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DETROIT
Date
NOV 16TH, 2038
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SOMEWHERE IN NORTH CORKTOWN
Michigan
Time
AM 05:27
Hanno qualche difficoltà a passare inosservati, nonostante l'ora tarda (oppure per quanto presto sia, secondo i punti di vista). Nascondersi da soli è più semplice; in due diventa rischioso. In alcune di occasioni Abel ha letteralmente abbrancato Julia gettandola quasi di peso dietro qualche cespuglio o auto parcheggiata, beccandosi fra le altre cose occhiatacce ben poco amichevoli in cambio dall'androide in sua compagnia. Tuttavia ha resistito stoicamente alla tentazione di risponderle male e ha invece proseguito imperterrito per la strada stabilita, nella fattispecie quella che lo ricondurrà alla relativa sicurezza dello scantinato, dato che non è affatto certo di quanto affidabile possa essere quella scuola abbandonata. Forse in un momento più tranquillo provvederà a un sopralluogo del posto, per scoprire se possa tornare utile.
«Manca molto?» chiede Julia, non per la prima volta, con una marcata nota sarcastica nella voce.
«Meno dell'ultima volta che lo hai chiesto!» sbotta spazientito, salvo poi digrignare i denti per la frustrazione.
Lei, come da copione, lo fissa di traverso. «L'ultima volta hai detto…».
«So perfettamente cosa ho detto» la interrompe un po' brusco. «Se pensi di poter fare di meglio, accomodati pure» la sfida.
«Sono qui per quegli YK» rimarca granitica, facendo indirettamente notare quanto poco gli importi di lui.
«E io sono qui per loro e per altri venti devianti dispersi in città» ringhia, ormai con la pazienza agli sgoccioli.
Lo sguardo di lei da risentito si fa accigliato, poi perplesso. «Venti? Non mi avevi detto nulla di questi altri androidi».
«Non ricordo tu me lo abbia chiesto» replica acido, dandole le spalle e scrutando nell'oscurità, impegnato a ricalcolare per l'ennesima volta la via più breve e sicura per raggiungere il suo rifugio.
Con un movimento repentino afferra un polso di Julia e di scatto si rimette in piedi, correndo veloce e attraversando la strada qualche misero istante prima del passaggio di un'altra pattuglia, trascinandosi dietro la KL900 senza troppi complimenti e scivolando in silenzio oltre il muro di cinta di una casa d'angolo.
«Potevi almeno avvertire» sibila alterata.
«Già, potevo» conviene disinteressato.
Da quel momento i loro spostamenti procedono a scatti in un beato silenzio scosso solo sporadicamente da fievoli grugniti di inutile protesta.
Per qualche stravagante miracolo sono giunti allo scantinato senza riportare un solo graffio. Un epilogo del tutto inaspettato, per entrambi. Ora Abel è accucciato in un angolo dell'angusto rifugio e sta tentando senza troppa fortuna di riallacciare il contatto con Connor o un altro qualsiasi di quei tre rompiscatole saccenti; ma dato che non ha la più pallida idea di come funzioni, i suoi tentativi si rivelano inevitabilmente infruttuosi.
«Dannazione» borbotta frustrato.
«Che cosa staresti cercando di fare, per l'esattezza?» si informa Julia in tono quasi annoiato.
Lui a quel punto solleva su di lei uno sguardo abbastanza risentito, riuscendo addirittura a sentirsi ancora più infelice di un momento prima.
«Mi servono le coordinate per cercare i due YK».
«Non hai idea di dove si trovino, insomma» conclude lei.
«Mi pare ovvio» grugnisce irritato.
«A meno nemmeno un po'. Come sai che sono davvero qui, da qualche parte?».
«Allo stesso modo in cui sapevo che c'eri tu. Ma volevano che recuperassi te per prima e non hanno voluto darmi altre informazioni».
«Chi è questa gente di cui parli?».
Abel rimane per qualche tempo in silenzio e pensieroso. Non è per nulla sicuro di cosa poterle dire, né di come dirglielo. Forse lei lo prenderebbe per uno svitato, e in fondo non avrebbe tutti i torti. Ma non se la sente di rischiare.
«Androidi» borbotta controvoglia.
«Di che tipo?» insiste lei.
«Che vuoi che ne sappia? Androidi come noi».
Julia affila lo sguardo. «Non credo lo siano. Se fossero come noi come saprebbero dove trovarci?».
Abel la fissa per un istante e quello che sente dev'essere proprio risentimento, forse perfino odio. È davvero combattuto fra la voglia impellente di gettarla fuori in strada e il dovere quasi fisico che gli impone di tenerla al sicuro. Ma che diavolo ne sa, lei? Cosa può mai sapere di quanto sia difficile e faticoso mantenere l'equilibrio in un'esistenza come la sua?
«Credi quello che ti pare. Ma non sperare che venga a raccogliere i tuoi pezzi se mai decidessi di poterli trovare da sola».
«So badare a me stessa» protesta piccata.
«Oh, sì, ci credo» commenta con sarcasmo. «Da quanto tempo eri in quella scuola?» domanda divertito.
Lei si sposta a disagio sulle mattonelle sbrecciate e muffite. «Cinque ore, più o meno».
«E suppongo che non ti sia presa la briga, in quelle cinque ore, di ricavare qualche informazione basilare: tipo la planimetria, i punti di forza e quelli deboli, la presenza o meno di controlli delle pattuglie…».
«Avevo altro a cui pensare» mente asciutta.
«Già, posso immaginare. Per esempio ti sarai chiesta come mai hai dovuto abbandonare i precedenti rifugi».
«Come fai a sapere che…?». Si interrompe con una smorfia seccata per il sorrisetto canzonatorio dell'altro androide. «Vai un po' a quel paese» borbotta stizzita.
«Sicuro, magari uno in cui, dopo cinque anni passati nell'esercito a salvare il culo agli umani, non cerchino di piantarmi una pallottola nel cranio per aver sospettato un qualche guasto ai circuiti» sibila velenoso, distogliendo velocemente lo sguardo da lei e tornando al suo tentativo di mettersi in comunicazione con la sacra triade di deficienti.
«Signor Connor, ricevo impulsi destinati a lei» annuncia soave la voce di Zero.
Connor solleva lo sguardo sul quadro di comando e cruccia le sopracciglia. «Conosci il mittente?».
«Certo, signore. Si tratta del signor Abel» replica con prontezza.
Sgrana gli occhi e si porta accanto al quadro di comando. «Puoi collegarmi?».
«Posso, signore. Il collegamento verrà stabilito fra trenta secondi» comunica zelante.
Connor si siede a gambe incrociate sul solito tappeto e attende con impazienza che si apra una breccia per lui, e quando questo accade il suo led manda un lampo di rosso incandescente, prima di assestarsi sull'ambra.
"Signor Abel?" si accerta con pacata tranquillità.
«Era ora, cazzo! Venticinque minuti; sono venticinque fottutissimi minuti che cerco di chiamarti. Che dannata fine avevi fatto?» lo accoglie la voce alterata di Abel.
"D'accordo, non perda la calma, per favore. Probabilmente il ritardo nelle trasmissioni è dovuto a qualche interferenza che…" ragiona Connor.
«Chiudi il becco, o so io dove te le ficco le tue interferenze» minaccia Abel.
L'SQ800 non lo può ovviamente vedere, ma Connor ha reclinato il capo di lato e il suo led lampeggia a scatti ambrato mentre il suo processore prova ad arginare i suoi dubbi senza troppo successo.
"Perdoni la mia ignoranza, signor Abel, ma non credo di sapere dove…" tenta incerto.
Abel sbuffa e la rabbia evapora lasciandolo solo un poco sconfortato. «Lascia perdere, pivello. Tu e io, un giorno, dovremo proprio incontrarci per un bel corso lampo sul gergo da strada. Per il momento ho trovato e portato in salvo la vostra KL900. Esulta pure, pivello (finché puoi): lei è intatta e senza un solo graffio, ma è una gran rompicoglioni di prima scelta. Adesso, se non ti secca troppo, mi mandi le coordinate dei due YK».
A Connor ci vogliono un po' più dei due secondi canonici per elaborare e digerire le ultime novità. Sono stati recuperati sia il modello SQ800 che il modello KL900. Questo è indubbiamente il miglior passo avanti fatto fino a quel momento.
"Va bene. Mi dia qualche minuto e le farò mandare le informazioni necessarie". Indirizza un istante l'attenzione sui dati della mappa e scuote la testa. "Vi trovate entrambi al 1376 di Pine Street in questo momento?".
«Già. Prima di spostarmi in un luogo più comodo devo controllare che sia anche sicuro».
"Capisco. Sono d'accordo con lei. Come sono le sue condizioni attuali? È tutto a posto?".
«A parte il nuovo impianto ottico un po' deludente, è tutto ok. Il vostro amico mi ha lasciato anche una buona scorta di Thirium in caso di bisogno» ammette soddisfatto.
"Bene, mi fa piacere saperlo. Se ora non ha altre necessità posso sciogliere la connessione" propone. Poi un'idea lo coglie all'improvviso. "Se non la disturbo, vorrei ricontattarla in un secondo momento; credo di aver trovato un modo più immediato perché lei possa mettersi in comunicazione con noi quando ne ha la necessità".
«Sarebbe bello, sì» borbotta piano. «Ci sentiamo più tardi, allora».
"D'accordo. E la prego di fare attenzione quando si troverà alla ricerca delle due unità YK".
«Contaci».
Connor sfarfalla la ciglia e si ritrova nel laboratorio. Solleva gli occhi sul quadro di comando. «Zero».
«Sì, signore?».
«Puoi procedere a inviare le coordinate di entrambi i modelli YK devianti ad Abel?».
«Certamente, signore. Con piacere».
Mentre Zero ragguaglia Abel, Connor lascia pensieroso il laboratorio ormai deserto alla ricerca di Markus e Jander. Il primo lo trova nella sua camera, il secondo nel salone, intento a osservare ora Sumo ora il paesaggio oltre la finestra. Accompagna entrambi nel piccolo salottino, che sta ormai diventando la loro personale aula didattica.
«Di cosa volevi parlarci?» si informa Markus, dopo aver preso posto su una delle poltrone.
«Ho contattato Abel. La sua prima missione ha avuto successo e ora possiamo contare anche sulla KL900» premette.
"È un'ottima notizia" conviene Jander, pacato.
«Direi di sì: facciamo passi avanti» si rallegra Markus. Scruta poi Connor, vedendolo comunque pensieroso. «Ma è qualcos'altro che impegna le tue riflessioni, dico bene?».
Connor lo guarda, perplesso e sorpreso, e annuisce. «Sì, è così. A quanto sembra Abel ha avuto diverse difficoltà nel mettersi in contatto con noi dopo aver recuperato la KL900. Non sono certo dei motivi, dovrei provare a parlarne con Zero. Ma pensando al tempo perso nei tentativi infruttuosi fatti da Abel mi è venuto in mente che potremmo trovare una soluzione più rapida e sicura perché possa chiamarci, nel momento in cui ne abbia la necessità».
Markus, che non ha mai smesso di osservarlo con attenzione e forse un pizzico di preoccupazione, prova a fare chiarezza sul problema appena presentato da Connor.
«Sembrerebbe che tu abbia già qualche idea. Siamo quindi qui per conoscerla?».
«Avevo bisogno di un vostro parere, forse anche di qualche buon consiglio. Ecco il motivo per cui siamo qui».
«Bene, avanti allora: dicci, e vediamo come possiamo essere di aiuto» lo incoraggia.
«Il signor Kamski ha parlato, in più di un'occasione, di un programma che avrebbe inserito dentro di noi. Non ha mai specificato né come né quando, ma qualcosa mi suggerisce che fosse lì fin dall'inizio e che, in qualche modo, abbia contribuito alla nostra scelta di diventare devianti. Inoltre ricordo ci disse che grazie a esso avremmo potuto modificare i parametri immessi in origine dalla fabbrica nei nuovi androidi».
«Sì, lo ricordo anch'io» conferma Markus. «Pensi si possa sfruttare lo stesso principio per venire incontro alle esigenze di Abel?».
Connor annuisce. «Forse, non ne sono sicuro. È difficile esserlo, senza basi solide sulle quali ragionare, senza sapere con certezza cosa aspettarci e cosa no».
«Mi trovi assolutamente d'accordo» replica Markus, scuotendo la testa con mestizia.
"Potremmo chiedere proprio al signor Kamski se questo tipo di intervento è fattibile" propone Jander.
«Potremmo, è vero» conviene Connor. «Eppure l'operazione per il recupero dei devianti procede rapida e senza soste degne di nota, e temo non avremmo il tempo di studiare le differenti potenzialità e applicazioni del programma, almeno dal punto di vista teorico».
«Pensi, quindi, che dovremmo semplicemente tentare?» considera Markus, dubbioso.
«Prova per un istante a rifletterci, Markus. Alcune delle nostre azioni, in particolare quelle più recenti, hanno esulato in modo marcato dalle normali mansioni di un androide, fosse anche perfezionato come potremmo esserlo noi».
Markus a quel punto decide di seguire il consiglio di Connor ed esamina ciò che hanno portato a termine, in particolare a seguito della loro unione di squadra.
«Stai sostenendo che siamo comunque stati guidati…» tenta, incerto.
«Aiutati, credo sia l'espressione più idonea a descrivere ciò che produce il programma».
"Aiutati… Vuol dire che, potenzialmente, potremmo portare a termine qualunque impresa, se lo volessimo con sufficiente forza?" dubita Jander.
«È così, sì» conferma Connor.
Da alcuni minuti Abel è fermo, apparentemente intento a fissare il pavimento. Julia lo studia con un certo nervosismo, forse con ansia. Vorrebbe scrollarlo, chiedergli quali novità ci sono, magari persino insultarlo servirebbe a farla sentire meno angosciata; ciò che importa veramente è fare qualcosa, perché quell'inazione la sta logorando. Ed è mentre sta decidendo in che modo sia più fattibile agire che Abel torna dai recessi della sua mente all'umida realtà dello scantinato.
«Ho quelle coordinate» annuncia, stranamente con una marcata dose di tetraggine.
«Bene, possiamo finalmente muoverci allora» esulta Julia, ignorando il tono di Abel, più che pronta a quel punto a tornare là fuori e fare… qualcosa.
«Tu resti qui» la fredda Abel.
«Che cosa?!» esclama, stridula e costernata. «Starai scherzando. Io vengo con te» si impunta decisa.
Abel però scuote la testa. «Non è possibile. Ho esaminato la posizione di entrambi: sarà già un puro miracolo se, da solo, riuscirò ad arrivare fino al primo di loro. Sono praticamente in pieno centro abitato».
«Cosa?» boccheggia ora Julia, non aspettandosi quell'epilogo. «Ma… Come? Perché?» mormora incredula.
Abel ci ha riflettuto seriamente ed è giunto alle sue conclusioni. «Perché evidentemente per loro è più semplice rimanere virtualmente invisibili restando vicini al punto di partenza, piuttosto che percorrendo inutile e pericolosa strada verso la periferia».
Suo malgrado, Julia è costretta a convenirne. «D'accordo, è un'ipotesi fondata. Ma tu non sei un YK; come farai ad arrivare fino a loro?».
Una smorfia amara deforma le labbra dell'SQ800. «Non ne ho idea, se proprio vuoi saperlo. Ma devo almeno tentare, giunti a questo punto». Nota che lei si è fatta scura in volto e un'idea un po' ridicola gli attraversa la mente. «Che c'è? Non verrai a dirmi che, a un tratto, sei in pensiero per me, uh?» chiede sarcastico.
Julia gli scocca un'occhiata seccata. «Non dire stupidaggini. Questo non accadrà mai» borbotta a disagio.
Questa volta la smorfia si distende in un'espressione più serena. «Grande, se non altro non ti metterai a piagnucolare come una stupida poppante quando finirò in qualche discarica» prevede, mettendosi quindi in piedi e preparandosi per la sua prossima, difficile ricerca.
