chapter 21. First Connection

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DETROIT

Date

NOV 15TH, 2038

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ELIJAH KAMSKI'S HOUSE

Detroit River

Time

PM 04:13

Dick è ancora occupato nella dubbia (a suo giudizio divertente) occupazione di scarabocchiare formule matematiche di non comprovata utilità su una circoscritta porzione di finestra del salotto con la sua penna fluorescente. All'inizio Elijah ha sollevato brevemente lo sguardo dai propri appunti e schemi e ha inarcato un sopracciglio con un certo scetticismo, tuttavia non ha fatto nulla per interrompere Dick e si è limitato a una lieve scrollata di spalle prima di tornare ai suoi studi.

Intorno alla seconda metà del pomeriggio Sumo si è stiracchiato e ha lasciato il suo angoletto al caldo davanti al camino per spostarsi con passi pigri e curiosi verso la finestra, con il chiaro intento di indagare sull'occupazione che tiene impegnato Dick. Il suddetto non ne ha notato gli spostamenti né dato corda ai suoi intenti fino al momento in cui il San Bernardo, incerto, ha avvicinato il naso al vetro, annusando, e poi ha leccato una piccola area ricoperta di equazioni, sbavandole.

«Ehi! Che combini, cane?» protesta Dick.

«Sumo, il suo nome è Sumo» gli ricorda Hank che ha seguito la scena con l'ombra di un sorriso sulle labbra.

«Qualunque sia il suo nome, il risultato non cambia: ha appena imbrattato la mia opera» si lagna Dick.

«Era comunque errata; non si è trattato di una grave perdita» fa gentilmente notare Elijah senza abbandonare il suo lavoro.

Dick si imbroncia e arriccia il naso. «Come fai a dirlo? Nemmeno prestavi attenzione».

Solleva una seconda volta gli occhi dai propri calcoli, posandoli su Dick. «Probabilmente non a sufficienza da risolvere il suo problema, ma certamente abbastanza da sapere che non lo avrebbe risolto nemmeno lei».

Schiude le labbra, indeciso se essere sorpreso oppure indignato. Sbuffa e si prepara ad appioppargli per lo meno un paio di buoni insulti che, se non altro, serviranno allo scopo di alleviare la sua frustrazione, ma le sue intenzioni sfumano nel momento in cui entrano in scena i tre androidi modello RK con una novità per loro.

Senza perdersi in preamboli, Markus si fa avanti e annuncia «Abbiamo messo a punto il messaggio che dovrebbe funzionare da incentivo per gli altri devianti. Speriamo» aggiunge con una nota di incertezza.

«Bene. Questa è certamente una buona notizia» commenta Elijah. «Possiamo dunque procedere con il piano».

Almeno la metà dei presenti in sala avrebbe molto da obbiettare a una tale affermazione, ma Kamski si è già alzato dalla poltrona e ha fatto segno agli altri di seguirlo, scomparendo un momento dopo nel corridoio.

«Dittatore» borbotta Markus, guadagnandosi un cenno di consenso da Hank e Dick.

Seguendo le tracce del padrone di casa, si ritrovano tutti di nuovo nei laboratori sotterranei. Elijah è seduto su uno sgabello piuttosto alto di fronte a un quadro di comando che somiglia tanto a un Picasso dell'elettronica informatica; in seguito si scopre che lo sgabello in effetti non è proprio tale ma si tratta piuttosto di un trespolo robotizzato collegato a un braccio meccanico snodabile che permette allo scienziato di fluttuare velocemente da un punto all'altro del quadro di comando, facendolo apparire come la pallina di un flipper.

«Beh… curioso» commenta Markus, seguendo con gli occhi le acrobazie di Kamski.

«Se poteste avvicinarvi, ho quasi terminato i preparativi preliminari» chiede Elijah senza staccarsi dal suo lavorio.

Connor e Jander guardano un momento Markus, annuiscono e si accostano alla postazione dello scienziato, rimanendo in silenziosa attesa. Dietro le loro spalle si accende ancora una volta la mappa tridimensionale e interattiva, davanti a Kamski tre schermate si sintonizzano e su di esse scorrono i dati delle unità RK mentre un diagramma ne mostra le funzionalità.

«Siamo noi» sibila il vocalizzatore di Jander, manifestando imperfettamente la sorpresa dell'androide.

«Così sembra» concorda Connor, studiando i dati e trovandoli combacianti al loro profilo.

«Che succede, ora?» chiede Markus, nervoso.

«Sto provvedendo a informare il mio supervisore della vostra presenza e di ciò che farete. Deve radunare ogni informazione necessaria per poter equilibrare i parametri e permettere la corretta trasmissione dei dati, ovvero del vostro messaggio ai devianti».

Jander fa scorrere lo sguardo sul multi pannello di controllo e reclina il capo. «Ha un nome?».

Elijah scocca una veloce occhiata all'RK900 e fa un lieve cenno di assenso. «Ce l'ha, sì. Zero».

«È un numero» contesta Connor.

«Non è un numero; non proprio, almeno. È… un punto di partenza, una sorgente, la scintilla dalla quale si propaga l'incendio, un piccolo atomo che si auto alimenta creando strutture sempre più complesse e ramificate…» si interrompe all'improvviso, un poco imbarazzato.

«La tua prima intelligenza artificiale?» si interessa Markus.

«Giusto» conferma Elijah, prima di immettere le ultime sequenze di dati e tornare con i piedi per terra. «Tutto a posto, possiamo iniziare» annuncia soddisfatto.

Al fine di interfacciare gli androidi presenti nel laboratorio con il computer che guiderà il loro percorso verso gli altri soggetti sparsi per la città, Elijah applica loro un piccolo congegno Wi-Fi di ricezione e trasmissione dati, fissandolo in cima all'orecchio sinistro.

«Lui può sentirci? Zero, intendo» mormora Connor, un po' a disagio.

«Posso farlo, signore. Desidera chiarimenti?» interviene lo stesso Zero, spandendo per il laboratorio una voce che giunge con un tono pacato e piuttosto piacevole da documentario naturalistico.

Connor solleva lo sguardo, incerto e sorpreso, sul pannello di controllo, non sapendo bene a cosa rivolgersi. «In effetti, sì. Sai dirmi quante sono, attualmente, le unità devianti ancora attive sul territorio di Detroit?».

«Oltre a voi tre, signore, conto ventiquattro unità: tredici dalle caratteristiche maschili, nove femminili e due al di sotto della fascia adolescenziale» comunica, solerte e gentile.

Markus si incupisce e Connor cruccia la fronte, spostando lo sguardo su Kamski. «Due androidi bambini?» chiede nervoso.

Elijah annuisce. «Sono piccoli, si confondono facilmente in città e trovano rifugio con maggior semplicità. Ma temo che alcuni di quelli sfuggiti alla cattura fossero stati danneggiati».

«Non crede che potremmo ritrovarne alcuni?».

«Solo per qualche caso fortuito, Connor. Una volta spenti non sono più rintracciabili in alcun modo cosciente».

Connor serra le labbra in una smorfia scontenta, ma annuisce in silenzio. «Sono… isolati dagli altri?».

Elijah attiva il tracciatore e i devianti vengono nuovamente localizzati sulla mappa interattiva alle loro spalle.

«Come potete vedere voi stessi non ci sono attualmente gruppi di devianti, solo individui separati».

«Ognuno per sé» commenta Markus, contrariato.

«Per così dire. In realtà è possibile che non abbiano avuto l'occasione di incrociare le rispettive strade, e nessuno di loro può correre il rischio di mettersi in contatto con i loro simili poiché in questo modo aumenterebbero le possibilità di venire individuati».

«Si conoscono i loro modelli?» indaga Connor.

«Naturalmente, signore» interviene Zero. «Si tratta di quattro modelli AP700, un modello JB100, un modello BL100, un modello VB800, un modello CX100, un modello AV500, un modello EM400, un modello HK400, un modello GJ500, un modello GS200, un modello WR400 e un modello HR400, un modello KL900, un modello PM700 e un modello PC200, un modello YK400 e un modello YK500, un modello MC500, un modello WE900, un modello ST300 e infine un modello SQ800» elenca metodico e impeccabile.

«SQ800… Un soldato» esclama Connor, stupito. «A Detroit?» dubita perplesso.

«Probabilmente in precedenza facente parte di uno dei distaccamenti per la difesa dei civili. Questo, è naturale, prima che iniziasse la rivolta e la conseguente caccia agli androidi devianti» ragiona Elijah.

«Vuoi cominciare da lui?» chiede Markus, osservando Connor negli occhi.

Connor dal canto suo soppesa la possibilità socchiudendo le palpebre. «Potrebbe rivelarsi un buon punto di partenza» ammette. «Tu cosa ne pensi, Jander?».

L'interpellato reclina leggermente il capo di lato; sembra intento ad analizzare un problema. «In base ai dati in mio possesso ritengo sarebbe il soggetto più idoneo ai nostri scopi, inoltre la sua preparazione risulterebbe d'aiuto per recuperare gli altri» commenta.

Markus e Connor concordano su quella linea d'azione e insieme si dispongono a rintracciare l'androide prescelto.

La città si sta rapidamente svuotando; il buio che avanza spedito è l'inequivocabile segnale di un ormai imminente coprifuoco istintivo per gli umani ancora in circolazione. Attiva, con qualche difficoltà, il visore notturno che gli permette di individuare le ultime scie di calore umano, e una smorfia di malcontento increspa le sue labbra danneggiate in diversi punti. Scosta la schiena dalla parete umida nello scantinato alla quale è rimasto appoggiato per buona parte della giornata e striscia guardingo sulle ginocchia, fino a raggiungere la piccola feritoia che guarda in direzione della strada sopra la sua testa. A un primo esame visivo conteggia una diminuzione della presenza umana del 79,7 %; fra poco più di trenta minuti il terreno sarà sgombro a sufficienza da permettergli di uscire per cercare provviste. Non si illude di poter trovare pezzi di ricambio idonei, né tanto meno Thirium, ma deve assolutamente entrare in possesso di qualche attrezzo che gli permetta di richiudere lo squarcio al braccio destro e fermare l'emorragia, o finirà ben presto con lo spegnersi, esattamente come è accaduto ai suoi compagni.

Mentre tiene d'occhio la strada, l'immagine che gli riporta il sensore ottico destro sfarfalla e perde definizione. Sbatte le palpebre e scuote la testa, infastidito e disorientato; l'immagine si sfoca, ingrigisce, infine torna nitida, strappandogli un soffio sollevato.

Da quasi cinque minuti sulla strada non transita nessun essere umano. Piano, si prepara a lasciare il proprio rifugio per avventurarsi fuori, quando uno sfrigolio fuori posto nel suo processore audio lo blocca a metà del movimento. Veloce si ritira nuovamente nell'ombra dello scantinato e cerca invano di nascondersi meglio, ma non ha idea di quale sia l'origine di quell'interferenza; un rivolo di panico lo assale al pensiero di essere stato scoperto e che forse presto verrà catturato e smantellato come già è successo a molti suoi simili.

"Non vogliamo farti del male. Noi siamo come te, e siamo amici. Vogliamo solo poterti aiutare".

Cruccia le sopracciglia e si rincantuccia nell'angolo più buio a sua disposizione. Non riesce a capire. La voce che ha udito non appartiene a nessuno che si trovi nei paraggi, nonostante sembri essere molto vicina. Eppure ha l'impressione di averla già udita, da qualche parte, in precedenza. Ora però non è certo di come comportarsi; se rispondesse, che cosa accadrebbe? Si tratta di una trappola? Stanno cercando di stanarlo con qualche diavoleria psicologica?

"Ascolta, sappiamo che puoi sentirci. Se non lo credi opportuno non serve che tu risponda, ma desideriamo portarti al sicuro".

Sì, deve trattarsi di un trucco per attirarlo fuori, non c'è altra spiegazione. Rimane in silenzio e immobile, chiude gli occhi e si concentra sul suo programma di difesa e anti intrusione.

«Maledizione!» esclama Markus, staccandosi repentinamente dal contatto con Connor e Jander e raggomitolandosi sul tappeto.

Connor nel frattempo è balzato in piedi, sorpreso, mentre Jander sembra sul punto di vomitare (se ciò fosse mai possibile).

«Cos'è accaduto?» vuole sapere Elijah, ora chino su Markus e impegnato a monitorare i suoi segnali vitali.

«Un ICE» commenta Connor, scuro in volto. «Per un istante ho pensato che ci avrebbe separati mentre eravamo dentro. Per fortuna ci ha solo tagliati fuori. Ma è pericoloso» riflette preoccupato.

«Di che genere?» incalza Elijah, impensierito per i parametri sfasati sia di Markus che di Jander.

«A una prima indagine pareti d'acciaio, direi. Ma ho potuto intravedere lame, dietro. Credo intenda farci a pezzi nel caso tentassimo una nuova intrusione».

«Come lo raggiungiamo?» sibila Jander, oscillando pericolosamente sulle ginocchia piantate sul tappeto.

Connor serra le labbra e assottiglia le palpebre. «Con una manovra di sfondamento. Vado avanti io» avverte risoluto.

«Cosa?!» gracchia Markus, ancora in bilico fra ragione e disordine.

«Sono maggiormente protetto. Posso frenare quell'ICE il tempo necessario per buttare giù le barriere e permetterci di passare» spiega succinto e con decisione.

«Sei pazzo» affanna Markus.

«Affatto» replica Connor con cocciuta ragionevolezza. «Vogliamo o no quel soldato? Ebbene, questo è il piano».

Un angolo delle labbra di Elijah si incurva verso l'alto. «Bene. Credo di potervi fornire copertura, mentre siete dentro».

Connor annuisce seccamente e si rimette seduto sul tappeto, attendendo con la schiena diritta e rigida che Markus e Jander siano pronti per dare battaglia.

"Come conti di trattenerlo?" chiede Markus, agitato, tentando di frenare il panico crescente.

"Con il ghiaccio" risponde Connor, flettendo le dita e il collo e preparandosi al viaggio.

"Sei sicuro che…" tenta Markus.

"Sì" taglia corto Connor in tono leggermente brusco. "Voi due siete pronti?".

"Quasi" sospira Jander a occhi chiusi.

"Non proprio" ammette Markus, per nulla allettato dalla prospettiva di tornare là dentro.

"Dimentica quell'ICE, Markus; a quello penserò io, e Jander farà in modo di abbattere la barriera. Concentrati solo sulle parole giuste" consiglia Connor.

"Le parole giuste? E quali sono, Connor? Ci ho provato, e non ha funzionato" lamenta scoraggiato.

"Non ci hai provato abbastanza" sibila contrariato. "Lo hai sentito anche tu: era spaventato. Pensavi sarebbe rimasto tranquillo ad ascoltarci e a lasciarci fare i comodi nostri? Dimentichi che si tratta pur sempre di un soldato; è un androide preparato, devi tenere conto anche di questo".

Markus sbuffa e stira le labbra, scontento. "E se non riuscissimo a convincerlo?".

"In quel caso troveremo un altro modo per portare al sicuro sia lui che gli altri devianti".

"Quale?".

Connor soffia un piccolo sbuffo seccato e impaziente. "Non lo so ancora, Markus. Ed è perfettamente inutile porsi il problema prima che questo si presenti".

"Sono pronto" annuncia pacato Jander.

Con un secco cenno di consenso Connor afferra le mani di Markus e Jander, serra le dita e li trascina dall'SQ800.