9 Castle
Il telefono aveva iniziato a squillare, strappandoli brutalmente a tutto quello che era il loro mondo.
"Non rispondere", la pregò, trattenendola per impedirle di alzarsi.
"Castle, devo farlo".
Lui aveva il viso affondato nel suo collo, mentre lei gli accarezzava distrattamente i capelli. Qualcuno poteva biasimarlo se non voleva che la realtà venisse a fare da terzo incomodo?
"È il tuo giorno libero. Non sei nemmeno reperibile. È il nostro giorno", protestò, sapendo già che sarebbe stato inutile.
"Non è il distretto", lo aggiornò dopo aver controllato. "È un numero sconosciuto".
Rispose. Ascoltò in silenzio. Castle la vide irrigidirsi senza capire chi fosse il suo interlocutore o di che cosa stessero parlando. Si concentrò sulle sue reazioni. Beckett poteva non parlare molto, ma non era così brava a nascondere le sue emozioni. Non a lui, almeno.
Beckett continuò a interagire a monosillabi per tutta la durata della chiamata, aumentando morbosamente la sua curiosità. Riattaccò.
Senza dire niente, lo lasciò per andare a sedersi sul divano, dove lui la raggiunse subito. Stava fissando un punto invisibile giocherellando con il telefono. Quando si perdeva nei suoi pensieri significava che c'erano ombre all'orizzonte. Si allarmò.
"Chi era al telefono?", le chiese, teso.
"Era John Raglan", iniziò a spiegargli e, vedendo la sua faccia inespressiva, continuò: "È' il poliziotto che si è occupato, o meglio che non si è occupato, del caso di mia madre. Vuole parlarmi. Sostiene che ci siano delle cose sul suo omicidio che dovrei sapere".
"E perché si fa vivo proprio adesso?". Gli sembrava una cosa priva di senso. E, d'istinto, non si fidava di quell'uomo.
Lei aveva lo sguardo assente di quando stava cercando di dare un senso a qualcosa che ne era sprovvisto.
"Non lo so, Castle", rispose dopo una breve pausa. "Forse ha un rigurgito di coscienza. Vuole che ci incontriamo tra un'ora, da soli. Mi ha mandato l'indirizzo di una caffetteria".
"Credi che sia sicuro andarci?" A lui pareva una pessima idea. Pericolosa. Avventata.
"Castle, sono un poliziotto, non ho paura", gli ricordò, un po' seccata.
"Lo so. E sei la migliore. Ma non ti sembra strano che ti chieda di incontrarti dopo anni, senza testimoni?" Tentò la strada della ragionevolezza. Non poteva impedirle di uscire di casa con la forza.
"Non so che cosa pensare. Ma non posso non presentarmi. Si tratta... di mia madre", aggiunse in tono accorato.
Lui le accarezzò piano un ginocchio, per esprimerle sostegno.
"Vuoi venire con me?". Alzò gli occhi su di lui. Pozze di dolore che avrebbe voluto cancellare, pur sapendo che non sarebbe stato possibile. "Non vuole che ci siano poliziotti, ma tu, tecnicamente, non lo sei".
Fu sollevato che avesse chiesto aiuto. E lo avesse chiesto a lui.
"Certo che ti accompagno. Non ti permetterei mai di andarci da sola", la rassicurò.
"Castle", gli sorrise. "Sono io che ho la pistola".
"E io ho il mio vasto arsenale di arguzie, se necessario".
...
Dire che non era filato tutto liscio sarebbe stato l'eufemismo del secolo.
Raglan non gli era piaciuto, fin dal primo momento, gli sembrava solo un viscido ex poliziotto che fingeva di volere una redenzione per i suoi peccati. Non se l'era bevuta neppure per un momento.
Lo sparo improvviso del cecchino, attraverso la vetrata, li aveva colti di sorpresa e aveva, di fatto, dato inizio al dramma. Non si trattava più quattro chiacchiere senza impegno. Si era trasformato in un omicidio.
Kate aveva reagito d'istinto. Si era buttata a terra, aveva estratto la pistola e aveva iniziato a gridare ordini agli altri avventori del bar, testimoni casuali della tragedia. Lui si era occupato di Raglan, per il quale, purtroppo, non c'era stato niente da fare. Era morto portando con sé i suoi segreti.
Girandosi verso di lei Castle si era accorto di una macchia di sangue che si stava allargando sul suo maglione bianco ed era stato preso dal panico.
"Kate, Kate! Stai bene?". Aveva alzato la voce per farsi sentire sopra al frastuono.
"Sì, sto bene" gli aveva risposto distratta, senza dargli troppa corda.
"Kate!", aveva urlato di nuovo per avere la sua attenzione. "C'è del sangue! Sei ferita? Ti ha colpito?"
Lei non aveva reagito - forse non l'aveva nemmeno sentito. Lui aveva perso tutta la sua lucidità. L'aveva strattonata.
Lei si era scostata con altrettanta violenza. "Castle, che cosa ti salta in mente?! Non è il mio sangue!" Era sorpresa e molto irritata. "Devi stare calmo, non mi sei di nessun aiuto se ti comporti in questo modo", l'aveva redarguito, lanciandogli un'occhiata innervosita.
Lui si era lasciato scivolare sul pavimento della caffetteria, incapace di frenare il tremito delle gambe. Aveva perso il controllo quando aveva temuto che fosse stata colpita. Aveva sbagliato. Non era così che si comportava un partner. Doveva guardarle le spalle, collaborare, aiutare, non essere d'intralcio. L'avrebbe messa in pericolo ed era l'ultima cosa che volesse fare.
Se ne stette in disparte, mentre Beckett parlava con Montgomery – quando arrivò sulla scena del crimine infuriato e molto teso. La ascoltò pregarlo di non toglierle quel caso, che poteva riguardare sua madre. Nessuno lo conosceva meglio di lei, su questo Montgomery si disse d'accordo, ma dubitava che Beckett fosse la persona giusta per indagare, per via del suo coinvolgimento, credette di capire Castle dall'angolo in cui si era esiliato. Alla fine decise di non sollevarla dall'incarico.
"Il caso è tuo, Beckett. Ma non voglio nessuna iniziativa personale. Ci siamo capiti?", l'aveva ammonita.
"Si, signore". Aveva percepito il sollievo nella sua voce. Lui non ne era altrettanto felice. Che cosa avrebbe significato tornare a sfiorare i contorni scivolosi della sua ossessione? Era pronta a farlo? Gli avrebbe permesso di starle accanto?
Una volta rimasti da soli erano tornati all'interno del locale.
"Stai bene?", gli aveva chiesto sollecita. "È sempre diverso, quando un omicidio ti capita davanti agli occhi". Aveva abbandonato il tono autoritario con cui aveva diretto le operazioni e con cui l'aveva rimproverato, poco prima.
"È diverso quando tu sei la madre di mio figlio e ti trovi coinvolta in una sparatoria". Andò dritto al punto.
"Castle, ti sembra il momento?"
"Potevi essere colpita. Non dovresti nemmeno essere qui".
"Nessuno poteva immaginare quello che sarebbe successo. Dovevamo solo vederci per parlare".
"Era una situazione ambigua fin dall'inizio e tu lo sapevi. Non hai pensato al pericolo che tu e il bambino avreste potuto correre?"
Erano accuse ingiuste, d'accordo. Lo sapeva, in qualche parte ragionevole della sua mente. Ma era ancora scosso dal sangue che aveva creduto appartenesse a lei. Per un istante era stato convinto che il bambino non ce l'avesse fatta.
"Ti ricordo che sono una poliziotta e che il mio è un lavoro pericoloso. Posso sempre finire in una situazione del genere, oggi non diversamente da altre migliaia di occasioni. Ma noi poliziotti non smettiamo di avere figli per questo".
La lenzioncina poteva risparmiarsela. Non era ottuso, solo molto in ansia per la situazione.
"No, ma è previsto che vi vengano affidate altre mansioni molto meno rischiose per la durata della gravidanza".
"Ne abbiamo già parlato", sospirò. Era vero, lo avevano fatto molte volte. Infelicemente.
"Non sono io a pretenderlo, Kate. Lo dice il regolamento". Glielo ribadì per l'ennesima volta, sapendo già in partenza che non sarebbe cambiato niente. Ma finora non aveva mai rischiato di essere colpita.
"Conosco il regolamento, grazie", ammise seccata.
"È questo il motivo per cui non vuoi dirle a nessuno della gravidanza? Perché non vuoi che ti obblighino a dedicarti ad altro?".
Kate iniziò a spazientirsi. Non gli importava. Si era comportata in modo irresponsabile e lui glielo aveva permesso. Forse era più arrabbiato con se stesso.
"Te lo chiedo di nuovo, Castle, ti sembra il momento di affrontare questo discorso? Con un caso da risolvere e tutto il resto?" Gli indicò il caos da cui erano circondati.
"E quando sarebbe il momento, Beckett? Abbiamo aspettato che terminasse il primo trimestre, per essere sicuri. Adesso siamo a tredici settimane. Che cosa aspetti? Che nasca? Vuoi correre dietro agli assassini con il pancione? Vuoi mettere in pericolo te stessa e la tua squadra?". Non gli piaceva farle notare quelle cose, più di quanto a lei non piacesse ascoltarle.
"Castle, sto bene. Sto meglio di quanto sia mai stata nelle ultime settimane. Perché dovrei fermarmi? Perché dovrei finire dietro a una scrivania? Non ci penso nemmeno!", replicò con veemenza.
A lui sprofondò il cuore nel petto.
"Quindi è così. Hai solo temporeggiato lasciandomi credere come uno stupido che esistesse un termine temporale. Ecco perché non lo vuoi dire a nessuno, perché non vuoi smettere di fare il tuo lavoro. Non hai mai voluto farlo".
"Non ho nessuna intenzione di finire in un ufficio rinunciando al mio lavoro – lavoro in cui sono maledettamente brava - solo perché una stupida legge mi obbliga a farlo", sbottò. Ecco la verità. Finalmente.
"Non è una stupida legge. Serve a tutelare te e il bambino. Sempre che te ne importi qualcosa".
"Come puoi dire una cosa del genere?", replicò ormai alla sua schiena, visto che lui era uscito, troppo infuriato per continuare a sostenere quella conversazione.
