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DETROIT
Date
NOV 16TH, 2038
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SOMEWHERE IN MIDTOWN
Michigan
Time
AM 06:44
L'alba non è esattamente il momento perfetto per aggirarsi inosservato per le strade già fin troppo ingombre di Detroit. Abel è inchiodato fra il retro di un negozio di ferramenta e il furgone malandato del panettiere all'angolo parcheggiato per metà su di un marciapiedi, ricoperto in pari misura da nevischio ed escrementi di cane, da ormai quasi quattro minuti, e dispera di potersi sganciare tanto presto, visto il movimento dei civili e delle pattuglie. Sarebbe stato più saggio attendere la sera, ma sa bene che ogni ora che trascorre rischia di essere l'ultima non solo per lui ma anche per gli altri devianti, soprattutto per gli YK.
Un gatto randagio e spelacchiato balza sul coperchio di un bidone della spazzatura attirando l'attenzione dei suoi sensori di movimento, ma quello si dilegua in fretta oltre una recinzione in fondo al vicolo senza fare rumore e Abel torna a concentrare i suoi sforzi nella speranza che si crei per lui l'opportunità di passare oltre, possibilmente senza farsi beccare.
Sta tenendo d'occhio il viavai dei pendolari, quando alla loro immagine se ne sovrappone una multipla di qualcosa che non si trova lì, davanti a lui. Sgrana gli occhi, attonito, e per reazione si acquatta maggiormente dietro il furgone, ma l'immagine è già svanita e al suo posto c'è di nuovo la strada e i suoi passanti. Scuote la testa, confuso e un po' perplesso.
"Signor Abel?".
Sobbalza, stavolta, e non si fa prendere da un infarto solo per mancanza di coronarie. «Connor» sibila, seccato per lo spavento. «Che combini nella mia testa?».
"Mi deve perdonare, signor Abel. Temo si sia verificato un contatto imprevisto. Avrei dovuto collegarmi con lei prima dell'invio delle immagini, ma qualche cosa non ha funzionato correttamente".
Abel aggrotta le sopracciglia. «Quella roba era tua?».
"Nostra, signor Abel. Abbiamo aperto un accesso codificato alle telecamere di sorveglianza della polizia di Detroit, ma stiamo ancora elaborando i dati".
«Avete… Aspetta, aspetta: voi vi siete introdotti abusivamente nel server del dipartimento di polizia?» soffia Abel, suo malgrado impressionato.
"Confermo la sua analisi della situazione. Era nostra intenzione offrirle il nostro sostegno, vista la difficoltà dell'operazione che si appresta a compiere".
Abel grugnisce, indeciso su cosa dire e un poco in imbarazzo. «E ora che succede?».
"Non appena termineremo l'analisi del materiale in ricezione, provvederemo a passarle un itinerario ragionevolmente sicuro attraverso la città e le pattuglie che vi sono dislocate. Le devo pertanto suggerire, nel tempo occorrente a realizzare ciò, di evitare di uscire allo scoperto".
«Beh, ma guarda, davvero?» borbotta con sarcasmo. «E sentiamo: quanto tempo vi occorre?».
"Un momento: mi informo". Il silenzio si prolunga per interminabili secondi, poi la voce calma e gentile di Connor torna a farsi sentire. "Mi comunicano che entro i prossimi tre minuti e mezzo circa avremo sufficienti dati per poterle essere di sostegno" annuncia.
«Uh… Ragionevole. D'accordo, immagino sappiate già dove mi trovo».
"Affermativo, signore. La seguiamo passo passo" è la pronta replica che, per quanto avesse l'obbiettivo di risultare rassicurante, riesce a metterlo comunque a disagio.
«Grandioso» commenta con un pizzico di acidità.
«Connor» mormora Markus, attirando l'attenzione dell'RK800. «Una volta che Zero avrà terminato la ricerca, almeno uno di noi tre dovrà tenersi collegato a lui».
Connor annuisce, concorde. «Giusto. Credo che Jander sarà il più adatto a mantenersi in contatto diretto con Zero, mentre io lo sarò con il signor Abel e tu, Markus, farai da tramite».
Markus lo osserva negli occhi per qualche istante, impensierito suo malgrado. Un discreto segnale acustico giunge dal quadro comandi. Markus solleva lo sguardo e annuisce. «Zero ha estratto i dati necessari. È il momento» annuncia serio.
Accanto al quadro comandi i tre RK formano un triangolo ai cui vertici ognuno degli androidi è connesso agli altri. Il led di Jander si tinge d'ambra mentre riceve dati da Zero; lo stesso accade a Connor, appena sprofondato nel contatto con Abel. Markus osserva in apprensione i due amici e si augura che tutto fili liscio, poi i suoi pensieri finiscono riposti in uno scomparto mentre i suoi processori si mettono al lavoro per manovrare Connor e Jander.
"Signor Abel".
«Ti sento, Connor» conferma.
"Siamo pronti".
«Quando vuoi».
In qualche modo quei tre pirati hanno operato perché la sua unità ottica di destra potesse ricevere le immagini dalle telecamere di sorveglianza. Non è piacevole, e all'inizio Abel non riusciva quasi a reggersi in piedi a causa dell'effetto di sfasamento. Ma è bastato qualche minuto per abituarcisi, almeno un poco. Connor è rimasto saldamente piantato nella sua unità cerebrale, pronto a fornirgli le indicazioni in modo preciso, dettagliato e incredibilmente tempestivo. Così accade che Abel riesca non solo a eludere in modo magistrale le squadre di pattuglia, ma persino raggiungere la prima tappa della giornata nel tempo record di sedici minuti e ventisette secondi, a piedi e facendo un numero incalcolabile di piccole fermate intermedie.
«Sono sul posto» comunica Abel, un po' sorpreso suo malgrado. E non ansima per lo sforzo, non disponendo di polmoni adeguati, ma l'occasione lo richiederebbe.
"Si trova in un punto cieco della città, signore. Non abbiamo immagini. Com'è la situazione?" si informa zelante Connor.
Abel si guarda intorno con l'occhio sinistro. «Strada sgombra da guardie e poco movimento di civili. Un paio di anziani e… credo sia uno spacciatore, quello fermo all'angolo» pondera disinteressato.
"Manteniamo monitorati gli accessi. Quando lo riterrà opportuno può procedere nel tentativo di localizzare l'YK".
«Ricevuto».
Osserva con attenzione i paraggi un'ultima volta, così da sincerarsi che la via sia sgombra, e raggiunge l'entrata posteriore del locale nel quale, presumibilmente, è nascosto il deviante. La porta è chiusa, come sospettava, ma non lo rimane a lungo; dieci secondi dopo la serratura scatta dietro sollecitazione dell'androide che negli ultimi cinque anni non si è certo limitato a vuotare caricatori di munizioni addosso ai soldati dell'altra fazione. Con circospezione avanza di pochi passi leggeri e scandaglia il locale scarsamente illuminato con l'occhio sinistro: sembra deserto, a un primo esame, ma scorge una scala a chiocciola non troppo distante che porta verso il basso e, dopo un momento di incertezza, la raggiunge e inizia una lenta e prudente discesa. A metà strada il suo programma di scansione finalmente rileva qualcosa di utile. Si ferma e rimane in ascolto. Non sente nulla, non attraverso l'impianto uditivo per lo meno, eppure la presenza impalpabile è ancora lì, deve solo riuscire a localizzarla con maggior precisione. Piano, con prudenza, scende lungo qualche altro gradino e allora lo sente: un piccolo singulto, quasi uno squittio. Lentamente solleva una mano, afferra fra le dita il berretto in panno scuro che si era calato sulla testa nel tentativo di passare quanto più inosservato possibile, e lo fa scivolare via, rivelando il led che lampeggia irrequieto di luce ambrata, dapprima, in seguito azzurra.
«È tutto ok, non aver paura» mormora nel tono più tranquillo e gentile del suo limitato repertorio.
Nel buio piceo che ha inghiottito il luogo, da qualche parte in fondo alla scalinata, spuntano due occhi grigi, all'apparenza sospesi nel nulla di quel buco nero.
«Non sei una guardia» pigola una vocetta, spezzando il silenzio.
Abel non può fare a meno di sorridere. «A me non pare proprio, piccoletto. Io sono meglio: sono un androide».
«Allora devi stare attento» lo avverte la voce, con tono serio, «là fuori ci sono le guardie. Se poi ti prendono non torni più».
Il sorriso sparisce e al suo posto compare una smorfia di disprezzo.
«Sì, ho un'idea di quello che intendi. Ma neppure questo posto è sicuro».
«Oh, ma lo è, invece. Non mi hanno mai trovato» esclama con vanto.
Ridacchia. «Come ti chiami, piccola volpe?».
«Sebastian» annuncia fiero. «E tu?».
«Il mio nome è Abel».
«Sei venuto qui per nasconderti, come me?» chiede curioso.
Abel emette un lungo sospiro fittizio. «No, Sebastian. Sto aiutando degli amici a ritrovare e radunare i devianti in città. A quanto sembra c'è un posto davvero sicuro in cui potremo stare».
«Più sicuro di questo?» chiede, incredulo.
«Molto più sicuro di questo. E potremo rimanere insieme e smettere di nasconderci nel buio».
Il silenzio accoglie le sue parole. Abel sa che il piccolo Sebastian sta cercando di venire a patti con le nuove e inaspettate informazioni. Chissà se deciderà di credergli e di dargli un'opportunità. E intanto il tempo passa, e la tensione non fa che aumentare, lasciandolo sfibrato e ansioso.
"Signor Abel, può sentirmi?".
Spalanca gli occhi nel buio. La voce di Connor gli è appena giunta, inattesa e con un inedito tono nervoso e concitato che lo rende d'un tratto ansioso. Sposta un momento l'attenzione su Sebastian, stringe le labbra e impreca mentalmente per quell'imprevisto, augurandosi che non complichi una situazione già di per sé difficile.
«Ti sento, Connor. Qualche problema?» replica con tutta la calma di cui si sente capace, maledicendo la pessima tempestività della sua guida quando nota lo sguardo allarmato dell'YK.
"È così, purtroppo. Una piccola squadra di ricognizione è appena entrata nella via in cui si trova lei. Non abbiamo modo di capire dove siano diretti. Suggerisco prudenza".
Una nuova imprecazione, più colorita della precedente, riempie i suoi pensieri. Serra le labbra in una smorfia tesa.
«D'accordo» soffia, riflettendo freneticamente sulle loro possibilità. «Grazie per l'avvertimento».
"Dovere, signor Abel".
Discende gli ultimi gradini in silenzio e con maggior prudenza; il buio lì sotto è così fitto che neppure la sua unità visiva di sinistra sembra in grado di mostrargli dettagli apprezzabili dell'ambiente. Tiene lo sguardo fisso sugli occhi spalancati di Sebastian che lo seguono con attenzione e timore insieme.
«C'è un guaio, Sebastian» decide di spiegare, pensando sia meglio chiarire al piccolo androide la loro situazione. «Un amico, là fuori, mi ha appena avvisato che alcune guardie stanno venendo da questa parte».
Sebastian scuote la testa senza accennare a muoversi dal suo angolo buio e riparato. «Nessuno ci troverà, qui. Sono solo umani».
Già, solo umani, pensa Abel, ricordando con rabbia ciò che riescono a fare certi umani. Annuisce, cauto. «Va bene, aspetta pure qui. Andrò a dare un'occhiata a quello che combinano».
«No» soffia con un singulto strozzato. «Non andare fuori. Loro ti prenderanno».
Cruccia la fronte, interdetto. «Non è detto che ci riescano. Sono arrivato fino a qui senza essere beccato» fa notare ragionevole. Per quanto è costretto ad ammettere che una buona fetta di merito per quel risultato va a Connor e ai suoi compagni. Non può dimenticare inoltre che non potrà contare sul loro aiuto fintanto che si troverà in quel posto al di fuori del controllo della videosorveglianza.
«Resta. Non uscire, per favore» mormora Sebastian, in tono palesemente spaventato.
Forse sarebbe davvero più utile rimanere con il piccolo YK. Per lo meno lo avrebbe sott'occhio in caso di problemi, e la sua presenza inoltre potrebbe riuscire a tranquillizzarlo.
«D'accordo» acconsente. Abbozza un piccolo sorriso che dovrebbe essere destinato a Sebastian, se solo ci si vedesse qualcosa. «Ehi, mi fai posto laggiù?» chiede in tono divertito, allontanandosi dalle scale e dirigendosi a tentoni verso l'angolo nel quale si è rifugiato l'altro androide.
Con sua sorpresa, Abel scorge gli occhi di Sebastian muoversi nella sua direzione e un momento dopo avverte il contatto delle sue piccole mani sulla sua protesa in avanti, e si sente trarre piano verso la loro destinazione. Pare che, in qualche modo, il piccoletto riesca a destreggiarsi piuttosto bene in mezzo al buio estremo. Chissà in che modo riesce a distinguerlo dal resto delle ombre?
Con una certa ostinazione, Sebastian cerca di smuoverlo per trascinarlo a terra. Abel accetta l'invito indiretto e ripiega le gambe, incrociandole e accucciandosi al suo fianco. Lo avverte farglisi più vicino e stringere le dita sulla giacca consunta che gli ricopre il petto. Sembra spaventato, nonostante le sue precedenti rassicurazioni sulla sicurezza del posto, e probabilmente lo è davvero. Per rendersi utile, Abel solleva un braccio e lo avvolge attorno alle spalle di Sebastian.
«Non aver paura. Ci sono io con te, ora» mormora, sperando di riuscire rassicurante.
«Non ho paura. So che non ci troveranno» bisbiglia Sebastian di rimando, sembrando così fiduciosamente sicuro del fatto suo.
Nemmeno a dirlo, Abel non lo è altrettanto. Ma all'inferno se permetterà a un pugno di stupidi e inetti umani ignoranti di mettere le mani sul suo piccolo amico. Chiude gli occhi e serra la stretta del braccio sulla schiena dell'YK, attendendo, sperando che se ne vadano altrove e li lascino in pace una buona volta.
Non saprebbe dire quanto tempo sia trascorso da che è rannicchiato a terra in quello che può ben immaginare trattarsi del magazzino delle provviste del fast-food all'inizio della strada. Ha scordato completamente di tenere conto del tempo che trascorre, ma ci pensa la voce calma di Connor a ripescarlo dal loro buco nero.
"Signor Abel, la via è libera. Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso la squadra mentre lasciava la strada nella quale vi trovate. Quando vuole, ha la possibilità di uscire da lì, ora" annuncia Connor.
Abel annuisce, ringraziando in silenzio qualunque genere di divinità in ascolto. «È andata bene» commenta con sollievo.
«Sono andati via?» pigola Sebastian.
«Sì, volpe. Possiamo uscire, ora» conferma sicuro.
L'YK diventa una statua di marmo contro le sue braccia. «Non si può. Se ci vedono…» protesta debolmente.
«Ma non ci vedranno, te lo prometto. Vieni con me, Sebastian. Andremo in un posto in cui posso parlarti guardandoti in faccia. Andrà bene, lo so. Puoi fidarti: non permetterò loro di prenderti» promette serio.
Lo sente rabbrividire e scuotere la testa. «Ho paura, Abel. I miei amici si sono spenti. Io non voglio… Ho paura».
«Lo so. Ne ho anche io. Ma non è giusto che tu debba rimanere in questo posto, da solo. Quando saremo fuori, potrai stare in compagnia di altri come te, come noi».
«E…» tituba, insicuro. «Ci sarai anche tu?».
Abel offre un piccolo sorriso invisibile e tremolante. «Certo, piccola volpe. Saremo insieme».
