12 Beckett

Nello studio del medico, Kate cercò lo sguardo di Castle, in cerca di sostegno, ma lui era girato ostinatamente verso la finestra, le labbra chiuse in una linea sottile. Era arrabbiato. Lo capiva dalla rigidità del suo corpo.
Era spaventata. Era colpa sua? Aveva danneggiato il bambino? Era perché non l'aveva voluto? Aveva bisogno di un abbraccio. Si rassegnò a non riceverne.

"La tua macchina è nel parcheggio. L'ha portata qui Ryan", la informò educatamente fuori dallo studio, come se fosse un'estranea che chiedeva indicazioni, mentre lei era divorata dal senso di colpa per quanto successo. Allora era vero. Le madri iniziano a sentirsi colpevoli da subito e non smettono mai più.
"Adesso mi dici che cosa ti è successo?", gli domandò gentilmente, facendolo fermare e indicando l'occhio pesto.
"Qualcuno ha difeso il tuo onore", le rispose freddamente.
"Chi?", chiese Kate allibita.
"Esposito".
"Esposito ti ha dato un pugno in faccia?". Non riusciva a credere alle sue orecchie. "Per quale motivo?".
"Perché gli ho rivelato che sei incinta".
"Era proprio necessario dirglielo?", si lasciò scappare, irritata. Fine delle buone maniere.
"Sì, lo era. Perché? È un segreto di Stato?"
Si ritrasse istintivamente. Era fragile, non aveva voglia di discutere.
"Castle, non iniziare...", lo pregò Kate. Non ce la faceva più.
Avevano ormai raggiunto il parcheggio sotterraneo.
"Inizio, invece. Ti sembra normale quello che sta succedendo? Per colpa tua non ho potuto dirlo a mia figlia! A mia madre. E adesso capisco il perché".
"Era solo troppo presto", ribatté fiaccamente.
"Lo sarà sempre, Kate. Non te ne rendi conto? Non posso tenere nascosta una cosa del genere a mia figlia, solo perché a te non importa del nostro, di figlio, e giochi a far finta di non essere incinta".
"Che cosa significa che a me non importa di nostro figlio?"
Si alterò, preparandosi all'inevitabile discussione, o più probabile litigio, che sapeva sarebbe seguito.
"Mi sembra evidente". Non poteva essere più distante da lei, fisicamente ed emotivamente.
"Castle, parla chiaro, per una volta. Non nasconderti dietro alle solite frasi vaghe".
"Va bene, parlerò chiaro. Non volevi questo bambino. Il nostro bambino. E adesso non stai facendo niente perché la gravidanza prosegua senza intoppi. Forse inconsciamente vuoi che si interrompa da sola", concluse, amareggiato.
Si sentì come se lui l'avesse appena schiaffeggiata. Dove era finito il Castle che conosceva?
"Come puoi pensare una cosa del genere?", gli chiese con voce a malapena udibile, ma piena di dolore.
"Vuoi sapere perché lo penso? Per quello che ci ha appena detto il medico. Perché ti sei messa in pericolo, volontariamente. Avevi promesso di non farlo, Kate. Che cosa pensi che abbia provato quando ti ho visto nel mirino di Lockwood? Potevate morire entrambi". La voce si spezzò.
"Tu... eri lì?", domandò sorpresa. Davvero?
"Sì. Non mi sono fidato della tua parola. E ho fatto bene, a quanto pare".
Lei finse di non cogliere il sarcasmo nelle sue parole, mentre ricostruiva nella sua mente quello che era successo. Ricordava solo di aver ricaricato la sua pistola, poi il vuoto. Adesso capiva anche la mano fasciata. Le aveva salvato la vita, un'altra volta.
"Grazie per..."
"Ti prego. Evita almeno i ringraziamenti. Non essere ridicola".
Ridicola?
"Castle... Possiamo...?", fece un tentativo. Possiamo cosa? Non lo sapeva nemmeno lei.
"Che cosa, Kate? Continuare a fare finta di niente? Lasciarti fare quello che vuoi? No, non è possibile, non stavolta. Mi spiace molto se sei rimasta intrappolata in questa storia, per giunta incinta, e non è quello che vuoi. Ma potevi scegliere. E hai scelto. Adesso devi comportarti da adulta. Da madre".

Era convinto di quello che diceva, poteva capirlo dal tono perentorio. A le pareva solo un brutto sogno.
"Come ti permetti di affermare una cosa del genere? Credi che non voglia il nostro bambino?", reagì, iniziando a inalberarsi.
"A quanto pare, no". Sparava frasi secche, a raffica.
"Ma sei impazzito?!". Era veramente indignata, adesso.
"Non lo volevi. Fingi che non esista. Vuoi solo continuare la tua vita senza tener conto di lui", la accusò.
"È questo il problema, vero? Non mi hai mai perdonato per non aver fatto i salti di gioia, da subito. Non me lo perdonerai mai". Era lei adesso, ad aver alzato la voce, nel tentativo di difendersi dalle sue parole ingiuste.
"Me ne sono stato zitto per settimane, lasciando che fossi tu a scegliere. Sei sempre stata tu al centro. Adesso basta. Assumiti le tue responsabilità".
"Le mie responsabilità?!", strillò, senza che le importasse se qualcuno li stesse ascoltando. "Sono io che ce l'ho nella pancia. È il mio corpo che cambia. Non il tuo. Ho vomitato io tutti i giorni, ho smesso io di fare quello che facevo prima. Non tu che fai il padre offeso nell'orgoglio. Sono io che sopporto tutti i fastidi. Avrò almeno il diritto di non annullarmi del tutto ? È ancora la mia vita".
"Non è la tua vita!", le gridò Castle in risposta. "È la vita del bambino. È la nostra vita". Rimase un attimo in silenzio, prima di riprendere, all'apparenza più calmo.
"Lo so che per te è difficile, ma non preoccuparti. Quando sarà nato ti toglierò il fastidio". Era irriconoscibile. Il Castle che conosceva non le parlava con tale freddo distacco. Odio, probabilmente.
"Che cosa vorrebbe dire?! Che sono un'incubatrice? Che lo rapirai il giorno del parto?! Che chiederai la custodia esclusiva per sottrarlo a una madre indegna?", gli sbraitò in faccia. Avrebbe voluto graffiarlo. Infilargli una colata di cemento in gola.
"Sì, se sarà il caso", la minacciò.
No. No. No. No. No.
"Non puoi pensarla davvero così", lo implorò, disperata. Era così che si sentiva. Sfinita, addolorata e incapace di reagire alle accuse che venivano dall'uomo che amava, che era diventato improvvisamente un nemico.
"Kate, non vuoi questo bambino. Ammettilo. Non vuoi me. Vuoi la tua vita, quella di prima. Se pensi che sia già stravolta, non hai proprio nessuna idea di quello che succederà una volta nato".

Castle aveva abbassato i toni, ma non aveva fatto nessun passo indietro, a contenuti.
"Come sarebbe che non vi voglio? Ma quale bassa opinione hai di me? Come puoi stare con me, se pensi questo?", gli sussurrò, non riuscendo a capire come fossero finiti in quel baratro.
"Hai ragione. Non posso stare con te". Lo disse tranquillamente, come se non fosse la condanna che era.
Lei si sentì colpita da un macigno che la mandò in mille pezzi.
"Che cosa? Castle... No". Il suo volto era una maschera di sofferenza. La vita che cambia all'improvviso. Non era una frase fatta. Si sentiva mancare il respiro.
"Kate... non funziona. È arrivato il momento di ammetterlo. Per me non è una semplice storia. È molto di più. Speravo potessimo essere una famiglia. Ma tu non la vuoi".

Si sentì bruciare gli occhi di rabbia, lacrime e autocommiserazione. Non se lo meritava di sentirsi dire che non era una brava madre. E di essere piantata in asso, per questo. Ce la stava mettendo tutta, davvero. Forse non bastava, ma era il meglio che aveva saputo fare.
Ci aveva messo più tempo di lui ad accettare la cosa, doveva essere punita per questo?
Cercò disperatamente di calmarsi, per recuperare la situazione. Era arrabbiato. Poteva capirlo. Aveva ragione, in buona parte. Era stata avventata, si era ossessionata, di nuovo, con il caso di sua madre e aveva fatto una cosa sconsiderata. Ma non così grave, secondo lei. Non era irreparabile.
Lui era semigirato di spalle. Gli si avvicinò. Non era brava in queste cose, ma voleva fare almeno un tentativo. Goffo, forse.
"Castle... Possiamo parlare senza essere arrabbiati?". Era una supplica, non una richiesta.
"Non sono arrabbiato. Ho solo aperto gli occhi". Aveva un tono stanco e rassegnato. Kate vedeva rispecchiata in lui la stessa sofferenza. Come potevano stare così male in due? Farsi così male?
Era strano per lei non ricevere sorrisi, risate, sostegno. Non averlo dalla sua parte, e ritrovarsi con uno sconosciuto che la guardava come se non fosse... lei.
"Ti prego... parliamone". Fece un ultimo tentativo.
"Parlare? Noi non parliamo. Io parlo. Imploro. Cerco di ragionare. Tu fai quello che vuoi. È la tua vita. Puoi tenertela", le lanciò addosso, con crudele indifferenza.
"Lo so che non sono un persona facile, Castle, ma lo sapevi...".
"Questa sarebbe una giustificazione per non venirmi incontro? Mai?".
Mai? Stava scherzando?
"Io non ce la faccio più così, Kate", ammise, passandosi una mano sul volto.
"Castle, non può finire così. Qui. In questo modo. Non siamo bravi ad avere una relazione, è vero, ma..."
"Relazione? Non era una storia?". Un'altra sferzata di puro sarcasmo. Non ce la faceva più. Quante poteva sopportarne ancora?
"Basta ripetere quella parola, per favore. L'ho detto in un momento di rabbia. Lo sai che non abbiamo una semplice storia".
"No, Kate, è proprio quando si è arrabbiati che si dice la verità, senza filtri. O pietismi".
"Sei irragionevole in questo momento".
"Io, irragionevole? Sei vuoi una persona irragionevole, guardati allo specchio".

Basta. Qualcuno doveva farlo smettere. Una parte di lei tornò in vita, non voleva più accettare abulicamente i colpi che le stava infliggendo. Voleva reagire.
"E dove sono finiti i grandi discorsi che mi facevi? Ce la faremo. Faremo casino e poi lo risolveremo, perché così funziona nella vita'? Dove sono le nostre promesse? Di impegnarci, parlarci, stare insieme? Di farci funzionare? Di cercare di comunicare? La tua è una sentenza, non lasci spazio per chiarire, per correggere gli errori. La chiudi, così. Mi lasci fuori. E di tutto quello che abbiamo avuto finora che cosa ne facciamo? Lo buttiamo? Quello che abbiamo costruito? I passi avanti che abbiamo fatto? Il nostro amore?". Era sorretta dalla pura disperazione alla prospettiva che se ne andasse per davvero. Se lo sentiva che l'avrebbe abbandonata. Cercava solo di allontanare l'inevitabile. Non c'era modo di avvicinarlo. Era più che deciso.
"Quale amore Kate? Io ti amo. Tu no".
"Dai, Castle, certo che ti amo anche io. Come fai a non capirlo? A non averlo visto? E non puoi far finire tutto così. Non può finire". Kate era a un passo dall'oblio. Dal nulla che era una vita senza di lui. Un'altra parola e l'avrebbe implorato di non lasciarla.
Beckett lo vide avvicinarsi, e contro ogni probabilità, spero che ci stesse ripensando. Doveva ripensarci.
Le mise una mano calda dietro la nuca, accarezzandole la mandibola. Non poteva andare via e intanto fare questo. Non poteva. Chiuse gli occhi assaporando la sensazione familiare di... casa.
"Kate... io ti amo", mormorò con una voce che non gli aveva mai sentito, un insieme di stanchezza, rassegnazione e amore. "Ma amarti mi sfinisce".

Rimase improvvisamente senza fiato, come se l'avessero spinta sott'acqua e non fosse più capace di risalire in superficie. Non riusciva a respirare. Sentì le gambe cedere e si aggrappò all'auto dietro di lei, per non cadere.
Le batteva il cuore all'impazzata e un generale senso di incredulità la pervase, come quando si viene colpiti e, all'inizio, il corpo sembra non registrare il dolore. Non sentiva la sofferenza, solo la sensazione fisica di essere stata investita da qualcosa di enorme. Si era spento il sole. Era finita al gelo. Questa volta davvero.
Rimase istupidita a guardarlo andare via. Non era possibile. Non stava capitando a lei. A loro.
Cercò di fare dei respiri profondi, ma le sembrò di non riuscire a fare entrare abbastanza aria e per un momento le venne il panico. Più lui aumentava la distanza tra di loro, e più il nodo in gola diventava soffocante.
Voleva pregarlo. Implorarlo di non andare via. Aggrapparsi fisicamente a lui per impedirglielo, ma sapeva che si era già giocata tutte le sue carte, e le rimaneva solo la dignità.

Si mosse, gli occhi ostinatamente asciutti, con ancora la sensazione terribile di non introdurre nei polmoni abbastanza aria. Si impose di reagire, tentando di convincersi che, se era ancora viva e in grado di camminare, evidentemente riusciva a respirare a sufficienza, e questo pensiero la calmò, almeno per il momento. Poi realizzò che la mano che le stringeva la gola non se ne sarebbe andata tanto presto.
Doveva guidare. Doveva tornare a casa. Una volta lì avrebbe lasciato uscire il dolore, che cominciava a premere dentro di lei, al punto che si mise una mano sulla bocca, istintivamente, per evitare che straripasse sommergendola.
Non pensarci. Non pensarci. Non pensarci. Entra in macchina, inserisci le chiavi, metti in moto.
Avvertiva l'istinto primitivo di tornare alla sua tana, prima di lasciarsi andare. Chiudersi la porta alle spalle. Raggomitolarsi. Proteggersi.
E ce la fece, per un po'. Riuscì ad anestetizzarsi. Si concentrò sulla guida.
A un certo punto, ferma al semaforo, con lo sguardo perso sul telefono muto e, con la mano già pronta a controllare, come faceva di solito, se ci fossero chiamate, o messaggi di Castle, che aveva l'abitudine di mandarle foto, considerazioni personali, commenti e battute, anche mentre erano nella stessa stanza, come se non potessero smettere di essere in contatto, mai, pensò all'improvviso al loro bambino.
Se ne era dimenticata. Per qualche lunghissimo minuto aveva pensato solo a se stessa, al dramma della sua vita, e non a lui.
"Come faremo, bambino? Cosa faremo io e te da soli?".
Senza nessuna logica, questa le sembrò la più triste delle conseguenze e iniziò a piangere senza riuscire a smettere. Singhiozzava come non faceva da anni. Come non aveva fatto neanche quando era morta sua madre. Non riusciva a vedere nemmeno la strada. Fu costretta ad accostare e cercare di calmarsi. Si passò entrambi i palmi sulla faccia, per asciugare le lacrime in un unico gesto rabbioso.
Lei era Kate Beckett. Voleva pur dire qualcosa. Lei non si lasciava andare così.
Non bastò. Senza nessun senso, le faceva pena il suo bambino che adesso non aveva una famiglia. Lui non lo sapeva e non gli importava, per ora. Ma aveva solo lei. Come poteva bastargli? Non riusciva a smettere di piangere, pensando a quel povero bambino orfano. E più si diceva che era una cosa ridicola, dannazione, ragiona Kate, non era orfano, aveva comunque un padre, Castle non era mica morto, perché si autoinfliggeva queste immagini moleste, più le veniva da piangere. E piangeva. Povero il suo piccolo bambino indifeso.
Forse in verità piangeva per se stessa, abbandonata un'altra volta. Da sola. A rimettere insieme i pezzi.
E poi si arrabbiò. Chi era lui per lasciarla? Lei che non aveva mai più permesso a nessuno di abbandonarla e, che, per la prima volta, si era permessa di sperare. Di lasciarsi andare. Come poteva andare via così? Come poteva non lottare? Amarla lo sfiniva? Le sarebbe piaciuto mostrargli che cosa significava per davvero avere qualcosa nella vita che ti sfiniva quotidianamente, che ti toglieva le energie al punto da rendere necessario uno sforzo sovrumano per alzarsi dal letto la mattina.
Che cosa credeva, che la vita fosse il suo parco giochi? Dove viveva?
Di nuovo le venne da piangere e di nuovo si arrabbiò, in un ciclo ininterrotto.
Riuscì a parcheggiare sotto casa, entrare di corsa nell'androne, chiudersi la porta alle spalle, e finalmente, raggomitolarsi sotto una coperta per scomparire dal mondo.