chapter 06. Awakenings

CANADA

Date

NOV 12TH, 2038

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CHATHAM-KENT - ONTARIO

470 McNaughton Ave

Time

AM 07:12

Sono da poco passate le sette quando, piantato in cima al terzo scalino del numero quattrocentosettanta, bussa con forza alla porta bianca e linda, battendo con nervosismo i piedi a terra. Ha smesso di nevicare, ma fa ugualmente un gran freddo, e Hank è stravolto dalla mancanza di sonno e dai pensieri angosciosi. E se Dick non si darà una mossa ad aprire, Hank sfonderà presto a calci la stupida porta perfetta della maledetta villetta perfetta di quel dannatissimo paesino perfetto! Bussa di nuovo, stavolta con una furia figlia della più nera disperazione, e si trattiene a stento dal gridare perché è ben consapevole che i vicini di casa di Dick non hanno colpa della sua situazione precaria. Ma Dick sì, almeno in parte, e… "Avrà la sua parte molto presto" pensa astioso.

Finalmente, dopo aver atteso inutilmente per più di dieci minuti, avverte la serratura scattare e la porta si socchiude, lasciando intravvedere un'assonnata figura umana che, alla vista di Hank e del suo cipiglio inviperito, fa un passo indietro. Hank però non ci sta a lasciargli via libera per una fuga dell'ultimo minuto; allunga rapidamente una mano e afferra con decisione lo scollo della felpa sgualcita che indossa Dick, strattonando con forza e costringendo il padrone di casa a incespicare fuori fino ai gradini.

«Mollami, Hank! Si gela qui fuori» protesta Dick, tentando di divincolarsi.

«L'ho notato» ringhia senza la minima intenzione di mollare la presa. «Negli ultimi quindici minuti che ho passato sul tuo zerbino» precisa acido.

«Cristo, ma lo sai che ore sono? La gente non si sveglia all'alba per far piacere a te» tenta come ultima spiaggia, presagendo già una sconfitta in partenza.

Infatti Hank lo trafigge con un'occhiata urticante e, perduta definitivamente la pazienza, rafforza la stretta e lo solleva di una spanna da terra, accostandolo bruscamente al proprio viso contratto dalla rabbia.

«Non me ne frega un cazzo di quello che fa la gente. Ma tu mi hai COSTRETTO a venire fin sotto casa tua perché sei uno sporco codardo. C'è mancato un soffio che mi scoprissero, te ne rendi conto? Avrei potuto finire ammazzato. Adesso hai due possibilità: scendi giù da questi fottuti gradini e mi aiuti a portare in casa Connor, oppure crepi di freddo mentre io sto a guardare» ringhia.

Dick deglutisce e riflette febbrilmente nella vana ricerca di una soluzione alternativa, infine annuisce. «Prendo… l-la giacca e le scarpe» soffia tremando, se per il freddo o la paura non è affatto chiaro.

Hank gli scocca uno sguardo truce, uno che promette vendetta e dolore, poi lo lascia libero di eclissarsi in casa e recuperare abiti più adatti ai rigori invernali.

Mentre attende il ritorno di Dick, Hank parcheggia l'auto in retromarcia sul vialetto di accesso alla villetta, fa scendere Sumo e inizia a levare di mezzo i cuscini. Sta togliendo la coperta che cela il corpo dell'androide quando sente dietro di sé i passi strascicati di Dick.

«Me lo immaginavo più grosso» mormora alle sue spalle.

«No, per mia fortuna. È più o meno della tua statura. Passa dall'altra parte e aiutami a farlo uscire dall'auto» lo istruisce con calma.

Dick esegue e, a un segnale dell'altro, solleva l'androide afferrandolo per le caviglie e tenendolo sospeso per dare modo ad Hank di farlo scivolare oltre il vano.

«È pesante» lamenta piano.

«Già, non dirlo a me. Era più leggero la prima volta che l'ho incontrato. Chissà che diavolerie ci hanno ficcato dentro quei pazzi» borbotta Hank, tirando con cautela Connor fuori dall'abitacolo reggendolo sotto le braccia. «Torna qui, dammi una mano» affanna.

Insieme, un passo per volta e seguiti fedelmente da Sumo, percorrono l'ultimo breve tratto di vialetto e salgono i pochi gradini. La porta è fortunatamente socchiusa e non li obbliga a scomode contorsioni per entrare in casa. Hank sospira al piacevole tepore che già avverte all'ingresso. Dick, dopo aver varcato la soglia, richiude l'uscio con un calcio e indica ad Hank di voltare a destra. Hank sbatte le palpebre un po' sorpreso, ritrovandosi in un piccolo laboratorio che, da quel poco che può giudicare, appare ben attrezzato.

«Hai modernizzato questo posto o è una mia impressione?» si informa, mentre con un ultimo sforzo sollevano Connor posandolo su un tavolo ampio e fortuitamente libero.

«Eh sì, l'ho fatto. Il buco ingombro di prima era diventato invivibile» ammette, osservando con interesse l'androide. «È un modello nuovo? Sembra piuttosto avanzato» riflette interessato.

«Connor diceva di essere un prototipo» mugugna Hank, a disagio, senza avvedersi di aver parlato al passato.

«Ah, vedo» esclama, curiosando sotto un pannello che si è aperto ubbidiente alla pressione dei suoi polpastrelli. «Spero che i pezzi di ricambio che ho siano compatibili. È una parola stare al passo con quello che combina la Cyberlife».

Lo sguardo di Hank si fa scuro. Non si era minimamente posto il problema di quanto nuovo fosse il suo collega, e pensare che questo particolare potrebbe costituire un ostacolo per riaverlo indietro gli fa provare un fastidioso senso di inadeguatezza.

«Non credo ci siano possibilità di recuperare qualcosa di più adatto, per il momento. Detroit è diventata un bunker: non entra e non esce nulla» sospira sconfortato.

«Sì, ho sentito. Vedremo di arrangiarci con quello che abbiamo, allora» risolve, studiando più da vicino la zona danneggiata. «Per fortuna gli hai sparato al petto. Se avessi colpito la testa nemmeno Kamski in persona avrebbe avuto una sola possibilità di recuperarlo».

«Già» soffia Hank, distogliendo momentaneamente lo sguardo e raggiungendo una poltroncina sulla quale si siede, esausto.

Dick solleva gli occhi e lo scruta, incerto. «Hai una faccia… Dovresti andare a riposarti. Da quanto è che non dormi?» chiede, suo malgrado impensierito.

«Non so. Ieri, forse… o un paio di giorni. Non ricordo» commenta distratto.

Dick scuote la testa. «Lascia perdere la poltrona. Vai in camera e fatti una dormita seria» suggerisce.

Hank è indeciso. Avrebbe davvero bisogno di chiudere gli occhi per qualche ora, tuttavia lasciare Connor solo con Dick lo agita un po'.

«Ma Connor…» prova impacciato.

Dick lo fissa diritto negli occhi e accenna un sorrisetto divertito. «Hank, amico, sono un nerd a tempo pieno e un hacker a tempo perso, non un tecnico specializzato sul libro paga della Cyberlife. Non riaprirà gli occhi entro oggi, ci puoi giurare. È perfettamente inutile che tu rimanga qui a fissarlo, in ansia come una mamma chioccia» scherza, evitando a fatica di ridere alla smorfia di disgusto apparsa sul volto dell'altro.

Posa gli occhi un po' turbati sul viso immoto di Connor, si mordicchia leggermente le labbra e sospira. «D'accordo» accetta, seppur con visibile reticenza. «Ma guai a te se quando torno trovo pezzi di androide sparsi per il laboratorio. Lo voglio tutto intero» lo ammonisce. «Lui non è qui per fare da cavia a te».

«Sì, sì» sbuffa Dick, sollevando gli occhi al cielo. «Sparisci» ordina annoiato, tornando presto a dare attenzione al suo nuovo giocattolo scintillante.

Hank lo fissa truce per un lungo momento, poi si decide a lasciare il laboratorio e raggiungere l'agognata camera da letto.

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DETROIT

Date

NOV 14TH, 2038

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CYBERLIFE TOWER

Belle-Isle

Floor 43

Time

AM 06:22

Ha trascorso la prima parte della notte a guardare la neve cadere e a riflettere, mentre la seconda parte e le prime ore del mattino seguente a inzaccherarsi fino alla punta del naso di Thirium 310. Alle sei passate, sfoggiando profonde occhiaie violacee e un sorriso da maniaco psicopatico sulle labbra, può affermare con assoluta certezza che la sua opera è finalmente compiuta. Ora però si ritrova nell'indecisione se riattivare immediatamente RK200 oppure sparire nel suo nuovo e lussuoso bagno e concedersi come minimo un'ora di completo relax. A toglierlo dal dubbio ci pensa, come ultimamente accade sempre più spesso, la comparsa del tutto inattesa di Chloe.

«Le mie informazioni mi dicono che normalmente gli esseri umani necessitano di alcune ore di sonno al giorno per mantenersi sani ed efficienti».

Lui la fissa, attonito, poi ridacchia, in effetti un po' inebetito per la stanchezza. «Avrei dovuto inserirti in memoria solo l'enciclopedia della cucina e il manuale della perfetta segretaria. Quanti guai mi sarei di certo risparmiato» commenta ironico.

E tuttavia quella visita lo convince che non è attualmente nelle condizioni ideali per fronteggiare un androide deviante che, già da disattivato, non ha fatto altro negli ultimi giorni se non mettergli i bastoni fra le ruote.

«Andrò a farmi un buon bagno caldo e rilassante» annuncia quindi. Poi lancia uno sguardo sospettoso alla macchina ancora dormiente. «Se mai dovesse svegliarsi prima che io sia di ritorno…» tentenna.

«Provvederò a neutralizzarlo» assicura Chloe, scatenandogli un lungo brivido che non è in grado di stabilire se sia di spavento o piacere.

«Giusto. Ottimo» taglia corto, uscendo velocemente dal laboratorio.

Piacevolmente languido e rivestito in modo più consono, effettua una fermata intermedia in salotto per versarsi un poco di scotch. Socchiude gli occhi e sospira all'atteso, lieve bruciore che scivola lungo la sua gola. Sente dei passi e poco dopo Chloe è nuovamente davanti ai suoi occhi non più troppo sorpresi.

«Tutto liscio?» si informa pigramente.

«Nessuna riattivazione inopportuna, Elijah» lo rassicura.

«Fantastico» si compiace. «Penserò io stesso a ridestare la Bella Addormentata» scherza, più rilassato di quanto sia stato negli ultimi due giorni. Chloe però sembra tentennare; lui inarca un sopracciglio, perplesso. «Cosa succede? Mi sono perso qualche dettaglio, forse?».

«No, nessuno, Elijah. Solo mi chiedevo se ti servisse assistenza».

Trae un sospiro di sollievo per qualsiasi fosse il pericolo appena scampato e scuote il capo. «No, mia cara. Saremo unicamente io e lui: come all'inizio, così sarà ora».

Portando con sé il bicchiere, lascia il salotto e rientra in laboratorio, trovandolo esattamente come lo ha lasciato: un caos di dati, pezzi di biocomponenti inutilizzabili, robot sfaccendati e un androide poco propenso a riaprire gli occhi.

«Vuoi scommettere?» strascica con un lieve ghigno.

Fissa una piccola ventosa contenente un microricevitore alla tempia destra dell'androide cui a precedentemente reinstallato un nuovo led, poi recupera un terminale e si accomoda sulla sua sedia nuova di zecca. Manda alcuni comandi e dà uno sguardo fuggevole alla macchina: nulla, nessuna variazione rilevante. Aggrotta le sopracciglia, storce il naso.

«Vuoi giocare? Benissimo» soffia, aggiustando il tiro.

Nuove istruzioni vengono immesse nel terminale e inviate a destinazione. Una tenue luminosità azzurrata brilla ora al centro del plesso solare della macchina, un sorriso compare sulle labbra dell'uomo.

«Ecco, così si ragiona» commenta soddisfatto. «Ora sorgi e risplendi, mio sole!» esclama divertito.

Sullo schermo compaiono alcune stringhe di dati alle quali replica velocemente. Il led sulla tempia lampeggia d'ambra, poi si attesta sull'azzurro e, infine, la macchina riapre gli occhi.

«Che posto è questo?» sono le prime, e a suo parere prevedibili, parole che emette l'androide.

«Il mio alloggio, almeno temporaneamente» replica con pazienza.

L'androide, evidentemente spiazzato, volta il capo in direzione della voce inattesa e ne fissa il proprietario con sguardo confuso. «Non credo di conoscerti» prova cauto.

L'uomo sorride. «No, ovvio che no. Ma io al contrario conosco te, molto approfonditamente, aggiungerei».

L'androide prova a sollevarsi a sedere, non ci riesce, scopre di essere legato alla struttura su cui poggia, i suoi occhi riflettono preoccupazione.

«Chi sei?» insiste.

«Elijah Kamski. E…» tentenna, sfarfallando leggermente la mano nell'aria. «Quelli sono di una speciale resina infrangibile. Fossi in te smetterei di agitarmi, protesti danneggiarti e vanificare il mio duro lavoro, Markus».

La preoccupazione sembra tendere verso la paura, ora. Rimanere fermi non si rivela una scelta semplice. «Che cosa vuoi? Perché sono bloccato? Chi sei?» affanna.

«Te l'ho appena detto, mi sembra» protesta con uno sbuffo seccato. Poi lo fissa con occhi critici. «Senti, ho passato una nottata piuttosto stancante, diciamo pure infernale, se ti fa piacere. Ora, a meno che tu non ti dia una calmata a breve, credo proprio che ti disattiverò e tanti saluti» strascica minaccioso.

«No!» esclama allarmato. Chiude gli occhi e si costringe a stare fermo. «Perché?».

Lo fissa, incerto sul significato della domanda, ma decide di rimanere in silenzio. Attende di scoprire cosa farà.

«Perché sono qui? Cos'è successo?».

«Ah, capisco. Beh, in breve: un cacciatore di devianti con il compito di neutralizzare i capi della rivolta vi ha trovati e disattivati».

Nuovamente gli occhi dell'androide si fissano sull'uomo, questa volta mostrando orrore.

«Uccisi? Sono… stati tutti uccisi?» rantola sconvolto.

«Quella era la missione affidatagli, dopo tutto. Quindi si può dire di sì: siete tutti morti» conferma, osservando con attenzione l'espressione dell'altro.

Curiosamente sembra essere nel bel mezzo di un attacco di panico in piena regola. La qual cosa sarebbe del tutto normale se si trattasse di un essere umano, ma quello davanti a lui è un androide; deviante, sì, ma sempre di una macchina si tratta e che lui sappia nessuna macchina ha mai sofferto di attacchi di panico.

«Non può essere» protesta debolmente. «Allora come mai io mi trovo qui?».

«Ti ci ho fatto condurre io, in effetti. E nel caso te lo tessi chiedendo, ho riparato io stesso i danni che ti avevano causato lo spegnimento».

Gli occhi spaiati dell'androide si assottigliano. «E chi te l'ha chiesto?!».

Una risatina è la prima reazione che ottiene. «Non me lo ha chiesto nessuno. La decisione è stata mia. Vedi, i tecnici avevano l'ordine di analizzare tutte le macchine raccolte dopo la battaglia, ma non potevo di certo permettere che ti aprissero come una lattina di birra, capisci?».

La sua spiegazione non dà risultati apprezzabili. Forse non è stato abbastanza chiaro? Strano, a lui sembra un concetto piuttosto semplice. L'androide al contrario scuote la testa e fissa il soffitto trasparente per un lasso di tempo che si protrae silenzioso e immoto.

«Che diritto avevi di salvare me e lasciare gli altri all'oblio? Avresti potuto… avresti dovuto lasciare che venissi distrutto assieme a loro».

«Punti di vista, suppongo» obbietta pacato. «Per rispondere alla tua prima domanda: nessuno, oltre a me, aveva e ha quel diritto. Io ti ho creato, mio e unicamente mio è pertanto il diritto di decidere se e quanto a lungo trattenerti in questo mondo» dichiara, osservando gli occhi dell'androide spalancarsi davanti al primo barlume di comprensione.

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CANADA

Date

NOV 13TH, 2038

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CHATHAM-KENT - ONTARIO

470 McNaughton Ave

Time

AM 08:41

Quando apre gli occhi è ancora chiaro fuori dalla finestra, eppure si sente decisamente più riposato, strano. Il suo sguardo si posa, quasi per caso, sulle cifre luminose del datario e si rimette a sedere di scatto, avvertendo la testa girare un po' a causa del brusco spostamento. Un giorno! Ha dormito più di ventiquattro ore.

Con l'ansia che cresce dentro di lui, si guarda febbrilmente intorno, riconoscendo a malapena l'ambiente come la camera da letto dell'amico. "Un giorno" si ripete, ancora troppo scombussolato dall'idea. Quando i processi cognitivi tornano a pieno regime, quasi si soffoca nella propria saliva.

«Cazzo, Connor!» esclama, rendendosi conto di averlo mollato nelle manacce non propriamente affidabili di Dick.

Sacramentando e maledicendo il sonno pesante, si riveste e lascia a passo di carica la camera da letto, macinando il corridoio silenzioso e piombando con gran fracasso di cardini e sguardo spiritato nel laboratorio. Di Dick nemmeno l'ombra, ma sul tavolo trova Connor e si precipita su di lui con visibile ansia, adocchiandolo con attenzione per controllare che abbia ancora tutti i pezzi più importanti attaccati. Gambe: sì; braccia: sì; una testa e due occhi: sì; sembra tutto a posto, in effetti. Sbuffa un pesante sospiro di sollievo e, un po' stordito a causa degli ultimi deliranti minuti, si accascia sulla poltroncina e chiude brevemente gli occhi.

Tempo dopo (non ha idea di quanto perché sospetta di essersi appisolato mezzo seduto e mezzo sdraiato) la porta si richiude con un debole click che lo ridesta.

«Perché dormi nel mio studio? Credevo fossi a letto» lo apostrofa Dick, corrucciato.

Hank lo fissa con sguardo vacuo per qualche istante, poi scrolla le spalle.

«Ho scoperto di aver poltrito per un giorno intero e mi sono fatto prendere dal panico» commenta, vagamente seccato dalle proprie reazioni.

Dick getta un'occhiata all'androide e mugugna qualche parola non pervenuta, probabilmente un insulto a un ospite di poca fede e non eccessivamente benvenuto.

«E tu, invece, dove ti eri cacciato?».

Un piccolo ghigno che lo mette a disagio balena in un attimo sul volto di Dick. «Dal mio spacciatore. La tua bambolina è un bel rompicapo; alcuni pezzi non sono proprio adattabili e… mi sono dovuto ingegnare per ricrearne di adatti. Ma ho finito del materiale e sono dovuto uscire per procurarmelo».

Hank abbassa lo sguardo sulle proprie mani, poi lo sposta per la stanza e, con sua sorpresa, trova Sumo steso accanto al tavolo sul quale poggia Connor. Stringe le labbra e avverte un fastidioso nodo alla gola.

«Pensi che riuscirai a… sistemarlo?» mormora incerto.

L'attenzione di Dick torna sull'androide e lì resta per qualche lungo secondo. Annuisce piano. «Scommetto di sì. Sono a buon punto».

«Bene… Grazie» incespica Hank, imbarazzato.

Dick lo fissa, sorpreso, poi accenna un piccolo sorriso. «Prego».

Hank è rimasto nello studio di Dick. Non avendo null'altro di imminente da sbrigare e con lo stomaco ancora ben chiuso per l'angoscia, non trova di meglio da fare che restare a osservare il lavoro dell'amico. Di tanto in tanto scambiano considerazioni, per lo più pessimistiche, sull'attuale situazione di Detroit e del resto degli Stati Uniti. Dick, per tutto quel tempo, si è tenuto lontano dall'androide, completamente indaffarato nell'assemblare un piccolo meccanismo di cui Hank ignora sia l'utilità che la complessità. Solo qualche ora più tardi, con gli occhi lucidi e arrossati ma un'espressione soddisfatta, Dick rigira la sua opera fra le dita e la mostra con evidente orgoglio all'altro.

«Dì, che te ne pare?» esclama eccitato.

«Lo chiedi alla persona sbagliata» borbotta Hank, anche se poco dopo gli sfugge un sorriso nel vederlo così su di giri. «Che cos'è?» domanda, più per gentilezza che per reale interesse.

«Questo» spiega Dick, facendo amorevolmente scorrere la punta dell'indice sulle linee curve dell'oggetto «possiamo considerarlo una chiave di volta. Se funziona (e lo spero, visto la faticaccia che ho fatto per ottenerlo) a quel punto la riparazione sarà completa. Basterà controllare e regolare i livelli di Thirium, poi potremo tentare di riavviarlo».

Hank lo fissa con intensità, senza muovere un muscolo. «Lo pensi sul serio?».

«Chiaro, amico» esclama con forza. «Piuttosto, prega che funzioni a dovere, perché altrimenti credo proprio che dovrai trovarti un altro collega».

Un grugnito seccato è la sua sola risposta. Rimane fermo osservando in silenzio Dick trovare velocemente il punto esatto nel quale alloggiare il componente mancante. Collega un piccolo terminale all'androide e rimane a osservare i risultati dell'indagine.

«Un paio di unità, direi» mormora sovrappensiero, e si allontana lasciando la stanza con Hank all'interno.

Al momento la sua unica compagnia è quella silenziosa di Sumo. Si sente un po' confuso sulle proprie sensazioni cui non sembra in grado di dare un senso logico. Da molti minuti sta seguendo il consiglio di Dick: prega; non ha idea di chi sia il destinatario delle sue preghiere e non è neppure sicuro che gli importi un granché, ma è certamente meglio che non fare nulla. Dal momento in cui è giunto in quella casa si è sentito ancora più inutile di quanto già non si sentisse in precedenza, e ora, incapace di stare completamente con le mani in mano, si avvicina al tavolo e poggia piano un palmo sulla fronte fredda di Connor, poi lascia scorrere le dita sui suoi capelli, e di nuovo da capo, in un goffo tentativo di fornire qualche genere di conforto, a entrambi a questo punto.

«Vedrai» commenta Dick, rientrato senza che Hank se ne rendesse conto.

Fra le mani regge due sacche di sangue blu e, con attenzione, ne immette poco per volta in circolazione. Infine fa scorrere il pannello, rimasto fino ad allora aperto, al suo posto, richiudendo la finestra di accesso che torna a essere il levigato e lucido petto dell'androide.

Entrambi fissano un momento la macchina ricomposta, poi Dick sposta lo sguardo su Hank, il quale deglutisce sempre più nervoso.

«Pronto?».

Hank aggrotta le sopracciglia e abbozza un lieve cenno di diniego prima di interrompersi bruscamente. «Spero di sì» tenta incerto.

Dopo una prima serie di comandi lanciati dal terminale, il bianco-grigiastro sfuma lasciando il posto alla pseudo-epidermide tipica degli androidi. Dick digita una seconda e più elaborata serie di comandi e, con un sussulto da parte di entrambi gli uomini, una luce rossa fa brillare il led circolare sulla tempia della macchina. Con frustrante lentezza il rosso diviene ambra e inizia a ruotare.

«Che succede? Perché continua a girare in quel modo?» borbotta Hank con fastidio.

«Elabora l'attuale stato del sistema. Credo che stia effettuando un primo check-up per stabilire se ci sono circuiti importanti danneggiati. Ci vuole tempo» spiega Dick con più pazienza di quanta se ne aspettassero.

«Tempo… Tsé!» lamenta Hank, frustrato dall'attesa.

D'un tratto e senza preavviso alcuno una sfumatura azzurrata sostituisce l'ambra e, scatenando un brusco respiro sia a Dick che ad Hank, le palpebre dell'androide si schiudono.