6 Beckett

Kate si svegliò di colpo, dopo solo qualche ora di sonno. A conclusione della serata avevano deciso di trascorrere il resto della notte al loft di Castle, in quei giorni sgombro e stranamente silenzioso.

Si era addormentata subito, ma adesso era completamente lucida e insonne come non le capitava da moltissimo tempo. Sarà colpa del materasso, si disse. Forse invecchiando comincio ad aver bisogno delle mie abitudini.
Castle dormiva profondamente nel suo lato del letto e lei, dopo essersi rigirata invano con l'unico effetto di innervosirsi, decise di alzarsi. Niente la urtava di più che dover rimanere sdraiata, quando era evidente che anche l'ultima traccia di sonno era ormai svanita.

Attraversò lo studio, avvolto nell'oscurità e raggiunse il divano, dove si lasciò cadere con un sospiro. Guardò l'orologio. Le tre. Troppo presto per fare finta di poter iniziare la giornata. Si sedette a gambe incrociate, rassegnandosi a contare qualsiasi cosa di numerabile nel lento scorrere di ore esasperanti.
Vide alcuni libri appoggiati sul tavolo basso di cristallo di fronte a lei, li scorse per vedere se ci fosse qualcosa che potesse attrarre la sua attenzione. Aveva davanti una lunga giornata impegnativa e tutto quello che non desiderava era di doverla affrontare stanca e di cattivo umore fin dal mattino. E pensare che era stata felice di salutare le tendenze letargiche che l'avevano oppressa nell'ultimo periodo.

Ripensò alla serata appena trascorsa. E poi pensò all'appuntamento del giorno seguente. Era il momento della verità e lei, invece di essere sollevata, si sentiva nervosa e con la voglia di infilarsi sotto al lenzuolo e dormire per sempre. Naturalmente questo sarebbe stato possibile se almeno avesse avuto una parvenza di sonno. Che non aveva.
Lasciò scorrere pigramente lo sguardo sull'ampio salotto del loft e, per l'ennesima volta si rammaricò della mancanza di una parete che dividesse la stanza di Castle dal resto della casa.
Martha e Alexis dormivano al piano di sopra, e anzi Martha formalmente non viveva neanche più lì, quindi una certa intimità era, per così dire, preservata. Lei del resto non era mai stata lì contemporaneamente alle altre donne, quindi il problema non si era mai posto.
Ma dove avrebbero messo il bambino? In camera con loro? Di sopra? In balcone? Di sicuro lei non poteva starsene a dormire di sotto, con un intero piano a separarli. Lo voleva vicino. Non necessariamente nella stessa stanza – su questo ci sarebbe stato da discutere -, ma non così lontano. Era assolutamente fuori questione.
Di colpo si rese conto di quello che stava facendo. Stava davvero riflettendo sul futuro in questi termini? Se lo chiese con un misto di incredulità e angoscia.
Era il bambino? Stava comunicando telepaticamente con lei? Facevano così? Si impossessavano della tua mente?
Leggermente inquietata da quello su cui si era trovata suo malgrado a riflettere, si decise, per la prima volta, ad affrontare apertamente la questione.
Per prima cosa si guardò con onestà: era cambiato qualcosa in lei, fisicamente? In apparenza, no. Lei però sentiva che il suo corpo le apparteneva ogni giorno di meno. La differenza sostanziale era nei gusti diametralmente opposti rispetto a prima. Addio caffè. Addio vino. Benvenuto a tutto ciò che era verde. Forse il bambino era fruttariano.

A seguire, l'incontrollabile ipersensibilità agli odori, come era successo in laboratorio da Lanie. Nel caso del profumo naturale della pelle di Castle, di cui era pazza, poteva anche essere un cambiamento apprezzabile, ma quando si trovava di fronte a un cadavere o in un vicolo pieno di spazzatura, la faccenda non era più così divertente. Forse avrebbe potuto partecipare a quei quiz televisivi in cui i concorrenti, bendati, dovevano riconoscere i cibi unicamente in base all'odore. Si immaginò come sarebbe stato felice Castle di vederla fare una cosa del genere. Avrebbe anzi voluto partecipare anche lui. Peccato che non sarebbe finita bene, nella parte con gli odori che la disgustavano.

Terzo, il suo corpo non era in grado di sostenere gli sforzi come aveva sempre fatto. Era sempre stata molto allenata, ma era stata costretta a diminuire i minuti di corsa, perché le veniva presto il fiatone. Non era abituata ad avere un corpo che rispondeva ai voleri di qualcun altro, qualcuno che adesso sembrava anche abitare il suo cervello.
"Ehi, bambino", provò a chiamarlo. "Yuhuu, laggiù, c'è nessuno?".
Si sentiva un po' idiota a farlo e di sicuro non l'avrebbe mai confessato a Castle. Ma cominciava a trovare la cosa un po' buffa.
Come si comportavano le altre persone che avevano delle altre persone più piccole al loro interno? (No, non avrebbe mai usato la parola madri).
Lui la sentiva da fuori o da dentro? In quale momento spuntavano le orecchie? Sapeva, vagamente, che il cuore arrivava a formarsi abbastanza in fretta, ma il resto? Doveva parlare ad alta voce? No, certo che non l'avrebbe fatto, così nel silenzio della notte. L'avrebbero internata.

Si ricordò che uno dei gesti tipici di queste persone- le madri - era quello di accarezzarsi la pancia con espressione assorta. Ovviamente lei non lo faceva e non l'avrebbe fatto.
Sollevò la maglietta di Castle che indossava come pigiama, una tra quelle che prendeva sempre in prestito quando rimaneva a dormire da lui.
La pancia era piatta. Nemmeno il gonfiore di certi giorni del mese. Appoggiò due dita sull'ombelico, dando dei colpetti lievi, non sapendo di preciso che cosa aspettarsi. Che qualcuno battesse cinque da dentro? Forse stava impazzendo. Gli embrioni avrebbero avuto la meglio sugli esseri umani e avrebbero dominato il mondo.
Non sentì niente. Per forza, si disse. Dubito che possiamo discorrere dei massimi sistemi del mondo da dentro e fuori la mia pancia.
Rimase a riflettere sul da farsi. Appoggio solo una mano e basta, decise. La tengo ferma. Ci tiro sopra la maglietta, così non vedo e tutto questo non sarà mai esistito.
Cedette istintivamente al familiare, e al tempo stesso straniante, gesto materno che non sapeva nemmeno di conoscere e che invece le sorse spontaneo. E la cosa non le sembrò affatto ridicola, ma naturale, e le venne da ridere e un po' da piangere.

Dopo un tempo indefinito trascorso in quella posizione, mormorò a voce bassa "Buonanotte, bambino" e tornò felice e confusa a sdraiarsi vicino a Castle, che aveva continuato a dormire profondamente, senza accorgersi di niente.

L'appuntamento medico era fissato nel tardo pomeriggio, cosa che le permise di andare al lavoro e di non pensarci per tutto il giorno. Per quanto era umanamente possibile.
Si era accordata per incontrarsi con Castle direttamente nello studio del ginecologo, visto che era rimasto fermo nel suo proposito di accompagnarla. Aveva però accettato di aspettarla fuori, come da sua specifica richiesta, visto che lei, a dirla tutta, non era esattamente a suo agio a parlare del suo ciclo davanti a qualcuno che non fosse lì per motivi professionali.

La giornata era trascorsa senza scossoni, non velocemente come avrebbe desiderato, ma non era stata attanagliata dall'ansia prevista.
Uscì dal distretto con il sole ancora alto, guidò senza fretta - era piuttosto in anticipo - e parcheggiò davanti allo studio, dove Castle la stava già aspettando.
"Grazie per essere venuto". Non sapeva perché lo stesse ringraziando, quando di fatto avrebbe preferito stare da sola con i suoi pensieri e non essere costretta a fare conversazione.
Entrarono e si sedettero nella sala d'attesa, un po' troppo piena per i suoi gusti. Il dottore era in ritardo? Di quanto sarebbe slittato il suo appuntamento?
Castle sorrise alla segretaria, che fu subito conquistata dal suo fascino, così come le altre donne, che Kate vide raddrizzarsi sulla sedia per lanciargli occhiate furtive - o nemmeno troppo furtive. Lui sembrava bearsi, come sempre, dell'attenzione femminile. Con il solito dispiego di fascino maschile di cui era provvisto in abbondanza, cominciò a interessarsi cortesemente delle loro vite, suscitando sorrisi svenevoli che le fecero venire voglia di fare una strage. Avrebbe dato colpa agli ormoni.
"Castle!", lo richiamò all'ordine, seccata, quando ne ebbe abbastanza.
"Che c'è?", le chiese lui con aria innocente.
"Vedo quello che stai facendo e non è divertente".
"Faccio conversazione. È una sala d'attesa, è così che si fa di solito tra persone civili".
"No, nelle sale d'attesa si fa silenzio. Non si viene per ammaliare le donne".
"Io starei ammaliando le donne? Chi usa la parola 'ammaliare' in questo secolo? Hai ricominciato a leggere Jane Austen?".
Lei grugnì di pura esasperazione, gli girò ostentatamente le spalle, afferrò un giornale a caso e ci nascose la testa dentro.
"Mi pare che qui qualcuno sia geloso", commentò Castle soddisfatto.
"Quanti anni hai? Dieci?", gli rispose piccata, continuando a stare girata dall'altra parte.
Castle smise di intrattenere il pubblico, prese a sua volta un giornale e finse anche lui di leggerlo.

"Come può avere una pancia tanto grossa? Sarà incinta da almeno due anni, come gli elefanti!", commentò lei a bassa voce avvicinando la testa a quella di Castle, senza riuscire a trattenere lo stupore, alla vista di una donna seduta davanti a loro. E dimenticando l'intenzione di ignorarlo per sempre.
"Beckett!", si meravigliò lui. "È una cosa così cattiva che avrei potuto dirla solo io!"
"Sto solo dicendo la verità. Non può essere normale". Cominciava ad avvertire un filo di ansia. Era così che si diventava? Non ci aveva mai fatto caso. Le donne incinte non avevano mai fatto parte del suo universo.
"A me non sembra tanto grossa. Ma magari sono gemelli", concluse Castle, osservando la donna in questione, che gli sorrise dalla sua poltroncina.
Beckett lo fissò interdetta. "In che senso gemelli?". Era così confusa che le sembrava che lui le avesse appena confermato che, sì, in effetti si trattava di una gravidanza da elefanti.
"Nel senso di due bambini che nascono contemporaneamente. Sai che gli esseri umani qualche volta, come i pipistrelli, hanno dei parti gemellari, il che avviene perché...", le illustrò con il suo miglior tono da commentatore di un documentario in onda sul National Geographic.
Lei lo fermò subito nella sua disquisizione scientifica. "Lo so cosa sono i gemelli. È che... non pensavo potessero capitare davvero", confessò. Oddio, ci mancava che fossero due.
"Non è un'eventualità così remota", la informò Castle con aria molto seria.
"Perché? Hai dei casi di gemelli in famiglia?", si allarmò. Quante cose si dovevano sapere quando si univa il proprio corredo genetico a quello di un'altra persona?
"No, perché sono molto virile, non era già stato appurato?", chiosò lui, divertito.
Lei lo guardò disgustata. "Se non la smetti di comportarti in maniera tanto idiota, sarò costretta a cacciarti", riuscì a dire, prima di mettersi a ridere.
Oh, l'effetto che le faceva sempre Richard Castle. Lo sforzo che Richard Castle faceva per farla stare bene quando stava per decidere di rinunciare il bambino che lui voleva così tanto. Si sentì così amata e grata per avere un uomo del genere nella sua vita. E. al contempo, così colpevole.

"E in quella coppia seduta laggiù chi è incinta?", le domandò con voce da cospiratore, continuando a cercare di distrarla. Sapeva che il suo intento era unicamente quello.
"Intendi tra quei due uomini?", si interessò subito lei.
"Uno dei due dovrà essere per forza una donna, non credi? Che cosa ci fanno qui, altrimenti?", ragionò Castle.
"Forse la donna è dentro", congetturò Kate.
"È un triangolo? Marito e amante? Il bambino di chi è?".
"Non deve per forza essere incinta, no? Magari è una visita di controllo. Vedi future partorienti ovunque, Castle. Devi darti una calmata".
"E per una visita di controllo sono dovuti venire tutti? I cugini di secondo grado li hanno lasciati a casa?", commentò sarcastico.
Lei si mise a ridere, di nuovo. "Smettila! Se continui così dovrò tornare in bagno per l'ennesima volta".
"Quindi anche tu lo fai?".
"Andare in bagno? Spesso, da quando la tua virilità ha fatto danni".
"Non pronunciare mai più quella parola con quel tono mentre siamo in pubblico o sarò costretto a cercare uno stanzino. E, comunque, no. Intendevo se immagini anche tu le vite altrui, quando sei in coda da qualche parte"
Lei si raddrizzò sulla sedia e, con un tono di superiorità, gli rispose: "Io non immagino, Castle. Io sospetto, dovresti saperlo. È deformazione professionale".
Lui la colpì sulla gamba con il giornale.
"Sei molto sexy quando ti metti a fare la poliziotta integerrima", la prese in giro.
Lei gli restituì il colpo con il suo giornale.
"Castle, tu ti prendi libertà con me che i ragazzi al lavoro non si permetterebbero mai", gli fece notare impettita.
"È perché io ti rendo molto, molto felice", ribatté, facendole l'occhiolino.
"Fingerò di non aver colto la tua pesante allusione", gli rispose, sprofondando di nuovo nel suo giornale. "Forse avresti dovuto rendermi meno felice, visto dove ci ha portati tutta questa felicità", aggiunse.
"Non mi pareva che ti lamentassi quando..."
"Castle! Ti sembra il momento?!". Gli lanciò un'occhiata di disapprovazione. "E poi che cosa significherebbe? Che ti riservo un trattamento privilegiato in cambio di favori sessuali?", continuò, incapace di fare silenzio.
"Beh, hai sempre voluto mettere le mani su di me, fin dal primo giorno".
"No, affatto. Forse non ti ricordi quanto eri insopportabile all'inizio", ribadì lei decisa.
"Dai, Beckett, lo sappiamo tutti e due qual è la verità. Adesso non hai più bisogno di negarlo".
"Sei tu che hai sempre voluto uscire con me", replicò piccata.
"No, io ho sempre voluto fare il poliziotto, lo sai".
Sospirò. Più di una volta. "Finiamola qui. Con te è impossibile ragionare".
"È solo perché non sei capace di accettare la sconfitta dialettica".
Lei non volle fargli vedere che le veniva da ridere, ancora. Non aveva ancora smesso, quando venne fatta accomodare nello studio del medico.