misterioso ritrovamento dei quattro uomini legati da parte di uno dei poliziotti di Scotland Yard, il secondo si dichiara piuttosto soddisfatto di non trovare traccia del primo fra le notizie date in stampa. Quello che Holmes ignora è che Lupin si sta già muovendo per prendere i necessari provvedimenti al fine di porre rimedio a tale esecrabile mancanza.

«Avete un appuntamento, quest'oggi, signore?» chiede Cyril, dopo la colazione, quando vede il padrone di casa abbigliarsi con cura e occultare i propri connotati sotto le sembianze di Bernard d'Andrésy.

Lupin sorride a Cyril attraverso il proprio riflesso allo specchio. «Direi di sì. Ho fortunosamente ritrovato le tracce della fanciulla che qualche sera fa era invitata alla cena di sir Dominick» rivela mentre il sorriso si allarga.

«Non mi dite» strascica Cyril con un sogghigno saputo.

«Te l'assicuro: è accaduto proprio ieri sera». Dopo un ultimo controllo al proprio aspetto si volta e allarga le braccia. «E ora dimmi: che te ne pare, mon ami?».

«Siete molto elegante, signore» assicura, osservando l'abito grigio scuro e la camicia di seta bianca corredata da una cravatta verde smeraldo. «Debbo chiedervelo esplicitamente, o preferite ragguagliarmi voi?» domanda sfacciato.

Lupin ridacchia divertito. «Lei si chiama Nadja von Halfendurf, figlia unica di Patrik von Halfendurf armatore di Amburgo, a Londra per affari. Rimarranno per altre due settimane; soggiornano in una graziosa palazzina a due piani di Mayfair, con un domestico, una cameriera, una cuoca e un barbosissimo precettore. E io mi sono cavallerescamente offerto di strappare alla noia quella povera, triste fanciulla, e accompagnarla in una piccola gita turistica dei luoghi più caratteristici e interessanti di Londra. Oh, quasi dimenticavo: ella ha compiuto il suo ventunesimo anno la scorsa estate».

Cyril sta cercando come può di trattenersi dal ridacchiare. Scuote la testa e sospira. «Immagino di non dovervi attendere per l'ora di cena».

«Immagini bene, mon ami. Ho in programma un piacevole pomeriggio alla Royal Opera House, e in seguito un invito a cena in Covent Garden» lo ragguaglia.

«Un progetto ambizioso. Vi auguro un'ottima giornata».

«Merci, Cyril, anche a te. Ora sarà meglio che vada a salutare la mia piccola Caitlin» annuncia allegro, apprestandosi a imboccare l'uscita.

«Fate attenzione ai vostri occhi» si premura di avvertirlo Cyril, prima che abbandoni la camera.

Lupin si volta indietro interdetto, sogguardando Cyril con perplessità. «Temo di non capire» tentenna.

Cyril sorride in modo enigmatico. «Quando saluterete la signorina Caitlin, vi suggerisco prudenza».

Poi lo anticipa uscendo dalla camera e lasciando Lupin sulla soglia, incerto su cosa pensare di quello strano avvertimento.

Un quarto d'ora più tardi il padrone di casa lascia la dimora diretto al suo appuntamento galante con un cruccio ancor più pronunciato, in seguito alla strana e inattesa reazione di Caitlin al suo annuncio e ai suoi saluti. Poco dopo che il portone di casa è stato richiuso alle spalle di Lupin, Cyril, occupato in cucina a mettere ordine nelle stoviglie utilizzate per la colazione, ode un frastuono ai piani superiori e sospira di nuovo.

«Sarà il caso che vada a fare qualche acquisto» pondera, pensando di unire l'utile del rimpiazzare i mobili rotti al dilettevole dello sfuggire alle grinfie vendicative di un'adolescente molto adirata.

«Domani si parte, signore» mormora Cyril, versando del caffè nero nella tazzina del padrone di casa.

«Me ne rammento» conferma Lupin, dopo aver sorseggiato con gusto la sua bevanda. Solleva lo sguardo e reclina la testa, osservando il suo cameriere personale con curiosità. «Non starai cercando di dirmi che l'idea ti rende malinconico? Non eri tu ad avere in odio questa città?» insinua, con un sogghigno divertito.

Impettito, Cyril lo fissa apparendo offeso. «Di certo non sarò io a sentire la mancanza di un luogo simile» borbotta, sollevando il naso e voltando la schiena con stizza.

Lupin ridacchia e scuote la testa. «E tu, ma petite? Anche tu ti stai facendo prendere dalla malinconia?».

«No, signore. Quando ho lasciato la Scozia ero molto triste. Ma ora è diverso: se voi partite, qui non ci sarà più nessuno per cui restare. Mi basta andare dove andrete voi, e allora starò bene».

Annuisce, mentre il suo sorriso diviene un poco triste. «Mi dispiace per la tua famiglia. Anche la mia se n'è andata molto tempo fa. Ma vedrai, faremo in modo che non ti manchi nulla né a Parigi né in nessun altro posto in cui vorrai andare» promette rasserenandosi. «Coraggio, ora, finisci la tua colazione. Io tra poco dovrò uscire per le ultime incombenze, ma ho già lasciato a Cyril le disposizioni necessarie perché tutto sia pronto per la partenza di domani mattina. Potrei rientrare tardi, ma desidero che tu vada a letto entro un orario adeguato e che sia pronta e riposata per il viaggio che ci aspetta. Posso fidarmi di te?».

Caitlin, gli occhi grandi e sorpresi, annuisce con vigore. «Oh sì, certo. Vedrete che tutto sarà a posto. Potete stare tranquillo e io starò qui buona e quieta. Prometto» esclama con impeto, rallegrando il padrone di casa che, prima di congedarsi, le augura una buona giornata con un bacio sulla fronte.

Gli ultimi due giorni sono trascorsi in una calma ovattata. Il tempo è volato senza che nulla ne turbasse la pacata serenità. Il dottor Watson non ha fatto che ciarlare, leggere, sorridere, proporre gite fuori porta in combutta con la signora Hudson e rimpinzarlo come un tacchino. Sherlock Holmes sta iniziando ad annoiarsi: altri due giorni del tenore di quelli appena terminati e dovrà proprio ritornare a spulciare i quotidiani alla ricerca di qualcosa di interessante su cui concentrarsi onde evitare di languire nell'inerzia totale.

Quella mattina non sembra iniziare in modo troppo differente dalle altre, salvo che il cielo è coperto da un fitto strato di nuvole grigie e pesanti, presagio di imminenti acquazzoni. Poi la signora Hudson bussa alla porta ed entra con il consueto vassoio della prima colazione, accompagnato da chiacchiere tediose e inutili, giornali del mattino e posta appena consegnata.

«Questa è per voi, signor Holmes» lo distrae in un dato momento del suo peregrinare mentale la voce della padrona di casa, che gli sta giusto porgendo una busta.

Con un gesto svogliato la raccoglie e le fa scorrere sopra un'occhiata annoiata. Poi i suoi occhi si sgranano, sussulta sulla sedia e trattiene il respiro.

«Non di nuovo» rantola, afferrando un coltello dalla tavola apparecchiata, aprendo la busta e impallidendo.

«Che succede, Holmes?» si preoccupa Watson, vedendo la sua espressione un poco smarrita.

Holmes leva gli occhi in quelli di Watson e storce la bocca in una smorfia affranta. «Sono stato convocato. Ancora una volta».

«Scotland Yard?» vuol accertarsi Watson.

«Peggio: il palazzo reale».

«Sempre la Principessa?» chiede Watson, stranito.

«Esatto. Sospetto di averla vista più spesso io di quanto abbia fatto suo marito, in questi ultimi giorni» soppesa, alzandosi bruscamente e scomparendo nella propria camera da letto per cambiarsi e recarsi a quell'ulteriore appuntamento non previsto e affatto gradito.

Le guardie di palazzo, quella mattina, hanno l'aria più nervosa e marziale del solito, nota Holmes, mentre ne viene circondato e lo scortano attraverso i corridoi del palazzo. A un'ulteriore occhiata si rende conto che sono anche in maggior numero rispetto a quante ne abbia vedute durante le precedenti occasioni. Qualche cosa non quadra, e sospetta che sia collegato alla sua inattesa convocazione.

L'espressione che sfoggia la principessa Alexandra alla sua entrata inoltre non lascia presagire nulla di buono.

«Sedete, signor Holmes. Voi sparite» ordina alle guardie che lo hanno condotto all'interno della sala.

L'investigatore si tende, nervoso, ma obbedisce con prontezza, prendendo posto su di una sedia di fronte alla scrivania, in attesa che la Principessa prenda la parola per spiegargli la sua presenza a palazzo. Invece lei, senza smettere di fissarlo con gli occhi duri, fa scivolare un foglio sulla superficie liscia del tavolo fino a posarlo sotto i suoi occhi costernati, in un chiaro invito a leggere ciò che vi è scritto. E lui, non potendo fare altrimenti, si appresta a leggere, mentre la sua costernazione aumenta fino a divenire sgomento e le sue labbra tremano, una volta completata la lettura.

«Non... Ero allo scuro di tutto questo» affanna con voce roca, e ora anche le dita che reggono il foglio tremano.

«Voglio augurarmi che sia così, signor Holmes, ma il problema rimane».

«Che cosa desiderate che faccia?» chiede in un soffio, massaggiandosi una tempia.

«Voglio una spiegazione».

Solleva lo sguardo, piano. Deglutisce. «La spiegazione l'avete già, Vostra Maestà: è scritta qui. C'è tutto quello che potreste voler conoscere, forse anche di più».

Lei si alza con un movimento imperioso e lui, malgrado tutto, non riesce a impedirsi di indietreggiare, seppur rimanendo seduto. «Affatto. Quello che ho qui è una burla. E un furto. Ma nulla che abbia per me un senso».

Stringe le labbra e trae un lento respiro. «Mi dispiace. Io non so...». Un altro respiro. Inghiotte aria e posa il foglio sulla scrivania, portandosi anche l'altra mano alla tempia. «È colpa mia. Ho provato a costringerlo a far qualcosa che... O meglio, a non fare qualcosa che riteneva andasse fatto. Intendeva avvisarvi, spiegarvi come si sono svolti i fatti e in che modo abbiamo risolto una faccenda che, perdonate la franchezza, andava sistemata senza porre in mezzo ulteriore indugio. Il diamante rubato... è solo un pretesto per farmi scontare quella che ha ritenuto un'insolenza e una mancanza di rispetto nei suoi confronti. Ora, lo vedete, io mi trovo qui di fronte a voi, obbligato a rendere conto delle nostre azioni, e lui probabilmente si sta godendo il momento, al sicuro da qualche parte, o addirittura già sulla nave che lo condurrà a Calais. Ma vi giuro che ciò che vi ha scritto è la pura verità, e che tutto quello che abbiamo fatto è stato pensando alla vostra sicurezza».

«Il mio cancelliere si è confessato colpevole ed è stato catturato e caricato su una nave diretta in un'isola di Capo Verde? Vi rendete conto che tutto questo è assurdo? Chi potrebbe credere a una storia simile?» si altera la Principessa.

«Ha cercato di ucciderci. Avevamo in mente di fargli firmare una confessione, ma non c'è stato modo di costringerlo a collaborare. Se lo avessimo lasciato libero ci sarebbe sfuggito di mano ancora una volta. L'unica soluzione che abbiamo trovato è stata di metterlo in condizioni di non poter agire e imbarcarlo per un porto lontano il più possibile dalla vostra persona. Mi rincresce immensamente per i problemi che le nostre azioni possono avervi causato, tuttavia in quei momenti non abbiamo trovato altre vie per risolvere la situazione. Spero... Vi prego di volerci perdonare, Vostra Maestà, se abbiamo agito con imprudenza e senza il vostro consenso».

La principessa Alexandra, sembrando ancora piuttosto furente per quell'increscioso incidente, si allunga appena sulla scrivania. «E il diamante? Con un po' di astuzia potrei anche far passare la scomparsa di un cancelliere come una manovra diplomatica appositamente studiata. Ma come posso giustificare la sparizione del Koh-i-Noor? È il gioiello principale della tiara della Regina!» sbotta, perdendo la pazienza.

Holmes è bianco come un cadavere e si stringe ai braccioli della sedia nel timore di smarrire il senno. «Non dovrete giustificare alcun furto, Vostra Maestà. Lo renderà, o forse lo ha già reso in qualche modo, comunque lo riavrete a breve».

«E che cosa vi dà tanta sicurezza?» indaga, piuttosto scettica al riguardo.

«Lo ha scritto, dopo tutto. Ma se anche non lo avesse specificato, lui non vi porta alcun rancore e non farebbe mai qualcosa che possa arrecarvi danno. Lo riavrete prima che altri possano rendersi conto della sua sparizione. Voi stessa, posso immaginare, non avevate notato che mancasse prima di ricevere quella lettera. Mi sbaglio?».

«No, non sbagliate. Nessuno si avvicina mai a quei gioielli a meno che non vi sia in programma qualche occasione ufficiale durante la quale devono essere indossati. E al momento non ne è prevista alcuna». La Principessa trae un lungo, sofferto respiro e torna a guardare l'investigatore. «Mi auguro che abbiate ragione e che quel diamante torni al più presto nel nostro palazzo».

«Santi numi!» esclama il dottor Watson, saltando in piedi al rientro del coinquilino dopo la sua prolungata assenza di quella mattina. «Vi sentite bene? Avete un aspetto tremendo» constata, vedendolo persino più pallido del solito e di molto sotto tono.

Incerto, l'investigatore solleva lo sguardo sull'amico e storce appena le labbra. «Ho avuto un incontro un poco difficile. L'impressione era di essere alla corte marziale. Per un attimo ho creduto che mi avrebbero condannato ai lavori forzati, se non di peggio» commenta, scuotendo la testa. «E invece mi sono solo dovuto sorbire una lunga, orrenda reprimenda da parte della principessa Alexandra nella sua inedita versione di giudice, giuria e carnefice. Però, lo vedete, sono ancora intero dopo tutto» borbotta, sbuffando e massaggiandosi la fronte. «Intero ed esausto, per la verità».

«Lo vedo. Fareste bene a stendervi per qualche ora» consiglia Watson, preoccupato.

«Sì» soffia, socchiudendo gli occhi, «è una buona idea».

Watson lo osserva pencolare fino alla porta della sua camera e si mordicchia un labbro, pensando a una maniera per potergli essere di qualche conforto. Quando però Holmes posa la mano sulla maniglia e socchiude l'uscio, accingendosi a varcare la soglia per mettere in pratica i suoi progetti di un sonno con buona probabilità funestato da cattivi sogni, lo sente trarre un brusco respiro e rantolare, poggiandosi con tutto il suo peso contro lo stipite, e allora lo raggiunge di corsa, pensando a un qualche malore. Invece quando gli si fa incontro per controllarne le condizioni gli occhi dell'amico sono sgranati e accesi di stupore, che in meno di mezzo minuto diviene comprensione.

«Holmes, che cosa avete?» lo incita, non riuscendo a capire quel suo strano comportamento comparso come dal nulla.

«La... finestra» mormora Holmes, per tutta risposta.

Così il dottor Watson, ancora confuso, solleva lo sguardo alla finestra della camera del coinquilino, trovandola identica a com'è di norma, e scrolla le spalle. «Sembra la vostra solita finestra» commenta, dubbioso.

Holmes se lo scrolla di dosso e si precipita alla suddetta finestra. «È aperta. E io l'avevo lasciata...». Volta di scatto la testa verso l'armadio, poi abbassa lo sguardo al pavimento, dove uno dei suoi tappeti non si trova più nel punto in cui è di norma, ma ruotato di qualche grado verso il tavolo da lavoro. «... chiusa» termina in un leggero ansito, precipitandosi sul parquet coperto dai suoi tappeti. Dopo averli scostati constata che null'altro in effetti sembra essere fuori posto né manomesso, eppure il battito del suo cuore è ancora rapido e incostante mentre, con gesti febbrili, fa scattare il meccanismo che chiude il suo piccolo scomparto segreto. E a quel punto annaspa poiché al suo interno trova qualcosa che l'ultima volta non c'era e che lui non vi ha mai nascosto. Quando lo raccoglie, trattenendolo fra le dita che tremano, appare al suo sguardo una piccola scatola di legno con un coperchio a libro.

Watson aggrotta le sopracciglia e lo raggiunge ai piedi dell'armadio, accovacciandosi al suo fianco. «Che cos'è?» chiede incuriosito.

Holmes, deglutendo a vuoto, solleva il coperchio e trae un altro, rumoroso respiro, imitato questa volta anche dall'amico al suo fianco. Comodamente adagiato su un minuscolo cuscino in velluto blu scuro, alla fioca luce della camera da letto dell'investigatore scintilla come una stella un diamante grosso come un mandarino, le cui innumerevoli sfaccettature rimandano moltiplicato il pallido bagliore del sole dicembrino di Londra.

«Misericordia, quello è un...» rantola Watson, frastornato, sentendo le ginocchia cedere e lasciandosi scivolare a terra senza riuscire a distogliere gli occhi da quel brillio insistente e immacolato.

«È il Koh-i-Noor» soffia Holmes, poggiando la scatola sul parquet e seguitando a rimirarne il contenuto.

«È un diamante?» si accerta Watson, per quanto nutra pochi dubbi in proposito.

Holmes si lascia sfuggire una risata sconnessa. «Sì, un diamante. Era montato sul diadema della Regina Vittoria, fino a ieri».

«Cosa?! Ma, c-come… ?».

«Come fa a trovarsi in camera mia? Molto semplice, ce lo ha portato Arsène Lupin questa mattina, dopo la mia uscita in seguito alla convocazione da parte della Principessa» spiega, ritenendola l'unica possibilità sensata in mezzo a tante assurdità.

«Perché?» esclama Watson, stordito.

«Perché ho mancato alla parola data» replica Holmes, risultando alle orecchie dell'amico alquanto oscuro nella sua spiegazione.

Nel momento in cui l'investigatore ritiene di essersi riempito a sufficienza gli occhi di tanto splendore, si decide a distogliere lo sguardo, scorgendo in quel modo un foglio ripiegato in quattro e appuntato all'interno del coperchio. Sospira e lo libera dal fermaglio che lo trattiene, dispiegandolo davanti a sé e facendovi scorrere gli occhi con tutta la calma che riesce a metterci.

"Mi rendo conto di aver creato, con questa mia azione un poco sconsiderata, possibili penosi crucci in sede al palazzo reale britannico. Vorrei qui porgere le mie più profonde e sentite scuse se, con la mia imperdonabile leggerezza, posso aver causato gravose ripercussioni sulla serenità di Sua Maestà la principessa Alexandra, e assicurare che non era mia intenzione provocare offese.

Le mie ragioni potrebbero risultare oscure e per buona misura incomprensibili. Me ne dolgo. Tuttavia confido nella presenza di spirito del destinatario dei miei pensieri e voglio credere che, per il futuro, io non mi veda costretto a porre ulteriormente l'accento sulle mie motivazioni.

Poiché non è mai stata mia mira trattenere per me ciò che ho indebitamente sottratto alla Corona, confido altresì che, in seguito al ricevimento di questa missiva, l'oggetto di contesa venga reso a stretto giro al legittimo proprietario, così come ho promesso sul mio onore.

Con i miei migliori auguri per un futuro sereno.

Servo vostro

Arsène Lupin"

«Non sono granché sicuro di aver colto il significato di quel messaggio. Ma a questo punto immagino che la cosa più importante da fare sia avvertire la Principessa, dico bene?» interviene Watson, dopo aver sbirciato il foglio da sopra la spalla dell'amico.

Holmes si limita ad annuire, restando in un silenzio contemplativo. Poiché comunque non ha l'aria di voler intraprendere qualche discussione né tantomeno tornare ai suoi precedenti proponimenti per riposare, il dottor Watson si risolve ad avvisarlo che penserà lui stesso, come nelle occasioni precedenti, a spedire un telegramma per richiedere un nuovo incontro privato urgente.

Così Sherlock Holmes rimane di nuovo da solo, abbastanza invischiato nei suoi pensieri da non notare nemmeno che l'amico ha lasciato l'appartamento. Invece si dedica a rileggere più volte il messaggio, sperando contro logica di trovarvi qualche indizio che lo riconduca al suo sfuggente e imprevedibile ladro, o al fatto che dopo tutto potrebbe essere soddisfatto dall'esito della sua macchinazione e pertanto possono riprendere da dove avevano bruscamente interrotto. Ciò però non avviene, e l'investigatore dedica ancora qualche lungo minuto allo scopo di prenderne atto. Infine sospira e ripiega il foglio, riunendolo alla scatola e al suo prezioso contenuto. Si appresta poi a richiudere il suo alloggio segreto, che ha distrattamente lasciato aperto fino a quel momento, troppo preso dall'ultima scoperta, quando nota un dettaglio che in precedenza non aveva attirato la sua attenzione: nel suo scomparto sotto il parquet, oltre alla scatola ancora poggiata a terra e a un piccolo libriccino di sua proprietà che non è stato mosso, vi è qualcos'altro che non gli appartiene, un altro foglio di carta, più piccolo e ripiegato a metà. Cruccia le sopracciglia e lo raccoglie, dispiegandolo con cura e socchiudendo le labbra con un incerto moto di sorpresa. La scrittura è ancora di Lupin, ma con meno svolazzi e su carta di minor pregio; e il destinatario, in questo caso, non è la Principessa, ma l'investigatore stesso.

"Folle. Posso scommettere sia questa la prima parola che vi è balenata in mente dopo aver veduto la lettera che ho spedito alla principessa Alexandra, nella quale spiegavo ciò che abbiamo fatto per la sua sicurezza. Può darsi che abbiate ragione. È sicuramente possibile che a volte io lo sia, o che per lo meno tale appaia. Il fatto è che non amo essere raggirato, né insultato. Ritengo che nel momento in cui viene spesa la parola ci si debba prendere l'impegno di rispettarla. Ho trascorso gran parte della mia vita prendendomi questo impegno e posso affermare di aver fatto tutto ciò che era in mio potere per mantenerla, sempre. È senz'altro possibile che voi la riteniate una sciocchezza senza importanza, non lo escludo. Sappiate che per parte mia non lo è affatto, e non vi nascondo la mia delusione. Tuttavia, vedete, ho operato perché sia la mia offesa che la vostra mancanza venissero ripulite. Sono consapevole di aver agito senza consultarvi, pertanto senza ricevere la vostra approvazione. Me ne scuso. Se avrete la bontà e il desiderio di volermi perdonare, ve ne sarò eternamente grato. Se, al contrario, riterrete di aver subito un torto, ebbene, sono certo sappiate dove trovarmi. In ogni caso spero che vorrete, in un futuro non troppo lontano, farmi l'onore della vostra presenza. La Francia non aspetta che voi, Monsieur Holmes, e in particolare Arsène Lupin sarebbe lieto di potervi accogliere, forse come un amico.

Con rispetto

A.L."

L'aria della Manica, sulla prua della nave, è frizzante e pulita, nonostante le nuvole che a tratti nascondono il debole sole di dicembre. Accanto a lui, e come lui intenta a respirare liberamente e osservare con eccitata trepidazione l'orizzonte all'apparenza infinito, Caitlin sorride nella serenità della sua giovinezza. Parigi non è più così distante, a poche ore oramai, mentre l'avventura londinese si fa più lontana e sfocata alle loro spalle. Un angolo delle sue labbra si solleva repentino, mentre i suoi pensieri si attardano ancora su quell'ultima mattina nel grigio di una Londra immersa nella nebbia. Ma Parigi è ormai così vicina, là dove nuove avventure certamente lo attendono. Ride, attirando l'attenzione di Caitlin e di qualche altro passeggero che si attarda sul ponte, e la sua risata è priva di ogni pensiero, segue la scia del suo buonumore e di un futuro ancora ignoto ma che sicuramente gli riserverà meravigliose sorprese.

Al secondo piano di un edificio in Baker Street al civico 221B una scintilla di eccitazione illumina gli occhi grigi di un investigatore. Con una mano richiude il coperchio di una scatola, celando lo sfavillio di una stella, e con l'altra sigilla l'apertura di uno scomparto sotto il suo pavimento nel quale ha nuovamente celato la scatola. Torna in piedi, recupera un cappotto e si precipita giù per le scale e lungo la strada, mentre un impercettibile incresparsi di labbra anima il suo viso.