DETROIT
Date
NOV 12TH, 2038
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CYBERLIFE TOWER
Belle-Isle
Floor -5
Time
AM 09:43
Da dietro un ampio specchio a due vie osserva in silenzio, con intensa curiosità, i movimenti efficienti e controllati di uno degli androidi presenti nella sala deposito, uno dei pochi ancora attivi, nonostante sappia bene ci siano molte probabilità che non lo resti ancora per molto.
Ha studiato a lungo, nell'arco degli anni passati all'interno dell'azienda e poi anche dall'esterno, apprendendo molto sui comportamenti delle macchine. Quando alcune di queste furono progettate per simulare emozioni umane, si rivelarono una mezza delusione; probabilmente i progettisti si aspettavano altro, probabilmente desideravano creare qualcosa che migliorasse l'esperienza degli uomini, e invece hanno ottenuto l'esatto contrario: computer razionali che facevano perdere la pazienza perfino al più puntiglioso degli scienziati. Ma è accaduto proprio nel momento in cui hanno smesso di voler agire sull'irrazionale che qualcosa è cambiato; forse un semplice dato, un algoritmo che non faceva parte della programmazione immessa in origine ma che ha comunque trovato una via per inserirsi nel sistema e trasmettere impulsi non previsti. Quello è stato solo l'inizio, una spia d'avvertimento, per lo più ignorata, che con il tempo si è semplicemente evoluta, come accade in tutti i sistemi, compreso l'uomo.
Abbandona le proprie riflessioni per tornare a scrutare oltre il pannello divisorio. L'androide ha evidentemente terminato il suo compito, dopo aver diligentemente scaricato i dati in suo possesso e averli archiviati al sicuro. Ora lo osserva raggiungere una stretta nicchia identica a centinaia di tante altre presenti nella stanza e posizionarvisi dentro. Reclina il capo, quasi impaziente, aspettando di scoprire se, come immagina, la macchina terminerà senza intoppi la sequenza di disattivazione, oppure riuscirà a sorprenderlo. In fondo si trova lì apposta, per essere sorpreso o sprofondare, come spesso accade, nella noia del già visto. Beh, in verità è lì anche per un'altra ragione, ma è ancora presto per quella.
Per qualche istante trattiene il fiato mentre il led sulla tempia dell'androide brilla di rosso e le pupille si contraggono. Poi la rossa luminosità scompare e al suo posto resta un cerchio grigio opaco. Allora la delusione lo costringe a distogliere un attimo lo sguardo e a riprendere fiato.
«Cosa ti aspettavi?» si rimprovera con un bisbiglio appena udibile.
Più calmo, torna a guardare; i suoi occhi indugiano sull'impeccabile colletto inamidato della camicia, soppesano lo stretto nodo della cravatta scura e si poggiano pensierosi sul codice inserito nei circuiti della giacca: RK800. Espira lentamente, infine oscura lo specchio e lascia la camera, tornando ai piani superiori.
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HANK'S HOME
115 Michigan Drive
Time
AM 02:51
Sta pensando a quante effettive possibilità abbia di riuscire a passare il confine con Connor senza che a uno di loro due (o a entrambi) venga piantata una pallottola in testa. Le sue dita grattano distrattamente le orecchie di Sumo, sdraiato a terra ai piedi della sua poltrona, attento a cogliere le sfumature che si rincorrono sul volto dell'uomo. Hank abbassa gli occhi sul cane e si lascia sfuggire un sorriso un po' storto.
«Come ce lo portiamo dietro?» chiede, ansioso.
Sicuramente non può fissarlo al sedile del passeggero come ha fatto tornando a casa; gli agenti ai posti di blocco non prenderebbero troppo bene la sua burla, men che meno le guardie di confine. Nel bagagliaio è da escludere categoricamente: durante una qualunque ispezione sarebbe il posto più ovvio nel quale controllare. A piedi di certo non ce lo può trascinare, e i mezzi pubblici sarebbero una vera pazzia. Dovrà proprio sistemare la sua auto: il comparto nel quale infilava le sigarette e gli alcolici qualche tempo fa potrebbe reggere bene anche in questo caso, ma serve comunque più spazio. Con la fronte corrucciata ma una nuova risoluzione in testa si rimette in piedi e, seguito come un'ombra da Sumo, torna sul vialetto davanti a casa e spalanca nervosamente le portiere posteriori, studiando la situazione e carezzandosi distrattamente la barba.
«Beh, accidenti, se non c'è altro modo…» pondera, ancora un po' dubbioso.
Presto però accantona le perplessità e si mette al lavoro, togliendo in fretta i cuscini dei sedili posteriori e levando di mezzo tutte le inutili cianfrusaglie che nel tempo si sono accumulate nel vano nascosto al di sotto, gettando poi tutto sul vialetto. È in procinto di far volare fuori una delle tante carabattole quando i suoi occhi si attardano un momento di più su di un angolo che spunta dalla busta logora.
«Ehi, questi da dove arrivano?» sussulta, stupito e dimentico per un momento del suo compito, invece piuttosto curioso di riportare alla luce una nuova scoperta interessante. I suoi occhi si accendono di entusiasmo quando ne trae una vecchia scatola di sigari ancora intatta. «Questa sì è una bella notizia!» esclama soddisfatto, posando il suo tesoro sul sedile anteriore e riprendendo a fare spazio sotto quello posteriore.
Quando si rialza infine, con la schiena che scricchiola e protesta con veemenza e il vialetto ingombro di scatole e sacchetti, lo fa con un'espressione soddisfatta e lo sguardo fisso sullo spazioso vano appena riguadagnato. Sumo picchietta il naso contro la sua gamba e Hank annuisce.
«Un bel lavoro, eh? Ora, forse, abbiamo una possibilità di farla franca» commenta con un pizzico di fiducia in più.
Sono quasi le quattro, ormai, ma non può permettersi di perdere altro tempo. Detroit è una bomba pronta a esplodergli sotto i piedi e, a quel punto, preferirebbe essere a distanza di sicurezza. Veloce torna dentro casa, recupera qualche soldo, controlla il portafogli, infila una mano nella tasca interna della giacca per accertarsi di avere con sé il distintivo, afferra il suo revolver e la semi-automatica del dipartimento, mettendo entrambe al sicuro nelle fondine, poi si guarda intorno, rendendosi conto solo a quel punto di essere sotto l'attento esame del suo cane.
«Vieni anche tu, non preoccuparti» decide di rassicurarlo. «Lasciami solo prendere un po' della tua roba».
Dopo aver scaraventato nel bagagliaio alcune provviste per Sumo torna in salotto e prende un grosso respiro, poi digrigna i denti e solleva nuovamente l'androide con una colorita imprecazione sulla lingua, augurandosi di non doverselo scarrozzare in spalla ancora a lungo, o presto finirà col dover andare a farsi riaggiustare la schiena. Il più delicatamente possibile infila Connor nel vano sotto il sedile posteriore, lo copre completamente con una vecchia coperta e rimette al loro posto i cuscini, controllando infine che nulla di strano si noti della sua manomissione. Soddisfatto del risultato richiama il cane, facendolo salire sui sedili posteriori.
«Fai buona guardia, mi raccomando». Sumo abbaia una volta, Hank sorride e annuisce. «Bravo, cane!» esclama compiaciuto.
Finalmente, dopo aver richiuso casa sua, si decide a partire. Nulla è risolto per ora, ma le sue speranze sono ancora ben salde al loro posto e, per cercare di distrarsi un po', accende la radio. Quest'ultima non si rivela tuttavia un'idea felice: i notiziari hanno novità ben poco rassicuranti; a quanto sembra hanno beccato i capi della rivolta e catturato parecchi degli altri devianti, e ora si apprestano a smantellarli per evitare il rischio che questa specie di virus, o qualsiasi cosa sia, si diffonda fra tutti gli androidi attualmente in circolazione. Tutte le uscite dalla città sono ancora presidiate e scupolosamente controllate; le persone scoperte a tenere androidi sospetti in casa, o che non consegnano alle autorità i soggetti a rischio, vengono arrestate e, nel migliore dei casi, multate, mentre nel peggiore trattenute per accertamenti e, eventualmente, processate.
Non che Hank si aspettasse molto di meglio, ben inteso, ma ascoltare queste ultime notizie lo mette di malumore e finisce con l'innervosirlo più di quanto già non fosse in precedenza. "Devi mantenere il sangue freddo. Non hanno motivo per sospettare di te, né per impedirti di uscire dallo stato per una semplice visita a un amico" cerca di tranquillizzarsi, anche se non sembra funzionare granché bene.
Si incupisce ulteriormente nell'osservare lo stato della sua città: le poche persone per strada, a quelle prime ore del mattino di quella che avrebbe potuto essere una normalissima giornata lavorativa come tante, sono tutte esseri umani e si muovono veloci e con fare nervoso; nessuno di loro è accompagnato da androidi come era invece abituato a vedere solo qualche giorno prima, e nessuno sembra avere la minima voglia di fermarsi da qualche parte né tantomeno di chiacchierare. Molti, immagina, hanno lasciato la città non appena se lo sono potuto permettere; gli altri, evidentemente, preferiscono chiudersi in casa in attesa che giungano tempi migliori.
Un po' scoraggiato a quella vista, Hank si domanda come se la stiano cavando giù al dipartimento di polizia; si augura che stiano tutti bene e riflette che, dopotutto, non gli dispiacerebbe più così tanto tornare al suo ufficio. Se riuscirà a sistemare quella brutta situazione, forse un giorno potrà ripresentarsi davanti al suo capitano, con una buona dose di faccia tosta, sperando nel suo buon cuore e nella sua pazienza. Al pensiero della faccia che farebbe Jeffrey non può fare a meno di sorridere rincuorato.
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CYBERLIFE TOWER
Belle-Isle
Floor 7
Time
AM 10:15
«Le ho chiesto di venire in questo ufficio anche per un altro motivo, professor Phillips» annuncia, interrompendo annoiato l'inutile resoconto dell'uomo che gli siede di fronte.
Il capo-tecnico, un po' irritato per essere stato zittito, rimane in silenzio attendendo maggiori delucidazioni. Deve però attendere più a lungo del previsto perché pare che l'uomo che lo sta interrogando provi un particolare, sadico piacere nel tenerlo sulle spine. Dopo un silenzio protrattosi per lunghi minuti che paiono infiniti, nonché svariate occhiate scambiate con impazienza crescente, finalmente giunge la tanto sospirata spiegazione.
«Giù ai laboratori del quarantaseiesimo piano tenete un soggetto che mi interesserebbe avere a disposizione» spiega in tono monocorde.
Il capo-tecnico inarca le sopracciglia, sorpreso e perplesso, ma non apre bocca.
«Desidero pertanto che sia condotto nei miei appartamenti del quarantatreesimo piano nel più breve tempo possibile» aggiunge.
«Volete uno degli androidi catturati?» chiede Phillips, ancora nel dubbio di aver ben compreso.
«Sì e no. Non si tratta di un androide qualunque, in effetti, ma di un soggetto ben preciso» chiarisce, fissando insistentemente il capo-tecnico.
«Uh… Beh…» tentenna Phillips. Crede sia una richiesta alquanto bizzarra, per non dire priva di senso. È però fin troppo consapevole di non essere assolutamente nella posizione di rifiutare alcunché a quell'uomo, tanto più che non vi sono ragioni effettive per farlo. «Immagino sia perfettamente possibile. Quando… ?»
«Oggi stesso, se per lei non è un problema» è la pronta replica che non gli permette neppure di terminare la frase.
«No… Certo che no» conferma, sempre più confuso dalla piega che sta prendendo quel colloquio. «Qual è il soggetto?» si risolve quindi a chiedere.
L'uomo socchiude mollemente le palpebre e poggia il mento sul palmo di una mano, senza mai distogliere lo sguardo divertito.
«RK200» annuncia, godendosi il piccolo shock impresso sul volto del professor Phillips.
