10

Questo capitolo è ispirato alla 3x13. Ai tempi, nel gruppo che leggeva inizialmente le mie ff, l'avevamo appena rivista (e anche io, stamattina), quindi i riferimenti non avevano bisogno di molte spiegazioni

Beckett

Ottimo, pensò. Tempismo perfetto. Adesso non ho più un solo problema, bensì due.

Lo raggiunse all'aperto. Continuava a darle le spalle. Odiava quell'atteggiamento passivo-aggressivo, quelle accuse lanciate solo per provocarla. Quella sua eccessiva premura che si trasformava in inutile apprensione. No, non era vero. Non la odiava, anzi. Era piacevole, quando non le metteva i bastoni tra le ruote.
"Devo tornare al distretto. Vuoi che ti accompagni a casa?", si offrì, mitigando i toni irati che si erano scambiati. Le sembrò giusto fare il primo passo. La tentazione era quella di mandarlo al diavolo, ma avevano convenuto di doversi sforzare di comunicare in maniera più proficua. Provarci, almeno. E lei ci stava provando, moltissimo.
"Non pensarci nemmeno. Vengo in centrale con te", le rispose lapidario.
Kate pensò che avrebbe preferito intrattenere un cobra, ma fece silenzio e aspettò che salisse in auto.

Saltò fuori che le cose stavano prendendo una piega più seria di quanto si fossero aspettati. L'omicidio di sua madre era molto più complesso di quello che aveva sempre ritenuto, con ramificazioni che potevano portarla molto più lontano di dove avrebbe mai immaginato di spingersi.
Ed era su questo che stava riflettendo, quando dovette affrontare Vulcan Simmons, più tardi, nella stanza degli interrogatori.
Castle era seduto accanto a lei, come in molte altre occasioni, con la differenza che questa volta percepiva chiaramente la tensione nel suo corpo. Le pareva pronto a scattare per difenderla, più che desideroso di aiutarla a condurre pacificamente l'interrogatorio. Si augurò che non creasse problemi.

Simmons era il genere di feccia con cui odiava avere a che fare. Stava cercando di metterla in difficoltà, di provocarla, e lei stava facendo ricorso a tutto il suo autocontrollo per non cedere alla rabbia. Era stata addestrata per questo. Si era trovata davanti a qualsiasi tipo di personaggio in quella stanza. Sapeva come trattarli. Sapeva quando fare pressione, quando fingere indulgenza, quando interpretare il poliziotto buono o quello cattivo. Sapeva usare il linguaggio del corpo per intimidirli e non abbassava mai lo sguardo.
Sperò che tutto questo le venisse in aiuto con Simmons, che sembrava trovarsi del tutto a suo agio e convinto di condurre i giochi. Si sbagliava di grosso.

Non era facile mantenersi fredda e distaccata, con la foto di sua madre morta a fissarla dalla cartelletta.
L'aveva scrutata così tante volte, in cerca del minimo indizio, da convincersi di essersi ormai assuefatta, ma non sarebbe stato umano non avvertire una stretta allo stomaco, ogni volta che le ricapitava tra le mani. Era sua madre. Ed era morta assassinata.
Doveva farlo per lei. Per se stessa e per lei. Non poteva lasciare a nessuno la responsabilità di quel caso. Nessuno si era dedicato, impegnato, ossessionato tanto quanto lei.

Cercò di stare calma. Cercò di non reagire alle sue provocazioni. Cercò di condurre l'interrogatorio entro binari che aveva programmato, invece di farsi sviare dalle sue risposte, senza farsi manipolare.
A un certo punto fu troppo anche per lei e i suoi buoni propositi. Senza averlo deciso, dando retta a una scarica di rabbia feroce che le montò dentro, si ritrovò a scagliarlo contro lo specchio della sala, con ancora le sue parole viscide nelle orecchie e le braccia di Castle che la tiravano via, a forza. Non ce l'aveva fatta.
Castle interveniva raramente in questo modo, ma quando lo faceva era perché le cose stavano degenerando, ne era consapevole. Da lucida. In quel momento, però, avrebbe voluto girarsi e sbattere anche lui contro lo specchio. Due al prezzo di uno.

La situazione peggiorò ulteriormente quando, uscendo dalla stanza, trovò Montgomery ad aspettarla. Non aveva la faccia di uno che portava buone notizie.
"Sei troppo coinvolta, Beckett", l'accusò severamente. "Mi costringi a toglierti il caso".
"Signore, non può farlo", protestò, incredula.
"L'ho appena fatto. Vai a casa, qui non servi a nessuno", le ordinò. Non le rimase altro che obbedire.
"Signore...", provò a farsi ascoltare un'ultima volta.
"Ha ragione, Beckett". Castle, a qualche passo da lei, intervenne con pessimo tempismo. Si voltò a guardarlo furibonda.
"E c'è una cosa che deve sapere". Si era rivolto a Montgomery con l'atteggiamento di chi sa qual è la cosa giusta da fare.
"Castle, non è il momento", lo interruppe, gelida. Voleva strozzarlo.
Erano tutti impazziti? Pensavano che avrebbe accettato ordini come se fosse stata una bambina?
Raccolse la giacca con un gesto stizzito e se ne andò, senza incrociare lo sguardo di nessuno e senza dar retta a Castle che chiamava il suo nome a voce sempre più alta. Che andasse al diavolo.

Se stava rintanata nel suo appartamento, inquieta e infelice. Le veniva un po' da piangere, non sapeva se dalla rabbia o per colpa degli ormoni. Odiava questa situazione. Odiava starsene con le mani in mano, mentre altri si occupavano del suo caso.
Bussarono alla porta. Non aveva voglia di vedere nessuno.
Aprì e si trovò davanti Castle. Le porse un pacchetto che teneva nascosto dietro la schiena. Lo prese in mano, incuriosita. "Torta al cioccolato?"
Le venne da sorridere. Funzionava sempre così. Lui era l'unico che riuscisse a far splendere il sole nelle giornate più buie. Dimenticò la rabbia e tutto quello che avrebbe voluto vomitargli addosso.
"Cos'è? Un tentativo di corruzione?", proseguì sarcastica, ma segretamente felice.
"Ho pensato che il bambino avesse bisogno di un po' di zuccheri", le rispose con aria innocente.
"Il bambino, eh? Che casualmente ha i miei stessi gusti".
Lui era ancora sulla soglia, timoroso di entrare. Si spostò, facendogli segno di passare.

Le mise una mano sulla guancia. "Stai bene?", le chiese scrutandola attentamente.
Lei avvertì un moto di pura insofferenza, che cancellò all'istante i miglioramenti del suo stato d'animo indotti dalla torta e dalla sua presenza. Nell'ultimo periodo non si limitava a cambiare semplicemente umore. Viveva su un'imprevedibile, infernale montagna russa emotiva.
"Castle, se sei venuto...", iniziò battagliera.
"No. Voglio solo sapere se stai bene. E voglio scusarmi", le confessò, spegnendo sul nascere le scintille di un eventuale litigio. L'ennesimo.
Era dubbiosa. Nessun'altra predica sul fatto che fosse sconsiderata nel valutare il suo futuro lavorativo?
"Scusarti?", chiese, incerta.
"Sì. È' difficile, per te, e io solo ho complicato le cose, standoti addosso come un cane da guardia".
"Lo dici unicamente perché sono fuori dal caso, vero? Che è proprio l'esito che speravi", qualcosa dentro di lei la spingeva a provocarlo anche se sapeva, almeno in teoria, che non era il modo giusto di incontrarsi a metà strada e costruire ponti, e tutte le altre stronzate che si leggevano sulle riviste.

Le sembrò ferito dalle sue parole, anche se non raccolse la provocazione.
"Anche se ti è difficile crederlo, non sono il tuo nemico. Non voglio importi niente. Voglio solo il bene di tutti".
"Ti sei messo a parlare come un padre spirituale adesso?", gli rispose con il tono più sprezzante che riuscì a trovare.
Non sopportava quando la trattava con quel fare paternalistico.
Castle finse di non aver sentito le sue parole offensive. Riusciva a farla adirare ancora di più, quando la ignorava facendo il superiore.
"Ok", proseguì Castle, con calma simulata. "Ho una proposta per te".
"Una proposta? Rimanere a casa a preparare delle torte?". Sapeva che prima o poi che sarebbe esploso, ma non riusciva a smettere. Le uscivano letteralmente le parole di bocca, prima che potesse fermarle.
"No. Le torte preferisco comprartele io".
La fece sedere di fronte a sé. "Montgomery ti ha tolto il caso di Raglan, giusto? Ma non ha detto niente riguardo a quello di tua madre", iniziò a illustrarle.
"Il caso di Raglan è il caso di mia madre".
"Vero. Ma tecnicamente non coincidono. Perché io e te non rivediamo tutta la storia di tua madre nel frattempo?"
Lei si alzò, senza dire una parola, e lo condusse alla finestra, dove aprì le ante, che rivelarono una rudimentale lavagna, su cui lei, come faceva al distretto, aveva appuntato foto, appunti, ritagli di giornale. L'intera vita della madre. Tutto quello che aveva.

"A volte dimentico che tu devi convivere con questa cosa quotidianamente", mormorò dispiaciuto. "Quindi", sorrise per farle coraggio. "Ricominciamo da capo e vediamo se ti è sfuggito qualcosa".
"Ho già esaminato tutto milioni di volte", protestò.
"Riguardiamo un'altra volta. È passato del tempo. Sono cambiate molte cose da allora".
Poco convinta, recuperò la scatola contenente gli oggetti personali della madre. La tenne tra le mani, guardandolo.
"Castle, non c'è bisogno che ti metta a fare una cosa del genere, anche se apprezzo l'intenzione. Riguarda me. Sono io il poliziotto che si occupa di indagare gli omicidi, non tu".
"Mi sembra un po' tardi per tirare ancora in ballo questa faccenda, no? Sono due anni che risolviamo gli omicidi insieme. Tutti", puntualizzò.
"Sì, ma voglio dire... non devi essere per forza essere coinvolto in questo".
"Io voglio essere coinvolto", ribadì. "Sono o non sono il tuo aiutante impavido?". Mise su una faccia buffa che la fece ridere.
"Gli aiutanti impavidi muoiono", cercò di spaventarlo, ma sperò che lui non ci cascasse.
"Ok, partner allora", annunciò vittorioso.
Kate sentì una sensazione di calore farsi strada dentro di lei.
"Ok, partner", concesse, sorridendo.
"Del resto mi pare che la categoria 'marito' non ti interessi, giusto? Ma sappi che è sempre disponibile", la prese in giro.
"E poi apriremo una nostra agenzia di investigazioni private come in Cuore e Batticuore?", gli rispose con lo stesso tono. Erano tornati alle loro solite schermaglie. Andava tutto bene.
"È un'idea fantastica! Perché non ci avevo mai pensato?"

Sembrava davvero entusiasta dell'idea. Gli lanciò addosso il cuscino e aprì la scatola.

Castle

Per Castle si trattò di uno strano viaggio in una terra straniera, quella del passato di Beckett. Si sforzò di muoversi con discrezione e tatto.
Scorse fotografie di una giovane Beckett che non aveva ancora iniziato a percorrere la via tormentata su cui lui l'aveva trovata. Era stata spensierata. Amata. Leggeva amore e orgoglio negli occhi di sua madre e sentiva di provare lo stesso miscuglio. Se solo lei fosse riuscita a tornare a vedere il mondo come un posto pieno di cose belle da vivere. Un posto magico in cui tutto era possibile.

Nel caso avessero trovato dei nuovi indizi, avevano pattuito di avvisare qualcuno al distretto. Avevano convenuto entrambi che lei non poteva andare ufficialmente avanti nelle indagini, visto che era stata estromessa. E così avevano fatto. Si erano mossi nella maniera corretta.
Me le cose avevano smesso di funzionare bene da subito.
Lei non riusciva a starsene buona e a delegare, aspettandosi che gli altri facessero quello che considerava il suo lavoro. Amava agire, non attendere. Voleva intervenire, voleva andarsene in giro da sola per seguire le nuove piste che avevano trovato insieme.
Lui aveva dovuto fermarla, consapevole di renderla sempre più insofferente.

Erano riusciti ad andare avanti, mantenendosi su un equilibrio stabile se pur precario, finché Montgomery non era venuto di persona a informarla che era stato necessario dotarla di una scorta che vigilasse sul suo appartamento. Si scoprì che era stata seguita, e che avevano trovato foto di lei a casa di Lockwood. Era improvvisamente diventata un bersaglio.

In quell'occasione Kate aveva chiesto a Montgomery di permetterle di tornare. Sarebbe stata più al sicuro al distretto. Ed era il suo caso, sarebbe stata più utile se fosse tornata operativa. L'aveva ripetuto più volte.
"Beckett, i casi sono della squadra, non del singolo. Ce ne stiamo occupando noi. È troppo rischioso farti uscire da qui. Non puoi assolutamente tornare, per ora", le aveva risposto, esercitando di nuovo la sua autorità. D'accordo con lei, Castle l'aveva seguito al distretto, per racimolare informazioni e vedere in prima persona come stessero gestendo le cose. L'aveva lasciata in preda alla furia ed era tornato da lei non appena era riuscito a liberarsi.

Entrò senza troppe cerimonie e la mise al corrente degli ultimi sviluppi, con il timore giustificato che questo l'avrebbe resa sempre più impaziente e difficile da calmare. Ma non poteva certo tenerle nascoste le cose. O così almeno credeva in quel momento.
"Quindi, ricapitoliamo", disse Beckett. "La ricerca si è ridotta a due sole Jolene, Granger e Anders e Ryan ed Esposito stanno andando da una delle due per interrogarla. E chi va dalla seconda?", chiese in tono pratico.
"Manderanno qualcun altro", rispose lui distratto.
"No, Castle, dobbiamo andarci noi".
Era impazzita?
"Beckett, non ti è consentito uscire di casa. Ti hanno messo sotto sorveglianza", le ricordò, cercando di farla ragionare. Il che era sempre un errore e lui lo sapeva. Ma era spaventato e incapace di gestire una situazione potenzialmente sempre più esplosiva, dovendo anche tenere conto delle condizioni di lei.
"Sono stanca di starmene rinchiusa qui dentro. Sto diventando idrofoba. È grazie a noi che hanno fatto passi avanti nel caso. Non possono tenermi fuori".
Lui non si mosse.
"Beckett...", iniziò con voce stanca. Era molto più che esausto per l'intera faccenda. Voleva solo starsene in pace e saperla al sicuro.
"Che cosa? Che cosa c'è ancora, Castle? Non sopporto più il tuo tono condiscendente. Dì quello che devi dire e facciamola finita", esplose.
"Possiamo calmarci, prima?", tentò di rabbonirla.
"Sono calma!", si sentì urlare addosso per tutta risposta.
"Beckett, non possiamo farlo. È pericoloso".
"Smettila di ripetermi che è pericoloso! Non fai altro, da giorni! È un caso come un altro, non puoi impedirmi di lavorare!"
"Non è un caso normale, Kate, e lo sai benissimo. Tu sei uno degli obbiettivi! E in più non stai ragionando freddamente".

La rabbia di lei si sarebbe condensata fino a dare origine a una tempesta di fulmini che l'avrebbero incenerito. Ne era sicuro. Stava correndo sotto le bombe, ormai.
"Stai insinuando che non so fare il mio lavoro?", lo apostrofò, gelida.
"Chiediti il motivo per cui lo stai facendo", le rispose, senza cedere alla propria, di rabbia.
"Che cosa significa?".
"Significa che ti stai ossessionando. Di nuovo".
Lei chiuse gli occhi. Lui si aspettò che prendesse la mira e gli sparasse sul posto. Ma era necessario fermarla.
La sentì fare dei respiri profondi.
"Castle, ci sono passata. Lo so com'è quando mi ossessiono e ti assicuro che, in questo momento, non lo sono. Sto bene. Posso occuparmene", tentò di convincerlo.
"Non stai bene, Kate, e lo sai".
Lei lo trafisse con uno sguardo di puro odio.
"Lo sai qual è il problema, Castle? Che tu vieni qui e pretendi di sapere come sto e di dirmi quello che devo fare. Ma tu non mi conosci, Castle. Credi di sì, ma non è così. Solo perché abbiamo questa...".
"Che cosa, Beckett? Che cosa abbiamo? Dillo una buona volta".
Anche lui era aveva oltrepassato la soglia del venirsi incontro. Erano andati troppo oltre.
"Questa... storia che abbiamo da poco. E che credi che ti dia il diritto di sapere tutto di me. Ma questa è la mia battaglia. Non puoi capirla, e soprattutto non puoi entrarci".
Se gli avesse sparato avrebbe sofferto di meno.
"Quindi è questo che abbiamo? Una storia di nessuna importanza? Non sono nient'altro, per te?". Aveva alzato la voce. Era ferito. E deluso e amareggiato.
"Castle... non è quello che..."
"Sì, invece. È proprio quello che volevi dire ed è quello che significa per te. È meglio che me ne vada prima di...".
Non era mai stato così lontano da lei. Mai così furente.
"Castle..." lo richiamò.
Era già sulla soglia, quando si girò verso di lei.
"Se metti in pericolo il bambino, non te lo perdonerò mai", l'avvertì, freddo e determinato ad andare fino in fondo. Ne aveva abbastanza. Era irresponsabile, cocciuta ed esasperante. Lui l'amava, ma c'era un bambino di mezzo.
Lo guardò come se si fosse trasformato in uno sconosciuto ostile. "Per chi mi hai preso?! Per una pazza incosciente? Certo che non lo metto in pericolo!".
"Lo prometti?"
Non le credeva e non aveva nessuno problema a farglielo capire.
"Castle, non c'è bisogno di prometterlo", gli aveva risposto, abbassando finalmente la voce, mostrandosi più conciliante. Non le andò incontro. Avrebbe voluto, ma non poteva cedere, non questa volta.
"Devi solo azzardarti a farlo", la minacciò, prima di chiudersi la porta alle spalle.

Castle tornò a casa, avvilito per la situazione, il loro litigio, il modo in cui si erano lasciati. Quello che le aveva detto. Credeva ancora che non si sarebbe comportata in modo avventato, nonostante tutto. Ma era preoccupato. Molto preoccupato. Il loro bambino doveva essere protetto e, in ultimo, solo lei poteva farlo. Lui aveva esaurito tutte le munizioni che aveva a disposizione. Ed era stanco di doversi muovere con circospezione per non farla alterare. Doveva affrontare le cose una volta per tutte. Smettere di essere tanto irragionevole.

Con il trascorrere delle ore iniziò a sentirsi sempre più inquieto. Temeva che fosse uscita di casa e avesse fatto di testa sua. Che si fosse ficcata nei pasticci. Era Beckett. Perché no, dopotutto? Era convinta di avere le competenze necessarie per cavarsela in ogni situazione. Era convinta di essere la migliore e lo era. E questo, unito alla fissazione che aveva nei riguardi del caso della madre – comprensibile – rendeva il tutto una polveriera pronta a saltare per aria. L'inquietudine si trasformò in angoscia. Non sopportando di rimanere impotente, si diresse al distretto, cercando al contempo di chiamarla al cellulare. Non ottenne risposta.

Entrò come una furia nell'ufficio di Montgomery, che non si aspettava di vederlo.
"Dove è Beckett?", chiese senza fiato.
"È fuori. Perché? È successo qualcosa?"
"Non doveva permetterle di uscire di casa. Non deve lasciarla andare in giro", gli rispose in preda al panico.
"È tutto a posto. L'ho riammessa al caso".
"Proprio quello che non doveva accadere. Mi dia l'indirizzo. Non c'è tempo da perdere". Era troppo fuori di sé per curarsi di dare spiegazioni.
"Che cosa mi stai nascondendo, Castle?", gli domandò Montgomery, confuso, dopo avergli fornito l'informazione che gli serviva. Corse via senza rispondere.

Raggiunse il vecchio magazzino situato all'indirizzo in suo possesso, dove sperava di trovare Beckett. Non aveva il suo giubbotto antiproiettile, non aveva ovviamente una pistola. Doveva trovare il modo di entrare e portarla via di lì, anche di peso se fosse stato necessario.
In un momento di distrazione dell'energumeno appostato a fare la guardia, sgusciò all'interno. Si nascose dietro a un pilastro, senza fare rumore. Come aveva sospettato, si trattava di una trappola tesa da Lockwood ai danni di Ryan ed Esposito. Li vide legati e grondanti acqua. Dalla sua posizione isolata sentì degli spari e vide Lockwood spostarsi per evitarli. Guardandosi freneticamente in giro, riuscì a scorgere Beckett, a sua volta seminascosta, che infilava altri proiettili nella sua pistola.
Si pietrificò, quando si rese conto che lei era finita nel mirino del cecchino, ignara di essere esposta. Senza pensarci si avventò su di lui e lo colpì a mani nude, in preda a una furia cieca.
Nel frattempo si sentirono degli spari e delle urla e quando finalmente riuscì a lasciarlo andare, si accorse che tutti gridavano e che Beckett si era accasciata sul pavimento. Con la mano ancora insanguinata e agendo solo d'istinto, corse da lei, scostò gli altri e la prese tra le braccia, scuotendola. Era priva di conoscenza. Qualcosa deflagrò dentro di lui. Implorandola di non morire, Kate, per favore, non morire, corse in strada.