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Arrivarono a destinazione che era quasi l'imbrunire.
Kate era sorpresa di come fosse stato facile, chiusi in una bolla che sembrava sospesa nel tempo e nello spazio, lasciarsi andare e chiacchierare. Il viaggio era volato, si era goduta ogni minuto.

Quando l'auto rallentò per immettersi nel vialetto della villa, si scoprì a chiedersi che cosa sarebbe successo di lì in avanti. Sarebbero riusciti a mantenere lo stesso grado di rilassata sintonia, in cui erano sembrati più vicini di quanto non fossero mai stati?
Un conto era accettare una proposta ai limiti dei buonsenso in preda all'entusiasmo, un altro era passare la notte sotto lo stesso tetto. Senza pistola.

Riflessioni e interrogativi passarono momentaneamente in secondo piano quando si trovò davanti a quella che lui aveva sempre chiamato "La casa negli Hamptons", senza darvi troppo peso, quasi si fosse trattato di un appartamento di poche pretese. Sgranò gli occhi.
Naturalmente era a conoscenza del fatto che fosse ricco, ma non si era mai posta il problema di quantificarlo. Non le era mai importato.
La villa era enorme, aveva una vista mozzafiato, esattamente per come le aveva mostrato quel mattino, quando il mondo girava ancora sui soliti binari. Non era direttamente sul mare e se ne chiese il motivo. Era stata convinta che Castle avrebbe scelto una casa a due passi dall'oceano. O su una scogliera a picco sul mare infestata da fantasmi e storie di pirati cannibali alla ricerca di un forziere di monete d'oro.
Castle sapeva godersi la vita. Non era certo una novità.

Scivolò fuori dall'auto non appena Castle spense il motore.
"Potevi almeno aspettare che ti aprissi lo sportello", si lamentò, raggiungendola.
"Nemmeno io te lo apro di solito, non badiamo a questo genere di formalità tra noi", lo prese in giro.
"Ti sarebbe possibile concedermi di essere galante, qualche volta?"
"Ti ho appena permesso di guidare. Non ti basta?", rispose, sviando il discorso.
"Così hai potuto renderti conto che sono un ottimo autista".
Lo soppesò con lo sguardo.
"È vero, ammetto che non sei stato male. Pensavo peggio".
"Quindi potrò rifarlo con la macchina della polizia, la sirena e tutto il resto?"
"Puoi scordartelo", lo sferzò tradendo una risata.

Era un terreno conosciuto, familiare. Si muoveva a suo agio tra le loro solite schermaglie, che le servivano per nascondere il fatto di essere leggermente intimidita dalla casa e dall'intera situazione. Aveva bisogno di riprendere il controllo.
Le venne il sospetto che lui la stesse assecondando perché era capace di leggerle dentro ed era bravo a intuire quello che stava provando.
Non doveva essergli sfuggito che, per quanto avesse accettato d'istinto il suo invito senza successivamente tirarsi indietro – che era forse la cosa più improbabile tra tutte-, non le era comunque facile destreggiarsi in una situazione che sfidava il suo naturale istinto di autoprotezione, un po' più marcato del normale. Le stava dando tempo di familiarizzare con la novità, senza fare pressioni. Gli inviò un silenzioso ringraziamento.

"Bene, sei pronta per il tour della dimora?", le domandò prendendo le loro borse dal bagagliaio e invitandola a seguirlo all'interno.
Dentro la casa era altrettanto lussuosa, ma lei smise di stupirsene. Era arredata secondo lo stile degli Hamptons, molto fresco e vacanziero, ma con un tocco personale che avrebbe riconosciuto ovunque. Dimostrava buon gusto, con l'aggiunta di qualche dettaglio eccentrico che riusciva ad armonizzarsi al contesto.

Per qualche minuto si perse nella contemplazione dei mobili, ma quando lui la invitò a proseguire la visita al piano superiore, si fermò, esitante. Castle continuò a salire le scale, raccontandole, come un perfetto ospite, la storia della casa. Si fermò solo una volta arrivato in cima, rendendosi conto di essere rimasto da solo. Si voltò a guardarla.
"Va tutto bene?", si informò gentilmente, distraendola dai suoi pensieri.
"Sì, certo, stavo... ammirando la vista dall'alto. Hai dei bellissimi pezzi di arredamento", farfugliò arrossendo. Da quando era esperta di arredamento? Lui rimase a fissarla per un istante, e poi, senza una parola, aspettò che lo raggiungesse.

Si infilarono in un lungo corridoio, e infine, Castle si fermò davanti a una porta.
"E questa è la tua stanza", esclamò senza tradire nessuna emozione, abbassando la maniglia.
"La mia stanza?" chiese dopo qualche istante di silenzio. Si rimproverò per essersene uscita con un'affermazione tanto stupida.
"Sì, la mia è di fronte", rispose asciutto, senza all'apparenza notare nessuna stranezza. "Se non ti piace c'è quella di Alexis. O di mia madre. Ma questa ha la vista migliore e non è piena di cianfrusaglie. Ci conosci. 'Meno è meglio' non è certo il motto della nostra famiglia", aggiunse rapidamente, per coprire un silenzio che stava diventando pesante.
"Se può interessarti, però, la vasca con idromassaggio è presente solo nel mio bagno. Parlo di quella interna. Quindi se hai voglia di rilassarti, approfittane pure. Ti ho detto che dopo i campi da tennis c'è una piscina riscaldata? Possiamo usarla quando vogliamo, anche adesso".

Rimase impalata sulla soglia mentre lui entrava nella camera, posava la borsa sulla poltrona al lato del letto, tirava le tende e faceva entrare la luce del tramonto. Lasciò andare il fiato che aveva trattenuto. Di che cosa aveva avuto paura? Che avrebbe dato per scontato che avrebbero diviso la stessa stanza, solo perché aveva accettato il suo invito? Era stata ingiusta. Castle non era così, non era quel tipo di persona. Era lei a essere paranoica.
Anche se entrambi sapevano che l'invito non era così platonico o amichevole per come avevano finto che fosse, le avrebbe comunque lasciato spazio, senza aspettarsi niente. Lo conosceva. E lei aveva accettato proprio per quel motivo. Si calmò, dandosi della sciocca. L'entusiasmo che aveva perso per futili motivi tornò farsi vivo. Si sentì leggera e piena di euforia.

"La stanza va benissimo". Gli sorrise.
"Che ne dici di sistemarti – fai pure con comodo – e poi di raggiungermi di sotto? Ti preparo un bicchiere di vino".
"Perfetto. Grazie".
Gli si avvicinò, mettendogli istintivamente una mano sul braccio. L'aveva già fatto altre volte, in fondo se ne stavano sempre vicini quando erano seduti alla scrivania o per strada parlando dei casi- più vicini, spesso, di quanto non richiedesse la situazione, come se convergessero istintivamente l'uno verso l'altra.
Eppure successe qualcosa di diverso. L'atmosfera cambiò di colpo, impercettibilmente. Avvertì un brivido e un calore improvvisi sprigionarsi da un gesto semplice, fatto senza pensarci. Alzò gli occhi, rimanendo imprigionata nel suo sguardo.

Se solo avesse saputo quanto era sexy in quel preciso istante e come gli era difficile imporsi di non muovere nessun muscolo per sollevarla e portarla altrove, pensò Castle, sforzandosi di rimanere impassibile.
Non sapeva come comportarsi. Non aveva pianificato niente, non ne aveva avuto il tempo perché tutto si sarebbe aspettato a quel punto, tranne che Beckett accettasse un invito che lui le aveva fatto essenzialmente per gioco e perché gli piaceva provocarla. Naturalmente, ci aveva sperato da qualche parte in fondo al cuore. Era stato però convinto che lei l'avrebbe rispedito al mittente senza troppe gentilezze, con i suoi soliti modi bruschi.
Invece aveva accettato. Ma questo non significava niente, doveva tenerlo sempre presente. Non doveva fare gesti avventati che avrebbero compromesso il loro rapporto per sempre. C'era in ballo altro che non una semplice avventura vacanziera.

Quando si trattava di lei, Castle sapeva quanto fosse importante contare unicamente sul suo istinto. Lo fece anche questa volta. Qualcosa che non avrebbe saputo definire e che andava oltre il piano della logica, gli suggeriva di non forzare la situazione. Quello che si stava creando tra di loro, inaspettato, ma da lui lungamente atteso, era più fragile e prezioso di quanto avesse immaginato.

Dopo qualche istante di turbamento, riprese le buone maniere, comportandosi come un perfetto padrone di casa, le diede appuntamento a più tardi, avvisandola che sarebbe andato a farsi una doccia e si chiuse delicatamente la porta alle spalle, lasciandosi sfuggire un sospiro solo quando fu sicuro di essere rimasto da solo.