chapter 20. Doubts and hypothesis

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DETROIT

Date

NOV 15TH, 2038

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ELIJAH KAMSKI'S HOUSE

Detroit River

Time

AM 11:30

Elijah ha chiesto a tutti i presenti di accompagnarlo nel suo studio privato, il quale si trova ad un piano interrato della villa e ne occupa l'intera base.

«Porca puttana, è enorme!» esclama Dick, sentendosi girare la testa.

«Lo è, non è vero?» soffia Elijah, sollevando un angolo delle labbra e limitandosi ad avanzare.

Non esistono finestre, com'è ovvio attendersi da un locale sotterraneo, ma su una buona percentuale della superficie verticale che circonda il locale sono montati ampi pannelli che riproducono l'esterno da diversi punti di vista, compreso uno che mostra il Detroit River e la CyberLife Tower da un punto di osservazione sopraelevato.

Hank aggrotta le sopracciglia e si avvicina un poco. «Da dove è preso questo? Sembra una vista dall'Ambassador Bridge».

«I miei complimenti, tenente. È esattamente da lì che viene questa ripresa» concorda Elijah.

Hank sposta lo sguardo sullo scienziato, incerto. «Stai… sorvegliando la città?».

Elijah accenna un vago sorriso. «Qualcuno deve pur farlo, non trova?».

«Non sono sicuro che sia legale» dubita Hank.

«Neppure io, tenente Anderson. Sta per caso prendendo in considerazione l'idea di denunciarmi alle autorità?» sogghigna divertito.

Hank storce il naso e sbuffa. «No, non credo. Ma ti consiglio di non mettere mai nessuna telecamera davanti a casa mia».

«Ha la mia parola che questo non succederà» promette Elijah.

Il perimetro dell'intero locale è costellato da elaboratori informatici, tranne un angolo occupato da una sezione isolata di differente natura che in seguito si rivela essere un discretamente attrezzato laboratorio chimico. Il centro invece è completamente sgombro, fatta eccezione per un sottile basamento scuro e opaco.

Elijah guida il piccolo gruppo su di un lato di quel basamento. All'interno dell'unità di calcolo di Connor si susseguono dati e informazioni

Dimensioni – 150 metri quadri di superficie

Materiale del basamento – Lega: Magnesio 86% e nanoparticelle dense di carburo di silicio 14%

Spessore – 3,5 pollici

Temperatura – 329° Fahrenheit ovvero 438,15° Kelvin

Tecnologia – Retroilluminazione e olografia tridimensionale

Elijah estrae uno dei suoi piccoli terminali, avanza di un altro passo, sfiorando il bordo esterno del lato lungo più vicino del basamento, e fa scorrere veloce i polpastrelli sul touch screen, selezionando le opzioni necessarie ai suoi scopi.

«Ora, osservate» chiede pacato.

La superficie superiore del basamento si accende e presto, davanti agli occhi dei presenti, al di sopra di essa si forma la pianta tridimensionale dello stato del Michigan e di un'area non troppo vasta di Ontario. Alcuni altri comandi lanciati dal terminale e la pianta restringe il campo al solo perimetro cittadino di Detroit, all'interno del quale compaiono poche sottili linee verticali e azzurrate, per lo più sparpagliate senza schema apparente per tutta l'area presa in esame.

«Sono loro?» mormora Markus, sorpreso e suo malgrado affascinato.

Elijah annuisce. «Esatto, sono i devianti sfuggiti alla cattura e ancora attivi» conferma.

«Ce n'erano altri, quindi?» interviene Connor.

«È così. Due giorni fa il sistema di tracciamento ne aveva individuati quasi il doppio; poi, con il trascorrere delle ore, alcuni rilevamenti sono scomparsi. È probabile che alcuni di quei devianti, nonostante fossero stati in grado di sfuggire alla caccia e conseguente cattura, abbiano però subito dei danni e si siano pertanto spenti lungo il tragitto» ragiona con una punta di rassegnazione, non mancando di osservare con cura la reazione dei presenti, soprattutto gli androidi.

Markus fa vagare lo sguardo sulla mappa e sembra incupirsi quasi quanto lo è stato Connor per buona parte del tempo. «Sono rimasti in pochi, poco più di venti unità» riflette amareggiato.

«Sono ben più di quanti ci attendessimo fino a poche ore fa» fa notare Connor con garbo.

Markus si volta, fissandolo interdetto ma in qualche modo compiaciuto, tanto che, nonostante la desolazione della scoperta appena fatta riguardo alla scarsa presenza di loro simili a portata di mano, si ritrova ad accennare un cauto sorriso che mostra una parte della sua soddisfazione.

«Come li contattiamo?» gracchia metallico il vocalizzatore di Jander.

«Un'ottima domanda. Si dà il caso che io disponga dell'attrezzatura idonea a inviare messaggi cifrati. È predisposta per le apparecchiature informatiche, ma posso certamente supporre che sia adattabile per la ricezione da parte di un androide (o molti, in questo caso); e poiché il mio tracciatore può tranquillamente agganciare ognuno di loro, voi non dovrete fare altro che occuparvi di mettere insieme le parole giuste, quelle che abbiano la capacità potenziale di convincerli a collaborare con noi (ovvero con voi e per riflesso con il sottoscritto)».

Con una smorfia vagamente infastidita, Markus sospira e scrolla le spalle. «Hai pensato proprio a tutto, vero?».

«Naturalmente. Ne va dei miei stessi interessi, a ben vedere» conferma Elijah.

«Un giorno o l'altro vorremo conoscerli, questi tuoi interessi» lo avverte Markus.

Elijah sorride con una piccola smorfia misteriosa. «Un giorno, sì».

Dopo che Chloe li ha accompagnati in un piccolo e confortevole salottino dotato di poltrone imbottite e morbidi tappeti sparsi ovunque, lasciandoli con un brillante sorriso e una borraccia di Thirium 310 per ciascuno, Markus, Jander e Connor si ritrovano da soli a guardarsi in faccia e a spremersi i circuiti nell'utopica speranza di cavarne qualche buona soluzione che possa risolvere il loro problema più imminente, ovvero: con quali argomenti sarà possibile attirare dalla loro parte i pochi devianti superstiti ancora in circolazione?

Markus, a un certo punto, concentra la propria attenzione su Connor e gli indirizza un tremolante sorriso. «Non ti è per caso venuta qualche idea?» chiede speranzoso.

Connor replica dapprima con una smorfia un po' infastidita e poi con un piccolo sbuffo. «Lo stai chiedendo al soggetto sbagliato, Markus. Sei tu, se non ricordo male, l'istigatore di folle» fa candidamente presente.

Markus strabuzza gli occhi. «Che? Non è per niente vero: non istigo proprio nessuno, io» protesta.

«Oh, certo… L'avrò immaginato, vero?» replica con sarcasmo. «Non ti conviene raccontare frottole se non ne sei in grado. Perfino uno come il detective Reed capirebbe che la tua è una menzogna, e neppure molto buona».

Markus si acciglia nel sentir nominare un altro. «E chi sarebbe questo Reed?» chiede in tono un po' troppo affilato, tanto da guadagnarsi un sogghigno divertito da Connor.

«Nessuno di particolarmente rilevante. Solo uno dei tanti umani; un poliziotto poco sveglio, in realtà» spiega.

Markus grugnisce e borbotta contrariato, ma si fa comunque bastare l'apparente rassicurazione di Connor.

"Scusate" prova a interromperli Jander.

Poiché si trova con la sola compagnia di suoi simili, ha deciso di sfilarsi il vocalizzatore perché è sì utile a permettergli di interagire con gli umani, ma i suoni che produce nel farlo hanno una frequenza che non gli garba molto: ogni volta che si esprime attraverso quello strumento deve farsi violenza per evitare di storcere il naso a causa del fastidio che prova (non sarebbe saggio, da parte sua, mostrarsi così apertamente ingrato di fronte al signor Kamski che è stato tanto gentile da fargli quel dono, oltre a promettergli un controllo più accurato).

Connor e Markus distolgono l'attenzione l'uno dall'altro per darla a Jander.

"Sono spiacente per i miei limiti, ma temo di non aver ben compreso quale dovrà essere il nostro compito" soffia a disagio, e con un certo nervosismo vede i due amici tornare a fissarsi l'un l'altro, questa volta con palese dubbio.

«Tu sai» prova Connor «che cos'è un deviante?».

Jander aggrotta le sopracciglia. "Non ho sufficienti informazioni al riguardo. Dal modo in cui ne parlava il signor Kamski ho potuto dedurre che si trattasse di androidi, in qualche modo differenti" prova incerto.

Ora Connor lo osserva con una certa sorpresa. «Non ti hanno fornito dati in proposito?». Jander nega con un lieve gesto del capo. «Questa è una stranezza. L'ennesima» pondera confuso.

«Se ci ha messo le mani Kamski (e ho fondati sospetti che l'abbia fatto) non è poi così sorprendente» commenta Markus.

«Può darsi che sia così» conviene Connor; poi torna su Jander e lo osserva per un lungo istante, prima di proseguire. «Noi siamo devianti, Jander. Markus lo è, io lo sono… e lo sei anche tu. Come lo so? Un deviante è un androide che, in qualche modo, ha preso coscienza di sé stesso e della propria esistenza; in particolare è cosciente di provare sensazioni che esulano da qualunque programma e direttiva precedentemente immessa nel sistema operativo, e che sente di poter gestire la propria esistenza scegliendo in autonomia la strada da percorrere».

"Dunque è questo ciò che sono: un deviante" riflette Jander, conscio di corrispondere con assoluta precisione alla descrizione che Connor ne ha appena fatto.

«Già» concorda Markus, «e lo eri ancor prima di averne nozione».

«Tu no?» insinua Connor.

«Beh… forse» tentenna Markus.

Connor rotea gli occhi e lo guarda con una punta di rimprovero. «Markus, puoi benissimo far finta di ignorarlo, ma sono ragionevolmente sicuro che tu sia stato progettato e creato per essere un deviante».

«Cosa?!» trasecola Markus, quasi cadendo dalla poltrona. «Di che diamine parli?».

«Ho dato un'occhiata a scopo informativo ai tuoi trascorsi, e…».

«Che? Quando?!» sbotta Markus, alzando nuovamente il tono della propria voce.

«Smetti immediatamente di fare l'isterico, Markus. Eri nella mia testa, dopo tutto. Pensi davvero di esserne uscito senza conseguenze?» fa ragionevolmente notare.

«Ma non…».

«Inoltre eravamo connessi a un livello ben superiore a un normale collegamento che si può instaurare fra androidi. Attualmente nel mio database c'è gran parte della tua esistenza, così come deve esistere traccia della mia archiviata all'interno del tuo database».

«Beh… Può darsi, ma…».

«Non può darsi, Markus. So che è così, e me lo hai gentilmente ricordato tu stesso durante la notte appena trascorsa».

«Oh» soffia Markus con tono flebile e un poco infelice, agitandosi irrequieto nell'attesa che Connor gli dica qualcosa di spiacevole al riguardo.

Ribaltando le sue pessimistiche previsioni, Connor si astiene dal proseguire su quella linea e invece tenta di riprendere il filo interrotto del suo precedente ragionamento. «Dicevo, in base all'analisi dei fatti inerenti il tuo passato, ho potuto trovare una certa logica, o comunque qualcosa che faccia pensare a un disegno più ampio e studiato. Per esempio, partendo dal presupposto che è stato lo stesso signor Kamski a progettarti e in seguito a donarti al signor Manfred, si può supporre abbia avuto in mente precisi scopi…».

«Un amico» mormora Markus.

«Chiedo scusa?» dubita Connor sollevando un sopracciglio. «A cosa ti riferisci?».

«Kamski. Quando mi sono svegliato nel suo laboratorio alla torre della CyberLife, ha detto che Carl era un amico».

Connor annuisce, comprendendo. «Sì, ma non è questo il solo motivo per il quale sei stato assegnato a lui».

Markus lo scruta accigliato. «Perché non dovrebbe essere una motivazione sufficiente?».

"Per il disegno di cui parlava Connor" interviene Jander. "Ha dei progetti, il signor Kamski. Progetti nei quali noi siamo inclusi".

«In verità sono piuttosto certo che noi siamo il progetto» ragiona Connor.

«Per fare cosa?» dubita Markus.

«Non lo so ancora. Non sono fornito di sufficienti dettagli che mi permettano di giungere alla soluzione. Ma penso che si tratti di quella parte di idea che non vuole rivelare ad Hank e Dick e che va oltre gli interessi dei devianti e della CyberLife».

«Questo non mi conforta per nulla» ammette Markus.

«Evidentemente no, ma se non altro può prepararci a far fronte a ciò che ci aspetta in futuro».

"Che cosa ci aspetta?" chiede Jander, ancora molto confuso.

«Innanzitutto ci sono quei devianti. Markus direbbe che sono la nostra gente e che hanno bisogno del nostro appoggio e sostegno almeno quanto ne abbiamo bisogno noi da loro. Ma noi che cosa possiamo offrire che loro già non abbiano?» chiede Connor.

«Penso dovremmo tenere conto della loro diffidenza e della paura che devono tuttora provare nel ritrovarsi isolati e senza il sostegno del quale parlavi poco fa» suggerisce Markus.

"Possiamo promettere loro sostegno?" indaga Jander.

«Possiamo promettere loro assistenza, prima di ogni altra cosa» fa notare Connor. «Quante probabilità ci sono che, nella loro fuga, possano procurarsi l'occorrente per qualsiasi tipo di riparazione e manutenzione?».

«Non molte, direi, hai ragione. E noi abbiamo addirittura il gran capo dell'azienda a disposizione, che può facilmente fornire ricambi e assistenza, a suo dire facendo addirittura i suoi interessi».

«Sì, è esatto. Inoltre potranno contare su un luogo sicuro in cui nessun umano cerchi di catturarli e disattivarli, e nel quale poter stare insieme» aggiunge Connor, crucciando la fronte subito dopo. «Non si tratta forse di un bisogno tipicamente umano il volere (o dovere) ricercare la compagnia dei propri simili?».

Markus sorride. «Sì, Connor, è così. Che ne pensi?».

Connor sospira e scuote il capo. «È presto per trarne conclusioni. Non posso ancora essere sicuro di nulla».

Sbuffa, Markus, esasperato dalla cocciutaggine del compagno.

«Si può sapere che cosa stai progettando, veramente?».

Elijah, fino a un momento prima intento a studiare schemi, solleva gli occhi sul tenente Anderson e un sopracciglio si inarca, guidato dall'incertezza dei suoi pensieri. «Avevo avuto l'impressione di essere stato chiaro a sufficienza» prova con lieve titubanza.

Hank scuote la testa. «Hai parlato, questo è certo, usando argomenti che fossero di interesse per il tuo pubblico, convincenti diciamo. Credi forse di incantarmi con i tuoi bei discorsi, Kamski? Fosse per te dovrei pensare che stai solo cercando di riportare un po' di popolarità alla tua azienda, vendere un po' di androidi nuovi di zecca al mondo. Sono cazzate; lo sai tu, lo so io, per tua informazione lo sanno anche gli androidi: Connor e gli altri se ne sono accorti benissimo».

Le labbra di Elijah si arricciano in un sorrisetto dispettoso. «Può darsi» commenta evasivo.

Hank si sporge in avanti sulla poltrona accanto al camino e a Sumo, sulla quale è accomodato da qualche tempo, e fissa gli occhi in quelli dello scienziato. «Ti farai male, un giorno di questi, continuando a sotterrare informazioni e macchinare progetti alle spalle della gente» lo avverte.

Trae un calmo respiro e distoglie lo sguardo, tornando ai suoi schemi. «Può darsi» soffia.

Hank assottiglia le palpebre e accenna a volersi alzare, ma con la coda dell'occhio nota di nuovo quella femmina bionda che, al suo movimento, ha fatto un paio di passi avanti. Serra la mascella e torna a poggiare la schiena alla morbida imbottitura alle proprie spalle. Troverà il modo di scoprire a cosa sta mirando quell'uomo; non crede affatto che stia facendo tutto quello per portarsi a casa altro inutile denaro, vista la già più che ragguardevole quantità di cui certamente può disporre. Deve solo usare più cautela, osservare con più attenzione. Connor non è certo uno sprovveduto, ma non farà male avere qualcuno che gli copra le spalle.