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Si sedettero a un tavolo appartato, uno di fronte all'altra. Ci fu un iniziale, prolungato momento di silenzio.
Era una situazione insolita per loro. Aveva consumato spesso pasti veloci quando erano fuori per un caso o quando avevano bisogno di decomprimersi, sempre in ambito lavorativo. Si era sempre trattato di qualcosa di informale, avevano parlato per tutto il tempo di omicidi e moventi, in fin dei conti.
Adesso, pensò Kate, erano un uomo e una donna fuori a cena. Senza ruoli, etichette. E questo cambiava tutto.
Nonostante non avessero effettivamente prenotato, una volta entrati erano stati accolti festosamente dal proprietario in persona che doveva essere una vecchia conoscenza di Castle, a giudicare da come si erano salutati. Dopo le presentazioni di rito, erano stati accompagnati nel giardino esterno, da cui si godeva una perfetta vista dell'oceano. Si era alzata una leggera brezza, che aveva mitigato le temperature insolitamente calde della giornata appena trascorsa, rendendo il clima molto piacevole e adatto a una serata all'aria aperta.
"Quindi è qui che passerai l'estate".
Fu lei a rompere il silenzio, che si era protratto troppo a lungo, alzando la testa da sopra il menù nel quale era stata immersa.
Lui la guardò senza capire.
"Qui negli Hamptons. Non qui al ristorante", puntualizzò.
"Ah, sì", rispose vago, evitando di incrociare il suo sguardo e fingendosi molto impegnato a leggere la lista dei vini, che doveva conoscere a memoria. Che cosa gli stava succedendo?
"Non avevi deciso di prenderti una pausa da New York e dal distretto per concludere il tuo romanzo? È quello che mi hai detto oggi pomeriggio, quando mi hai informato che si sarebbe trattato del nostro ultimo caso", insistette Kate, senza mollare la presa.
In verità era ancora un po' scioccata da quella loro maldestra conversazione e avrebbe voluto capirci qualcosa di più. Era seriamente intenzionato a farlo? O si era trattato di altro?
"Dobbiamo proprio discutere del mio libro? Ho passato ore al telefono con Gina ed è un'esperienza che normalmente cerco di evitare, finché è possibile. Credimi, mi fa venire voglia di darmi ai romanzi d'amore in costume, piuttosto che continuare così".
"Ti ha trovato, alla fine", notò Kate, asciutta. "Aveva chiamato anche al distretto, cercandoti".
"Sì, purtroppo sì", rispose tagliando corto.
"Va così male?"
"Con Gina o con il libro?"
"Con il libro". Non le importava della sua ex moglie. "Mi sembra che tu non ne voglia parlare".
"Il fatto è che sono arrivato a un punto morto. Non sono soddisfatto..."
"Dei personaggi?"
"Della trama", la corresse rapido. "I personaggi vanno bene. Alla grande. Nessuna nuvola all'orizzonte per Nikki e Rook", concluse deciso.
Le fece piacere scoprirlo.
"Capisco. Quindi è un problema che riguarda il lato thriller?" si informò con tatto. "Se ne hai bisogno sono sempre lieta di offrirti la mia consulenza sui punti che ti danno maggiori problemi", si propose spontaneamente, sfoderando un sorriso professionale.
Si sentì esaminata con attenzione. Aveva detto qualcosa di fraintendibile? Non le pareva.
Castle si sporse verso di lei, mettendola un po' a disagio.
"Non credere di ingannarmi, Beckett. Tu non vuoi aiutarmi. Ammettilo. Tu vuoi gli spoiler".
Sbuffò.
"È vero, mi hai scoperta". Non era così, ma preferì dargli corda. "Non puoi darmi una piccola anticipazione? Minuscola? Sono la tua Musa, dovrei sapere le cose prima di chiunque altro".
"Infatti hai l'onore di leggere il manoscritto prima che vada in stampa, lo hai dimenticato? E mi fa piacere che adesso l'idea di essere la mia Musa non ti faccia più venire voglia di spezzarmi le gambe".
Sorvolò su quel punto.
"Hai ragione, ma ci vorranno ancora mesi prima che tu me lo faccia leggere. Almeno tutta l'estate e solo quando lo avrai finito". Che era il punto che le stava a cuore.
"Se te lo facessi leggere in fase di stesura passeresti il tempo a dirmi Ti piacerebbe, Castle. Solo nei tuoi sogni, Castle. Uccideresti la mia creatività".
"E da quando? Non sono io che ti "ispiro"?". Mimò le virgolette.
"Sì, ma poi ho bisogno di una certa libertà per... ricrearti nelle vesti di Nikki togliendo di mezzo i tuoi atteggiamenti dispotici. Ti ricordo che mi hai minacciato fisicamente perché cambiassi il nome della mia protagonista".
"Certo, perché ha un nome da stripper! E, per la cronaca, io non ho nessun atteggiamento dispotico", si indignò.
"Oh, sì, sei dispotica. Affascinante e dispotica. Bellissima e dispotica. Incredibilmente sexy e..."
Lo fermò prima che la situazione degenerasse.
"Ok, ok. Ho capito il concetto. Ma torniamo al libro", alzò la mano per fermarlo. "Sai qual è il problema, Castle, se posso permettermi un consiglio?"
"Pendo dalle tue labbra", rispose serissimo.
"Se non la smetti, mi alzo e me ne vado", lo rimproverò, ridendo.
"Non capisco a cosa tu ti riferisca, io non vedo l'ora di ascoltare il tuo consiglio", rispose con aria innocente.
"Io non sono una scrittrice, ma, se il problema riguarda il caso, forse hai fatto poche ricerche sul campo", gli lanciò un'occhiata veloce. Sapeva benissimo quanto lui fosse molto rigoroso in quel preciso ambito. "Non credi che rinchiuderti qui per i prossimi tre mesi senza contatti con il crimine, intendo il vero crimine, possa essere controproducente per la tua creatività?"
Prese il bicchiere di vino e bevve una lunga sorsata. Le piaceva giocare, ma ogni tanto nella vita era necessario un po' di coraggio.
"Pensavo che non ne potessi più di avermi intorno e che fossi felice di vedermi altrove. Da quanto tempo ti seguo, ormai? Un anno? Un anno e mezzo?"
"Hai ragione, ma non lo faccio per averti intorno. Lo faccio per il rigore scientifico", lo informò con aria ispirata. "Non puoi dare in pasto al tuo pubblico una trama poco rigorosa".
Castle rimase a fissarla socchiudendo gli occhi. Era chiaro che non riusciva a interpretarla. Era difficile anche per lei interpretare se stessa, arrivati a quel punto.
"Giusto, il rigore scientifico. E anche il realismo, naturalmente, sono d'accordo con te. È alla base dell'intera struttura narrativa". Aveva finalmente raccolto l'imbeccata. "Sai, ripensandoci...", proseguì assorto, "in effetti ho ormai un discreto numero di appunti presi durante la nostra collaborazione e qualcuno potrebbe ritenere che bastino a scrivere una ventina di romanzi, ma...", si fermò titubante.
"Continua, mi sembri sulla strada giusta", lo invitò lei.
"Ma sei stata tu a insegnarmi che la stranezza del genere umano non si esaurisce mai, giusto? E se dovessi perdermi un caso insolito, mentre me ne sto qui in vacanza a fare l'eremita? Se non mi ricapitasse mai più? Se fosse proprio quello di cui ho bisogno per dare un nuovo impulso narrativo alla trama? Potrei addirittura perdere il Pulitzer solo perché mi sono fatto sfuggire un'occasione".
Castle ormai era lanciato e non sembrava volersi fermare. Lei avrebbe evitato il riferimento al Pulitzer, ma preferì non interromperlo.
"Esatto, proprio quello che volevo dire. Sarebbe un peccato. Quindi..."
"Quindi?", la incalzò.
"Magari potrei chiamarti nel caso in cui dovesse capitarmi un caso particolare durante l'estate. O disturberei la tua quiete creativa?", chiese dubbiosa e speranzosa insieme.
"No", rispose lui quasi gridando. "No, no. Certo che no. Chiama quando vuoi. Anzi, spero che tu lo faccia. Lo dobbiamo al rigore scientifico, proprio come hai detto tu", concordò lui.
"Non dobbiamo aspettare l'autunno per vederci, giusto?"
"Certo che no. Assolutamente no", convenne Castle guardandola negli occhi.
…
Castle avrebbe decisamente voluto approfondire il concetto di vedersi. In tutta onestà aveva faticato fin dall'inizio a capire quale fosse il senso di tutto quel discorso che sembrava partire da molto lontano.
Stentava a credere che il problema, se così si poteva definire, fosse stata la sua infelice uscita sul fatto che avrebbero dovuto prendersi una pausa da loro. Non dai casi, non dal distretto. Dalla sofferenza di vederla con un altro.
Sì, aveva notato come fosse rimasta colpita dalle sue parole, soprattutto quando aveva menzionato il fatto che potesse essere il loro ultimo caso insieme.
Poi aveva accettato il suo invito e aveva ribaltato tutto.
E ora aveva voluto assicurarsi che quella loro presunta separazione fino all'autunno potesse essere interrotta. Legittimamente, certo. Con giustificazioni a prova di qualsiasi sottinteso. Ma era pur sempre qualcosa che non si sarebbe mai aspettato da lei.
Proprio allora arrivò un solerte cameriere con le loro ordinazioni e, all'improvviso, non gli sembrò più l'atmosfera adatta a parlarne, indagare. Due passi avanti e uno indietro, si disse. Funzionava sempre così con Kate Beckett.
Mangiarono con gusto, chiacchierarono senza interruzione, ordinarono altre bottiglie di vino e risero molto.
"Sai, Castle, ho come la sensazione che il mio bicchiere non sia mai vuoto. Non starai cercando di farmi ubriacare?"
Naturalmente. Era già un po' brilla e lo spettacolo di per sé era molto più che affascinante.
"Ti farei ubriacare se ci fosse un motivo per farlo", rispose Castle, mentendo. "Invece stiamo solo accompagnando un'ottima cena con del vino adatto. E tu non sei in servizio".
E dormirai sotto il mio tetto.
"Non cercare di battermi a questo gioco. Lanie aveva ragione, reggo l'alcol meglio di chiunque altro", lo avvisò.
"Lo so. Infatti mi sono già arreso e lascio che sia tu a vincere. Però non sono sicuro che riuscirai a camminare da sola sulle tue gambe, una volta fuori di qui", la prese in giro.
Lei gli lanciò il tovagliolo, sbagliando di poco la mira.
"Non ho nessun problema a stare in piedi. Vuoi che ti mostri che riesco a toccarmi il naso con gli occhi chiusi?", propose.
"No", rispose ridendo."Mi fido della tua parola". Era buffa. Adorabile e divertente. Non ne aveva mai abbastanza.
"Castle perché mi hai invitato a venire qui?" chiese lei con un tono molto più serio che lo colse di sorpresa. Non stavano ridendo fino a qualche momento prima? Avvertì il brusco cambio di atmosfera tra loro. Forse non era così brilla come aveva pensato. Gli sembrò invece lucidissima.
"E tu perché hai accettato?", le rimbalzò la domanda, nello stesso tono e senza più scherzare.
Era il momento di mettere le carte in tavola? Era pronto a farlo?
"Non si risponde a una domanda con una domanda". La osservò meglio. Non era da lei parlare così chiaramente. O volere una risposta tanto onesta. Non sapeva dove fosse il limite oltre il quale l'avrebbe fatta scappare, limite che di solito era bravo a individuare. Ma da quel pomeriggio tutto quello in cui credeva e che la riguardava si era capovolto.
"È per via di Tom?"
"Per Tom?"
"Perché mi hai vista con lui? È una specie di gioco per te?"
"No, Kate", rispose coprendole la mano con la sua. "È per te. Ti ho invitato per te". Era ansioso di convincerla. Non aveva mai pensato che lei potesse credere che lui stesse semplicemente divertendosi a portare scompiglio. Lui l'aveva voluta per sé. Era sempre stato così, fin dall'inizio.
Intrecciò le dita tra le sue, accarezzandole il polso. "E tu perché hai accettato?", le domandò in tono tanto sommesso da farlo dubitare che l'avesse sentito.
"Io..." Kate si guardò intorno alla ricerca di parole che non aveva. "Non sono molto brava a spiegarmi. E non sono nemmeno una persona con cui è facile andare d'accordo, e probabilmente sono davvero dispotica come hai detto...".
Che era quello che gli aveva già detto prima di accettare il suo invito. Attese.
"E quindi sono qui perché...", si fermò di colpo, abbassando gli occhi. Ok, forse il limite era stato superato. Non aveva idea di come fosse successo, di come fossero finiti a quel punto, ma sapeva che non era il caso di proseguire. Doveva portarla via da lì.
"È tardi. Perché non ce ne andiamo? È stata una giornata molto lunga, sarai stanca", propose strizzandole gentilmente la mano, un gesto che non aveva nessun secondo fine. Si era semplicemente attivato il suo istinto protettivo. Non voleva lasciarla annaspare.
"Sì. Sì, è vero, hai ragione", lo guardò riconoscente, alzandosi in piedi. Le offrì un braccio perché era pur sempre un uomo galante e perché gli era rimasto qualche dubbio sul fatto che fosse in grado di raggiungere l'auto senza un aiuto. Ce la faceva benissimo, invece, ma questo non le impedì di appoggiarsi a lui.
Non era facile venire a patti con una Beckett che si comportava in modo tanto diverso rispetto al solito. E questo faceva sorgere una serie di domande che mai avrebbe espresso ad alta voce e che avrebbero meritato una più ampia riflessione. Ma non era nelle condizioni di farlo. Dovevano tornare a casa. Era quella la sua priorità.
Fece un respiro profondo e quando lei alzò gli occhi a sorridergli, lui le rispose in automatico, cercando nel frattempo di autoipnotizzarsi per non muovere nessun muscolo, per contrastare l'attrazione che provava per lei.
Il viaggio fino alla villa li vide immersi in un silenzio ininterrotto.
Qualcosa tra di loro era cambiato, lui lo percepiva chiaramente. E anche lei, ne era certo. Ma sospettava che nessuno dei due volesse rovinare un'atmosfera troppo ricca di promesse ancora acerbe.
"È molto bello qui", mormorò Kate, avanzando nel giardino, a piedi nudi. Si era tolta i sandali non appena erano scesi dall'auto. Lo trovava molto sexy. Anzi, l'avrebbe trovato molto sexy se si fosse dato il permesso di esprimersi mentalmente in quel modo, invece che sforzarsi di credersi un modello di ascetismo privo di impulsi carnali, per non commettere azioni irreparabili.
La raggiunse. Non poteva rimanere in piedi a fissarla inebetito in eterno. E non poteva continuare a reprimersi, dopotutto.
Le appoggiò un braccio intorno ai fianchi, la fece voltare verso di sé, le infilò una mano tra i capelli e, mentre il cuore gli batteva a mille, si chinò a baciarla. Poteva essere un errore, ma doveva scoprirlo.
Lo aveva sognato così a lungo da rendergli difficile credere che stesse succedendo davvero. Kate rispose al bacio, almeno all'inizio e almeno per quanto riuscì a capire, sconvolto com'era e proiettato altrove, nemmeno sapeva di preciso dove. Era solo consapevole di un livello di beatitudine mai raggiunto prima.
Le accarezzò la schiena con gesti ampi, cominciando a darsi il permesso di sperare che quello sarebbe stato il preludio a molto altro. Che desiderava moltissimo.
"No" si staccò lei di colpo, allontanandolo con forza e guardandolo con occhi sbarrati. "Non posso. Io non..."
La tenne contro di sé e appoggiò la fronte sulla sua, respirando velocemente. "Kate" la pregò a bassa voce, sapendo già che non sarebbe servito a niente.
Kate si sciolse dal suo abbraccio e in un attimo scomparve dentro casa.
