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Castle era in piedi davanti all'ampia vetrata che dava sull'oceano. La luce dorata del tramonto aveva lasciato spazio all'oscurità della sera e tutto quello che riusciva a scorgere era il biancore delle onde, in lontananza.
Sul tavolino dietro di lui, di fronte al camino, erano posati due calici di vino.
La sentì scendere le scale e si voltò nella sua direzione. Non seppe nascondere un moto di stupore, che gli fece morire le parole in gola. Curioso, per essere uno scrittore.
"Che c'è, Castle, il gatto ti ha mangiato la lingua?", gli chiese con tono provocatorio, raggiungendolo e prendendo dalle sue mani il bicchiere di vino che era stato pronto a porgerle.
Era tornata sicura di sé e battagliera come sempre, notò Castle, che l'aveva vista inizialmente un po' smarrita.
"No, ero solo incantato...", le indicò l'esterno, "dal panorama". Notò con divertimento l'occhiata dubbiosa che lei gli rivolse, ma ostentò indifferenza, continuando a sorseggiare il suo vino.
"E anche dal tuo vestito", aggiunse, quando fu sicuro che lei non se lo aspettasse. Fu ricompensato dal breve sorriso che le aleggiò sulle labbra, prima che si affrettasse a dissimularlo. "Credo che sia illegale in molti Stati".
"Il vestito?" chiese lei senza capire.
"La tua bellezza", rispose lui con fare pomposo.
Lo trafisse con lo sguardo. "È il meglio che sai fare, Castle? Ricicli frasi melense dai biscotti della fortuna? È da lì che prendi la tua ispirazione?"
La fissò a lungo, in silenzio: "Sai da dove prendo la mia ispirazione", rispose con voce sommessa. Lei abbassò gli occhi.
"E infatti penso che dovrò fornire a Nikki un nuovo guardaroba, dopo stasera. Devo accorciarle qualche gonna", la prese in giro, cambiando discorso.
Lei si avvicinò per dargli un colpo sul braccio, che andò a vuoto perché lui si spostò all'ultimo e questo le fece perdere l'equilibrio. Castle fu rapido a sorreggerla, ma quando lei tornò stabile sulle sue gambe, ringraziandolo, decise di lasciare la mano appoggiata al suo gomito, con un gesto che sembrò del tutto naturale a entrambi. Per un istante gli era parso di sentire un lievissimo profumo di ciliegie. Si chiese se usasse sempre quello shampoo o se fosse colpa della sua immaginazione iperattiva.
"Sei pronta?", chiese, osando accarezzarle con il pollice la pelle morbida del braccio, trattenendo il respiro, convinto che lei si sarebbe presto scostata. O peggio. Magari l'avrebbe insultato.
"Pronta per cosa?"
"Per uscire a cena".
Lei rimase attonita a guardarlo, allontanandosi di qualche passo, interrompendo il contatto.
"Io non... non pensavo che saremmo usciti", mormorò dalla sua posizione di sicurezza.
"Quindi ti sei vestita così solo per me?"
"No, non mi sono vestita così per te", protestò con calore. "Mi sono vestita e basta, smettila di fare commenti tanto prevedibili. Semplicemente non pensavo che avessi fatto in tempo a prenotare da qualche parte. Siamo partiti all'improvviso".
Lui avvicinò la bocca al suo orecchio, sussurrando: "Non ho nessun bisogno di prenotare".
Kate alzò gli occhi al cielo e appoggiò il bicchiere di vino sul tavolino, esasperata: "A volte mi capita perfino di dimenticare il tuo grosso ego ingombrante e poi eccolo che rispunta a tradimento", si lamentò. Lui si scoppiò a ridere facendole strada verso l'uscita.
Una volta arrivati al ristorante, Kate rimase seduta in auto in attesa che le aprisse la portiera. Fu felice di accontentarla.
"Visto? Non muore nessuno se mi lasci essere galante".
"Castle, ti prego, vorrei rilassarmi nei miei giorni liberi. Non attirare cadaveri quando non ce ne sono".
"Per chi mi hai preso? Non sono certo La signora in giallo".
Lei le costrinse a spostarsi finché non si ritrovò sotto la luce del lampione. Lo guardò con attenzione. "Adesso che mi ci fai pensare, in effetti mi ricordi un po' Jessica Fletcher. Il taglio di capelli, forse".
Lui le fece una smorfia. "Se fossi Jessica Fletcher mi imbatterei nei cadaveri ogni volta che esco di casa", le fece notare. "Invece devo fingere di scrivere i miei romanzi, mentre aspetto una tua chiamata che, per la cronaca, non arriva mai abbastanza presto da salvarmi dalla noia".
"Castle, se fossi Jessica Fletcher, non ti limiteresti a imbatterti nei cadaveri per caso. Saresti tu l'assassino, invariabilmente", gli rispose con un tono che non ammetteva repliche.
La guardò sgranando gli occhi per la sorpresa. "Stai insultando l'idolo della mia infanzia. Nessuno può toccare Jessica".
"Via, Castle, mi hai seguito abbastanza a lungo per sapere che l'ipotesi più semplice è spesso quella giusta. È per forza lei a commettere gli omicidi. Altrimenti come potrebbe trovarsi sempre al posto giusto nel momento giusto? Se ne va in crociera e casualmente muore qualcuno, la invita il nipote da qualche parte e mentre è lì muore il figlio del cugino di secondo grado perché ha sbagliato a fare la raccolta differenziata e questo ha causato una faida familiare. Li ammazza lei, è l'unica spiegazione".
"Ok", iniziò Castle tentando di mostrarsi conciliante, cercando di prenderla con le buone per mitigare il suo astio ingiustificato e a lui completamente ignoto contro la povera Jessica. "Ok. Vorrei solo ricordarti che si tratta di fiction e non realtà, e quindi..."
"E questo che cosa significa?", lo interruppe. "Che i tuoi romanzi, pur essendo a loro volta fiction, non seguono uno svolgimento basato su una logica reale?"
"Sì, naturalmente..." rispose un po' insicuro.
"I tuoi lettori non cercano di arrivare all'assassino seguendo degli indizi che dissemini appositamente?" proseguì sempre calmissima.
"Certo. Sarebbe un tradimento da parte dell'autore non fornire tutte le informazioni affinché il lettore arrivi da solo alla soluzione", spiegò senza capire il punto.
"Quindi è lei per forza. Si tratta di logica, Castle", concluse trionfante puntandogli l'indice sul petto per sottolineare la parola "logica".
"Ehi, non vale usare i tuoi trabocchetti mentali per vincere la discussione. Mi hai costretto a confessare. Vostro Onore, sono innocente!" si lamentò con voce petulante. Aveva tradito Jessica Fletcher?
"È quello che dicono tutti, lo dirà senz'altro anche la tua Signora in giallo. Informala di non passare per New York, se non vuole incontrarmi e farsi arrestare".
Castle non si diede per vinto.
"E che cosa mi dici di Poirot? Anche lui ha risolto tantissimi casi. E questo implica, a rigore di logica, tantissima gente morta. È anche lui un assassino?"
"Lui faceva il detective freelance di professione, Castle. Veniva chiamato dopo che era avvenuto un omicidio", rispose paziente come se si stesse rivolgendo a un bambino un po' ottuso.
"Miss Marple!" gli uscì gridando, costretto a rincorrerla, mentre lei si dirigeva verso l'entrata.
"Ecco un'altra donna sospetta", concesse lei, solenne.
"Vuoi partire per l'Inghilterra e arrestare anche lei? Hai un problema con le vecchiette pettegole?"
"Non tentarmi, Castle", rise lei, fermandosi e guardandolo negli occhi.
Lui si dimenticò quello che stava per ribattere, all'improvviso il gioco non gli interessò più. Le mise una mano sulla schiena, in basso, con un gesto deciso e la guidò, in silenzio, dentro al ristorante.
