Beckett

Guidando per tornare al distretto le venne l'improvvisa voglia di sentirlo, parlargli, passare qualche ora con lui come ai vecchi tempi.
Il che aveva dalla sua un certo umorismo. Di quali vecchi tempi si stava parlando? Come era possibile che fossero finiti così nel giro di un mese e mezzo? Potevano già rimpiangere un passato più felice?
Provò a chiamarlo, ma lui non rispose e lei gli mandò un messaggio spiritoso – così sperava, ma dubitava di esserci riuscita -, per invitarlo fuori la sera stessa. Come se fosse un appuntamento. Come facevano nella loro vita precedente.

Ricevette la risposta qualche ora più tardi e si sentì felice e sollevata come se avesse temuto che lui potesse rifiutare. Trascorse tutta la giornata in un'atmosfera carica di aspettativa ed eccitazione, contando le ore finché fu libera di alzarsi dalla sedia e correre a casa a cambiarsi. Sperava che almeno riuscissero, se non a comunicare, almeno a stare vicini in modo autentico. In modo sereno, senza ombre.

Castle la stava aspettando nel locale che lei aveva scelto per la loro serata. Era all'aperto, all'ultimo piano e si godeva di una splendida vista della città. C'era molta gente, e, all'inizio faticò a scorgerlo seduto al bancone del bar, seminascosto da una marea di piante e luci. Si sentiva molto più in forma che nell'ultimo periodo, la stanchezza era svanita. Era felice e frizzante come agli inizi del loro rapporto. Anzi, a essere onesti, si era sentita così fino al minuto prima di fare il test. Era da dopo quel... come lo si poteva chiamare? Contrattempo? Tragedia non annunciata? che la situazione aveva iniziato a scivolarle dalle mani, senza che lei potesse fermarla.
"Buonasera, signore, aspetta qualcuno?", lo salutò sorprendendolo alle spalle e baciandolo davanti a tutti. Non le importava se qualcuno li avesse visti. Non quella sera.
Castle rimase per un attimo sbalordito – aveva sperato in quella reazione - ma non stette a porsi troppe domande. Rispose al bacio con foga, al punto che dovettero sforzarsi di staccarsi, ansanti, prima dare spettacolo pubblicamente, mentre lui le mormorava a un orecchio che tutto quello che desiderava era di trascinarla a casa - una casa qualunque - per continuare il discorso. Lei rise, la testa abbandonata all'indietro e ricominciò a sperare che non tutto fosse perduto.

La serata scorse via lieve, chiacchierarono senza sosta lanciandosi frecciate, ridendo, senza riuscire a smettere di toccarsi. Stavano bene. Erano tornati a essere quelli che erano sempre stati. Lui le sembrava davvero rilassato, non il solito sconosciuto cortese dell'ultimo periodo. La corteggiava e la guardava come era sempre stata abituata a essere guardata da lui. Kate sentì che la tensione allo stomaco, di cui non si era resa conto, cominciava a dissolversi.
C'era pur sempre l'enorme elefante nella stanza che entrambi fingevano di non vedere e di cui non avevano parlato per l'intera serata. E se anche le piaceva l'idea di essersi presa una vacanza dalla sua vita, la realtà, in quel momento, non era quella che stavano facendo finta di vivere.
"Balliamo?", gli propose, cogliendolo di nuovo di sorpresa. Si affrettò ad accettare, forse aveva paura che questa nuova Beckett scomparisse come la carrozza a mezzanotte. La prese per mano e l'accompagnò in pista, dove la tenne stretta tra le braccia, muovendosi lentamente. Si abbandonò contro il suo petto.
"Mi stupisce che tu sia ancora sveglia a quest'ora", la canzonò. Era troppo felice per rimproverarlo.
"Confesso che un sonnellino tra la prima prima e la seconda portata me lo sarei fatta volentieri, ma sto cercando di controllare le mie tendenze narcolettiche", rise.
"Non puoi certo lamentarti se amo guardarti dormire".
"Già. Non credo che ti sia rimasto altro da fare", convenne lei mantenendo lo stesso tono leggero.
Lui la strinse più forte e lei ritrovò la sensazione familiare dei loro corpi vicini, sentì il profumo del suo dopobarba, appoggiò la testa nell'incavo del suo collo, che era rapidamente diventato il suo posto preferito al mondo e pensò, con un sussulto improvviso, che non sarebbe mai più stata in grado di rinunciare a tutto questo.

"Oggi sono stata da Lanie. Sapeva che ci frequentiamo", gli confessò.
"Come è possibile?", lui la costrinse ad alzare la testa e a guardarlo negli occhi, preoccupato dalle implicazioni di quella notizia.
"Dice che possiamo credere di aver ingannato tutti, ma non di certo lei. A quanto pare, sembra che sia colpa del fatto che tu dai sempre l'impressione di volermi portare nello stanzino del distretto".
Lui si mise a ridere forte, fermandosi al centro della pista.
"In effetti, è quello a cui penso per la maggior parte del tempo. Ero convinto però di avere una faccia da poker più credibile", le confessò.
"Sa anche... del resto", proseguì lei un po' intimidita, toccando finalmente l'argomento tabù.
"Glielo hai detto tu?", si stupì Castle. In effetti non lo avevano comunicato a nessuno. Non c'era niente da dire.
"Certo che no", si difese. "L'ha capito da sola grazie alla sue doti medianiche e per il fatto che non riuscivo a stare a meno di due metri dal cadavere. Non credo che sia mai successo. Lei parlava e io avevo solo voglia di vomitare nel cestino", gli spiegò.
"E Lanie come l'ha presa?", si informò Castle.
"Pensa che dovreste avere un bambino voi due".
"Per me va bene", acconsentì con entusiasmo.
"Ehi", protestò Kate. "Ti sto sentendo!"
"Ammetterai che devo essere molto virile per... come dire... essere finiti in questa situazione, battendo le statistiche, non trovi? Perché, quindi, non distribuire questa abbondanza...".
Forse preferiva un po' meno del vecchio Castle.
"Castle, se non la smetti subito, ti spingo personalmente giù dal grattacielo. E ti informo che i cadaveri spiaccicati sull'asfalto tendono a farmi venire molta, molta nausea".
Lui sorrise senza dire niente.
"Come...", riprese lei. "Come hai fatto capirlo? Voglio dire... poteva essere davvero un'intossicazione alimentare, no? Eppure l'hai intuito fin dall'inizio".
"Avevi una taglia in più... sopra", le confessò tranquillamente.
"Castle!", lo redarguì, desiderando di poterlo davvero spingere di sotto con tutte le sue forze.
"È la verità! Vuoi che non me ne accorga, soprattutto dopo una settimana di assenza? Stai parlando con qualcuno che ha sempre voluto chiuderti in uno stanzino, a detta dei tuoi amici!"
"A volte mi chiedo perché io mi ostini a pensare di comunicare con te come se fossi una persona normale", finse di rammaricarsi, sbuffando per sottolineare meglio il concetto. "Domani ho appuntamento dal medico". Cambiò discorso in modo repentino. Le parole le uscirono di bocca prima che le venisse meno il coraggio.
Lo sentì irrigidirsi.
"Non è per quello che pensi. È solo una visita per fare il punto della situazione. Per valutare tutte le opzioni", proseguì, sperando di non aver rovinato la serata. Ma non poteva più fare silenzio.
"Valutare le opzioni", ripeté Castle, soppesando le parole, abbandonando l'aria divertita che l'aveva accompagnato per tutta la sera, improvvisamente serio. "Va bene. Ti accompagno".
"Vuoi venire con me dal mio ginecologo? Vado da sola alle mie visite da che ho memoria".
"Sì, ma io sono il padre".
"Non sei affatto il padre!", si lasciò scappare lei, pentendosene subito.
"Come sarebbe che non sono il padre? C'è qualcosa che mi tieni nascosto, Beckett?", scherzò.
"No, certo che sei tu. È che...". Come era faticoso. Lo era sempre, quando si arrivava a quell'argomento.
"Tecnicamente non sono un padre perché non ci sarà nessun bambino, giusto?"
Lei annuì, troppo codarda per guardarlo in faccia e rendersi conto di avergli spezzato il cuore ancora una volta.
Lui non smise di ballare e di abbracciarla. Ma, di colpo, sembrò che tutte le luci si fossero spente.
"Io ti amo e ti amerò sempre", le sussurrò a voce bassa tra i capelli.
E lei si chiese quanto sarebbe durato, quel sempre.