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Il primo capitolo hot che io abbia mai scritto. Ricordo ancora perfettamente tutta la fatica della stesura. Inizialmente era rimasto addirittura privato, mi ci era voluto un po' per esporlo al pubblico.
Castle era seduto al tavolo della cucina, con il giornale in mano, nell'appartamento di Beckett.
Gli sembrava ormai di trascorrere lì buona parte della sua vita, ma non potevano fare altrimenti, finché non avessero svelato a tutti la notizia della gravidanza. O della loro relazione. Cominciavano a essere un po' troppe le cose da tenere nascoste. E a quale scopo, ormai?
C'era qualcosa di profondamente sbagliato nell'aspettare. Poteva capire che lei non avesse voluto esporsi durante le prime, rischiose, settimane. Era stato d'accordo, era giusto essere cauti.
Adesso però il periodo critico era stato superato. Lei aveva smesso del tutto di avere le nausee e di essere sempre stanca, recuperando energia e vigore. E gli sembrava felice.
Insieme stavano bene, superate le ombre iniziali. Anzi, non erano mai stati meglio.
Quale era il senso di quel continuo rimandare?
Le forme di lei avevano cominciato ad ammorbidirsi, ma lo notava solo grazie al suo occhio esperto. Nessun altro se ne era accorto.
La pancia si era leggermente arrotondata ma, senza vestiti, sembrava soltanto che avesse smesso di allenarsi duramente tutti i giorni.
Era settembre inoltrato. Le varie ondate di calore, che si erano susseguite in un'estate torrida difficile da tollerare, erano finalmente cessate. Di giorno le temperature continuavano a essere sopra la media, ma al mattino e di sera l'aria si era fatta frizzante. I colori stavano gradatamente virando verso i rossi e gialli autunnali e la luce soffusa aveva sostituito quella accecante di qualche settimana prima.
L'atmosfera più intima e, per certi versi malinconica del mondo esterno che si stava avviando verso il letargo, provocava in lui l'unico desiderio di infilarsi a letto con lei e trascorrere lunghe, oziose giornate senza fare altro che dormire, svegliarsi, allungare una mano per accarezzare pigramente la sua pelle lievemente abbronzata, cercare le sue labbra per lunghi baci lenti a occhi chiusi, tornare a sonnecchiare con un braccio abbandonato ovunque sul suo corpo, sentire le sue gambe perfette farsi spazio tra le proprie, senza riuscire a capire dove finissero i loro confini.
Era senza dubbio la sua precisa idea di paradiso, un genere di piacere che era cresciuto gradualmente nel tempo. All'inizio c'era stata solo la passione bruciante, che sembrava non consumarsi mai e che li spingeva a strapparsi i vestiti di dosso non appena varcata la soglia di casa - le volte che si ricordavano di farlo - e che era un groviglio frenetico e confuso di baci, carezze, mani ovunque, nell'urgenza di sentire i loro corpi aderire l'uno all'altro per fondersi, rivivere la simbiosi.
Finivano aggrovigliati sul pavimento, ansimanti, sudati, non del tutto coscienti. Rimanevano incollati a lungo, lui volendo ritrarsi per non schiacciarla e lei tenendolo stretto per non farlo uscire da sé.
Ricominciavano a baciarsi, incapaci di smettere di toccarsi, smaniosi di tornare a sentirsi vicini. Quando lei riprendeva a muoversi sotto di lui in modo ritmico e istintivo, lui perdeva di nuovo il controllo, sopraffatto dalla voglia insaziabile che aveva di lei, perso in un mondo che non sapeva esistesse, in preda a sensazioni inebrianti da cui era ormai dipendente e stupefatto di sentire il corpo di lei aprirsi al suo. Desiderarlo con un impeto che gli faceva girare la testa e lo spingeva a darle tutto quello che gli chiedeva. Amava sentirla gemere, amava sapere di farle quell'effetto. Alla fine la teneva stretta, ascoltandola sussultare, aggrappandosi a lui con forza, completamente abbandonata. E sua.
Potevano andare avanti per intere giornate, ed era quello che facevano quando lei non era al lavoro. Per conto suo, non ricordava più nemmeno che cosa significasse scrivere, compiere azioni normalissime, vivere nella civiltà. Il mondo si riduceva al suo appartamento, a loro due nudi abbracciati, distesi accanto all'altro.
Con il tempo aveva imparato a conoscere meglio il suo corpo. L'aveva esplorato centimetro dopo centimetro e ormai riconosceva a occhi chiusi i punti più sensibili. E gli piaceva indulgere, con calma e maestria, e tutto il tempo del mondo a disposizione – quando ce l'avevano -, per vedere il suo piacere aumentare piano, senza darle retta quando riusciva solo a dire 'Castle, più veloce', rallentare quando iniziava a fremere, sentire i suoi gemiti che diventavano sempre più incontrollati, fino a farla gridare, e ricadere, sfinita. Poi la abbracciava, mentre lei rabbrividiva e gli diceva che le girava la testa e vedeva luci che non esistevano e lui rideva piano, deliziato. Era come se fosse creta liquida tra le sue mani.
Gli piaceva svegliarla baciandola. Stuzzicarla. Accarezzarla quando era ancora insonnolita. Gli piaceva quando passava dal sonno al piacere, mugolando. Lei non si lamentava mai per il sonno interrotto, si abbandonava tra le sue braccia, sporgeva le labbra per rispondere ai suoi baci, gli passava una mano tra i capelli, apriva le gambe arcuando i fianchi contro di lui.
La maggior parte delle volte non riusciva ad attendere, si spingeva dentro di lei accarezzandole le natiche, cercando di muoversi lentamente finché non cedeva al ritmo frenetico che lei gli imponeva stringendolo contro di sé, graffiandogli la schiena.
Se questo era il modo più veloce per diventare pazzo, lui non aveva niente contro la pazzia. Dove doveva firmare?
Questo purtroppo succedeva solo in quelle mattine fortunate in cui non c'erano chiamate all'alba. Lei, abituata da anni di servizio, reagiva al primo squillo del telefono, apriva gli occhi ed era immediatamente operativa. Non sapeva come riuscisse a passare tanto in fretta dal sonno profondo alla lucidità completa. Lui, di solito, voleva morire. Spalancava gli occhi con il cuore che batteva all'impazzata, una reazione istintiva e retaggio di una parte del cervello umano ancora convinta di vivere con i leoni, con la mente posizionata su "Allarme", ma con il corpo che si rifiutava di collaborare. Non riusciva a connettere fin dopo le prime due o tre tazze di caffè, mentre lei stava già salvando il mondo, e di solito con successo e in pantaloni aderenti.
Una delle prime volte in cui si erano svegliati nello stesso letto in un giorno lavorativo, l'aveva fatto alzare senza troppa grazia, snocciolando indirizzi, indicazioni e ordini con tono secco e professionale, mentre lui si era sentito investito da una colonna di tir inferociti.
Adesso, mostrando maggiore comprensione per le sue debolezze, teneva la suoneria del telefono al minimo, cercava di rispondere in modo da non svegliarlo troppo brutalmente, e, quando la scarna comunicazione era terminata, andava ad aprire l'acqua della doccia. Tornava da lui, gli accarezzava il viso delicatamente e, quando si accorgeva che aveva finalmente aperto gli occhi e dava segni di vita, lo abbandonava e tornava verso il bagno, togliendosi con fare indifferente un pezzo di pigiama per volta. Se ce l'aveva. Questo di solito funzionava molto bene. Dopo due minuti, Castle era nella doccia con lei e la stava baciando, umida e scivolosa contro il muro. Erano sempre ottimi inizi di giornata.
Quello che gli era diventato sempre più difficile, era passare tutto il giorno con lei a risolvere i casi. Un tempo era tutto quello che desiderava. Adesso era tormentato dalle immagini di loro due in contesti molto più privati e faticava quindi a concentrarsi su quello di cui lei lo metteva al corrente o a trovare soluzioni creative per le quali era famoso. Aveva sperato che, con il passare delle settimane, sarebbe diminuita questa insopportabile brama che aveva di lei, almeno per qualche ora al giorno. Almeno nei momenti più seri, in pubblico. Almeno per non farsi guardare con un misto di incredulità e divertimento, quando lei si rendeva conto che lui stava valutando se fosse possibile scomparire da qualche parte per cinque minuti, invece che pensare al caso. Oltrepassandolo, gli ricordava che "Questa è una scena del delitto, Castle, mostra un po' di rispetto" e, ridendo di lui, se ne andava.
Lei, nemmeno a dirlo, era sempre professionale e impeccabile. Severa, precisa, inflessibile, non gli permetteva nessun contatto fisico. Non voleva certo sedurla sulla scrivania – non poteva negare di averci pensato -, ma non poteva umanamente chiedergli di stare ore senza sfiorarla, neanche per sbaglio. E invece era costretto a farlo perché lei non cedeva di un millimetro e a nulla erano valse le sue obiezioni di fronte a tanto rigore. Neanche per un pony.
Tranne una volta. Una volta che lui ricordava ancora trionfante e che non mancava di tirar fuori ogni tanto, solo per stuzzicarla. Era l'unica arma che aveva contro di lei.
Erano rimasti al distretto fino a tardi, così immersi nei documenti da non rendersi conto che gli altri se ne erano andati, lasciandoli soli.
A un certo punto uno dei due aveva alzato la testa e si era accorto che era accesa solo la luce sopra la loro scrivania. Avevano potuto rilassarsi, smettere di far finta di evitarsi e si erano stiracchiati per diminuire la tensione dei muscoli irrigiditi. Avevano iniziato a parlare in tono più disteso del più e del meno, della giornata, di quello che non tornava del caso e di come ogni indizio che saltava fuori contribuisse sempre meno a dare un senso agli eventi, rendendo la soluzione sempre più lontana e lei sempre più frustrata.
Lui aveva proposto di rivedere tutti i dettagli da capo, ripercorrere ogni ragionamento che avevano fatto mille altre volte, nonostante fossero esausti. Si erano voltati verso la lavagna e lei aveva riassunto i fatti dall'inizio: ora del decesso, cause della morte, arma del delitto.
Lui le aveva afferrato una mano, mentre l'ascoltava parlare e guardandola con aria innocente, quando lei gli aveva lanciato un'occhiata di rimprovero. Erano da soli, no? Era solo una mano. Poi aveva spostato la sedia per avvicinarla quella di lei, con la scusa di voler vedere meglio la lavagna e facendo sì che le loro gambe si toccassero casualmente. Lei aveva ignorato il gesto. Poi si era allungato per toglierle un capello dal colletto della camicia. Lei, ruotando sulla sedia per girarsi verso di lui e sottolineare quello che gli stava dicendo, gli aveva sfiorato il polpaccio con il collo del piede della gamba accavallata. Lui aveva disteso le gambe fasciate nei jeans, e le aveva accarezzato l'interno del ginocchio per una frazione di secondo. Lei aveva quindi appoggiato una mano sulla sua coscia, molto in alto, con studiata indifferenza e gli aveva mormorato "Scusa, Castle, ripetimi l'ultimo concetto", senza staccare gli occhi dalle sue labbra. Lui aveva diligentemente fatto come gli aveva chiesto, mentre sentiva le sue dita spostarsi vicino all'inguine. Aveva appoggiato la mano sulla sua, bloccando la risalita. Lei aveva abbassato gli occhi mordicchiandosi un labbro, ma aveva ripreso a parlare del caso, entrambi acutamente consapevoli della vicinanza dei loro corpi e del loro crescente desiderio, ed elettrizzati dal gioco che avevano iniziato.
Alla fine era stata lei a non reggere oltre, l'aveva preso per mano e trascinato in uno stanzino di cui lui ignorava l'esistenza. Il famoso stanzino, sempre oggetto dei suoi sogni, che era convinto non si sarebbero mai realizzati. Doveva avere più fiducia nell'universo. Era stata una cosa così rapida ed eccitante che aveva faticato a smettere di tremare, una volta rivestiti.
Da allora lui le ricordava quel singolare cedimento, quando tendeva a mostrarsi troppo irreprensibile. Lei si tormentava per essersi comportata in modo così poco professionale.
...
Assorto nei suoi pensieri, non l'aveva sentita muoversi e raggiungerlo in cucina.
"Perché ti sei alzato?", gli chiese con la voce roca che riservava solo a lui, sfiorandoli il collo con un bacio, mettendosi a cavalcioni su di lui, con un gesto aggraziato delle sue lunghissime gambe, che non smettevano di essere fonte di fascino per lui. Castle preferì saggiamente lasciare la verità: "Perché non vuoi che la gente sappia che stiamo insieme, e che sei anche incinta e tutto questo non è normale", a un altro, più proficuo, momento. Non era certo il caso di fare i pignoli.
Alzò le braccia dietro di sé per non intralciarla mentre si arrampicava su di lui, lasciando cadere a terra il giornale, quando si rese conto delle sue intenzioni meno che pacifiche.
Stava per iniziare un'altra bella giornata di sole.
Le mise le mani sotto le ginocchia e la trascinò in avanti, in modo che fosse esattamente sopra di lui. Lei spalancò gli occhi.
"Qualcuno si è svegliato di buonumore", gli mormorò all'orecchio, premendosi contro di lui e aggrappandoglisi per stare in equilibrio.
Fece scorrere i palmi delle mani sulle gambe di lei con una pressione lenta e decisa, non smettendo per un attimo di fissarla negli occhi, indovinando il cambiamento di emozioni dietro alla palpebre socchiuse, finché toccò il tessuto leggerlo dei pantaloncini corti e lì si fermò. Lei allargò leggermente le gambe e lui lo prese come un invito.
Le infilò le dita sotto all'elastico e proseguì fino a sentire il bordo delle sue mutandine, su cui fece scorrere il pollice.
"Castle", protestò lei, impaziente.
"Non fare la solita prepotente", finse di avvertirla, ma intimamente orgoglioso del fatto che bastasse il suo tocco per accenderla.
"E tu non fare il solito sadico", lo rimbeccò facendolo scoppiare a ridere, mentre le appoggiava le mani aperte sulle natiche perfettamente rotonde, come aveva desiderato fare dal primo giorno in cui l'aveva incontrata.
Risalì con i palmi lungo la colonna vertebrale, sotto il top leggera e si stupì quando non trovò nessun ostacolo.
"Ti ho mai detto quanto mi piace il tuo abbigliamento da notte?", le chiese accarezzandole la pelle morbida della schiena.
"Sì, anche a me piace il tuo", gli rispose sbrigativa, sfilandogli in un unico gesto la maglietta, che finì sul pavimento senza troppe cerimonie, e facendo scorrere le dita sul suo petto, cosa che lo fece rabbrividire.
Le accarezzò i fianchi, che avevano cominciato a riempirsi, passò sulla pancia e le mise le mani a coppa sui seni, strappandole un gemito.
Non poté fare a meno di pensare, fuggevolmente, che erano diventati più pesanti, tra le sue mani. Non si era certo lamentato prima, ma il cambiamento inaspettato non era affatto sgradito.
Lei incrociò le gambe dietro ai suoi reni, e inarcò la testa, quando sentì la sua lingua passare leggera sul suo collo, mentre con una mano lui le faceva scivolare verso il basso il tessuto di seta, esponendo sempre più centimetri di pelle.
Fermò con un gesto il suo tentativo di velocizzare l'operazione, imponendole di arrendersi,
Finì di spogliarla e lanciò il top sul pavimento insieme al resto. Nuda davanti a lui, si prese un momento per ammirarla. Era così bella che gli faceva male guardarla.
Fece scorrere una mano lenta e carezzevole risalendo un braccio, fino alla spalla, affondò nel collo e le passò il pollice sulla guancia e poi avanti e indietro sulle labbra, fino a fargliele dischiudere. Le fece piegare la testa, e la trasse a sé per baciarla. Lei si aggrappò a lui, lasciandosi baciare a lungo, mentre lui la accarezzava con gesti ampi, imprigionando di nuovo i suoi seni e sfiorandole i capezzoli solo per brevi attimi, iniziando a sentirla fremere di impazienza.
Si alzò in piedi tenendola tra le braccia, e come sempre si stupì di quanto fosse leggera, anche adesso, e quanto fosse facile per lui sollevarla, e la riportò a letto.
"Non avremmo mai dovuto alzarci", gli mormorò sorridendo allusiva, mentre lui la guardava con uno sguardo pieno di desiderio, scostandole i capelli dalla fronte.
Si stese sopra di lei, e ricominciò a baciarla rispondendo all'invito delle sue labbra aperte, una delle cose a cui non riusciva a resistere. Affondò la lingua nella sua bocca, lasciando che una mano si facesse strada tra i loro corpi, trovandola già bagnata e pronta per lui.
Gli bastò sfiorarla per farle inarcare i fianchi contro di lui, e capì che non sarebbe stata in grado di trattenersi ancora a lungo e questa era una cosa a cui non si era ancora abituato.
Tutti quei mesi passati a desiderarla, e ancora non ci credeva. Forse non aveva ancora accettato l'idea che lei fosse così attratta da lui tanto quanto lui lo era di lei. Gli sembrava che fosse stata così a lungo irraggiungibile , che vederla abbandonata a occhi chiusi tra le sue braccia, con il solo desiderio di farsi toccare, baciare, accarezzare, farsi possedere da lui all'infinito, era più di quello che gli riusciva possibile credere. O sperare.
Si era immaginato che, a parte i momenti realmente intimi, sarebbe stata poco desiderosa di contatto fisico, piuttosto distaccata, decisamente in guardia e con un senso dei propri confini molto preciso.
Invece si ritrovava con una Beckett che si apriva a lui senza limiti e che gli concedeva di raggiungerla in certi spazi privati di cui non aveva nemmeno mai immaginato l'esistenza.
Scivolò dentro di lei con un gesto deciso e smise di pensare a qualsiasi cosa che non fosse il centro pulsante del loro piacere. Si mosse con spinte vigorose, strappandole gemiti. La sentì raggiungere l'orgasmo con un grido. Alla fine venne anche lui, abbandonandosi su di lei. Si sdraiò dietro di lei, lasciandole una mano tra le gambe.
Tornarono alla realtà solo molto tempo dopo.
Il telefono aveva iniziato a squillare.
