chapter 05. Snow

CANADA

Date

NOV 12TH, 2038

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SUTHERLAND

Windsor, Ontario

Custom Immigration/Douane Immigration

Time

AM 06:08

Ci sono guardie armate anche alla dogana. In qualche modo se lo aspettava, vista la situazione attuale e il nervosismo generale, ma la consapevolezza della gravità della situazione e questa conferma non contribuiscono di sicuro a migliorare il suo umore nero. Ferma l'auto nel punto in cui gli viene indicato e, nell'illusoria speranza di risparmiare tempo e problemi, apre lo sportello e scende dall'auto. Una delle guardie lancia una rapida occhiata da fuori all'abitacolo, poi lo fissa con fare inquisitorio e infine gli chiede di far uscire anche il cane. Oh sì, questo lo può senz'altro fare.

«Ma ho il guinzaglio nel portabagagli» lo informa in modo distratto. «Se non le dispiace…» accenna.

La guardia annuisce e gli resta alle calcagna mentre Hank fa il giro dell'auto e apre il baule, recuperando ciò che gli serve e lasciandolo spalancato a beneficio della puntigliosità delle guardie doganali, abbandonandoli ai loro sospetti e andando a recuperare Sumo. Insieme, lui e il suo cane, restano per lunghi minuti che paiono eterni fermi in piedi a qualche passo dall'auto, in paziente attesa di scoprire se riusciranno a proseguire fino a Chatham-Kent oppure se quello si prospetta essere il loro ultimo viaggio.

Dopo aver consegnato i propri documenti, aver atteso ancora che vengano anch'essi minuziosamente controllati e aver sbadigliato una decina di volte (soprattutto a causa della mancanza di sonno, dato che la noia manca dalla sua vita già da parecchio tempo), Hank sente Sumo mugolare sommessamente e abbassa lo sguardo, trovandosi osservato dagli occhi languidi e un poco impensieriti del cane.

«Che c'è? Hai fame?» si informa, ricevendo in cambio un piccolo uggiolio di conferma. Sorride e annuisce. «Al prossimo parcheggio avrai la tua colazione. Parola d'onore» promette con solennità.

Sempre, ovviamente, che abbiano la decenza di lasciarli ripartire. E ammesso che non capitino sotto i loro occhi puntigliosi le due pistole che si porta dietro o, peggio che mai, le loro manacce capricciose non riescano a scovare il suo prezioso vano sotto il sedile. Allora addio colazione; saranno già molto fortunati se ne usciranno vivi.

Ma tutto sommato pare che siano meno scrupolosi del previsto. Così, dopo più di venti minuti di futile e fastidiosa attesa, Hank si vede riconsegnare i propri documenti e invitare a lasciare il parcheggio, ricevendo perfino un «Buona giornata» come bonus extra. Sorpreso più di quanto sia consigliabile di fronte a certa gente pignola e sospettosa, Hank non se lo fa ripetere due volte e, ricondotto il cane sul suo sedile, si rimette alla guida, ora decisamente pieno di speranze da conservare gelosamente per un futuro del tutto incerto.

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DETROIT

Date

NOV 13TH, 2038

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Live News

KNC STUDIOS

Detroit Broadcast

Time

AM 10:06

Rosanna Cartland: Elijah Kamski, lei ha fondato la Cyberlife ed è tra i massimi esperti in fatto di androidi. Anche se ha abbandonato la Cyberlife anni fa, è appena stato riconfermato amministratore delegato dopo il dramma di Detroit. Come si sente rispetto a ciò che è successo?

Elijah Kamski: Quello che è successo a Detroit è stato una tragedia. L'intelligenza artificiale è uno strumento incredibile, ma va controllato. Per fortuna la Cyberlife ha trovato una soluzione rapida al problema dei devianti. Sotto la mia gestione, prenderemo provvedimenti affinché una cosa del genere non si ripeta più.

RC: Può assicurarci che gli androidi non rappresenteranno più una minaccia?

EK: Certamente. C'è stato un incidente, ma abbiamo imparato dai nostri errori e vi garantisco che gli androidi saranno ancora quello per cui sono stati progettati: macchine obbedienti ed efficienti.

RC: Come risponde a chi accusa gli androidi di essere una piaga della società, specialmente per la disoccupazione?

EK: Trovo la cosa assurda. Si reagì allo stesso modo quando inventarono il motore a vapore. Nessuno si sognerebbe di vivere senza elettricità. Perché voltare le spalle al progresso?

RC: Alcuni sostengono che gli androidi siano una forma di vita intelligente e che li abbiamo distrutti senza capire il loro messaggio. Commenti al riguardo?

EK: I nostri androidi imitano la vita alla perfezione, ma non saranno mai vivi. Capisco che possano ingannare qualcuno, ma sono solo un'imitazione. Nient'altro.

RC: Signor Kamski, grazie infinite.

EK: Di niente.

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CYBERLIFE TOWER

Belle-Isle

Floor 43

Time

PM 01:13

La porta si richiude alle sue spalle e di fronte a lui compare la familiare e consolante figura di Chloe, la quale recupera il suo soprabito e lo gratifica con un piccolo sorriso comprensivo.

«Come ti è sembrato?» indaga, suo malgrado nervoso.

Chloe finge di riflettere, lasciandogli quei pochi istanti per tirare il fiato, poi reclina il capo di lato e lo osserva.

«Immagino sia stato più che soddisfacente, per gli umani di questa città» azzarda.

Aggrotta le sopracciglia, irrequieto. «Ma?» incalza.

«Mi è parso un po' criptico, forse… inconcludente, direi» soppesa, senza distogliere lo sguardo.

Trae un sospiro che mostra chiaramente il suo sollievo, e ghigna. «Ottimo. Non poteva andare meglio, dunque» si compiace, lasciando il salotto nel quale si era attardato per rifugiarsi nel proprio laboratorio con rinnovata energia.

I danni principali sono stati quasi completamente riparati, ma ha tardivamente scoperto che, in qualche momento imprecisato fra la sua attivazione e il recente tentativo di distruzione c'è stato un principio di autocombustione che ha minato la stabilità e l'integrità del sistema. Così ora è costretto a scandagliare l'androide da cima a fondo per individuare i punti deboli e le parti eventualmente danneggiate o usurate e porvi rimedio. Quello che gli si prospetta è un lavoro lungo che non aveva affatto previsto né era nei suo progetti intraprendere; tuttavia devo portarlo a termine se desidera assicurarsi che non si presentino intoppi in un secondo momento.

A volte ha l'impressione che gli umani siano più stupidi di quanto immaginasse quando era ancora solo un giovinetto di belle speranze, salvo poi rammentarsi che, malauguratamente, anche lui fa parte della razza umana. Allora solleva gli occhi al cielo e scuote la testa, rassegnato; poi, per consolarsi, si immerge nel suo lavoro e ritrova la serenità perduta.

«Elijah».

Solleva lentamente gli occhi dal suo operato, indeciso fra irritazione e sorpresa: non accade spesso che Chloe interrompa deliberatamente il suo lavoro, soprattutto sapendo quanto questo lo indispone. Comunque, deve rispondere? Forse. Magari qualcosa di semplice, dato che ora come ora ha la testa altrove.

«Dimmi». Breve, semplice, molto conciso.

«È ora di cena, Elijah» fa presente, con un tono tranquillo e per nulla preoccupato.

Assottiglia gli occhi, un poco confuso. «Avrai certamente notato che sono nel bel mezzo di una ricostruzione piuttosto ostica» replica freddamente.

Chloe sorride. Inizia a temere di dover dare una controllata al suo sistema. Da qualche tempo a questa parte quell'androide si comporta in modo… bizzarro.

«Qualcuno, una volta, mi ha detto che a stomaco pieno si lavora meglio» spiega l'androide senza perdere l'apparente giovialità.

La fissa perplesso. «Ah sì? E chi diamine è stato a esprimere un tale, assurdo pensiero?».

«Tu, Elijah» replica serafica, allargando il sorriso.

Sbuffa e ride contemporaneamente. «Sagge parole, mia dolce Chloe» ammette con leggerezza. Ripone gli occhiali sul bancone, si alza e posa il camice sulla spalliera della sedia. «Molto bene, andiamo a cena. Cosa propone stasera lo chef?».

«Pesce persico al forno e verdure stufate, accompagnati con Sauvignon Blanc» annuncia.

«Niente male» strascica, stiracchiandosi e avviandosi verso la sala da pranzo per fare onore alla sua cena.

Ha tre dita della mano destra affondate sotto quello che dovrebbe rappresentare lo sterno della macchina, quando la centralina che ne controlla il cuore elettrico manda una scarica improvvisa che incenerisce il biocomponente #8451. Lancia un grido di dolore e si scosta bruscamente dall'androide con le dita bruciacchiate e un'imprecazione sulla lingua pronta a sbocciare. Ma si trattiene all'ultimo istante, respira pesantemente e, al posto di quella macchina capricciosa e insolente, prende a calci la sua sedia girevole.

«Lo fai apposta, eh? Credi forse di essere più furbo del sottoscritto? Lo vedremo» sibila alterato, inspirando a fondo per calmarsi.

La cena è stata un piacevole diversivo, ma una volta giunta al termine non ha potuto attendere che qualche misero minuto prima di fare ritorno al suo laboratorio. In quel momento, però, avrebbe un forte desiderio di essere altrove, magari nella sua casa sul lago a osservare la neve imbiancare il paesaggio. Invece si ritrova in compagnia unicamente dell'androide e dei suoi crucci e, ora come ora, trarrebbe un gran piacere dallo sbarazzarsi di entrambi, possibilmente in modo spettacolare. Ciò non di meno resiste stoicamente alla tentazione di dar fuoco al lavoro delle ultime, interminabili ore e si siede (a terra, dato che la sua sedia ha pagato lo scotto del suo malumore).

Vorrebbe capire dove sta sbagliando. O nel caso in cui non stia affatto sbagliando (eventualità non poi così remota), sarebbe lieto di sapere per quale motivo i suoi sforzi vengono costantemente vanificati da nuovi malfunzionamenti che in precedenza non si erano presentati. Forse che il dio degli androidi gli stia indirettamente mandando un messaggio? Sarebbe davvero esilarante, se così fosse: androidi che credono in dio, quando il loro stesso creatore, al contrario, non crede in nulla che non sia dimostrabile con una formula matematica. Probabilmente è questo il motivo per il quale la prima volta lo ha donato a un amico, invece di tenerlo al proprio fianco: lui aveva fede negli uomini. Ora, con le sue sole forze e certezze, riuscirà a portare avanti un lavoro iniziato nella speranza e bruscamente interrotto con la distruzione?

«Non è ancora nato l'androide capace di fregarmi» mormora, disteso a terra con gli occhi fissi sul soffitto trasparente e sulla neve che scende leggera e silenziosa.