13 Beckett

S svegliò con gli occhi gonfi, un cerchio alla testa e la bocca secca.
Si guardò intorno, non riuscendo inizialmente a capire perché fosse crollata sul divano, rimanendo lì a dormire fino al mattino.

Passò, quindi, attraverso l'orribile e comune esperienza umana di sapere vagamente che ci fosse qualcosa che non andava, senza ricordare di preciso i dettagli, fino all'inevitabile momento della verità che le piombò addosso come un macigno. La sofferenza tornò a farsi viva, acuita dal fatto di essere riuscita a imprigionarla nell'oblio per qualche ora.
Annaspò. Avrebbe preferito vegliare per sempre, in modo da scendere a patti con la sua angoscia, invece di scordarla per qualche ora pietosa e trovarsela ora raddoppiata.

Non sapeva per quanto tempo avesse dormito, ma di sicuro non aveva cenato e, anche se non aveva fame, era fermamente decisa a mangiare.
"Bambino, da oggi le cose andranno diversamente. Che cosa vuoi per colazione?"
Ignorò il telefono, che la tentava dal pavimento dove era caduto durante la notte e andò in cucina, dove si costrinse a sbocconcellare una mela, di malavoglia. Una mela era cibo sano, pieno di vitamine.
Con indifferenza, quando l'ebbe finita, si concesse di fingere di raccogliere casualmente il cellulare da terra per dare un'occhiata alle chiamate perse. Il cuore saltò un battito quando vide che ce n'era una. Una soltanto.

Non era di Castle, purtroppo. Tutto taceva, su quel fronte. L'avevano cercata dal distretto. Il medico le aveva consigliato qualche giorno di riposo e lei, ligia al dovere, aveva ogni intenzione di seguire le indicazioni. Ne aveva abbastanza di litigare con tutto il mondo per questo motivo.

Richiamò e seppe di essere stata convocata ufficialmente dal suo capitano. La notizia si era sparsa. Si chiese chi altro lo sapesse.
Non aveva voglia di presentarsi. Non avrebbe voluto uscire di casa del tutto. Voleva leccarsi le ferite in santa pace, invece di dover dare spiegazioni, ascoltare prediche, affrontare i suoi colleghi. Ma non poteva fare diversamente.

Era una bella giornata soleggiata e già solo questo riuscì oltremodo a irritarla. Sarebbe stato bellissimo svegliarsi con Castle, la mano sulla sua pancia, ad ascoltarlo inventarsi scuse per il fatto che fosse finita lì inconsapevolmente durante il sonno, quando la verità era che lei non gli consentiva mai di farlo, durante il giorno. Era costretto a farlo di notte. E uscire a fare colazione o farsela portare a letto, usando la scusa del: "Non devi fare sforzi", a cui non credeva nessuno dei due.
Non posso farmi questo. Non voleva ricominciare a piangere. Lo aveva già fatto in abbondanza.
Si trovò a riflettere su quanto fosse stata meschina, per non avergli mai permesso di comportarsi come un padre orgoglioso. Lui sprizzava autentica gioia, mentre lei aveva sempre opposto un fastidio sprezzante a ogni manifestazione di entusiasmo. Non toccarmi la pancia, lo sai che non mi va. No, certo che non voglio decidere il nome, ho da fare, Castle, puoi concentrarti sul presente? No, non andremo a scegliere la culla, è presto e io devo rimanere al lavoro fino a tardi, la gente deve lavorare per vivere.
Perché si era comportata così? Come poteva essere stata tanto odiosa?
Non aveva voluto illudersi, semplicemente. Non voleva credere di essersi costruita una famiglia. Di non essere da sola. "Nasconditi, se vuoi essere felice", dicevano. L'aveva preso un po' troppo alla lettera.

Arrivò al distretto già esausta. Vide nello sguardo di chi la incontrava che era conciata davvero male. Non si era truccata, aveva indossato una vecchia felpa molto ampia e le scarpe da ginnastica. Non erano abituati a vederla così. Probabilmente aveva anche un nido in testa – non si era presa la briga di pettinarsi con cura - ma non le importava.

Non si fermò a parlare con nessuno, ma entrò direttamente nell'ufficio di Montgomery.
"Siediti", le ordinò, senza altri preamboli. Mi aspetta un'altra bella giornata, pensò Kate, accomodandosi di fronte a lui.
"Beckett, che cosa pensavi di fare?", le chiese, severo.
"In quale circostanza?", fece dell'ironia. Era tutto quello che le era rimasto.
"Era un tuo dovere avvertirmi della gravidanza. Hai violato le regole", la redarguì, senza darle corda.
"Non c'è scritto da nessuna parte il momento esatto in cui avrei dovuto comunicarlo". Voleva parlare secondo la legge? A lei andava benissimo. Aveva letto quel dannato regolamento fino a saperlo a memoria.
"Beckett, ricominciamo da capo. Congratulazioni per il lieto evento", disse compunto.
A lei venne un po' da ridere. "Non è proprio credibile, se mi è permesso dirlo".
Rise anche lui. "Non esattamente quello che mi aspettavo di venire a sapere in questo momento".
"Nemmeno io, mi creda".
L'atmosfera si era ammorbidita, cominciavano entrambi a sentirsi a loro agio.
"Avrei preferito saperlo subito, per poterti tutelare. Per sostituirti sul campo e non farti correre nessun rischio. E per far filare tutto liscio quando non ci sarai".
Non aveva mai pensato al dopo. Al congedo. A stare a casa a badare a un bambino.
"Che è il motivo per cui non ho detto niente", ammise. "Non voglio essere obbligata a rimanere dietro a una scrivania. Non fa per me. Ho bisogno di stare dove succedono le cose".
"Non puoi fare diversamente, Beckett. Nemmeno io", concluse più amareggiato di lei.
Non rispose. Aveva ragione. Non aveva niente da aggiungere.
"Quindi... Castle eh?", le domandò a bruciapelo. "Ce ne avete messo di tempo a decidervi".
Lei lo guardo con stupore. "Signore?"

Aveva capito giusto?
"Dai, Beckett. Era evidente a tutti che sarebbe finita così. Hanno anche scommesso su di voi. Io sinceramente mi aspettavo che sarebbe successo un po' prima, ma tu hai resistito parecchio".
Non stava sentendo quello che stava sentendo, vero?
"Sta scherzando?"
"Non scherzo mai sulle scommesse. Però non dire a nessuno che l'hai saputo da me".
"Ma è scorretto!", protestò lei.
"Certo, che lo è. Ci piace per quello. E vi chiamano anche in qualche modo. Tipo Brangelina".
"Perché dovrebbero chiamarci Brangelina?". Era assurdo anche solo continuare il discorso.
"No, certo che non vi chiamano così. Credo sia qualcosa come Caskett. Il che è fantastico, per via della morte e questo genere di cose".
L'avevano rapita? Era finita a Oz e adesso sarebbe comparso l'uomo di latta?
Caskett. Sorrise. Non era male in effetti. Chissà se Castle ne era al corrente. Forse l'aveva inventato lui.
"Andrà tutto bene, vedrai". Il cambio repentino delle modalità discorsive la colse di sorpresa.
"Grazie... Signore", rispose cauta, non aspettandosi questo genere di confidenza e non sapendo come gestirlo.
"E ricorda che una gravidanza non dura all'infinito, lo sembra soltanto. Ci vediamo tra qualche giorno. Riposati, nel frattempo", la congedò.

Nonostante fosse uscita dal distretto più sollevata, con il passare delle ore, attraversò tutti i cambiamenti d'umore possibili. Era esausta, schiacciata da un peso enorme e non faceva che piangere, a intervalli ravvicinati.
Castle le mancava, come se le avessero amputato un arto. E si odiava, per questo. Provava ondate di pura rabbia, che la facevano sentire viva e desiderosa di reagire, ma che, quando passavano, la lasciavano spossata e inerte.
Avrebbe voluto che le fossero concessi almeno cinque minuti di pausa dai tormenti, per tornare a sentirsi di nuovo una persona normale. Pensare al domani, senza di lui, la distruggeva.
Una volta passata la burrasca, quello che si trovava davanti era solo un infinito, piatto, deserto. Non poteva vivere senza Castle. Ma era costretta a farlo.
Non lo avrebbe cercato. Non avrebbe usato la scusa del bambino per parlargli. Desiderava spasmodicamente sentirlo, ma non sarebbe stato corretto.
Si chiese in quale momento avesse abbassato la guardia e perché lo avesse fatto. Se non fosse andata negli Hamptons non sarebbe successo niente di tutto questo. Adesso sarebbero stati al distretto a risolvere un caso, probabilmente.
A che punto le cose avevano smesso di funzionare?
Era consapevole di avere le sue colpe, non era un'irresponsabile come Castle l'aveva accusata di essere. Ma lui era stato irremovibile e questo a lei non sembrava giusto. Non le aveva lasciato nessuna scelta, nessuna possibilità di cambiare. Si era voltato e se ne era andato.

...

Più tardi si trovò seduta in auto, a guardare fuori senza avere il coraggio di scendere. Era da tanto che non tornava nella casa in cui era cresciuta e temeva di non avere il controllo delle sue emozioni. Era sicura di non averlo. Era già un successo che non stesse piangendo.

Prima di insospettire il vicinato, scese e bussò alla porta.
"Katie. Che piacere vederti", la salutò suo padre, sorpreso e felice, quando aprì e se la trovò davanti. Si rifugiò tra le sue braccia, senza dare spiegazioni.

Era bello, per una volta, tornare a essere solo una figlia. Non una donna adulta, non un poliziotto, non una futura madre. Solo una bambina tra le braccia protettive di suo padre. Non era sempre stato così. Per un lungo e buio periodo era stata lei a sostenere e proteggere lui, ma i ricordi della sua infanzia felice rimanevano indelebili.
"Che cosa ci fai qui? Non dovresti essere al lavoro?", le chiese, dopo averla tenuta stretta in silenzio per tutto il tempo necessario.

Provava sempre una strana sensazione, quando tornava nella casa dove era nata e cresciuta.
Le sembrava più piccola, come tutte le cose vissute da bambini e riviste da adulti, ma le bastava mettere un piede oltre la soglia per sentirsi subito al sicuro. Le piaceva il suo appartamento, l'aveva arredato a sua immagine e lo considerava il suo nido. Ma non appena faceva il suo ingresso qui, non vedeva l'ora di andare nella sua stanza, chiudere la porta, e fare finta di non avere nessun problema al mondo. Sì, durante l'adolescenza c'erano state grandi amori finiti in tragedia – così le era parso allora -, litigi con sua madre, le solite cose. Che adesso avrebbe voluto rivivere, magari solo per un giorno. Solo qualche ora di assenza di preoccupazioni e responsabilità.

Si riscosse dai ricordi, per rispondere al padre. "No, ho preso qualche giorno di riposo".
La guardò dubbioso. "Tu non ti riposi mai". Si sorrisero. Si sentì bene. Per un attimo il dolore sordo allo stomaco si era zittito.
Si sedette intorno al tavolo da pranzo, mentre suo padre si dedicò a prepararle una tazza di tè. Aveva rifiutato il caffè. Dopo aver atteso che il bollitore fischiasse, le porse una tazza fumante, che lei si rigirò tra le mani fredde scaldandosi con il suo tepore, senza avere il coraggio, a trent'anni, di confessare a suo padre di essere incinta.
"Papà... devo dirti una cosa", iniziò, nervosa come una ragazzina.
"Sì, immaginavo che non fosse solo una visita di cortesia".
"Mi fa sempre piacere vederti", obiettò, meravigliata. Era così. Si vedevano meno di quanto avrebbe voluto, ma non aveva bisogno di una scusa per stare con lui.
"Lo so. Intendevo dire che non vieni spesso qui".

Era vero. Dopo la morte della madre aveva faticato a tornarci. Non c'erano solo i bei ricordi. C'erano quelli brutti. Quelli che cancellavano la pace che si era faticosamente costruita. Riusciva ancora a vedere sua madre in piedi davanti alla finestra o seduta a leggere un libro sul divano. Erano immagini insopportabili.

Tornò al presente. Come si dava una notizia del genere?
"Aspetto un bambino".

Ecco fatto. L'aveva detto a qualcuno. Era brava, no? Si stava impegnando.
Lui la guardò incredulo, e poi si allungò a stringerle un braccio, commosso.
"Katie, non sai quanto ho temuto che mi dicessi una cosa del genere quando eri adolescente e frequentavi quei ragazzi terribili. Sono felice che sia accaduto adesso", le rispose molto sollevato.
Risero insieme.
"Tua madre si raccomandava di non ostacolarti o ti saresti incaponita ancora di più, ma in cuor mio ho sempre temuto il peggio", ammise.
Dopo quello scoppio di ilarità fecero silenzio, improvvisamente imbarazzati.
"Divento nonno?", le domandò intenerito. Si limitò ad annuire in risposta.
"E chi sarebbe il... fortunato?", chiese con discrezione.
"È Castle".

Non era preparata alla reazione del padre, che batté le mani deliziato.
"Grazie al cielo! L'ho sempre sperato!".

Chi era quest'uomo che si trovava davanti? Era allibita.
"Ma se non lo conosci nemmeno!", gli ricordò.
"Sì, ma non fai altro che parlare di lui. Era ovvio che prima o poi sarebbe finita così. Non saltando tutte le tappe in questo modo, magari...".
"Quindi... sei contento?", gli domandò, quasi non osando sperarlo.
"Ma certo! Come potevi pensare che non lo fossi? È una bellissima notizia!"

Si godette la gratificante sensazione di averlo reso felice. Le piaceva l'idea che questo bambino stesse diventando reale. Non solo nella sua mente, ma anche in quella delle persone che avrebbero fatto parte della sua vita. Non aveva mai riflettuto in questi termini. Aveva preso la notizia come un affronto personale. Una cosa privata tra lei e un estraneo arrivato a rovinarle la vita. Che la costringeva a ridefinire la sua relazione con Castle in senso troppo definitivo, troppo presto.
Ma significava anche famiglia. Relazioni. Radici.

"E quindi tu e Castle... da quando tempo uscite?"
"Noi... è complicato", ammise senza riuscire a trovare le parole giuste, sentendo la sofferenza tornare a chiuderle la gola. Quanto avrebbe preferito poter dire che sì, stavano insieme. E, invece, si presentava da suo padre come una futura madre single.
"Non lo è sempre?", le rispose il padre che aveva intuito il suo turbamento. Lui non faceva pressioni, aspettava che lei fosse pronta a parlare. Anche Castle era così.
Erano persone così diverse, accomunate dallo stesso approccio comprensivo e amorevole nei suo confronti.
"A volte funziona, no? Voglio dire, non deve essere per forza complicato. Le cose possono essere facili". Perché per lei doveva essere così difficile? Perché lei era così difficile?
"Non so in che mondo pensi di vivere, ma, no, gli esseri umani hanno la tendenza a complicare tutto".
Lei non riuscì più a tenersi tutto dentro.
"Credo di aver fatto un casino, papà. Eravamo felici, davvero. E poi... mi sono messa in pericolo, e con me il bambino, e adesso Castle non mi vuole più".

Le uscì di colpo, sorprendendosi lei per prima per quello che aveva confessato al padre e sentendosi allo stesso tempo sollevata per essersi confidata con qualcuno. Non mi vuole più. Banale e tremendo insieme.
La guardò con affetto. "Hai un tuo modo forte di relazionarti con il mondo". Eufemismo. "Ma sono sicuro che, qualsiasi cosa tu abbia fatto, sia recuperabile. A volte basta solo aspettare un po' di tempo, giusto?".
"E se non bastasse? Se lui non mi volesse davvero più?"
"Katie, come fa a non volerti? Guardati".
"Papà, tu sei di parte". Però era bello che qualcuno lo fosse.
"È vero. Non so cosa sia successo e non conosco Castle. Ma se tu l'hai scelto, e lui è arrivato a conoscerti un po' di più di quello che permetti di solito alla gente di fare, sono sicuro che non si arrenderà".
Lei sentì assurdamente rinascere la speranza, anche se erano parole dette solo per confortarla. Forse era vero. Forse le cose potevano aggiustarsi.
"E se alla fine non ti vorrà, ci penseremo noi due ad allevare questo bambino! Dove è il problema? Non sei da sola".

A lei venne da piangere. Era già un successo, era riuscita a trattenersi fino a quel punto. Era abituata a gestire la sua vita in autonomia. Non voleva appoggiarsi a nessuno, per scelta, proprio per il timore di dover tornare da capo a rimettersi in piedi da sola. Sapere di avere qualcuno accanto pronto ad aiutarla era rassicurante. Aveva creduto che anche Castle sarebbe stato con lei. Lo aveva dato per scontato, forse.

Suo padre cambiò discorso, cogliendola senza difese.
"Sai che tua madre ha conservato le tue tutine di quando eri neonata? Vuoi vederle?", le propose di punto in bianco.
No. Certo che non voleva vederle. Sarebbe stato troppo doloroso. No. Assolutamente.
"Davvero?", chiese cercando un modo gentile di declinare l'invito.
"Sì. Man mano che crescevi riponeva in una scatola speciale le cose che non ti andavano più bene. Non tutte, ovvio. Solo qualcosa di simbolico. C'è ancora il primo vestitino che ti ha messo all'ospedale, quando sei nata. Forse lo vorrai per il bambino. Solo se femmina, però. È tutto rosa, lo ricordo bene".

Era troppo. Non poteva figurarsi sua madre impegnata a compiere gesti che, probabilmente, avrebbe fatto anche lei. Con le stesse speranze e le stesse paure. E non potergliene parlare. Era... ingiusto.
"Non riesco a immaginarmi con qualcosa di rosa", si sforzò di mantenere un tono leggero.
"Sì, neanche io, in effetti. Però tua madre ci teneva. Ho la scatola di sopra, vuoi vederla? Posso lasciarla in camera tua", si offrì con tatto.
Non avrebbero sopportato di aprire la scatola insieme. Il loro era un dolore privato. Anche adesso.
Non voleva quella scatola, ma forse per lui era importante. Forse aveva sempre aspettato quel momento. Non ebbe il coraggio di fare quello che avrebbe voluto, ringraziarlo, abbracciarlo, e andarsene. Voleva dire scappare? Ok, voleva dire scappare, benissimo.
Lo seguì sulle scale e si ritrovò seduta sul suo letto, con una scatola bianca davanti. Fece un respiro profondo e la aprì. E chiuse. E riaprì.
Apparvero oggetti che le erano appartenuti e non sapeva nemmeno che esistessero. Facevano parte della sua storia, fin dalle origini. Una mano amorevole le aveva conservate. Forse per se stessa, per altri figli che non erano mai nati. E ora erano lì, per il nuovo bambino in arrivo.
Le sembrò tutto molto triste. Una vita finita, in cambio di una vita che iniziava. Perché non poteva averli entrambi?
Sarebbe diventata una madre anche lei e non sapeva neanche da che parte cominciare. Di certo, finora, non aveva dato grandi prove in quel senso. Del resto, lei che cosa ne sapeva di bambini? Se ne era sempre tenuta lontana. A chi poteva domandare? Chi l'avrebbe incoraggiata?

Trovò il vestitino rosa di cui le aveva parlato suo padre e lo stese sul letto. Accarezzò il tessuto ancora morbido, il ricamo sul davanti, i bottoni minuscoli.
Avrebbe voluto mostrarlo a Castle, si sarebbero messi a ridere e lei se lo sarebbe appoggiato sulla pancia. Avrebbe dato tutto il suo cinismo, in cambio di un momento così tenero.
No, basta, era troppo. Prese solo quella tutina, chiuse la scatola, e, dopo aver velocemente salutato il padre, uscì da quella casa che aveva ricominciato a darle la claustrofobia. Respirò a pieni polmoni l'aria fresca del pomeriggio, mentre risaliva di corsa in macchina.

Era stata una giornata strana. Si sentiva poco centrata, lontana da se stessa. Castle non aveva chiamato neanche una volta e lei iniziava a rendersi conto che era tutto reale. Come avrebbero gestito le cose? Loro due potevano anche non stare insieme, ma come avrebbero fatto con il bambino? Doveva aggiornarlo? Si sarebbe fatto vivo lui? L'avrebbe trattata con distacco?
Prima di tornare verso casa fece un'improvvisa deviazione. Forse non era esattamente un posto sano dove terminare il primo di molti altri giorni infelici, ma sentiva che avrebbe potuto darle conforto.
Era quasi l'orario di chiusura, si augurò di fare in tempo.
Si recò sulla tomba della madre, un percorso che avrebbe potuto ripetere anche a occhi chiusi. Non ne comprendeva il motivo profondo, ma il solo fatto lei che fosse lì, fisicamente - se era possibile usare questo termine -, la faceva sentire meglio. Era sempre stato così.
Si sedette sull'erba appena tagliata, la schiena appoggiata alla lapide.

La persone colpite da un lutto tendevano a convincersi che non non sarebbe mai finita, che sarebbero stati per sempre travolti da una sofferenza impossibile da arginare. Non era così, lo aveva sperimentato sulla sua pelle. Prima era strano il solo fatto di continuare a respirare, ma quei respiri continuavano e tu ti trovavi un giorno ad aver voglia di ridere. Di fare progetti.
Ma nel frattempo lo strazio era continuo, e tornava a pungere soprattutto nelle piccole cose. I verbi al passato. Si era confusa e corretta più volte, quella sera parlando alla polizia, con gli agenti che tacevano con tatto e le offrivano un silenzioso conforto.
Non potevi più chiamare "Mamma" ad alta voce e ricevere risposta. Dicevi: "Mia madre", parlando di lei ad altri. Presto qualcuno avrebbe usato quel nome con lei. Sperava di meritarlo.

Rimase così, in silenzio, aspettando che le tornasse la voglia di alzarsi, più calma di quanto lo fosse stata nelle ultime ventiquattro ore, sentendosi un tramite tra il prima alle sue spalle e il dopo ancora minuscolo, ma tenace dentro di lei.

Il mattino dopo entrò decisa nello studio del dottor Burke, lo psichiatra del distretto, si sedette sul divano di fronte a lui e, raccogliendo tutto il coraggio che aveva, pronunciò le prime parole della sua rinascita. "Credo... credo di avere un problema".