chapter 07. To mutate

CANADA

Date

NOV 13TH, 2038

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CHATHAM-KENT - ONTARIO

470 McNaughton Ave

Time

PM 03:28

I due uomini si accostano in silenzio all'androide che ora ha gli occhi aperti e fissi sul soffitto. Dick si china e scruta incerto in quegli occhi, si gratta il mento e scuote la testa, pensoso.

«Forse c'è qualche guasto all'impianto visivo» pondera dubbioso.

Tuttavia il suono della sua voce ha l'imprevisto effetto di risvegliare definitivamente l'androide, i cui occhi si spalancano e mettono finalmente a fuoco l'ambiente circostante. Per prima cosa si soffermano sul viso sconosciuto di Dick, poi si spostano individuando un'altra figura, questa volta famigliare e, inaspettatamente, a quella vista l'androide balza all'indietro, correndo il rischio di cadere oltre il bordo del tavolo. Hank aggrotta le sopracciglia, fa un passo avanti e, con sua costernazione, assiste impotente all'annunciata caduta, della quale in realtà Connor sembra a malapena rendersi conto.

«Connor. Sono io, Hank» assicura con un lieve tremito nella voce, allungando un braccio in avanti.

Tutto quello che ottiene è un ulteriore sgranarsi degli occhi dell'androide e un piccolo e piuttosto bizzarro mugolio, prima che questi sgusci via appiattendosi contro la prima parete libera che trova alle proprie spalle.

«Che succede, Connor?» chiede allora, confuso e preoccupato.

«Mi… hai sparato» soffia, in un fievole rantolio, tenendo sotto controllo i suoi movimenti.

Hank sbianca, poi arrossisce, e sbianca di nuovo, in rapida e incontrollata successione. Già, gli ha sparato: un ottimo argomento di discussione, non c'è che dire.

«Posso spiegarti». "Ugh! Pessimo inizio" commenta dentro di sé.

Tenta un altro passo, ma l'occhiata terrorizzata che riceve in cambio lo convince a desistere.

«Sentite, voi due, perché non provate a darvi una calmata? Qui nessuno vuole fare del male a nessuno, ok?» si fa impavidamente avanti Dick, provando a essere ragionevole.

Le sue buone intenzioni non sembrano però servire allo scopo di placare gli animi: l'androide lo fissa con sospetto, mentre l'amico-quasi-ex-amico con visibile irritazione.

«Esci» ringhia Hank.

Dick lo guarda accigliato. «Non mi sembra una buona idea. Potrebbe diventare pericoloso, e…». E l'occhiataccia che gli rifila si prende il resto della frase.

«Ho detto: esci».

Non sembra, dopo tutto, sia disposto a essere ragionevole. Non che Dick se lo aspettasse per davvero, ma di certo avrebbe semplificato di molto la situazione.

«Bene» sbotta seccato, passando oltre Hank e richiudendosi la porta alle spalle.

Hank ingoia un po' di saliva, indugia pensando alla prossima mossa, poi retrocede di un paio di passi e solleva le mani nella speranza che serva a dimostrare la sua buona fede.

«So quello che ho fatto, Connor» inizia, con tutta la calma di cui si sente capace. «Ho commesso un errore, non…».

«Credevo fossimo amici» lo interrompe Connor, scrutandolo con sguardo turbato.

Socchiude le labbra, un altro po' di colore abbandona il suo viso. «Lo siamo» mormora, reggendo a stento l'implicita accusa negli occhi dell'antro.

«No, se lo fossimo non mi avresti sparato. Forse mi odi ancora per…».

«Non ti odio affatto, stupido ragazzino!» sbotta Hank, mordendosi la lingua all'occhiata smarrita che gli lancia Connor. «Non avevo intenzione di colpire te, ma quell'altro, quello con la tua faccia ma un sacco di brutte idee in testa. Poi… Che diavolo ne so! È successo un casino: può darsi che mentre raccoglievo la pistola da terra non mi sia accorto che vi eravate mossi di nuovo e… scambiati di posto, immagino. Pensavo fossi quello sbagliato, dannazione!» esclama frustrato.

Poi, d'improvviso, la sua rabbia evapora nel nulla. Connor sta piangendo, in silenzio. Non aveva neppure idea che potesse farlo, ma vederlo, ora, lo fa sentire come qualcosa di sporco e orribile.

«Connor…».

«Non… volevi spararmi?» soffia, con ancora parecchia incertezza nella voce.

«Oh, cristo: no, Connor, certo che no».

«Allora… non sei arrabbiato con me».

«No, non lo sono. E perché dovrei? Non sei stato tu a sbagliare» conferma Hank, arrischiando un piccolo passo avanti. «Posso… avvicinarmi?».

Connor tentenna per lunghi istanti, poi annuisce piano, evidentemente non del tutto sicuro.

Lentamente, Hank si fa più vicino, attento a non muoversi in modo brusco così da evitare di spaventarlo più di quanto già non sia. Con sua sorpresa è Connor stesso ad allungare un braccio e sfiorargli il petto con una mano. Così, tolto ogni indugio, lo accoglie fra le proprie braccia e accenna un sorriso nel sentirlo sospirare.

«Mi dispiace. Ho agito come un idiota» ammette, passandogli gentilmente le dita fra i capelli. «Come ti senti?».

«Spaventato» mormora Connor, aggrappato alla sua camicia.

Abbassa lo sguardo sulla fronte levigata di Connor e, forzando leggermente la sua prima resistenza, ne solleva il mento, osservandolo con attenzione. Le sue dita corrono automaticamente alle guance ancora umide, portando via parte delle lacrime versate.

«Non da me, spero» vuole accertarsi, ancora un po' nervoso per questa eventualità.

Connor gli offre un piccolo sorriso che lo fa sentire meno oppresso, poi scuote la testa.

«No. Ho capito e… so che posso ancora fidarmi di te, Hank».

Con un po' di imbarazzo Hank risponde al suo sorriso. «E allora da cosa?».

Ora anche Connor ha un'aria imbarazzata. «Dall'attuale situazione. Ma, soprattutto, da me».

«Da te? Perché mai?» domanda Hank, crucciato.

«Sono stato creato per un compito preciso» sospira Connor, sollevando gli occhi sul volto di Hank. «Ora il mio compito è cambiato. Sono stato io a cambiarlo. Ho trasgredito agli ordini dei miei creatori per seguire la strada che ritenevo più giusta, ma…».

«Ma?» incalza Hank, preoccupato. «Connor, che succede?».

«Mi chiedo se si è davvero trattato di una mia scelta. Sono davvero solo Connor, ora? Un deviante? Come posso esserne sicuro? Come posso fidarmi del mio giudizio, se il mio cervello è stato creato per un altro scopo? Se fosse una menzogna? Se stessi ancora lavorando per loro e non… non per me, per noi? Come potrei saperlo, Hank?» esclama, con evidente disperazione.

Ecco un'altra possibilità cui Hank non aveva per nulla pensato. Eppure, ora che è stata ipotizzata, non sembra poi così remota. Potrebbe, anzi, trattarsi di un problema concreto, un problema al quale Hank non saprebbe affatto trovare una soluzione. Sospira, rafforza la stretta delle braccia attorno alle spalle dell'androide e scuote la testa.

«Non ho una risposta, purtroppo». Lo guarda negli occhi e non sa dire quanto si senta sollevato nel ritrovarli attenti e illogicamente fiduciosi. «Ma siamo amici, Connor, e potrai contare sempre sul mio aiuto».

«Grazie» gracida Connor, nascondendo il viso contro la spalla di Hank.

Bussano alla porta. Connor sobbalza e si guarda attorno come farebbe un cervo braccato. Hank sospira di nuovo.

«Non preoccuparti, è solo quell'idiota di Dick. Amico mio, disgraziatamente» sbuffa, gridando un «Avanti!» che è tutto meno che cortese.

«Sì, lo so che disturbo, non serve che tu me lo faccia notare» lo anticipa Dick, attraversando la stanza senza quasi sollevare lo sguardo. «Il fatto è che ho lasciato il portafogli sulla scrivania e…».

«Si tratta di casa sua?» soffia una voce incerta. «Non ero stato adeguatamente informato. Mi rincresce di averle arrecato disturbo».

Dick solleva finalmente gli occhi e li pianta sul proprietario della voce, fissandolo sorpreso.

«È casa mia, sì. Ma ti ci hanno portato e ritengo che la colpa sia tutta quanta di quel tipo poco raccomandabile che ti sta a fianco. E, per carità, evita di darmi del lei in quel modo: dai i brividi» protesta.

«Mi scusi… Oh! Cioè, volevo dire… Ecco, io…» si inceppa Connor.

«Lascia perdere, ragazzino. Fatica inutile» lo spegne Hank, sollevando gli occhi al cielo e cercando di evitare altre scuse pateticamente imbarazzanti.

«Lei è D…. Volevo dire: sei Dick? Piacere, io sono Connor».

«Sì, sì, so chi sei; Hank mi ha spiegato tutto quanto».

Connor sgrana gli occhi. Hank invece corruga la fronte, contrariato. Il led è di nuovo color ambra e ha notato l'accenno al passo indietro che ha tentato Connor, prima di bloccarsi a metà strada. Appoggia una mano sulla sua spalla e fissa Dick con un cipiglio poco amichevole.

«Dì, non hai di meglio da fare che startene qui a fissare la gente?» borbotta.

«Ce l'avevo» replica Dick, acido. Poi, ritenendo opportuno allontanarsi prima che la situazione degeneri oltre, afferra al volo il portafogli e lascia in tutta fretta lo studio con un laconico «Ci si vede».

«Ho forse detto qualcosa di sbagliato?» domanda Connor, preoccupato.

Hank si prende un attimo per osservare il nervosismo dell'androide, poi fa spallucce in un atteggiamento che si augura possa passare per noncurante.

«Naah! Sai come sono questi cervelloni: ogni tanto si comportano in modo strano» assicura con leggerezza.

«Mh» mormora Connor, non del tutto convinto. «È stato lui a ripararmi?».

«Già. Spero funzioni tutto a dovere. Non è molto affidabile» commenta sfiduciato.

«Il mio sistema assicura che è tutto in ordine, almeno dal punto di vista delle funzioni vitali, e non ho motivo di sospettare che sia guasto».

«Bene, allora».

«Credo che dovrei ringraziarlo. Sarebbe giusto farlo, non pensi?».

Hank lo fissa in tralice, incerto. «Penso che dovrei farlo io. Non è necessario che tu ti senta obbligato a…».

Connor poggia una mano sul suo braccio. Sorride. «Non mi sento obbligato. Se vuoi, potremmo farlo insieme» offre pacato, ricevendo un breve, grato consenso.

Il cielo, coperto da nubi pensanti, si sta facendo scuro. Dick non ha ancora fatto ritorno, mentre Connor ha deciso di sedersi nel portico sul retro. L'aria è fredda quando Hank si risolve a raggiungerlo all'esterno. Lo ha osservato mentre l'androide rimaneva a lungo immobile, apparentemente con lo sguardo fisso sugli alberi del giardino. Vorrebbe tanto sapere a cosa sta pensando, ma è abbastanza sicuro che lui non glielo dirà di sua spontanea volontà; dovrà interrogarlo apertamente, se desidera avere le risposte che cerca. Ah, odia quella parte: estorcere informazioni non è mai stato il suo forte, e il freddo pungente di quel tardo autunno non lo predispone esattamente al pensiero positivo. Con qualche scricchiolino di troppo, si siede sul gradino più alto al fianco di Connor e osserva in silenzio il suo profilo immoto.

«A cosa pensi?» rompe ogni ulteriore indugio Hank.

Connor non si volta, né mostra di averlo sentito, eppure la sua voce esce sicura nel momento in cui decide di fornirgli una risposta. «Penso agli sbagli che ho commesso, al tempo che ho perduto, a ciò che non ho potuto fare. Mi domando se avrò un'altra possibilità per rimediare ai miei errori».

«Non hai commesso errori» prova Hank.

La risata di Connor suona metallica e tremendamente sbagliata alle sue orecchie.

«Non serve che tu menta. L'analisi delle mie azioni è scritta nel mio database. Non ci sono scuse. Semplicemente, ho fallito. Comprendo benissimo che ci fossero molte probabilità che questo succedesse (ne ho calcolate il 76%, prima di agire), eppure… Dovevo tentare ugualmente, capisci?» domanda, con una nota di tormento nella voce.

«Avresti potuto avere successo. Se solo fossi stato meno stupido e non mi fossi lasciato incastrare in quel modo» obbietta Hank.

Connor scuote lentamente la testa. «Cercava me, non te. Mi avrebbe trovato comunque e avrebbe ugualmente tentato di fermarmi. Forse ci sarebbe perfino riuscito, e ora non sarei qui a esaminare le falle nelle mie azioni».

«Può darsi, ma…».

«Che cos'è successo, Hank? Che ne è stato degli altri?».

Hank trattiene il fiato, distogliendo lo sguardo, turbato. Oh, perché dev'essere lui? Perché non qualche stupido notiziario qualunque? Poi si insulta mentalmente per la propria vigliaccheria. Trae un profondo respiro un po' tremolante e si prepara al peggio.

«Le autorità hanno fatto sapere che stanno rastrellando gli ultimi devianti ancora in circolazione» annuncia, partendo dall'aspetto più semplice del problema.

Il modo in cui gli occhi di Connor lo fissano gli dice che no, non servirà a nulla girarci attorno.

«Ma… M-Markus e gli altri? Simon, North… Josh?» soffia con un tremito d'angoscia.

Lo osserva e si domanda come la gente riesca a ignorare quanto di umano sia presente in queste… macchine. Perché, al contrario, per lui ormai è impossibile.

«Sono stati eliminati per primi, Connor. Non…».

E si aspettava l'incredulità e la tristezza, forse perfino la rabbia e il rimpianto. Quello che vede, invece, è molto più prossimo al dolore. Gli androidi possono morire per un cuore spezzato?

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DETROIT

Date

NOV 14TH, 2038

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CYBERLIFE TOWER

Belle-Isle

Floor 43

Time

AM 09:10

«Tu sei… Oh, merda! L'avevo letto da qualche parte: "Attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo" Se mai dovessi rinascere, dovrò proprio trovare il modo di ricordarmene».

«Ti chiedo scusa ma non credo di capire: di cosa stai parlando?» si informa Elijah, suo malgrado confuso.

Markus smette di osservare la discesa della neve e volta lo sguardo verso di lui. «La prima volta che sono capitato a Jericho, e ho potuto vedere con i miei occhi ciò che nascondeva, ho pensato… ho desiderato poterti trovare. Decisamente, devo averlo desiderato con un po' troppa intensità. E qualcosa mi suggerisce che se ora chiedessi il favore di levarti di torno non funzionerebbe altrettanto bene».

Sorprendentemente, dopo averlo ascoltato in silenzio e con vivo interesse, Elijah sorride.

«Ho fatto bene a lasciarti con Carl, dopo tutto. Sapevo che era la decisione giusta. È un vero peccato che l'esperienza non sia potuta durare più a lungo».

«Tu conoscevi…».

«Un amico; un buon amico. Sì, avevo bisogno di lui, e lui aveva bisogno di te. E tu? Di che cosa hai bisogno, Markus?».

«Di un luogo in cui sentirmi a casa» mormora l'androide, ricordando.

L'uomo annuisce, senza aggiungere altro.

Due dita di scotch bagnano ancora il fondo del bicchiere che regge delicatamente fra le dita. Da diversi minuti, ormai, il silenzio ristagna nel laboratorio e i suoi occhi puntano sul suo riflesso distorto dal liquido ambrato senza vederlo realmente. Sta aspettando qualcosa di cui non ha ancora coscienza.

«Che cosa ti passa per la testa?» sussurra nel silenzio.

Solleva lo sguardo e incontra quello duro dell'androide.

«Potrei farti la stessa domanda. Ma otterrei una risposta? Non lo credo».

«Pertanto ognuno si terrà per sé i propri pensieri?» obbietta, un pizzico divertito.

Scuote la testa, stranito dal comportamento incomprensibile di quell'umano.

«Voglio sperare, per il bene stesso dell'umanità, che il vostro creatore possieda maggior empatia e discernimento del nostro» soppesa acidamente.

Di nuovo un sorriso. Di nuovo una piccola stilla di delusione, comprendendo di non essere riuscito a colpirlo.

«Il sarcasmo, amico mio, è sintomo di intelligenza creativa. E sai, personalmente ho dei dubbi su chi o cosa abbia creato il cervello umano, ma nessun dubbio su chi abbia creato il tuo».

«Tsk!» soffia piccato, mentre un angolino delle sue labbra si solleva contro la sua volontà.

«Ebbene, non desideri proprio parlarmi di ciò che ti angustia?» riprova paziente, attendendo con un pizzico di trepidazione che arrivi il momento giusto.

L'occhiataccia che gli riserva l'androide lo costringe a voltare un momento il capo per evitare di scoppiare a ridere, comportamento che risulterebbe ben poco diplomatico.

«Tu che dici?» bercia, seccato. «Non saprei. Per esempio il fatto di essere legato al tavolo di un laboratorio? È piuttosto disturbante» recrimina acido.

«Vorresti dirmi che se ti lasciassi libero di muoverti a tuo piacimento rimarresti qui tranquillo a discorrere con me?» lo stuzzica deliberatamente.

«Certo che no! Sei pazzo?» sbotta, spazientito.

«Bene. Vedi dunque da te che, essendo io desideroso di parlarti, sono mio malgrado obbligato a trattenerti qui con la forza» spiega ragionevole.

«Crepa» sibila, frustrato dall'impossibilità di spostarsi a proprio agio.

«Non così presto, spiacente» replica serafico.

«Si può sapere che accidenti vuoi da me?».

Elijah sospira, poggia le labbra al bordo del bicchiere e le bagna appena con un velo di scotch. Poi torna a fissarlo.

«Conosco ciò di cui sei composto. Voglio conoscere ciò che non posso vedere, Markus. Devo».

Socchiude le labbra, sta per gridargli contro un po' della propria rabbia, ma si ferma prima di darvi sfogo e rimane invece qualche lungo momento a fissarlo a sua volta.

«Non puoi, non ne hai le capacità. Se anche rimanessi ad ascoltarmi fino a ritrovarti con le rughe e i capelli bianchi continueresti a non capire».

Ora sì, ci è riuscito. Lo può vedere nei suoi occhi assottigliati, lo può sentire dal rumore sordo del suo respiro affrettato, lo può intuire dalle sue dita che sbiancano stringendosi attorno al bicchiere. Non sorride più, infine.

«Non mi conosci a sufficienza. Ciò che voglio, lo ottengo sempre, indipendentemente dal costo».

«Gli esseri umani sono creature inaffidabili e meschine. Hanno la pretesa di controllare tutto, perfino le altre persone, quelle che ritengono più deboli. Ma come potrebbero, quando non sono nemmeno in grado di controllare loro stessi, i loro impulsi, le loro paure. Pensi di essere diverso, lo vedo. Non lo sei; sei umano, esattamente come tutti gli altri, con gli stessi difetti degli esseri umani, e non puoi cambiare perché sei debole e non sai di poterlo fare».

«Lo so, invece. Lo so, e posso» asserisce in tono glaciale.

«Ah, davvero? E come?».

Il suo stirarsi di labbra questa volta non è un sorriso, ma una smorfia fredda e dura.

«Diventando meno umano».